Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Part 5
Dopo la guerra disastrosa che loro aveva fatta Federico, chi avrebbe creduto che le loro armi potessero trionfare in ogni lato della Lombardia, ed i loro consoli impiegare cinquanta mila marche d'argento nel fortificare la città ed i castelli dello stato?
L'energia dei Milanesi si comunicò ancora agli altri popoli attaccati alla causa della libertà. I Bresciani ed i Piacentini resero più intima l'antica alleanza, ed accrebbero le difese delle loro città. Tutta la Lombardia prese contro i Tedeschi un aspetto imponente, e Federico non tardò ad accorgersi che lungi dall'avere assicurata sul suo capo la corona d'Italia, non aveva la sua prima discesa ad altro giovato che a renderlo più odioso, e meno rispettato de' suoi predecessori.
Il mezzogiorno d'Italia era stato il teatro di traversie ancora più umilianti. Il principe Roberto di Capoa tradito dal suo vassallo Riccardo dall'Aquila, conte di Fondi, era stato dato in mano di Guglielmo re di Sicilia, che, dopo averlo barbaramente privato della vista, lo aveva fatto perire nelle prigioni di Palermo[92]. I Greci che sostenevano il suo partito, ed erano alleati dell'imperatore d'Occidente e del papa, furono battuti a Brindisi[93], e quasi tutti i baroni ribelli della Puglia presi e mandati al supplizio, o posti in ferri: per ultimo papa Adriano, spaventato dai prosperi successi d'un nemico così vicino e tanto potente, aveva fatto pace con Guglielmo, ed abbandonati alla sgraziata loro sorte tutti coloro che per suo ordine, e per i suoi vantaggi, eransi esposti a tanti travagli e pericoli[94]. Accordò al re Guglielmo l'investitura della Sicilia, del ducato di Puglia, del contado di Capoa, di Napoli, di Salerno, d'Amalfi, e della Marca. Il trattato venne segnato a Benevento nella state del 1156, meno d'un anno dopo che Federico aveva ricevuto la corona imperiale a Roma dalle mani del papa[95].
[92] _Romualdi Salernit. Chronicon p. 198._
[93] _Willelmus Tyrius l. XVIII, c. 8. p. 937, Gesta Dei per Francos._
[94] _Baronius Annales an. 1166, § 1._
[95] _Ibid. § 4.-9._
Questo monarca doveva bensì prevedere che il Pontefice dopo una pace, forzatamente fatta, conserverebbe qualche riconoscenza per il principe che lo aveva protetto; ma non già che Adriano, dopo essersi riconciliato col re normanno, non meno potente alleato, che temuto nemico, cercherebbe pretesti di umiliarlo. Alcuni signori tedeschi avendo arrestato un arcivescovo di Svevia, il papa scrisse all'imperatore per ottenere giustizia dell'oltraggio fatto alla Chiesa. In questa lettera egli spiegava tutto l'orgoglio d'un successore d'Ildebrando avvezzo a creare e deporre i re. I suoi nunzj presentandosi a Federico nella dieta di Bezanzone, tennero un contegno che annunciava le pretese e l'alterigia della corte papale. «Il beatissimo papa Adriano vostro padre e nostro, ed i cardinali vostri fratelli, vi salutano,» dissero costoro: indi lessero le lettere di cui erano apportatori, nelle quali fu principalmente notata la seguente frase: «Noi ti abbiamo accordata la corona imperiale e tutta la pienezza delle dignità mondane, nè avremmo avuto difficoltà di accordarti altri maggiori beneficj se potevan esservene di maggiori[96].» Così superbe parole eccitarono maravigliosamente lo sdegno dell'altero monarca; più fortemente inasprito dall'equivoco vocabolo di beneficio, _beneficium_, che usavasi per indicare i feudi, o _beneficj conferiti_ dal signore, _Suserain_; dimodochè il papa attribuivasi in alcun modo la supremazia sopra la corona imperiale. Tutti i signori tedeschi presenti alla dieta parteciparono del risentimento di Federico; onde senza degnarsi di rispondere al papa, fu ordinato ai legati di sortire all'istante dal regno di Germania.
[96] _Radevicus Frisingensis, Appendix ad Ottonem de rebus gestis Friderici I. l. I, cap. 8. tom. VI. Rer. Ital._ Radevico fu canonico di Frisinga che continuò l'istoria incominciata dal suo vescovo Ottone. Noi siamo per congedarci da costui che pure è uno de' più eleganti storici, illuminati ed imparziali de' mezzi tempi. Ottone di Frisinga aveva sortiti illustri natali, essendo figliuolo di Leopoldo marchese d'Austria e di Agnese sorella dell'imperatore Enrico V: era fratello di Corrado III, re dei Romani, e zio di Federico Barbarossa. Ci rimangono di lui due opere: una cronaca dal principio del mondo fino a' suoi tempi pubblicata a Basilea in fog. nel 1569, da Pitteo, divisa in otto libri. Noi abbiamo più volte citato il settimo, che contiene il secolo precedente al suo. L'ottavo è consacrato alla storia religiosa. L'altra sua opera è ancora più interessante, contenendo il racconto della prima discesa di Federico in Italia, ed è divisa in due libri. Fu pubblicato nel t. VI, Rer. Ital. Ottone morì del 1158. Benchè il suo continuatore Radevico non sia senza merito, non compensa la perdita d'Ottone, che è quasi il solo autore che sparga qualche luce sopra un secolo barbaro ed oscuro.
L'imperatore sentiva la necessità di tornare quanto prima potesse in Italia, e nella primavera del 1157 invitava tutti i principi a recarsi alla dieta d'Ulma coi loro vassalli per la festa di pentecoste del susseguente anno 1158, a fine di passare di là in Italia, onde forzare i Milanesi a sottomettersi all'Impero[97]. Furono in pari tempo mandati deputati ai feudatari d'Italia per annunciar loro questa spedizione[98].
[97] _Otto Fris. l. II, c. 31._
[98] _Radevic. Fris. l. I, c. 19._
S'avvide allora il papa che Federico non era in modo lontano, che non fosse più a temersi. Aveva già cercato di farsi favorevole il clero di Germania, ma non aveva potuto staccarlo dagl'interessi dell'Impero: (1158) scrisse quindi all'imperatore del 1158, e frammischiando accortamente le più lusinghiere espressioni ai sentimenti di tenerezza e di paterna affezione, spiegava la frase che aveva più adombrato quel sovrano: «_beneficium_, scriveva, è un favore, e non un beneficio: _conferire_ la corona non altro significa che l'averla posta sul vostro capo: altro senso non venne da noi attaccato a questo vocabolo, ed in tale occasione voi medesimo non potete negare che non abbiamo operato verso di voi con amore.» Tale lettera calmò l'imperatore, che riscontrandolo, assicurò il papa della sua amicizia e del desiderio che nutriva di conservarsi amico della Chiesa[99].
[99] _Radev. Frisin. l. I, c. 22._
Intanto, all'avvicinarsi della Pasqua, la città di Ulma si andava riempiendo di soldati, di modo che molti principi tedeschi, vedendo che l'armata sarebbe troppo numerosa per tenere la stessa strada, s'incamminarono di consenso dell'imperatore per diversi passaggi delle Alpi, sicchè dal Friuli fino al grande s. Bernardo uscivano in Lombardia da tutte le valli battaglioni tedeschi. Il duca d'Austria, quello di Carinzia e gli Ungaresi tennero le strade di Canale, del Friuli e della marca veronese; il duca di Zevingen valicò il s. Bernardo coi Lorenesi ed i Borgognoni; gli abitanti della Franconia e della Svevia passarono per Chiavenna e per il lago di Como; finalmente lo stesso Federico, accompagnato dal re di Boemia, da Federico duca di Svevia e figliuolo di Corrado, dal fratello di questo duca Corrado, conte palatino del Reno, e dal fiore della nobiltà tedesca, discese in Italia per la valle dell'Adige[100].
[100] _Idem cap. 25._
I Milanesi informati dell'avvicinamento di quest'armata, destinata a soggiogarli, avevano tutto disposto per una vigorosa resistenza. Avevano in particolare cercato d'assicurarsi della fedeltà e dell'ubbidienza de' Lodigiani, di cui avevano ragione di temere. Le precauzioni prese a tale oggetto sono una luminosa prova della buona fede degl'Italiani nel dodicesimo secolo. Non chiesero ostaggi, nè posero guernigioni nei loro castelli, ma andati a Lodi i consoli di Milano nel mese di gennajo, chiesero che tutti gli abitanti del distretto, senza eccezione, giurassero di ubbidire in ogni cosa agli ordini del comune di Milano. I Lodigiani che avevano nel loro cuore stabilito di sottrarsi a quella città, non vollero giammai prestare un giuramento che ne avrebbe loro tolti i mezzi; si lagnarono che nella formola del giuramento non era espressa la condizione, _salva la fedeltà dovuta all'imperatore_, lo che essi ritenevano necessario per la tranquillità della loro coscienza, essendo da precedente giuramento legati a questo monarca[101]. I consoli per ridurli all'ubbidienza marciarono contro di loro alla testa delle milizie milanesi, e gli tolsero i loro mobili, senza che questi opponessero la più piccola resistenza. Passati due giorni, ultimo termine loro accordato, i Milanesi presentaronsi di nuovo innanzi alle borgate di Lodi; ma tutti gli abitanti, uomini, donne, fanciulli, avevano abbandonate le proprie case, ed eransi rifugiati a Pizzighettone. I Milanesi, dopo averle saccheggiate, le incendiarono[102].
[101] _Otto Morena Hist. Laud. p. 995._
[102] _Ibid._
Benchè travagliati da questa guerra civile nell'istante della più pericolosa invasione, i Milanesi non si scoraggiarono. Essi ripromettevansi assai de' loro alleati i Bresciani, e sperarono che avrebbero lungo tempo trattenuti i nemici. Furono infatti attaccati dall'armata imperiale ne' primi giorni di luglio, ma dopo aver resistito quindici giorni, spaventati dall'imminente loro pericolo, offrirono ostaggi ed una grossa somma di danaro per prezzo della pace[103].
[103] _Radev. Frigius. l. I, c. 25._
Federico in mezzo al proprio campo tenne sul loro territorio una specie di dieta, in cui proclamò un regolamento intorno alla disciplina militare, il quale, non meno de' fatti storici, può farci conoscere la maniera con cui di que' tempi si guerreggiava, ed i costumi del secolo dodicesimo. Tale regolamento fu chiamato _la pace del principe_, perchè destinato a prevenire le querele nel campo.
Per impedire le battaglie private, conviene offrire un mezzo di reprimere e punire legalmente le ingiurie; e questo infatti è lo scopo del primo articolo del regolamento, che proporzionando la pena alla qualità dell'insulto, sulla deposizione di due testimoni non parenti dell'istante, ordina, a seconda dei casi, la confisca dell'equipaggio, il castigo delle verghe, il taglio de' capelli e della scottatura della mascella, infine per gli omicidj, della morte. Ma in mancanza di testimoni dovevano le cause d'ingiurie essere decise da un combattimento giudiziario; oppure, se due schiavi avevano parte nel processo, colla prova del ferro caldo.
Alcuni altri articoli sono destinati a proteggere i popoli ne' di cui territorj l'imperatore aveva destinato di condurre l'armata. «Che il soldato che spoglia un mercante, sarà obbligato di restituire il doppio, e di giurare che ignorava che il derubato fosse mercante:» onde pare che la mercatura fosse particolarmente protetta. «Quello che abbrucerà una casa in città o in campagna, sarà battuto colle verghe, tosato e scottato alla mascella. Colui che troverà vasi pieni di vino, non li romperà nè taglierà i cerchi della botte, e si contenterà di prendere il vino. Quando l'armata s'impadronirà d'un castello, i soldati porteranno via tutto quanto vi si trova, ma non lo abbruceranno senz'ordine del maresciallo. Quando un Tedesco avrà ferito un Italiano, se questi potrà provare con due testimoni d'aver giurata la pace, il Tedesco sarà castigato.» I ventiquattro articoli ond'è composto questo regolamento, presentano tutti l'impronta dell'indisciplina e della barbarie; e se fu noto ai Lombardi, non dovette ispirar loro troppa fiducia nell'armata ch'entrava in paese[104].
[104] Tale regolamento viene riferito per intero da Radevico, lib. I, c. 26. Un Tedesco contemporaneo, e suddito di Federico, chiamato Guntero, fece un poema di 12 canti dei quattro libri d'Ottone di Frisinga, e del continuatore Radevico. Gli ha quasi sempre servilmente parafrasati ne' suoi versi, che pure sono i meno cattivi dei poeti storici di questo secolo. Egli tradusse perfino questo regolamento, lib. VII, p. 101, ciò che forma una strana sorte di poesia. Il suo _Ligurinus_ si stampò in Basilea del 1569 in seguito alla storia di Ottone di Frisinga per cura di Pitteo.
Nella stessa dieta furono citati i Milanesi a comparire per giustificarsi della loro ribellione; i quali non avendo scosso ancora in modo il giogo dell'Impero da non riconoscere certa tal quale subordinazione al suo capo, ubbidirono alla citazione. I loro deputati, dopo aver giustificata la condotta dei Milanesi, offrirono per taglia una ragguardevole somma di danaro, che fu dall'imperatore rifiutata. La dieta li dichiarò nemici dell'Impero, e l'armata ebbe ordine di prepararsi all'assedio di Milano. I Milanesi avevano posti mille cavalli al ponte di Cassano, il solo che avevano lasciato sull'Adda, che, ingrossata dallo scioglimento delle nevi, sembrava sufficiente a difendere il loro territorio, come l'aveva altre volte difeso contro le incursioni de' Cremonesi. Ma il re boemo, scendendo lungo l'Adda fino a Carnaliano, ove il fiume è più largo, lanciossi in acqua alla testa della sua cavalleria, ed ora guadando, ora nuotando giugne all'opposta riva perdendo in questo tragitto duecento uomini sopraffatti dalla corrente[105]. Alcuni distaccamenti di Milanesi che marciavano lungo il fiume incontrarono il re di Boemia che si avanzava verso Cassano. Diedero questi il segno d'allarme alla cavalleria destinata alla difesa del ponte, e che, trovandosi esposta ad essere presa alle spalle, non poteva senza pericolo restare in quella posizione: onde ripiegò subito verso Milano lontano poco più di dodici miglia dal fiume; e gli abitanti della campagna, sentendo che i nemici erano penetrati nel loro territorio, s'affrettarono di ripararsi entro le mura della città, cacciandosi avanti i loro bestiami, e trasportando i più preziosi effetti: e, come suole accadere, per iscusare la loro paura, esagerando il numero de' nemici, accrebbero quella de' loro concittadini.
[105] _Otto Morena, p. 1007. — Sire Raul, p. 1180. — Radevic. Frising. l. I, c. 29. — Gunterus in Ligurino, l. VII, p. 105._
Poi ch'ebbe passato il ponte di Cassano col rimanente dell'armata, Federico, invece d'avanzarsi sopra Milano, attaccò e prese il castello di Trezzo, indi quello di Melegnano, poi andò fino al fiume Lambro sulle di cui rive era posta l'antica città di Lodi. Mentre stava accampato su quelle rovine, i Lodigiani, che forzati ad abbandonare l'incenerita loro patria, eransi rifugiati a Pizzighettone, si presentarono a lui, portando delle croci in mano, siccome costumavano dì fare i supplichevoli, e chiedendo un nuovo ricinto per fabbricarvi la loro città distrutta dai Milanesi. Federico accordò loro quello di Monteghezzone in riva all'Adda quattro miglia distante dalle ruine dell'antica Lodi; e su questo rialto, che alquanto signoreggia il piano, fece porre in sua presenza la prima pietra della città che tuttora sussiste[106].
[106] _Otto Morena, p. 1009. — Joh. Bapt. Villanovæ, Laudis Pomp. hist. ap. Grœvium, t. III, lib. II, p. 863._
Intanto eransi recati al campo imperiale quasi tutti i feudatarj italiani, e le milizie della maggior parte delle città; onde trovavansi colà riuniti più di quindici mila cavalli, e cento mila pedoni. Un gentiluomo tedesco, lusingandosi che i Milanesi, spaventati da tanto esercito, non oserebbero uscire dalle loro mura, partì da Lodi con circa mille cavalli per segnalarsi con uno strepitoso fatto d'armi, insultando i nemici dell'imperatore fino sulle loro porte; ma fu ricevuto in modo dalle milizie milanesi, che, dopo un ostinato combattimento, rimase sul campo di battaglia egli e quasi tutti i suoi soldati[107].
[107] _Radev. Frising. l. I, c. 31._
Due giorni dopo tale fatto d'armi, il sei o l'otto agosto, come alcuni vogliono, l'imperatore andò ad accamparsi nel _Broglio_ di Milano situato fuori di P. Romana[108]. Immenso essendo il circondario delle mura, fortificate esternamente da larga fossa piena d'acqua[109], conobbe Federico che non era possibile d'attaccar la città col montone, le torri mobili, ed altri ingegni militari, che impiegavansi allora negli assedj, e credette più prudente cosa di aspettare che l'immensa popolazione di Milano venisse dalla fame costretta ad arrendersi; lo che doveva accadere tra non molto, perchè que' cittadini, credendo impossibile il chiuderli da ogni banda, non avevan fatti grandissimi approvvigionamenti. Perciò l'imperatore divise l'armata in sette corpi che pose innanzi alle porte, ordinando loro di coprirsi subito colle trincee.
[108] _Idem l. I, c. 32. — Sire Raul, p. 1180._
[109] Radevico dice che la città aveva cento stadj di circuito. Questa misura greca ugualmente straniera allo storico tedesco ed agli assediati, non ci dà che un'idea assai inesatta. Le mura presenti hanno circa sei mila tese di lunghezza.
Quello di questi corpi che più difficilmente poteva comunicare cogli altri, era capitanato dal conte Palatino del Reno e dal duca di Svevia. I Milanesi non tardarono ad accorgersi ch'era quasi isolato, ed avendolo attaccato la prima notte, lo posero in disordine. Ma il re boemo, accorso in ajuto de' suoi alleati, forzò i Milanesi a ritirarsi con perdita. Pochi giorni dopo gli assediati attaccarono il corpo comandato da Enrico duca d'Austria, ma furono ugualmente respinti.
A due o trecento passi fuori della P. Romana eravi un antico monumento chiamato l'Arco de' Romani; quattro arcate massicce di marmo formavano una specie di portico[110], al di sopra del quale ergevasi un'altissima torre ugualmente di marmo. Quaranta soldati milanesi eransi in questa rinchiusi, i quali, quantunque non avessero comunicazione colla città, vi sostennero otto giorni d'assedio, finchè i Tedeschi essendosi appostati sotto il portico medesimo, ov'erano al sicuro dalle frecce e dalle pietre che si gittavano dall'alto, ruppero la volta dell'edificio e forzarono gli assediati ad arrendersi[111]. Federico fece porre sulla sommità di questa torre una petriera che, signoreggiando le mura della città, faceva grandissimo danno agli assediati.
[110] Eranvi altravolta in tutte le piazze di Roma, e probabilmente in tutte le colonie romane, di tali portici chiamati _archi di Giano_, destinati a difendere i mercanti dal sole e dalla pioggia. L'arco di Giano quadriforme nel Velabro di Roma è il solo che siasi conservato fino ai nostri giorni. La torre posta sull'uno e sull'altro erano opere posteriori de' tempi barbari.
[111] _Rad. Fris. l. I, c. 38. — Otto Morena, p. 1013._
D'altra parte i Milanesi, in alcune scaramucce di non molta importanza, sorpresero i Tedeschi, e tolsero loro sì grande quantità di cavalli che vendevasi cadauno per quattro soldi di terzuoli[112]; ma non ebbero ulteriori vantaggi. Fino dal cominciare della guerra provarono la fortuna contraria, e tutto loro riusciva male: nè solamente erano stati abbandonati dai loro alleati, ma li vedevano servire nel campo nemico. I Cremonesi ed i Pavesi abusavano del favore imperiale per rovinare le campagne, estirpando e bruciando i vigneti, i fichi, gli ulivi[113]; atterravano le case, scannavano i prigionieri; e per dirlo in una parola, facevano la guerra con quella feroce barbarie cui s'abbandonano spesso i deboli esacerbati da lunga oppressione, ed inebriati dalla presente prosperità[114]. I Milanesi miravano dall'alto delle mura la rovina delle loro campagne, e soffrivano nell'interno la fame e la mortalità; e molti del popolo che risguardavano siccome un sacro dovere l'ubbidienza all'imperatore, attribuivano alla vendetta del cielo queste, per essi, nuove calamità. Altri, e specialmente la gioventù, mostravano maggior costanza; e nelle loro assemblee obbligavansi gli uni verso gli altri a sacrificare la vita per la salvezza della patria, e per l'onore della città.
[112] Tre franchi. Le monete de' tempi d'Ottone erano state alterate assai: Federico le ristabilì. Il suo danaro d'argento pesava un danaro ed un grano; ma lasciò ugualmente in corso il danaro di terzuolo pesante 18 grani con un terzo di fino e due di rame. Venti di questi grani formavano il soldo in discorso. Devo al conte Luigi Castiglione di Milano, ed alla sua ricca collezione di monete milanesi, tutte le mie teorie intorno alla storia monetaria di Lombardia, che gli antiquarj hanno lasciata nella più profonda oscurità.
[113] Forse alcuno l'avrà scritto, ma non so che nemmeno a que' tempi potessero provare gli ulivi presso Milano. _N. d. T._
[114] _Radev. Frising. L. II, c. 39._
Mentre i cittadini divisi di sentimento rimanevano indecisi sul partito da prendersi, il conte di Biandrate, il principale e più potente gentiluomo di Milano, aveva saputo acquistarsi la confidenza dei due opposti partiti, e, senza perdere il favore popolare, conservare il suo credito alla corte. Poi ch'ebbe scandagliato l'animo dell'imperatore, chiese ed ottenne dai consoli di adunare il popolo nella piazza pubblica. Allora rammentando ai suoi concittadini quanto aveva fatto egli medesimo per difesa della patria, ed il suo conosciuto attaccamento alla causa della libertà, il più grande dei beni, il solo per cui s'acquisti gloria combattendo, gli scongiurò a non prolungare una resistenza che omai non lasciava veruna speranza di felice fine, di cedere, non alle armi, ma alla fame, alla peste, più assai terribili nemici di Federico; di cedere a coloro cui i loro antenati non avevano sdegnato di sottomettersi, avendo malgrado il valore e la virtù loro ubbidito ai re transalpini, a Carlo Magno, al grande Ottone; di cedere perchè instabile è la fortuna, onde conservando illesa la loro patria potevano pure sperare di vederla un giorno ricuperare l'antico suo splendore[115].
[115] _Rad. Fris. t. I, c. 40 — Ligur. l. VIII, p. 114._
Ai Lombardi mancava quella ferma confidenza nel destino della loro repubblica, che avevano gli antichi Romani; quella impossibilità di concepire altra esistenza fuori dell'indipendenza e della libertà; quella forza d'animo che si ostina contro le sventure per un sentimento superiore al freddo calcolo dei vantaggi e dei pericoli. La repubblica era ancora giovane, e la ricordanza della passata dipendenza indeboliva l'energia de' cittadini; le loro istituzioni non erano proprie a sostenere e formare le virtù pubbliche; e non andavano debitori del valor loro, qual che si fosse, che alla natura ed alla libertà, non all'avvedutezza dei legislatori. Essi cedettero alle persuasioni del conte, e spedirono deputati a Federico, il quale accordò loro tali vantaggiose condizioni cui ben potevano sottoporvisi senza vergogna: obbligavansi i Milanesi di rendere la libertà a Como ed a Lodi, a giurare fedeltà all'imperatore, a fabbricargli un palazzo a spese del Comune, a pagargli in tre termini entro un anno nove mila marche d'argento, per guarentire la quale somma dovevano dare alcuni ostaggi; finalmente a rinunciare ai diritti reali ch'essi possedevano. L'imperatore dal suo canto prometteva che, tre giorni dopo aver ricevuti gli ostaggi, allontanerebbe l'armata dalle mura di Milano, senza permettergliene l'ingresso. Venivan compresi nel trattato gli alleati di Milano, i Tortonesi, i Cremaschi, e gl'Isolani del Lago di Como, sanzionando colla sua autorità la continuazione della loro alleanza, e permettendo ai Milanesi l'elezione dei Consoli nella pubblica assemblea del popolo, a condizione che gli eletti gli giurassero fedeltà, e che altri deputati si presenterebbero a lui nelle seguenti calende di febbrajo a rinnovare il giuramento de' Consoli. Per ultimo offerse la sua mediazione per trattar la pace tra Milano ed i suoi alleati da un lato, e dall'altra parte le città di Cremona, Pavia, Novara, Como, Lodi e Vercelli, con patto che fossero dalle due parti rilasciati i prigionieri: sul quale ultimo articolo acconsentì che nel caso che non potessero aver felice esito le trattative di pace, gl'Italiani potessero ritenere i rispettivi prigionieri, senza ch'egli avesse diritto di lagnarsene[116].
[116] Questo trattato viene fedelmente riportato da Radevico Frisingense. _L. II, c. 41._