Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Part 7
Erano più di sei mesi che quest'ultima città era stata cinta d'assedio, nè l'imperatore si lasciava muovere dall'asprezza dell'inverno a renderlo men vivo. Fece riparare la torre mobile che gli assediati avevano rispinta, e costruirne un'altra, che, a fronte della più ostinata resistenza, furono portate in tanta vicinanza della muraglia, che i balestrieri soprastavano agli assediati. (1160) Ma ciò che gli diede maggior speranza di condurre l'impresa a felice fine, fu il tradimento di Marchese, principale ingegnere de' Cremaschi, il quale, passato essendo nel campo imperiale, presiedette alla costruzione di nuove macchine contro quella città, che aveva fin allora lungo tempo difesa[135]. Egli consigliò l'imperatore a mettere sulle torri i migliori soldati, ed i balestrai nella parte più elevata, perchè, dominando le mura, facessero ritrarre gli assediati dalle difese, mentre il fior de' guerrieri getterebbe dal primo piano i ponti sulle mura. Il rimanente dell'armata avanzavasi all'assalto tra l'una torre e l'altra, disposta a valersi della zappa e della scala, secondo che tornerebbe più in acconcio, tosto che vedessero abbassati i ponti levatoj. Dal canto loro gli assediati si ordinavano sulle mura, e coperti di mantelletti sforzavansi coi loro gatti o montoni adunchi d'impadronirsi, o di rovesciare i ponti che dalle torri facevansi cadere sulle loro mura. Respinti più volte da queste, altre tante le ricuperarono, ributtando sempre valorosamente gli assalitori, tra i quali facevasi distinguere Attone conte palatino di Baviera, il primo a lanciarsi sulle mura, l'ultimo ad abbandonarle. Dopo aver perduto assai gente esposta alle freccie degli arcieri, senza che potessero nè difendersi nè vendicarsi, in sul cadere del giorno furono costretti d'abbandonare le mura esteriori e di ripiegarsi entro i secondi ripari, disposti in tutto di voler sostenere con egual vigore un secondo assedio[136].
[135] _Otto Morena p. 1046._
[136] _Radev. Fris. l. II, c. 59. — Otto Moren. 1045, 1047. — Guntheri Ligurinus l. X. p. 148, 150._
Ma quando, durante la notte, riconobbero le poche forze che loro rimanevano, e numerarono i valorosi soldati che avevano perduti, quando videro le fosse colmate, ed osservarono la debolezza del muro interno, abbandonaronsi alla disperazione. All'indomani proposero al patriarca d'Aquilea ed al duca di Baviera di entrare in trattato per la resa colla loro mediazione. Il patriarca assicurò i consoli, che il solo mezzo di calmare la collera dell'imperatore era quello di darsi a discrezione.
Uno di loro, comprimendo il suo dolore, rispose non aver essi prese le armi contro Federico, ma bensì contro i Cremonesi, risoluti di non servire che a Dio ed all'imperatore: che credevano d'aver fatto conoscere che preferivano la morte ad una ingiusta schiavitù: che la loro alleanza coi Milanesi non aveva avuto altro oggetto, che quello di liberarsi dalla servitù: che l'avevano mantenuta fin che Dio lo permise, ma che ora erano sforzati di risguardare come un segno della celeste collera la disperata situazione cui trovavansi ridotti. Ed in fatti essi avevano ancora armi e viveri senza poterne far uso per salvezza della loro libertà. Il console pose fine al suo parlare, chiedendo che, poichè il vittorioso imperatore era pur determinato di castigare i suoi concittadini, non volesse almeno darli in mano ai loro più feroci nemici, i Cremonesi.
Finalmente Federico si lasciò piegare ad offrir loro alcune condizioni, che vennero subito accettate. Permetteva loro di sortire dalla città colle mogli e figli, portando in una sol volta sulle proprie spalle quanti effetti potevano. Rispetto alle milizie sussidiarie di Milano e di Brescia, volle che sortissero senz'armi e senza salmeria; ma permise a tutti senza riserva di recarsi dove più loro piacesse.
In forza di tale convenzione il giorno 22 gennaro del 1160, gli abitanti di Crema, uomini, donne e fanciulli in numero di circa ventimila sortirono da questa sventurata città, avviandosi verso Milano. L'imperatore abbandonò Crema al saccheggio, dopo il quale i suoi soldati appiccaronvi il fuoco, ed i Cremonesi atterrarono poi fino alle fondamenta tutto quanto aveva resistito all'incendio[137][138].
[137] _Radev. Fris, l. II, c. 62._
[138] Quantunque le repubbliche lombarde impugnassero le armi per difendersi contro le armate imperiali, non cessarono però mai, anche in tempo che trovaronsi vittoriose, di riconoscere le prerogative dell'Impero e di rispettare l'imperatore, che non avrebbe facilmente trovato veruna città ribelle, se loro avesse lasciati i privilegi accordati da Ottone il grande, e non si fosse collegato, per opprimerne alcune, colle città rivali, le di cui milizie sfogavano sotto il di lui nome i loro odj privati sui vinti. Del resto quante lagrime e quanto sangue dovettero versare quelle semi-repubbliche per una larva di libertà, ed in sostanza mancanti di vera indipendenza, di unione fra loro e per conseguenza di quiete e di ogni civile felicità! _N. d. T._
Il settembre del precedente anno era morto papa Adriano IV, quando la sua lite coll'imperatore incominciava a farsi viva. Il collegio de' cardinali, riunitosi per dargli un successore, si divise fra due rivali; Rollando originario di Siena, canonico di Pisa, cardinale del titolo di san Marco, e cancelliere della Chiesa, fu eletto dagli uni, mentre dall'opposta fazione fu nominato Ottaviano nobile romano, cardinale del titolo di santa Cecilia. Il primo ch'ebbe maggiori suffragi, ed aveva il favor popolare, fu consacrato sotto nome di Alessandro III, e dalla Chiesa riconosciuto pur per legittimo papa. Il secondo, che prese il nome di Vittore III, era spalleggiato dal senato e dalla nobiltà romana; ma è verosimile che fosse egli medesimo persuaso della illegittimità di sua elezione, poichè cercò il favore degli antagonisti dei papi e della libertà romana, in Germania ed in Lombardia. Sperando Federico che questa doppia elezione indebolirebbe la corte pontificia, convocò di sua propria autorità un concilio a Pavia, intimando ai due pontefici di presentarsi. Alessandro era stato fatto prigioniere dal suo rivale; e, quantunque liberato dalla fazione popolare, non trovandosi abbastanza forte per sostenersi in Roma, dimorava ora in una ed ora in altra città a guisa di fuoruscito: pure rispose con fierezza, che il legittimo successore di s. Pietro non era subordinato al giudizio dell'imperatore, o dei concili. All'opposto Vittore passò a Pavia, e si guadagnò i suffragi di Federico e de' suoi vescovi, onde, nell'atto che fu confermata la di lui elezione, fulminò la scomunica contro Rollando o Alessandro III, il quale dal canto suo scagliò tutti i fulmini della Chiesa sul capo di Federico e dichiarò i suoi sudditi sciolti dal giuramento di fedeltà[139][140].
[139] _Barron. ad ann. 1159, § 70, et sequ. — Vita Alexan. papæ III a Card. Arragon. t. III, Rer. Ital. p. 448.-450._
Qui incominciamo a far uso della storia di Alessandro III, scritta da un autore contemporaneo e raccolta con alcune altre dal cardinale di Arragona. Questa preziosa opera ci compensa di quella di Radevico che termina poco dopo quest'epoca. Essa devesi piuttosto risguardare come la storia della guerra di Lombardia, che come quella del pontefice. Questa storia, ordinatamente scritta, è particolarizzata in modo che ben si conosce dettata da un testimonio oculare; e vi si trova tutta quella imparzialità che può pretendersi da una storia scritta in mezzo alle guerre civili. Sembra probabile che l'autore morisse prima di papa Alessandro, poichè il racconto non arriva che fino al 1178. Le altre due vite, quasi contemporanee, dello stesso papa raccolte da Amalrico Augerio e da Bernardo Guidone, non meritano pure di essere ricordate.
[140] L'elogio che il nostro autore fa alla vita anonima di papa Alessandro III, non deve farci dimenticare dell'epoca in cui fu scritta, nè l'autore di essa, quantunque assai diligente, s'innalza però sopra il livello del suo secolo. _N. d. T._
La caduta di Crema non aveva scoraggiati i Milanesi, i quali, per l'alleanza che contratta avevano col legittimo pontefice, univano la loro causa a quella di mezza l'Europa, ed ammorzavano lo zelo de' loro nemici. Inoltre i Tedeschi, dopo aver sostenuta una così lunga e penosa campagna, sospiravano pel ritorno alla loro patria; onde Federico, quantunque rimasto in Lombardia per continuar la guerra, si trovò obbligato di licenziare la maggior parte della sua armata[141], non ritenendo presso di se che suo cugino il duca Federico, figliuolo di Corrado, i due conti palatini Corrado ed Ottone coi loro vassalli, i vassalli proprj, e gl'Italiani della sua fazione. Conoscendo di non avere forze superiori a quelle de' nemici, nel 1160 si limitò a fare la piccola guerra.
[141] _Otto Mor. p. 1061. — Radev. Fris. l. II, c. 75._ Questa è l'ultima notizia che prendiamo da così pregevole scrittore, il quale dettò la sua storia lo stesso anno 1160, e la terminò allorchè furono licenziate le truppe allemanne. Alla stessa epoca termina Guntero il suo poema; onde dei Tedeschi non ci rimangono che Ottone da s. Biagio e l'abate Uspergense. Sussidio assai debole.
Il fatto di Cassano fu il più importante di questa campagna. I Milanesi avendo posto l'assedio a quel castello occupato dalle truppe imperiali, Federico marciò il nove agosto per soccorrere gli assediati con alcune milizie pavesi, tutte quelle di Novara, di Vercelli e di Como, i vassalli di Seprio e della Martesana, il marchese di Monferrato, ed il conte di Biandrate. Un rinforzo condotto dal duca di Boemia lo raggiunse quando già trovavasi in faccia all'armata repubblicana, ch'egli circondò da ogni banda, togliendole la comunicazione con Milano. Allorchè i consoli s'avvidero della difficile situazione cui erano ridotti, non volendo dar tempo ai soldati di conoscere il comune pericolo, e non esporli a soffrire la fame, ordinarono di attaccare all'istante i nemici. Opposero ai Tedeschi ed all'imperatore i battaglioni di porta Romana e di porta Orientale, confidando loro la guardia del Carroccio, perchè l'ardore con cui difenderebbero quel sacro deposito, gli uguaglierebbe per lo meno ai Tedeschi, più di loro esperti nell'arte militare. Collocarono i battaglioni delle altre due porte e gli ausiliari bresciani contro gl'Italiani. Il valor personale di Federico, sormontando ogni ostacolo, penetrò fino al Carroccio, uccise i buoi che lo conducevano, atterrò la croce dorata ond'era ornato, e prese lo stendardo del comune. Ma intanto l'altr'ala dei Milanesi trionfava compiutamente degl'imperiali, di modo che le due armate credevano ugualmente d'aver guadagnata la battaglia, quando una violenta pioggia obbligò i combattenti a separarsi. Rientrando nel campo l'ala vittoriosa dei Milanesi, conobbero la rotta avuta dall'altra; perchè insofferenti dell'affronto fatto al Carroccio, uscirono tutti di nuovo per attaccare l'imperatore, il quale, avendo perduto molti suoi valorosi soldati e trovandosi separato dai Novaresi ch'erano fuggiti, abbandonò precipitosamente i prigionieri ed i suoi equipaggi. I repubblicani, paghi d'aver veduto l'imperatore fuggire innanzi a loro, rientrarono trionfanti in Milano carichi delle sue spoglie[142].
[142] _Otto Morena Hist. Laud. p. 1087._
Il susseguente giorno furono ugualmente rotte le milizie cremonesi e lodigiane, che marciavano con un convoglio d'approvigionamenti in soccorso dell'imperatore: ed in pari tempo gli assediati del castello di Cassano piombarono improvvisamente addosso alle poche truppe rimaste nel campo, e, bruciate le macchine dei Milanesi, gli sforzarono a levar l'assedio malgrado tutti i vantaggi riportati il precedente giorno.
Prima di porsi ai quartieri d'inverno in Pavia, Federico radunò i feudatari italiani, e gli obbligò sotto la santità del giuramento di raggiungere con tutte le loro forze i suoi stendardi nella vegnente primavera. Si annoverano con dispiacere fra costoro il marchese Obizzo Malaspina ed il conte di Biandrate, che in principio della guerra avevano combattuto per una causa più nobile[143].
[143] _Otto Morena Hist. Laud. p. 1087._
(1161) Alcune scaramuccie di veruna importanza aprirono la campagna del 1161. Il giorno 16 di marzo i Lodigiani ed i Piacentini, senza che gli uni sapessero degli altri, andarono nel bosco di Bulchignano posto al confine dei loro territorj per sorprendersi reciprocamente con un'imboscata, e vi stettero tutta la notte senz'avvedersi della prossimità del nemico; ma essendosene in sul far del giorno accorti i Piacentini, approfittarono della sorpresa de' Lodigiani e li fecero quasi tutti prigionieri.
Intanto vergognandosi i Tedeschi che l'imperatore rimanesse come abbandonato in mezzo ai Lombardi, verso la metà di giugno passarono le Alpi per venire in suo soccorso. La loro armata di quasi cento mila uomini si congiunse a Federico avanti il raccolto, ond'egli postosi alla loro testa potè avanzarsi nel territorio milanese e bruciarne le biade ancora immature fino alla distanza di dodici in quindici miglia dalla città. I Milanesi tentarono più volte inutilmente di scacciare il nemico dal loro territorio, ma rimasero perdenti in quasi tutti gl'incontri[144].
[144] _Otto de Sancto Blasio in Chron. c. 16. Scrip. Rer. Ital. t. VI, p. 874._
Quando poi in settembre s'avvicinavano a maturità i secondi raccolti, il miglio e le fave[145][146], Federico invase di nuovo il territorio milanese e consumò queste derrate col fuoco, come aveva prima distrutte le biade. In tutto il rimanente della campagna i vantaggi e le perdite si compensarono da ambe le parti; di modo che i soli fatti notabili sono le crudeltà dell'imperatore verso i prigionieri cui faceva tagliar le mani o appiccare.
[145] Morena nel suo barbaro latino li chiamava blava, che è la biada degl'Italiani, vocabolo adoperato per indicare il raccolto d'autunno e sopra tutto la biada di Turchia e la sagina, che io credo non ancora coltivata in Italia nel dodicesimo secolo. Si potrebbe per altro risguardare questo passo come una prova del contrario.
[146] Anticamente il nome generico di biava usavasi in Lombardia per indicare qualunque specie di granaglie, ma il grano turco s'incominciò a coltivare alcuni secoli dopo l'epoca di Federico Barbarossa. _N. d. T._
Al cominciar dell'inverno, Federico stabilì il suo quartiere a Lodi, facendo in pari tempo fortificare Rivalta Secca e s. Gervasio per tagliare la comunicazione tra Milano, Brescia e Piacenza, di maniera che i Milanesi non potevano procacciarsi le vittovaglie da queste due città. Ad accrescere le angustie di questi, oltre la ruina quasi totale delle loro campagne, s'aggiunse un fatale incendio che consumò due quartieri della città ov'erano posti quasi tutti i granai, talchè in sul cominciar dell'inverno mancavano già i viveri. (1162) L'imperatore, che non ignorava le sventure de' suoi nemici, faceva crudelmente punire coloro che si attentavano d'introdurre vittovaglie in Milano, cosicchè in un solo giorno rimasero senza mani venticinque paesani, che i suoi soldati avevano trovati carichi di munizioni[147]. Perchè conobbero i Milanesi essere loro impossibile di giungere con sì scarse provvisioni fino al nuovo raccolto, che pure dovevano credere che verrebbe, siccome il precedente, distrutto dai nemici, di modo che ciò che la forza delle armi non ottenne, si consegui dall'onnipotenza della fame. I consoli spedirono all'imperatore, che in allora soggiornava a Lodi, deputati ad offrire umili condizioni di pace; cioè di demolire, in attestato di sommissione, le mura in sei luoghi, e di ricevere in avvenire i podestà che vorrà mandarli. Ma Federico rispose ai loro deputati, che non isperassero grazia finchè non gli s'arrendessero senza condizione, abbandonandosi affatto alla sua clemenza. Allorchè si ebbe in Milano tale risposta, i magistrati protestarono invano di non voler rinunciare alla libertà che perdendo la vita, perciocchè il popolo ammutinato trionfò della loro resistenza e gli obbligò a sottomettersi[148].
[147] _Sire Raul p. 1186._
[148] _Otto Morena p. 1099._ È vero che l'imperatore lasciava in loro arbitrio di arrendersi a discrezione o sotto così dure condizioni, che i suoi medesimi cortigiani non credevano eseguibili; e perciò s'applicarono al primo partito. _Burchardi Ep. de Excid. Med. t. VI, Rer. Ital. p. 915._
Cedendo al volere del popolo gli otto consoli con altri otto cavalieri si presentarono il giorno primo di marzo al palazzo dell'imperatore in Lodi, e tenendo la spada nuda in mano si arresero a discrezione in nome della città. Giurarono nello stesso tempo d'essere disposti ad ubbidire a tutti gli ordini imperiali; giuramento che verrebbe rinnovato da tutti i Milanesi. Tre giorni dopo, richiese l'imperatore che trecento cavalieri venissero a deporre ai suoi piedi le loro spade e trentasei stendardi del comune. In tal occasione Guintellino, capo degl'ingegneri, gli portò pure le chiavi della città. Allora l'imperatore, senza per altro far conoscere le sue intenzioni, domandò che venissero al suo quartiere tutti quelli che furono consoli, negli ultimi tre anni, e gli si recassero tutti gli stendardi della città; umiliante cerimonia cui i Milanesi si sottomisero il susseguente martedì.
I cittadini di tre quartieri della città andavano avanti al Carroccio portando in mano supplichevoli croci, e quelli degli altri tre chiudevano la processione. Quando il sacro carro fu a vista dell'imperatore, i trombetti della signoria fecero per l'ultima volta eccheggiar l'aria del loro clangore; l'albero su cui sventolava lo stendardo s'abbassò come spontaneamente innanzi al trono, e non fu rialzato senz'ordine di Federico. Il Carroccio con novantaquattro stendardi furono in seguito dati ai Tedeschi. Allora uno de' consoli milanesi si fece ad arringare l'imperatore, supplicandolo d'usare misericordia alla sua patria. Tutto il popolo si gettò subito ginocchione, domandando perdono in nome delle croci che portavano. Il conte di Biandrate che militava sotto Federico, prendendo una croce di mano a quelli contro cui aveva poc'anzi combattuto e che per lo innanzi servì, si prostrò innanzi al trono domandando grazia per loro. Tutta la corte, tutta l'armata piangeva a così compassionevole spettacolo; e soltanto non iscorgevasi verun indizio di commozione sul volto dell'imperatore. Diffidando della sensibilità della consorte, non aveale permesso di assistere a questa ceremonia; perchè i Milanesi, non potendo avvicinarsele, gettavano verso le sue finestre le croci che erano portate e che dovevano parlare per loro. Federico poi ch'ebbe ricevuto il giuramento di fedeltà da tutti quelli che accompagnavano il Carroccio, e scelti quattrocento ostaggi, ordinò al popolo di tornare a Milano, di demolire le sei porte della città ed i muri attigui e di riempire la fossa, ond'egli potesse liberamente entrare colla sua armata. Dietro loro mandò pure sei gentiluomini tedeschi e sei lombardi, tra i quali lo storico Morena, per ricevere il giuramento di fedeltà da coloro ch'erano rimasti in Milano, e rivocò la sentenza che aveva posti i Milanesi al bando dell'impero.
Erano omai dieci giorni passati dopo la resa della città, ed il vincitore in cambio di occuparla colle sue truppe conduceva l'armata da Lodi a Pavia, ove rimaneva otto giorni, senza manifestare le sue intenzioni. Finalmente il 16 di marzo ordinò ai consoli di Milano di far sortire tutti gli abitanti dal circondario delle mura: misteriosi ordini che i magistrati eseguirono tremando. Molti cittadini rifugiaronsi in Pavia, in Lodi, in Bergamo, in Como e nelle altre città lombarde; ma la maggior parte della popolazione aspettò l'imperatore fuori delle mura, avendo tutti, uomini, donne e fanciulli abbandonato le proprie case, che non sapevano se avrebbero più rivedute, e Milano rimase affatto deserto.
L'imperatore comparve alla testa delle sue truppe il giorno 25 di marzo, e pubblicò finalmente la sentenza da lungo tempo sospesa: che Milano doveva atterrarsi fino alle fondamenta, ed il nome dei Milanesi cancellarsi dalla nota delle nazioni lombarde. All'istante i quartieri della città furono consegnati ai più caldi nemici con ordine di distruggerli; porta Orientale ai Lodigiani, la Romana ai Cremonesi, la Ticinese ai Pavesi, la Vercellina ai Novaresi, la Comacina ai Comaschi, e porta Nuova ai vassalli del Seprio e della Martesana. L'armata imperiale si occupò con tanto ardore della distruzione di Milano, che dopo sei giorni di travaglio non rimaneva in piedi la cinquantesima parte delle case. L'imperatore ritornò a Pavia la domenica delle palme[149][150].
[149] _Otto Mor. p. 1103, 1105. — Sire Raul p. 1187. — Otto de Sancto Blasio c. 16, p. 875. — Trist. Calchi Hist. patr. l. X, p. 253. — Galv. Flamma Manip. Flor. c. 189, p. 642._ — Veggasi sopra tutto, _Epist. Burchardi Notarii Imp. ad Nicol. Sigebergensem abbatem t. VI, Rer. Ital. p. 915.-918_. Abbiamo in questa lettera un assai circostanziato racconto della ruina di Milano e dell'impressione che fece sui Tedeschi la vittoria dell'imperatore.
[150] Queste sono piuttosto crudeltà dei tempi che di Federico, cui il nostro autore rende più sotto la debita giustizia, dicendo che se incrudelì nel caldo della guerra, mostrossi poi umano coi nemici sottomessi, non infierendo che contro le insensibili mura. Nè ai Milanesi doveva riuscire inaspettato l'ordine di atterrare la loro città, dopo ch'essi avevano usato lo stesso trattamento ai Lodigiani. _N. d. T._
CAPITOLO X.
_Oppressione dell'Italia. — Lega lombarda. — Sua resistenza all'Imperatore. — Fondazione di Alessandria._
1162 = 1168.