Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 6

Chapter 63,628 wordsPublic domain

Ben lungi che la costituzione repubblicana di Milano e delle altre città dipendenti dall'alta signoria dell'Impero fosse riconosciuta dalle leggi, queste città non aspiravano nemmeno apertamente all'indipendenza, ritenendo che il giuramento di fedeltà all'imperatore era una formalità di obbligo, e che per antico costume dovevasi pagare al medesimo una somma di danaro qualunque volta veniva in Italia; onde la tassa di nove mila marche imposta in quest'occasione ai Milanesi non doveva sembrar loro esorbitante. La liberazione di Lodi e di Como era il solo articolo oneroso di questo trattato, sembrando gli altri convenuti tra uguali potentati[117]; di modo che il trattato smentisce in parte il racconto degli storici imperiali, i quali mostrano Federico in quest'impresa sempre accompagnato dalla vittoria. Se i successi non fossero stati compensati dalle perdite non è supponibile che i Milanesi avessero potuto ottenere così vantaggiose condizioni. Ma in tutto questo periodo non possono consultarsi che scrittori parziali di Federico[118].

[117] Il preambolo di questo trattato non ricorda nè l'umiliazione dei Milanesi d'implorare perdono, nè la clemenza dell'imperatore di accordarla. Niente ritrovasi nella sua forma che sia più duro delle condizioni. Comincia con semplicità in tal modo. «In nomine Domini nostri Jesu Christi, haec est conventio per quam Mediolanenses in gratiam imperatoris redituri sunt et permansuri.»

[118] Le nostre guide in questa parte di Storia fino alla conquista di Milano sono tre scrittori contemporanei. Radevico Canonico di Frisinga di cui ho già parlato, è il primo. Allievo di Ottone di Frisinga di cui ne continuò la storia, adotta i suoi pregiudizj di famiglia, ed è come il maestro, appassionato ammiratore di Federico cui dedicò la sua Storia, cercando ad ogni modo di dar risalto alla sua gloria, a spese de' suoi nemici. Pure non era insensibile all'entusiasmo della libertà, e siccome d'ordinario riporta estesamente gli atti originali, la verità traspira dalla sua narrazione ancora quando non è favorevole al suo Eroe. Il secondo è Ottone Morena: magistrato lodigiano, ed impiegato da Federico nell'ufficio di giudice, scrisse una storia de' suoi tempi, intitolata _Historia rerum laudensium_ assai voluminosa, ed abbondante di curiose particolarità, ma marcata dell'impronta di quella servilità che io rimprovero ai legisti italiani, e piena d'invettive contro Milano. Abbiamo finalmente uno storico milanese Sire Raul, o Rodolfo milanese, la di cui storia di Federico I sempre abbreviatissima, e probabilmente interpolata in più luoghi, c'istruisce assai più delle passioni de' Lombardi, che de' fatti. Qualunque ella siasi, ci è pertanto preziosa, perchè Rodolfo è il solo scrittore repubblicano di questo mezzo secolo, di cui siasi conservata l'opera, col di cui sussidio si possano rettificare gli esagerati racconti degli scrittori del contrario partito. Lessi pure, ma con pochissimo profitto, due scrittori tedeschi contemporanei _Otto de Sancto Biasio_, ed _Abbas Uspergensis Chronicon_.

Tale convenzione fu sottoscritta il giorno 7 di settembre, e non molto dopo l'imperatore si trasferì a Roncaglia per presiedere la dieta del regno d'Italia, alla quale intervennero ventitrè tra arcivescovi e vescovi delle principali diocesi, molti principi, duchi, marchesi, e conti, i consoli ed i giudici di tutte le città. L'imperatore aveva con lui quattro legisti bolognesi, discepoli di Guarnieri, che in sul cominciar del secolo aveva introdotto nello studio di Bologna la scuola di giurisprudenza.

In niuna precedente dieta italiana eransi, come nella presente, vilipesi i diritti del popolo. L'arcivescovo di Milano in un discorso di consuetudine, rispondendo a quello pronunciato da Federico, diede il primo esempio di vile adulazione. I vescovi che due secoli prima, dominando le città, erano così caldi per l'indipendenza, furono i principali nemici della libertà dei popoli, dopo che le città ebbero scosso il giogo vescovile. «Spetta a voi (diceva il prelato milanese a Federico) spetta a voi a statuire intorno alle leggi, alla giustizia, ed all'onore dell'Impero; sappiate che vi fu accordato pieno diritto sui popoli per istabilire novelle leggi, e che la vostra volontà sola è la regola della giustizia: una lettera, una sentenza, un editto da voi emanati, diventano all'istante leggi del popolo. E per verità, non è forse doveroso, che il lavoro abbia la sua ricompensa? che colui che ha l'incarico di proteggerci, goda invece le dolcezze del comando[119]?»

[119] _Rad. Fris. lib. II, c. 4. p. 786. — Gunther. Ligurinus, l. XVIII, p. 124._

Tale press'a poco era il linguaggio de' legisti, approvando tutto quanto di basso e di vile si contiene nella giurisprudenza de' romani imperatori; accostumati a risguardare i libri di Giustiniano come la ragione scritta, e non altro conoscendo delle cose romane, che i suoi padroni, univano le massime del dispotismo all'amore che professavano alla loro scienza, da cui riconoscevano la propria riputazione e la loro gloria. I legisti infatti fino alla fine delle repubbliche italiane ebbero sempre opinioni poco liberali.

Federico fece rivendicare dai suoi giureconsulti in faccia alla dieta i reali diritti di cui erasi a poco a poco spogliata la sua corona. Le prerogative imperiali riclamate da un principe vittorioso, alla testa di una potente armata, furono spiegate e difese con tutte le sottigliezze scolastiche e legali. I proprietari dei diritti signorili scoraggiati dalle nuove opinioni del clero, e trovandosi ugualmente incapaci di far fronte agli argomenti de' dottori bolognesi ed alle armi tedesche, s'appigliarono al partito di rassegnare tutti i loro privilegi al monarca. La dieta dichiarò che le _regalie_ spettavano a lui solo, e che sotto il nome di regalia erano compresi i ducati, i marchesati, le contee, il diritto di coniar monete, i pedaggi, il diritto del _fodero_, ossia, approvvigionamento, i tributi, i porti, i mulini, le pesche, e tutti i redditi provenienti dai fiumi. Per ultimo aggiunse a tutto questo che i sudditi dell'Impero dovevano pagare un testatico al suo capo[120].

[120] _Otto Mor., p. 1019. — Radev. Fris., l. II, c. 7._

Per altro Federico non fece uso di così vaste concessioni, nè forse era prudente il farlo. Confermò a tutti i diritti di cui erano possessori, mercè un'annua corresponsione indicante l'alta signoria dell'Impero. E per tal modo con apparente generosità aggiunse trenta mila talenti, dice Radevico, che non suole impiegare che frasi classiche, all'entrate dell'Impero. Furono verosimilmente trenta mila marche, o trenta mila libbre d'argento, trovandosi queste valutazioni impiegate negli editti della stessa epoca.

La medesima Dieta dichiarò pure di pertinenza dell'imperatore la nomina dei consoli e dei giudici, ma coll'assenso del popolo. Federico introdusse in quest'occasione un importante cambiamento nell'amministrazione della giustizia. Durante la dieta erano state prodotte, secondo l'antica consuetudine del regno, moltissime cause private, affinchè venissero giudicate dall'imperatore. Egli si lagnò d'essere sollecitato a pronunciare i suoi giudizj, dicendo che l'intera sua vita non basterebbe a ciò; ed in conseguenza incaricava in ogni diocesi delle incumbenze giudiziarie alcuni nuovi magistrati, detti _podestà_, ch'egli obbligavasi di nominare sempre stranieri alle città che dovevano reggere[121].

[121] _Radev. Fris. l. II, c. 6._

Tale innovazione apparentemente provocata dal solo amor di giustizia, poteva riuscir fatale alla libertà, ed ebbe infatti il preveduto effetto. I podestà trovaronsi bentosto in opposizione coi consoli. I primi, siccome persone scelte dall'imperatore nella classe de' gentiluomini a lui più affezionati, o in quella de' legisti, mostravansi sempre favorevoli al potere arbitrario; i secondi, nominati dal popolo, erano i campioni della libertà cui dovevano la propria esistenza. Quando l'imperatore conobbe questa rivalità, si prese cura d'abolire i consoli, onde rimanessero più potenti i podestà. Ciò diede luogo a quasi tutte le guerre che si accesero in appresso, ma è cosa notabile che, avendo il popolo ottenuta intera libertà, non abolisse un'istituzione straniera, che aveva ricevuta dalle mani d'un sovrano. Rispettando l'ordine stabilito, conservò i podestà ch'egli stesso nominava, e coi podestà tenne vivo nel comune un lievito del potere arbitrario; e quest'abitudine di riclamare l'autorità d'un solo, costò in progresso a molte repubbliche la libertà.

Nella stessa dieta fu ratificata una legge intorno alla conservazione della pace, affatto opposta alle prerogative dei comuni, perciocchè a questi, siccome ai duchi, marchesi, conti, capitani, valvasori, si toglieva il diritto di far la guerra e la pace, di cui erano in possesso da tanto tempo: ma perchè tutti erano a parte dei disordini inseparabili dalle guerre private, niuno ardì opporsi ad una legge tanto favorevole all'umanità[122].

[122] _Radev. Frisin. l. II, c. 7._

Questa notabile dieta fu chiusa con un giudizio dell'imperatore intorno alla contesa che da lungo tempo agitavasi tra Piacenza e Cremona. La prima fu alleata dei Milanesi, l'altra aveva mandate le sue milizie sotto le insegne di Federico; e ciò bastò a determinare il favore del principe, che fece atterrare le mura di Piacenza e le torri, e riempirne le fosse.

Tutto omai piegava ai voleri di Federico, il quale approfittando di tanta prosperità, faceva ansiosamente ricercare se nelle antiche provincie romane eravi alcun diritto da rivendicare all'Impero: nell'antica divisione del quale erano toccate all'imperatore d'Occidente le isole di Corsica e di Sardegna. Mancando di miglior titolo egli pensò di valersi di questo, e spedì i suoi commissari ai Pisani ed ai Genovesi, ingiungendo loro di trasportarli in quelle isole. E perchè sì gli uni, che gli altri non si prestarono alle sue domande, arse di sdegno contro di loro, e minacciò di sfogarlo sopra Genova[123]. I Genovesi dal canto loro non erano contenti della legge emanata dalla Dieta intorno ai diritti reali; appoggiandosi ad antichi privilegi degl'imperatori, che li dispensavano da ogni tassa e da ogni servizio, a motivo della povertà delle loro montagne, e per ricompensarli della cura che si prendevano di difendere le coste dagl'infedeli. Temendo che Federico facesse tener dietro i fatti alle minacce, uomini, donne, fanciulli, lavoravano notte e giorno con instancabile zelo per mettere la loro città in istato di vigorosa difesa, rinforzando le mura, coprendole di macchine da guerra, e facendo delle _piatta-forme_ con alberi ed antenne di navi. Non trascurarono intanto di mandare una onorata deputazione di magistrati all'imperatore, tra i quali trovavasi pure lo storico Caffaro. Seppero questi così opportunamente impiegare l'accortezza e le ragioni, e mostrarsi ad un tempo sommessi e coraggiosi, che Federico si accontentò di ricevere dodici mila marche d'argento in tacitazione d'ogni sua pretesa[124].

[123] _Idem, l. II, c. 9._

[124] _Caffari Annal. Gen. l. I, p. 270 et 271._

Supponeva l'imperatore che le decisioni della Dieta di Roncaglia lo assolvessero dall'osservanza del trattato fatto coi Milanesi, e quindi sottrasse Monza alla loro giurisdizione, quantunque gli avesse assicurato il possedimento di tutto il territorio, tranne Lodi e Como. Poco dopo li privò pure dei contadi della Martesana e del Seprio, investendone un nuovo Signore; pose guarnigione tedesca nel castello di Trezzo, e, per far cosa grata ai Cremonesi, ordinò che si distruggessero le mura di Crema. Mandava in pari tempo a Milano il suo cancelliere per sostituire il podestà ai consoli in onta alla letterale convenzione del trattato di pace[125]; perchè il popolo risguardando quest'atto come un aperto oltraggio, prese furibondo le armi, e sforzò il cancelliere a sortire all'istante dalla città: nè i Cremaschi avevano diversamente trattato il messo che loro recava l'ordine di atterrare le mura.

[125] _Sire Raul p. 1181, 1182. — Otto Morena p. 1021. — Radev. Frisin. l. II. c 21._

Prima che ciò accadesse, gran parte de' signori tedeschi che avevano accompagnato l'imperatore, eransi, dopo la sommissione di Milano, ritirati alle loro case, ed al cominciare dell'inverno l'armata di Federico trovavasi molto indebolita; oltre che erasi avanzata in parte verso Bologna per sostenere i deputati, che dovevano far eseguire nel territorio della Chiesa i decreti della dieta di Roncaglia. I Milanesi, convinti che il sovrano credevasi disobbligato dall'osservanza dei trattati fatti coi sudditi; i Milanesi che sapevano d'averlo offeso, e non ignoravano quanto fosse proclive alla vendetta, credettero di prevenirlo, e si prepararono subito alla guerra. L'imperatore teneva guarnigione nel castello di Trezzo, posto in riva all'Adda, quattro miglia al di sopra del ponte di Cassano; lo che aprivagli sempre la strada del territorio milanese, e toglieva a quegli abitanti il vantaggio di difendersi dietro i fiumi che da due lati cingono la loro diocesi. I Milanesi attaccarono perciò Trezzo, e se ne impadronirono in tre giorni, ma non furono ugualmente felici nell'attacco di Lodi che difende un altro passaggio dell'Adda[126].

[126] _Radev. Fris. l. II. c. 32. — Otto Morena p. 1023. — Sire Raul p. 1182._

L'imperatore conoscendosi troppo debole per punire all'istante tanti oltraggi, si limitò a denunciarli ad una corte plenaria che adunò ad Antimiaco presso Bologna. Il vescovo di Piacenza, quantunque città da lungo tempo alleata coi Milanesi, si diffuse in invettive contro di questi provocando un decreto della Corte che metteva Milano al bando dell'Impero, ed ordinava ai principi di riunirsi di nuovo per muovergli guerra.

Questa corte o dieta si occupò inoltre di altre gravissime cause. Adriano IV si lagnò della condotta de' messaggieri reali venuti a visitare il patrimonio della Chiesa. Sosteneva il papa, che l'imperatore senza sua intelligenza non poteva mandare deputati a Roma, perchè quella non era subordinata che alla Chiesa, che l'imperatore non poteva pretendere il diritto del _fodero_ dal patrimonio di s. Pietro che in occasione di recarsi a Roma per ricevere la corona dalle mani del papa; che i vescovi d'Italia sono bensì tenuti a prestargli il giuramento di fedeltà, ma non di vassallaggio; siccome non erano tenuti a ricevere i messaggieri imperiali ne' loro palazzi; per ultimo, che tutti i possedimenti della contessa Matilde essendo devoluti alla santa Sede, spettavano al papa i tributi di Ferrara, di Massa, di tutto il territorio posto tra Acqua pendente e Roma, del ducato di Spoleti e delle isole di Sardegna e di Corsica. A queste gravi contestazioni un'altra se n'aggiunse assai più frivola, ma forse più calda rispetto allo stile adoperato dalla cancelleria imperiale nello scrivere al papa[127].

[127] _Radev. Fris. l. II, c. 18.-20, et 30, 31. — Baron. ad ann. 1159, § 1.-19._

Rispondeva Federico, che i suoi messaggieri, abitando ne' palazzi vescovili, abitavano in propria casa, perchè fabbricati sul suolo imperiale; che i vescovi non potevano dispensarsi dal dichiararsi suoi vassalli finchè rimanevano in possesso dei feudi dell'Impero; per ultimo essere affatto insussistente la pretesa sovranità del papa nella città di Roma, mentre egli aveva il titolo di re dei Romani.

La guerra di questo monarca coi Milanesi, e la vicina morte d'Adriano, non permisero, è vero, che questa lite s'inasprisse troppo, ma fu cagione che il senato romano, che ancora mantenevasi nemico de' papi, si rappacificasse coll'imperatore.

Nella disuguale contesa che i Milanesi rinnovavano coll'imperatore, non contavano altri alleati che i Cremaschi, popolo valoroso ma debole, ed i Bresciani che nella precedente campagna non avevano dato prove di molta fermezza. I Tortonesi o non osarono, o non hanno potuto soccorrerli. Federico aveva costretti gli abitanti di Piacenza e dell'Isola sul lago di Como, a rinunciare all'alleanza de' Milanesi per unirsi a lui; e le città di Como e di Lodi, già soggette ai Milanesi, avevan prese le armi contro di loro. Lodi nuovamente fortificata con un ponte sull'Adda, apriva il territorio milanese ai nemici, padroni di quella città. Aggiungevasi a tali ristrettezze, le campagne rovinate nella precedente guerra, il tesoro esausto, la morte de' più bravi cittadini per cui trovavansi in peggiori circostanze che all'epoca della prima invasione: di modo che la risoluzione ardita di dichiarar la guerra, potrebbe chiamarsi stoltezza, se generosi motivi non l'avessero provocata. È nobile orgoglio il poter dire: siamo deboli, siamo abbandonati, saremo sterminati, chè non è in nostro potere il soggiogar la fortuna, ma questo residuo di ricchezze che possiamo sagrificare alla patria; questa rimanenza di vigore che sentiamo nelle nostre braccia, questo sangue libero che bolle ancora nelle nostre vene, dobbiamo pur consacrarli ad un nobile oggetto; noi non possediamo tutto ciò che per combattere il dispotismo; e noi non ci sottometteremo che quando, oltre aver perduta ogni speranza di vincere, ci sarà tolto ogni mezzo di resistenza[128]. Con tali sentimenti, con tanta costanza, l'entusiasmo si perpetua, la seguente generazione rivendica quella che soggiace, i despoti si snervano a forza di vincere, e sulle rovine delle città libere s'innalza di nuovo lo stendardo della libertà.

[128] Ho riportata fedelmente questa declamazione più da retore che da storico, perchè non è in facoltà d'un traduttore di mutilare il testo. Il discreto lettore darà quel peso che merita a quest'uscita dell'autore, non perdonabile che in un lungo lavoro pregevole per infinite bellezze. _N. d. T._

Federico non intraprese la seconda volta l'assedio di Milano, ma usando destramente di tutti gli avvantaggi che gli dava la facilità di entrare all'improvviso nel territorio milanese, di porsi in sicuro nel caso di sinistro evento, e la superiorità della sua cavalleria tanto pel numero che per la disciplina, si limitò in quella estate a devastare le campagne de' suoi nemici, bruciando le messi, facendo atterrare o scorzare gli alberi fruttiferi, distruggendo ogni sorta di commestibili, e vietando sotto severissime pene il recar vittovaglie a Milano, al qual oggetto faceva continuamente battere dalla cavalleria tutte le strade[129]. I Milanesi per altro ch'eransi anticipatamente provveduti, ed inoltre avevano stabilita una saggia economia nella distribuzione de' viveri, osservarono con apparente non curanza la desolazione delle loro campagne.

[129] _Radev. Fris. l. II, c. 23._

In questo frattempo i Cremonesi, avendo avuto qualche considerabile vantaggio sui Bresciani, determinarono l'imperatore a far l'assedio di Crema. Essi furono i primi ad accamparsi presso questa città il giorno 3 o 4 di luglio, raggiunti otto giorni dopo dall'imperatore con rinforzi che aveva ricevuto di Germania.

Crema è posta sulla riva del Serio in una paludosa pianura tra l'Adda e l'Oglio, ventiquattro miglia distante da Milano, ed altrettante dalle montagne. Questa piuttosto borgata che città, che borgata allora si chiamava, era cinta di doppio muro, e d'una fossa piena d'acqua larga e profonda assai. I Cremaschi, che non senza pena eransi sottratti alla dipendenza de' Cremonesi, conservavano per Milano una fedeltà a tutta prova. Avvertiti del pericolo de' loro alleati, i Milanesi destinarono Manfredo di Dugnano, uno de' loro consoli, a recarvisi con quattrocento pedoni ed alcuni cavalli, che promettevano di mantenere finchè durasse l'assedio, quantunque a tale epoca, avendo Federico divisa la sua armata, danneggiasse già il territorio milanese[130]. Anche i Bresciani mandarono a Crema alcuni soccorsi.

[130] _Sire Raul, p. 1182._

Intanto gl'imperiali avevano, secondo l'antico costume, incominciato a lavorare intorno ad una linea di circonvallazione, per togliere alla città ogni comunicazione colla campagna, ed assicurarsi ad un tempo dalle sortite degli assediati. Ma questi non cessavano di molestarli; ed in un attacco che fecero mentre l'imperatore era lontano, combatterono con tanto valore, che si mantennero superiori fino a notte, quantunque non avessero più di cento cavalli. Allorchè Federico tornò al campo, indispettito fieramente perchè i Cremaschi avessero osato di battere le sue truppe, come avesse giusto motivo di farlo, ordinò che si appiccassero alcuni prigionieri in faccia alle mura. Gli assediati, credendosi in dovere di far uso del barbaro e talvolta impolitico diritto di rappresaglia, esposero sulle mura allo stesso supplicio un egual numero di Tedeschi[131].

[131] _Radev. Fris. l. II, c. 45, p. 823._

Allora Federico fece loro intimare da un araldo, che ad alcun patto non farebbe loro grazia, essendo determinato di trattarli coll'estremo rigore: e per darne una barbara prova fece morire quattro ostaggi presi a Crema prima della guerra, e sei deputati che i Milanesi mandavano a Piacenza, tra i quali un nipote dell'arcivescovo.

Alcuni giovanetti cremaschi trovavansi ancora come ostaggi in potere di Federico. Egli li fece attaccare ad una torre che doveva spingersi contro la città, mentre gli assediati, con nuovi mangani o catapulte, sforzavansi di tenerla lontana. Sperava così Federico di costringere i Cremaschi a non adoperare le loro macchine, che minacciavano di spezzare la sua torre; pure non lasciava loro veruna speranza di salute, avendo fatti morire altri ostaggi; onde quand'anche i Cremaschi per salvare quegl'infelici avessero sagrificata la città, non erano perciò lusingati di avere sopportabili condizioni. I padri di quelle sventurate vittime, armati sulle mura, mettevano lamentevoli grida, ma non lasciavano di combattere e di dirizzare le catapulte contro la torre che avanzavasi contro la città; ed uno di loro, secondo lo attesta Radevico di Frisinga, gridava ad alta voce ai suoi figliuoli[132]: «Fortunati coloro che muojono per la patria e per la libertà! Non temete la morte che può sola oramai rendervi liberi. Se foste giunti all'età nostra, non l'avreste voi disprezzata come noi facciamo? voi felici, che morite avanti di temere come noi altri l'infamia delle nostre spose, e non udite le grida de' vostri figli che implorano pietà. Oh ci sia dato di seguirvi ben tosto! e non rimanga veruno de' nostri vecchi seduto sopra le ceneri della città. Possano chiudersi i nostri occhi prima di vedere la santa nostra patria caduta tra l'empie mani de' Cremonesi e de' Pavesi!»

[132] _Radev. Fris. l. II, c. 47. — Gunt. Lig. l. X, p. 146._

La torre intanto, colpita dagli enormi sassi lanciati dalle catapulte, minacciava rovina, e l'imperatore aveva ragione di temere che, prima d'arrivare a' piè delle mura, schiaccerebbe, cadendo, i guerrieri che portava. La fece perciò ritrocedere e staccarne gli ostaggi che la ricoprivano coi loro corpi; de' quali ne furono trovati nove morti, quattro milanesi e cinque cremaschi, e tra i primi uno de' Posterla, ed un Landriano, due delle principali famiglie di quella città; tra gli ultimi un giovane ecclesiastico. Altri due ostaggi erano gravemente feriti; molti erano tuttavia illesi[133].

[133] _Otto Mor. p. 1037, 1139. — Sire Raul p. 1183. — Trist. Calchi Hist. patr. l. II, c. 48, et 49._

Nè queste furono le sole atroci azioni che infamassero l'assedio di Crema; ma il dovere di storico non mi forza ad intrattenermi più lungamente in mezzo a così ributtanti memorie.

I Milanesi che desideravano divertire dall'assedio di Crema parte delle forze imperiali, assediarono il castello di Manerbio, che possedevano i Tedeschi sul lago di Como; ma furono costretti a ritirarsi da certo conte Goswino che con un corpo di truppe era stato spedito dall'imperatore in soccorso di Manerbio, e vi perdettero molti uomini. In pari tempo furono posti al bando dell'impero i Piacentini per avere approvigionato di viveri Milano e Crema[134].

[134] _Radev. Frising. l. II, c. 48, et 49._