Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 9

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(1165) Intanto essendo morto il Vicario di Roma, papa Alessandro nominò suo successore il cardinale di S. Giovanni e Paolo, il quale s'adoperò per ridurre i Romani all'ubbidienza del legittimo pontefice. Per riuscire nell'intento seppe opportunamente spargere il danaro tra il popolo; fece entrare in Senato persone a lui affezionate, escludendone gli scismatici; ottenne la restituzione della chiesa di S. Pietro e del contado della Sabina ove il partito dell'antipapa aveva lungo tempo dominato, e finalmente, a fronte dell'opposizione d'alcuni cittadini, ottenne dalla maggioranza del popolo romano l'atto con cui spediva una deputazione ad Alessandro per invitarlo a tornare alla sua greggia[169]. Alessandro, così consigliato dai re di Francia e d'Inghilterra, partì da Sens ove aveva stabilita la sua dimora, e s'imbarcò a Monpellier. Spinto dai venti a Messina, si valse di tale opportunità per rinfrescare l'antica alleanza con Guglielmo re di Sicilia, e di là venne a sbarcare ad Ostia. I nobili, i senatori, il clero ed il popolo gli si fecero incontro in processione, e lo accolsero come loro pastore con dimostrazioni sincere di rispettosa ubbidienza[170].

[169] _Vita Alex. III. a Card. Arrag. p. 456._

[170] _Ibid. p. 457. — Romuald. Saler. Chron. p. 205._

Dall'altro canto Cristiano arcivescovo eletto di Magonza, il quale era luogotenente dell'imperatore in Toscana, erasi con un'armata tedesca avanzato nella campagna di Roma sottomettendo Viterbo e quasi tutte le altre città all'antipapa Pasquale; ma appena s'allontanò dalle sue conquiste, i Romani sussidiati dalle truppe del re Guglielmo fecero rientrare nell'ubbidienza della Chiesa quasi tutte le piazze occupate dagli scismatici.

(1166) Guglielmo I, soprannominato il cattivo, dopo avere giovato alla Chiesa ed alla causa della libertà, morì[171], lasciando un fanciullo per suo successore, che fu poi chiamato Guglielmo il buono, il quale rimase lungo tempo sotto la tutela di Margarita sua madre. Benchè distinti da opposti nomi il padre ed il figlio tennero la stessa condotta rispetto all'Italia, per mantenere libera la quale, siccome richiedeva la sicurezza del loro regno, fecero causa comune col papa, coll'imperatore d'Oriente, e colle città libere.

[171] Guglielmo I, coronato ancora vivente il padre l'anno 1150, morì del 1166. _Romual. Saler._ p. 205. Questo storico che dopo la congiura di Matteo Bonella fu il principale liberatore del re, fu pure uno de' principali suoi ministri, uno dei più ricchi prelati del regno, suo confessore, e suo medico. La sua storia di questo assai curioso regno merita d'essere letta.

Quelle della Marca veronese facevano grandi preparativi per difendere la propria e la libertà della Chiesa. I Veronesi ed i Padovani attaccarono il castel di Rivoli ed il forte d'Appendoli che chiudevano i passaggi delle montagne per cui poteva scendere Federico in Italia: ma questi, dopo aver raccolta una potente armata, prese in autunno la strada della Valcamonica, ed entrò in Lombardia a traverso il territorio bresciano. Benchè ugualmente irritato contro tutte le città, che sapeva tutte a se malaffezionate, non s'attentò di attaccarle finchè non ottenne di dividerle con segrete pratiche. Ne' comizi adunati in Lodi nel mese di novembre, promise di far giustizia dei torti che formavano l'argomento delle lagnanze dei comuni, e dopo averne favorevolmente accolti i deputati, e pacificamente congedati, s'avviò senza dar battaglia alla volta di Ferrara e di Bologna[172].

[172] _Vita Alex. III. a Card. Arragonio p. 457._ — _Acerbus Morena Hist. Laud. p. 1131._ — _Otto de Sancto Blasio c. 20. p. 876._

(1167) Federico per cagioni a noi ignote rallentava la sua marcia verso l'Italia meridionale, e consumava sei mesi tra Bologna ed Ancona[173], senza aver castigati i Lombardi che lasciavasi alle spalle, e senza avanzarsi verso Roma che si era ribellata. I Veronesi, sempre più vessati dai ministri imperiali, mandarono deputati a tutte le città ugualmente maltrattate, facendole risolvere a tenere una dieta il giorno settimo degl'idi d'aprile nel monastero di Pontida posto tra Milano e Bergamo[174], per risolvere sul modo di provvedere alla comune difesa[175]. Intervennero a questa dieta i deputati di Cremona, di Bergamo, di Brescia, di Mantova e di Ferrara. I Milanesi sempre divisi nelle loro quattro borgate vi spedirono alcuni primarj cittadini, i quali domandarono caldamente che la dieta facesse precedere ad ogni altra risoluzione quella di render loro la patria, affinchè non rimanendo più esposti alle continue incursioni de' loro nemici, potessero di nuovo unirsi alle milizie confederate per difendere la libertà d'Italia. I deputati di tutte le città, sovvenendosi della valorosa resistenza fatta dai Milanesi, promisero d'impegnare i loro concittadini a rifabbricare le mura di Milano, ed a proteggere quel popolo finchè fosse messo in situazione di potersi da se medesimo difendere. Dopo ciò convennero intorno alla forma del giuramento federativo, che cadaun deputato riportò alla sua patria perchè fosse adottato dai proprj concittadini. Approvato che fosse dall'assemblea generale d'ogni città, doveva essere ripetuto da tutti gl'individui che la componevano. Con tale giuramento le città contraevano un'alleanza di vent'anni, durante la quale erano tenute di ajutarsi reciprocamente contro chiunque osasse attaccare i privilegi di cui erano in possesso dopo il regno d'Enrico IV fino all'assunzione al trono di Federico: promettevano pure di concorrere a compensare i danni cui potessero andare soggetti i membri della lega nel difendere la libertà.

[173] Federico partì da Lodi l'undici gennajo ed intraprese l'assedio d'Ancona ai primi di luglio.

[174] Pontida è posta tra Bergamo e Lecco quasi ad uguale distanza, ed è celebre il suo monastero per questa dieta della federazione lombarda.

[175] _Sigon. de Regn. It. l. XIV. p. 320_ — _Acerbus Mor. p. 1133_ — _Trist. Calchi Hist. Pat. l. XI, p. 268._

In tempo che i consoli delle città ed i loro deputati ritornati alle proprie case, assoggettavano alle deliberazioni dei parlamenti generali l'alleanza conchiusa in Pontida, i Milanesi disarmati, e divisi in aperte borgate, temevano di essere ad ogni istante assaliti dalle milizie pavesi, cui non erano in grado di far resistenza. Sapevano essersi resa affatto pubblica l'inchiesta fatta all'assemblea di Pontida, ed ogni notte poteva essere anticipatamente stata destinata dai loro nemici per il massacro e l'incendio, e l'avvicinarsi delle tenebre gli stringeva il cuore di spavento. Circondati da città nemiche che in meno d'un giorno potevano mandare le loro milizie a sorprenderli, erano pure continuamente atterriti dagli amichevoli avvisi che i Pavesi davano ai loro ospiti milanesi[176]. Estrema era la costernazione, quando la mattina del giorno 27 aprile del 1167 comparvero all'ingresso della borgata di S. Dionigi dieci cavalieri di Bergamo cogli stendardi del loro comune; e tenevan loro dietro altrettanti stendardi di Brescia, di Cremona, di Mantova, di Verona e di Treviso. Venivano dopo loro le milizie che portavano le armi da distribuirsi ai Milanesi[177]. Gli abitanti delle quattro borgate riunitisi all'istante, s'avanzarono, mettendo grida di gioja, verso la distrutta città: colà distribuironsi tra di loro il lavoro dello sgombramento della fossa e della ricostruzione delle mura, prima di metter mano alle loro case. Le truppe della _lega lombarda_, che allora presero tal nome, non ritiraronsi da Milano finchè que' cittadini non furono a portata di respingere gl'insulti de' loro nemici, e di non temere un colpo di mano[178].

[176] _Sire Raul p. 1191._

[177] _Acta Sancti Galdini apud Bolland. 18 april. p. 594. No. 5. notæ ad Morenam p. 1134._

[178] _Acer. Morena p. 1135_ — _Trist. Cal. Hist. pat. l. XI. p. 268_ — _Galv. Flam. man. Flor. c. 198, 201. p. 648_ — _Jacobi Malvetii Chron. Brix. dist. VII. c. 46, p. 879, t. XIV._

La città di Pavia era così ligia all'imperatore, che niuno lusingavasi di poterla staccare dai suoi interessi; ma la lega lombarda risguardava come cosa di somma importanza il guadagnare alla confederazione la città di Lodi. Questa città posta tra Cremona e Milano diventava in mano all'imperatore una piazza d'armi troppo dannosa; perchè, occupandola egli, potrebbe sempre a sua posta intercettare i viveri ai Milanesi, le di cui campagne erano state in modo ruinate, che lungo tempo dovrebbero ancora provvedersi di viveri fuori del loro territorio. I Cremonesi che in ogni tempo furono gli alleati ed i protettori di Lodi, vennero incaricati del trattato con que' cittadini.

I loro deputati ammessi nel consiglio di Credenza salutarono, com'era di costumanza, a nome de' loro consoli e di tutto il popolo cremonese, i consoli ed il popolo lodigiano; indi narrarono ordinatamente quanto essi avevano fatto fino allora in servigio dell'imperatore, e le ricompense che ne avevano ricevuto; giustificarono poi i progetti della lega formata per difendere i comuni diritti, e conchiusero supplicando i Lodigiani ad unirsi con loro per l'onore della nazione lombarda e per riclamare unitamente il ristabilimento degli antichi loro privilegi. Risposero concordemente i Lodigiani, che più tosto che mancar di riconoscenza al loro liberatore, a colui che aveva rialzate le loro mura, erano tutti disposti a sacrificare i loro beni e le loro vite.

I Cremonesi gli mandarono una seconda ambasciata, che non ebbe miglior successo; onde esposero ai deputati riuniti, di Milano, di Bergamo, di Brescia e di Mantova, il cattivo esito delle loro pratiche. La lega lombarda, e specialmente queste quattro città rimanevano sommamente esposte finchè Lodi teneva le parti dell'imperatore, onde i confederati risolsero di ottenere colla forza ciò che le amichevoli insinuazioni non avevano ottenuto. Allora riunirono le loro milizie, che furono precedute da una terza deputazione de' Cremonesi, i quali aggiungendo le minacce alle preghiere, avvertirono gli antichi loro alleati che una inevitabile ruina terrebbe dietro all'inconsiderata opposizione ai voti de' Lombardi.

Risposero i Lodigiani che non potevano credere che i Cremonesi, i quali a proprie spese e colle loro mani medesime rialzate avevano le loro mura, volessero oggi assediarle e distruggerle; che volessero massacrare coloro che gli erano affezionati, amici, ospiti, perchè mantenevansi costanti nel partito che anch'essi avevano fin allora sostenuto; che Cremona era sempre stata l'alleata dell'antica Lodi fino all'epoca della sua ruina; che aveva con tutte le sue forze protette le borgate ov'eransi riparati i Lodigiani ne' quarant'anni della loro servitù; che lo stesso affetto aveva fino al presente conservato alla novella Lodi. Ma che se adesso volevano opprimere i loro antichi amici, i Lodigiani si esporrebbero al pericolo ond'erano minacciati, piuttosto che mancare ai giuramenti che li legavano all'imperatore loro benefattore[179].

[179] _Acerbus Morena Hist. Laud. p. 1135.-1136._

Non consentendo la comune salvezza di lasciarsi smuovere da così toccanti preghiere, l'armata confederata intraprese l'assedio di Lodi, facendo ben tosto soffrire agli abitanti una crudel fame. Abbandonati dall'imperatore che, in luogo di soccorrerli, aveva seco condotta verso il mezzo dì dell'Italia buona parte delle loro milizie, dopo avere difesa con tutte le loro forze la sua causa, finirono coll'emettere il giuramento della lega, ed unirsi ai confederati. Ritirandosi l'armata che aveva assediato Lodi, attaccò il castello di Trezzo posto tra Milano e Bergamo, ove l'imperatore aveva lasciati i suoi tesori sotto la guardia d'una guarnigione tedesca, e presolo dopo lungo assedio, lo distrussero fino ai fondamenti.

Così prosperi successi aggiungevano ogni giorno nuovi associati alla confederazione, di modo che avanti che si chiudesse la campagna, la lega lombarda comprendeva Venezia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Ferrara, Brescia, Bergamo, Cremona, Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Modena e Bologna[180].

[180] Giuramento dei confederati in decembre del 1167, _ap. Murat. Diss. XLVIII, t. IV, p. 261_.

L'imperatore erasi poco prima fatti dare trenta ostaggi da quest'ultima città, e l'aveva forzata a pagare una grossa contribuzione; ma quando l'armata tedesca ebbe appena abbandonato il suo territorio, i cittadini scacciarono il podestà imperiale, ed entrarono nella lega lombarda[181]. Le città d'Imola, Faenza e Forlì che i Tedeschi occuparono nel loro passaggio, non poterono sottrarsi all'istante al loro giogo.

[181] _Sigon. de Reg. Ital. l. XIV, p. 320._

Intanto Federico era giunto ad Ancona. L'imperatore di Costantinopoli, Manuele Comneno, adombrato dall'ambizione del monarca tedesco, aveva stretta alleanza cogli Anconitani che facevano ne' suoi stati un commercio assai vivo. Per ajutarli a difendersi aveva loro mandata una guarnigione greca e molto danaro. Federico dal canto suo desiderava di scacciare i Greci da quella città, ma perchè interessi di molta importanza chiamavanlo a Roma, dopo alcuni infruttuosi tentativi, vendette per una grossa taglia la libertà alla repubblica d'Ancona[182].

[182] _Vita Alex. III; a Card. Arag. p. 457._

Gli abitanti d'Albano e di Tuscolo, dichiaratisi a favor dell'imperatore, negavano di pagare ai Romani i tributi da loro pretesi. Un'antica animosità nutrivano i Romani contro queste due città, per soddisfare la quale, più tosto che per vendicare la Chiesa, marciarono alla fine di maggio contro i Tuscolani, attaccandone le mura, dopo avere abbruciate le messi e le viti. Rayno conte di Tuscolo, troppo debole per difenderlo, aveva implorato l'ajuto di Federico, il quale mandò in suo soccorso Rinaldo arcivescovo eletto di Colonia, che si chiuse nella città assediata. Non molto dopo Cristiano, arcivescovo eletto di Magonza, ed il conte di Basville ebbero ordine di avanzarsi con mille cavalli per obbligare i Romani a levare l'assedio; ma le milizie romane osarono di marciare contro questa truppa che, quantunque assai minore di numero, le superava di lunga mano per disciplina e per valore. I repubblicani non sostennero il primo attacco, ed essendosi posti in fuga, perdettero circa cinque mila uomini parte uccisi e parte prigionieri. Giammai, dice lo storico di papa Alessandro che sognava d'essere ai tempi delle guerre puniche, giammai i Romani, dopo la fatale disfatta di Canne, avevano perduto tanta gente[183].

[183] _Vita Alex. III, a Card. Arag. p. 458._

Le milizie romane, vedendo di non poter tenere la campagna, si affrettarono di riparare le mura della loro città, che si prepararono a difendere; mentre il papa implorava i soccorsi del re Guglielmo, le di cui truppe avevano già presa la strada di Roma. Questi furono gli avvenimenti che determinarono Federico a levar l'assedio d'Ancona, sentendo quanto importante fosse di arrivare sotto le mura di Roma prima che venisse fortificata in modo di non temerlo. Il 24 di luglio giunse avanti la città Leonina, e ne intraprese subito l'attacco. L'imperatore occupò ben tosto questo quartiere della città debolmente difeso; se non che trovò una più lunga resistenza nelle guardie del papa che guardavano la basilica Vaticana trasformata in fortezza, che più volte resero vani gli attacchi delle truppe tedesche. Riuscendo vana l'opera delle baliste e delle altre macchine di guerra, Federico ordinò di dar fuoco alla vicina chiesa di santa Maria[184], le di cui fiamme alzaronsi con tanta violenza, che coloro che difendevano la basilica Vaticana, temendo di vederla ad ogni istante investita, convennero di arrendersi. Il papa spaventato abbandonò il palazzo Laterano, e si rinchiuse nel Coliseo coi Frangipani, i quali sopra alle grandi volte di questo imponente monumento avevano formata una fortezza che tenevasi come inespugnabile.

[184] Sonovi in Roma cinquanta chiese di questo titolo. Questa doveva probabilmente essere quella di santa Maria della pietà in Campo Santo, eretta da Leone IV. _Vasi Itiner. di Roma, p. 656._

Mentre Federico spingeva caldamente l'assedio di Roma, cercava di alienare i cittadini da papa Alessandro, offrendo loro moderate condizioni; cioè che i due competitori rinunciassero alla dignità, incaricandosi egli di ottenere l'abdicazione di Pasquale, purchè anche i Romani riducessero a fare tale sacrificio lo stesso Alessandro; promettendo inoltre di lasciare poi alla Chiesa la piena libertà d'eleggere il nuovo pontefice. A queste condizioni offriva di levare l'assedio e di restituire ai Romani tutto quanto aveva fin allora occupato. Nello stato in cui trovavansi gli assediati, erano queste troppo vantaggiose condizioni per essere rifiutate; onde pregavano il papa a fare un sacrificio reso necessario dalle circostanze. Ma Alessandro fece rispondere dai suoi cardinali, che il sommo pontefice non era subordinato ad alcun tribunale della terra, nè a quello dei re, nè a quello de' popoli, nè a quello della Chiesa; e che niuna cosa lo farebbe scendere dall'alto rango in cui Dio lo aveva collocato. E perchè temeva che, ammutinandosi il popolo, non lo forzasse ad abdicare il papato, fuggì segretamente dal Coliseo de' Frangipani, di dove scendendo per il Tevere fino al mare, andò prima a Terracina, indi a Gaeta, poi a Benevento. Come i Romani seppero la fuga d'Alessandro, trattarono di pace coll'imperatore, ammettendo nella loro città i suoi deputati, uno de' quali fu lo storico Acerbo Morena, ai quali prestarono giuramento d'essere fedeli a Federico, che dal canto suo confermò i privilegi del loro senato[185].

[185] _Vita Alex. III, p. 458. — Ann. Eccles. Baronis. an. 1167, § 11. — Acerbus Morena p. 1151, 1153. — Romualdus Salern. Chron. p. 208._

L'armata imperiale aveva incominciato l'assedio di Roma in sul finire di luglio, quando l'eccessivo ardore dell'estate rende quel clima insalubre ancora agli abitanti, non che agli uomini del settentrione. Perchè mentre trovavasi accampata fuori della città, la _febbre maremmana_, terribile malattia, la di cui violenza non è tutti gli anni uguale, si manifestò tra i soldati, accompagnata dai più spaventosi caratteri, resi ancora più terribili dalla loro immaginazione che raddoppiò ben tosto le stragi della malattia: essi vedevansi sempre avanti agli occhi la chiesa di santa Maria incenerita dalle sacrileghe loro mani, la basilica Vaticana sottratta per caso alla medesima sorte, sulla di cui faccia erano state distrutte dalla violenza del fuoco le miracolose immagini di Gesù Cristo e di s. Pietro. I preti continuavano a minacciar loro le vendette del cielo, di cui credevansi già vittima: lo scoraggiamento ed il terrore erano i primi sintomi della malattia: uguale alla peste per la prontezza e l'estensione de' suoi guasti, la superava nella durata del pericolo e per lo stato di debolezza e di spossamento cui trovavansi ridotti coloro che non morivano. Alcuni perivano lo stesso giorno in cui cadevano infermi, altri, come accadde allo storico Morena, dopo lunghe sofferenze. Morena si sentì assalito dalla febbre, ottenne di ritirarsi dall'armata, e si fece trasportare in lettiga nelle vicinanze di Siena, ove morì dopo due mesi di languore. I più distinti personaggi dell'armata e dell'Impero caddero vittime di tanto infortunio. L'imperatore perdette suo cugino Federico duca di Rotemburgo figliuolo di Corrado, Guelfo duca di Baviera, Rinaldo suo arcicancelliere arcivescovo eletto di Baviera, i vescovi di Spira, di Liegi, di Ratisbona, di Verden, i conti di Nassau, d'Altemont, di Lippa, di Sultzbach, di Tubinga, più di due mila gentiluomini, ed un numero di soldati proporzionato a così illustri vittime[186].

[186] _Contin. Acerbi Morenae p. 1153, 1155. — Vita Alex. III, p. 459. — Otto de Sancto Blasio Chron. c. 20, p. 878. — Conrad. Abbas Usperg. Chron. p. 294._

Questa terribile epidemia fu il colpo più funesto alla causa dell'imperatore. La perdita di una floridissima armata senza combattere lo affliggeva assai meno dello scoraggiamento universale de' suoi sudditi, del giudizio celeste che sembrava aver rovesciato sopra di lui e sopra i suoi partigiani le disgrazie provocate dalle scomuniche di Alessandro. I suoi antichi commilitoni, che l'onore e l'affetto verso la sua persona tenevano sempre a lui vicini, quelli che del 1161 vergognaronsi di lasciarlo in mano degl'Italiani e spontaneamente vennero a soccorrerlo con una potente armata, erano periti: i due capi delle case guelfa e ghibellina, ch'egli sapeva mantenere amici al campo, erano caduti ugualmente vittime della fatal malattia, come pure l'arcivescovo di Colonia che da molti anni governava per lui la Toscana e teneva in dovere gl'Italiani. Tutto perdeva in un istante.

Federico oppose il suo coraggio a tante sventure: confidava gli ammalati della sua armata ai Romani, che, per assicurarlo delle loro cure verso quegl'infelici, gli davano alcuni ostaggi. Dopo di che, radunando tutti gli uomini capaci di portar l'armi, s'incamminò verso più salubri climi. Attraversò egli la Toscana e lo stato lucchese, e penetrando le Alpi Apuane, condusse gli avanzi della sua armata in val di Magra. Non aveva in questo viaggio toccato il territorio della confederazione lombarda, ed era lontano da Pavia soltanto sessanta miglia, ove poteva recarsi senza avvicinarsi ad alcuna città. Quella di Pontremoli che non aveva preso parte nella guerra e che non troviamo dopo unita alla lega, gli rifiutò il passaggio. Quantunque mal fortificata, Federico non credette di poter ottenere colla forza ciò che veniva negato alle sue preghiere. Chiuso tra il mare e le montagne omai disperava di poter sottrarsi a tanto pericolo, quando gli venne incontro il marchese Malaspina, il quale conducendolo per le strette gole delle montagne de' suoi feudi, lo ridusse senza incontrar nemici fino a Pavia, ove giunse alla metà di settembre.

Colà Federico convocò subito una dieta, ordinando ai suoi vassalli d'andarvi con tutte le milizie di cui potevano disporre; ma il piccolo numero degl'intervenuti lo convinse dell'abbassamento della pubblica opinione. I deputati di Pavia, di Novara, di Vercelli e di Como, il marchese Obizzo Malaspina, il conte di Biandrate, Guglielmo marchese di Monferrato ed i signori di Belfort, del Seprio e della Martesana, formarono soli l'assemblea. L'imperatore dipinse nel discorso d'apertura la condotta delle città federate come un'odiosa ribellione, che non poteva lasciare impunita senza pregiudizio del suo onore; e, gettando il guanto in mezzo all'assemblea, giurò di castigare la loro insolenza. Pose quindi al bando dell'Impero tutte le città confederate, ad eccezione di Cremona e di Lodi, rispetto alle quali, in vista de' grandi servigi prestatigli in addietro, non volle giudicarne severamente l'attuale condotta[187].

[187] _Continuator Acerbi Morenae p. 1137._