Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 8

Chapter 83,522 wordsPublic domain

LA vittoria ottenuta da Federico contro la prima città d'Italia e la punizione inflittale, si celebrarono dai partigiani dell'Impero come un nobile e glorioso trionfo, come un luminoso atto di giustizia di un grande monarca: i deputati delle Provincie, i vescovi, i conti, i marchesi, i podestà, i consoli delle città s'affrettarono di recarsi a Pavia per felicitare l'imperatore di così glorioso avvenimento; e quando si presentò loro coll'imperatrice ornato dell'imperiale diadema, ch'egli aveva giurato di non portare finchè non avesse soggiogati i Milanesi, fu accolto coi più caldi applausi[151]. I Bresciani ed i Piacentini, che vedevano nella perdita di Milano la total rovina della libertà, cercarono, sottomettendosi alle più odiose condizioni, di calmare la collera di Federico. Essi atterrarono le torri e le muraglie delle loro città, ne colmarono le fosse, pagarono enormi tributi, e ricevettero il podestà mandatogli dall'imperatore. Tutto piegava innanzi a lui, ed universale era il terrore; sicchè poteva omai lusingarsi d'aver assicurato il suo trono contro qualunque avvenimento. Ma il potere fondato sul terrore non è stabile, finchè la nazione non sia compiutamente avvilita: e quantunque in que' primi istanti estremo fosse il terrore, il carattere lombardo non aveva ancora perduta tutta la sua elasticità; e se piegò alcun tempo sotto l'oppressione, non fu che per rialzarsi con maggior forza. I fuorusciti milanesi, passando d'una in altra città, raccontavano agli uomini, com'essi una volta liberi, la deplorabile ruina della loro patria, la caduta di quelle mura difese con tanta bravura, l'incendio e la profanazione delle chiese, la rapina o la dispersione delle reliquie e delle sacre immagini, e le vessazioni d'ogni maniera che, dopo distrutta la loro città, facevansi soffrire agli sventurati loro concittadini. Non saziavansi di andar replicando come il vescovo di Liegi e Pietro de' Cunin, che successivamente li governarono, non contenti di averli divisi in quattro borgate, che per loro ordine avean dovuto fabbricare due miglia lontano dalla città, pigliavansi le loro messi, s'appropriavano i poderi, accrescevano i tributi, e gli sforzavano a trasportare essi medesimi i materiali della distrutta città per innalzare castelli e palagi all'imperatore[152]. Generose lagrime cadevano loro dagli occhi quando descrivevano le battaglie che sostennero, e que' gloriosi giorni ne' quali, in mezzo ai pericoli e mancanti d'ogni cosa, pure credevansi ancora felici finchè vedevansi armati per difesa della patria.

[151] _Otto Mor. p. 1105, 1107. — Trist. Calc. Hist. Patr. l. X, p. 256. — Joh. Bapt. Villan. Hist. Laud. Pomp. l. II, p. 875._

[152] _Sire Raul p. 1188. — Galv. Flam. Manip. Flor. c. 192. p. 644. — Bern. Corio Stor. Milanesi p. I, p. 54._

Le grandi sventure sogliono soffocare le antiche nimistà: Pavia, Cremona, Lodi, Bergamo, Como, avevano aperte le loro porte ai rifugiati. Anche in mezzo alle guerre nazionali i legami dell'ospitalità riunivano le famiglie delle vicine città, ed accoglievansi cordialmente a tavola coloro contro i quali poc'anzi per onore della propria città avevano combattuto. I racconti de' Milanesi s'imprimevano più profondamente nell'animo degli uditori dopo che i partigiani dell'Impero incominciarono ad esperimentare ancor essi i funesti effetti della loro vittoria. Aveva bensì Federico permesso ai Cremonesi, ai Pavesi, ai Lodigiani di eleggersi i loro consoli; ma aveva mandati podestà a Ferrara, a Bologna, a Faenza, ad Imola, a Parma, a Como, a Novara, città che pur non erano alleate ai Milanesi, o che anzi avevano mandate le loro milizie in soccorso dell'imperatore: e quando in sul finire dell'estate questi passò in Germania, lasciava in Italia Rainaldo cancelliere dell'Impero, ed arcivescovo eletto di Colonia, in qualità di suo luogotenente generale, il quale rese indistintamente più grave a tutti i Lombardi il giogo loro imposto.

Ninna scrittura ci fa meglio conoscere il terrore da cui erano compresi gl'Italiani, quanto gli Annali genovesi. Siccome lo storico Caffaro gli andava dettando anno per anno, conservarono dopo tanti secoli l'impressione del momento. Perciò lo stesso scrittore che con tanto entusiasmo aveva descritto l'universale ardore dimostrato dai Genovesi, quando, nel 1158, temendo d'essere attaccati dall'imperatore, rialzarono e rinforzarono le loro mura[153], parlando adesso delle fresche vittorie di Federico adopera le più lusinghiere frasi, chiamandolo _l'imperatore sempre augusto, sempre trionfante, quello che innalzò l'impero al più elevato grado di gloria_[154]. Infatti i Genovesi spedirono una deputazione a Federico per felicitarlo della sua vittoria, ed assicurarlo della loro sommissione. E perchè nel tempo medesimo gli offrirono una flotta per valersene nella sua guerra di Sicilia, ottennero da lui un atto che ci fu conservato, col quale accorda ai consoli di Genova il diritto di chiamare sotto le loro bandiere in tempo di guerra gli abitanti della costa ligure da Monaco fino a porto Venere, vale a dire di quasi tutto l'attual territorio della repubblica, salva però sempre la fedeltà che questi vassalli di second'ordine dovevano all'Impero, ed il diritto di giustizia de' conti e dei marchesi. Riconfermò al popolo il diritto di eleggere i suoi consoli, ed accordò in feudo ai Genovesi Siracusa ed altri duecento cinquanta feudi nella valle di Noto, promettendogliene loro il possesso all'istante che col loro ajuto sarebbesi impadronito della Sicilia. Gli concesse inoltre, con pregiudizio de' Provenzali, il privilegio esclusivo di commerciare in tutti i luoghi marittimi, non escluso lo stato di Venezia, qualora i Veneziani non riacquistassero la sua grazia. Li dispensò pure dal militare per lui, tranne sulle coste della Provenza e delle due Sicilie; e per ultimo si obbligava a non far la pace con Guglielmo re di Napoli, o con i suoi successori senza il libero assenso de' consoli genovesi[155].

[153] _Caffari Ann. Genuenses l. I, p. 271._

[154] _Idem. p. 278._

[155] Questo trattato viene riportato per intero dal Muratori. _Antiqu. Ital. Diss. XLVIII. t. IV, p. 253._

Mentre con questi speciosi privilegi pareva che Federico esentasse i soli Genovesi dal giogo che aveva posto alle altre città, si offerse arbitro delle contese che avevano coi Pisani, perchè desiderava di rendere la pace a due popoli, onde valersi a proprio vantaggio delle loro armi. La guerra che al presente facevansi le due repubbliche ebbe principio in Costantinopoli, ove ambedue avevano stabilita una colonia. I Pisani trovandosi colà in numero di due mila, mal soffrivano nel commercio di quella capitale la concorrenza de' Genovesi, la di cui colonia non contava più di trecento uomini; perciò gli attaccarono, e, senza che il governo greco, testimonio di tanta violenza, osasse d'immischiarsi nella contesa di commercianti bellicosissimi ch'egli accarezzava e temeva, gli spogliarono affatto e cacciarono dalla città. I Genovesi disponevansi appunto a vendicare sul mar tirreno l'affronto fatto ai loro concittadini quando Federico usò della sua autorità per far loro deporre le armi. I deputati delle due città rivali dovettero firmare in Torino una tregua colla quale s'obbligavano di non riprendere le armi, finchè l'imperatore non pronunciasse la sua sentenza dopo tornato dalla Germania[156].

[156] _Caffari Ann. Gen. p. 280.-283. — Breviarium Pisanæ Hist. p. 173.-174. — Uber. Fol. Gen. Hist. l. II, p. 268. — Marang. Cronache di Pisa. Scrip. Etr. t. I, p. 387._

(1163) Quando l'imperatore tornò in Italia in sul finire del 1163, non più come conquistatore, ma come padrone, trovò queste due città sommamente inasprite da un nuovo motivo di discordia. Avevano i Pisani, come si disse a suo luogo, conquistata già da un secolo l'isola di Sardegna, e ne avevano dato in feudo le signorie a molti loro gentiluomini. Ma questi feudatari, trovandosi lontani dalla metropoli, eransi quasi emancipati da ogni dipendenza e resi sovrani indipendenti, appoggiati dall'alleanza de' Genovesi che possedevano alcune fortezze in Sardegna. Quest'isola era allora caduta quasi tutta in potere dei quattro signori di Sallura, di Logodoro, di Arborea e di Cagliari, i quali col titolo di giudici affettavano un fasto reale. Barisone giudice d'Arborea che discendeva dall'antica famiglia Sardi di Pisa (posta in possesso d'Arborea quando i Pisani conquistarono la Sardegna), essendo di questi tempi andato a Genova, trovò che due suoi compatriotti erano stati innalzati alle principali magistrature della repubblica. Corso Sismondi era console del comune, e Sismondi Muscula console delle liti[157]. Propose loro di riporre tutta l'isola sotto l'alta signoria di Genova, a condizione d'ajutarlo ad allargare la propria autorità. A Federico che, sempre avido di riconquistare gli antichi dominj dell'impero romano, non aveva potuto far valere (1164) i suoi pretesi diritti sulla Sardegna, si presentò a Fano Barisone, offerendogli di fargli omaggio dell'isola di Sardegna e di pagargli a titolo di tributo un canone di quattro mila marche, a condizione che l'imperatore volesse riconoscere i suoi diritti, o piuttosto le sue orgogliose pretese, ed investirlo del regno sardo. I consoli genovesi Corso Sismondi e Baldizzo Ususmari, deputati del comune presso Federico, dovevano dare guarentia per Barisone e promettere l'assistenza della loro flotta per metterlo al possesso del nuovo regno, ch'egli doveva poi sempre mantenere ligio e devoto alla repubblica di Genova.

[157] _Obertus Cancel. Ann. Gen. l. II. p. 292._

Tosto che i consoli pisani, che pure trovavansi alla corte di Federico, ebbero sentore di questo trattato, riclamarono altamente contro la concessione che l'imperatore era per fargli, rimostrando che la Sardegna era una proprietà di Pisa e che Barisone, il quale aveva la sciocca vanità di aspirare allo splendore della corona, era vassallo e livellario della loro repubblica. I consoli genovesi che fino allora non eransi più che tanto interessati alle proposizioni fatte dal giudice d'Arborea, abbracciarono subito la sua difesa per dar peso alle loro pretese sulla Sardegna, ed impedire che non fossero dall'imperatore riconosciuti i titoli dei loro rivali. Ma questi, senza prendersi troppa cura di scandagliare il merito della causa, s'affrettò d'accettare il danaro che venivagli offerto per una corona che non gli apparteneva; e fece stendere dai suoi notai un diploma col quale dichiarava Barisone re di Sardegna; dopo di che domandavagli le quattro mila marche promesse[158].

[158] _Obertus Cancel. Ann. Genuens. p. 293, 294. — Breviar. Pisanæ Hist. p. 175, 176. — B. Marangoni Cron. di Pisa p. 394._

Il giudice d'Arborea, costretto d'imitare il fasto della corte e largamente spendendo, aveva omai consunti que' tesori che il ristretto vivere tra i suoi rustici vassalli gli faceva credere inesauribili. Di modo che quando Federico gli accordò il diploma sì lungo tempo desiderato, il nuovo re non aveva la somma convenuta. Vero è ch'egli disponevasi a stabilire nella sua isola le imposte di cui vedeva aggravati i popoli del continente, e protestando che i suoi sudditi, abbagliati dallo splendore della nuova dignità, s'addosserebbero con piacere le spese del trono, chiedeva a Federico di rientrare nella sua isola ond'essere in grado di soddisfare in breve al suo debito; ma l'imperatore dichiarò che non gli avrebbe permesso di allontanarsi dalla sua corte senza aver prima mantenute le sue promesse.

I consoli genovesi che avevano favoreggiata la sua causa più per soddisfare al loro odio contro di Pisa, che per affetto che portassero a Barisone, si risolsero di soccorrerlo. Nè pagarono soltanto le quattro mila marche dovute all'imperatore; che vi aggiunsero altre più ragguardevoli somme per accompagnarlo con un'armata in Sardegna; ma perchè risguardavano la sua persona come la sola cauzione del loro credito, non gli permisero mai di sbarcare nella sua isola; e dopo essere rimasto alcun tempo in faccia ad Arborea, sospettando che li tradisse e si accomodasse di nuovo coi Pisani, lo ricondussero a Genova, ove lo tennero prigioniero per i suoi debiti[159].

[159] _Obert. Can. p. 295.-298. — B. Maran. Cron. di Pisa p. 398._

Intanto i giudici di Gallura e di Logodora, avendo rinnovato il loro giuramento di fedeltà ai Pisani, avevano coi soccorsi della repubblica occupato il distretto d'Arborea e postolo a fuoco ed a sangue, di modo che il nuovo re di Sardegna, lungi dall'assoggettarsi i suoi uguali, aveva inoltre perduto l'antico suo patrimonio. Non però, quantunque dimenticato più anni in prigione, lasciarono le rivali repubbliche di battersi in mare e di distruggere i vascelli nemici e le fortezze poste lungo le loro spiaggie.

Ma in tempo di queste guerre con Pisa erano i Genovesi interamente travagliati da una civile discordia, di cui lo storico pubblico non ne trascrisse le particolarità per timore di disonorare la sua patria[160]. Racconta solo che le nobili famiglie degli Avogadi e de' marchesi della Volta, forse rivali in credito ed in potenza, eransi offese, ed avevano strascinati gli amici nella loro contesa. Un marchese della Volta era stato ucciso del 1165, quantunque fosse allora console; e furono ugualmente uccisi nel susseguente anno Rubaldo Barattieri, Sismondo Sismondi, Juscello e Scotto. E perchè l'odio delle due famiglie, rendendosi ogni giorno più vivo, toglieva ogni speranza di accomodamento, i consoli del 1169, per ristabilire la pace tra fazioni sorde alle loro voci, e più del governo potenti, furono costretti di ordire in certo qual modo una cospirazione.

[160] _Obertus Canc. p. 310._

Cominciarono dall'assicurarsi segretamente delle pacifiche disposizioni di molti cittadini che la parentela colle famiglie rivali strascinava loro mal grado nella lite; indi consigliatisi con Ugo, venerabile vecchio loro arcivescovo, fecero avanti giorno chiamare dalle campane del comune i cittadini a parlamento, sperando che la sorpresa e l'allarme di così improvvisa chiamata, in mezzo all'oscurità della notte, renderebbe l'adunanza e più numerosa e più tranquilla. I cittadini nel recarsi a parlamento videro in mezzo alla piazza il loro vecchio arcivescovo circondato da' suoi clerici in abito di cerimonia e con torchie accese in mano, mentre che le reliquie del protettore di Genova s. Giovanni Battista stavano colà esposte, ed i più ragguardevoli cittadini tenevano tra le loro mani le croci supplichevoli.

Quando l'assemblea fu riunita, alzossi il vecchio prelato, e colla mal ferma sua voce scongiurò i capi di fazione in nome del Dio della pace, per la salute delle anime loro, in nome della patria e della libertà, che le loro discordie menavano ad aperta ruina, a giurare sul vangelo intera dimenticanza delle loro contese, e stabil pace. Poich'ebbe terminato di parlare, gli araldi si presentarono a Rolando Avogado, l'un de' capi d'una fazione che trovavasi presente all'assemblea, ed assecondati dalle acclamazioni del popolo e dalle preghiere de' suoi parenti medesimi, gl'intimarono di accedere al voto dei consoli e della nazione.

Rolando stracciavasi gli abiti da dosso, e, sedutosi in sulla terra e piangendo, chiamava ad alta voce i morti parenti che aveva giurato di vendicare, e che non gli acconsentivano di perdonare le loro antiche offese. E perchè non potevano ridurlo ad appressarsi al luogo ove stava il libro de' vangeli, gli s'avvicinarono i consoli stessi, l'arcivescovo ed il clero, i quali a forza di preghiere lo fecero finalmente giurare sul vangelo obblio delle passate inimicizie.

Folco e Castro ed Ingo della Volta, capi della contraria parte, non erano intervenuti all'adunanza, onde il popolo ed il clero recaronsi in folla alle loro case, e trovaronli già commossi da quanto era stato loro raccontato; perchè, approfittando delle loro disposizioni, li fecero giurare una sincera riconciliazione, e dare il bacio della pace ai capi dell'opposta fazione. In segno di allegrezza per così lieto avvenimento, si suonarono le campane della città, e l'arcivescovo ritornato sulla pubblica piazza intuonò il _Tedeum_ in onore del Dio della pace che aveva salvata la patria[161].

[161] _Obertus Canc. Ann. Genuens. p. 324-327. Uberti Foliettæ Genuensis Hist. l. II, p. 278._

Abbiamo detto che Federico era tornato in Italia del 1163 conducendo seco la sposa, una splendida corte, ma non truppe. I Pavesi, approfittando del terrore del di lui nome, mossi da vecchia gelosia, vollero distruggere Tortona, onde rappresentarono all'imperatore che i Milanesi non l'avevano rifabbricata che per mostrar disprezzo delle sue vendette, e che una città, da lui ruinata e rifatta dai suoi più acerbi nemici, cospirerebbe sempre coi faziosi: a queste ragioni aggiunsero l'offerta di ragguardevole somma, ed ottennero dall'imperatore la facoltà di atterrare fino alle fondamenta le mura della già ruinata città. Nell'eseguire quest'imperiale rescritto non solo distrussero le mura che potevano dare agli abitanti di Tortona un mezzo di difesa, ma ne demolirono ancora le case[162].

[162] _Otto Mor. Hist. Laud. p. 1123._

(1164) Questo fu per altro l'ultimo atto violento che la fazione vittoriosa si permettesse per soddisfare ad un'antica rivalità che omai andava calmandosi. Durante la lontananza dell'imperatore, i podestà da lui posti al governo delle diocesi avevano bruttamente abusato della loro autorità, esigendo contribuzioni sei volte più gravi di quelle che portavano le antiche consuetudini, e non lasciando agli abitanti del Milanese e del Cremasco che il terzo del raccolto. Lo stesso Morena, tanto affezionato storico dell'imperatore, depose che non eravi alcun Lombardo il quale, rammentando l'antica libertà della sua patria, non riguardasse come un obbrobrio le tasse cui vedevasi esposto, e non desiderasse di vendicarsi[163]. Pure gl'Italiani avevano atteso il ritorno dell'imperatore, lusingandosi che in allora avrebbe posto riparo agli abusi d'ogni maniera sotto cui gemevano.

[163] Id. Ibid. p. 1127-1129. Non sappiamo per altro se Otto Morena sia sempre l'autore di questa parte della storia, o se abbia a quest'epoca incominciato la continuazione scritta da suo figliuolo Acerbo. La narrazione dal padre viene senza interrompimento continuata dal figliuolo e da uno sconosciuto, senza che possa sapersi ove termina l'uno, ed incomincia l'altro. Acerbo Morena militò sotto l'imperatore, e morì nella spedizione di Roma l'anno 1167. Acerbo manifesta sentimenti più generosi e più liberali del padre.

Difatti, avvertiti i Milanesi che Federico recavasi da Lodi a Monza ove faceva fabbricare un palazzo, presentaronsi affollati lungo la strada che doveva tenere, ed in tempo di notte, in mezzo al fango e sotto una dirotta pioggia, lo pregavano colle ginocchia a terra e con profondi gemiti a trattarli con maggior dolcezza. Federico si mostrò commosso, ed ordinò che si rilasciassero i loro ostaggi, ma avendo rimesso ai suoi ministri l'esame delle loro lagnanze, questi ne presero anzi motivo per aggravare di nuove tasse gli sgraziati che avevano osato di lamentarsi[164].

[164] _Sire Raul p. 1189._

Gli abitanti della Marca veronese che non avevano quasi presa parte alcuna nelle guerre di Lombardia, presentarono pure le loro istanze contro queste vessazioni tanto più odiose, quanto che i ministri regi non avevano alcun motivo di trattarli ostilmente. Pure non furono ascoltati. Intanto essendosi l'imperatore innoltrato nell'Emilia dalla banda di Fano, le città lombarde approfittarono del suo allontanamento per tenere un'adunanza. Verona, Vicenza, Padova e Treviso giurarono di sussidiarsi vicendevolmente ne' tentativi che farebbero per minorare i diritti dell'Impero, riducendoli alla misura praticata dagl'imperatori ortodossi predecessori di Federico. Convennero inoltre di opporsi ad ogni usurpo del monarca, e di esaminare le prerogative che gli appartenessero per diritto[165].

[165] Vita Alex. III a Card. Arragonio p. 456 — Se può darsi fede allo storico greco Cinnamo (L. V, c. 13. p. 103. Bisan. t. XI), quest'alleanza fu conchiusa ad istigazione dell'imperatore Manuele Comneno geloso del crescente potere di Federico. Egli contestavagli il titolo d'imperatore, e mandò Niceforo Calufi a Venezia, ed altri agenti di minor conto nelle altre città con ragguardevoli somme di danaro per eccitare alle armi i Lombardi in difesa della loro libertà.

Anco i Veneziani, che da lungo tempo erano diventati odiosi a Federico, presero parte in questa lega, che allora si credette abbastanza forte per metter fine alle vessazioni de' governatori tedeschi: attaccò nella Marca trivigiana que' gentiluomini ch'eransi rifiutati d'entrare nella lega, e scacciò gli ufficiali dell'imperatore più odiosi al popolo.

Tosto che Federico ebbe notizia di tali movimenti, tornò a Pavia, ed avendo riuniti de' Lombardi in cui più si fidava, le milizie di Pavia, di Novara, di Cremona, di Lodi e di Como, s'avanzò alla volta di Verona per devastarne il territorio; ma la lega veronese trasse in campagna la sua armata, che marciò coraggiosamente contro l'imperatore. Non tardò Federico ad avvedersi che le milizie lombarde lo seguivano di mala voglia; e spaventato di trovarsi in loro balìa, abbandonò precipitosamente il campo, e fuggì innanzi ai Veronesi[166]. Dopo tal epoca tutte le città gli diventarono sospette, e perchè i marchesi, i conti, i capitani dovevano essere naturali nemici delle città libere, contrasse alleanza con questi, e ripartì nelle loro fortezze i suoi migliori soldati tedeschi[167].

[166] _Acerbus Morena p. 1123._

[167] _Vita Alex. III. a Card. Arrag. p. 456._

Dopo così umiliante esperimento della sua debolezza, Federico non poteva prolungare il suo soggiorno in Italia senza esporsi a grandissimi rischi. Passò dunque in Germania poco dopo essersi ritirato dal Veronese, assicurando però i suoi alleati, che sarebbe in breve tornato con un'armata capace di mettere a dovere i sudditi ribelli.

Comunque insopportabil peso dovesse riuscire a così impetuoso carattere, come era quello di Federico, il ritardo della vendetta, fu non pertanto obbligato di lasciare ai Lombardi che lo avevano offeso, abbastanza di tempo per esercitare le truppe, fortificare le città, e contrarre nuove alleanze. L'antipapa Vittore III, che l'imperatore aveva opposto a papa Alessandro, era morto in principio di quest'anno; ed il successore ch'egli aveva fatto nominare, Guido da Cremona, che faceva chiamarsi Pasquale III, non era riconosciuto da verun altro sovrano, onde Federico trovavasi avviluppato in continui negoziati coi re di Francia e d'Inghilterra, che lo andavano eccitando a dar la pace alla Chiesa, e coi propri sudditi di Germania che non erano sempre disposti a riconoscere vescovi scismatici. A tali ostacoli s'aggiunse in Germania la guerra che rinnovossi tra le case guelfa e ghibellina, cui Federico non poteva essere indifferente[168].

[168] _Otto de Sancto Blasio Chron. c. 18. et 19. t. VI. Rer. It. p. 875 — Conradi ab. Usper. Chron. p. 293. apud Pithaeum._