Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 4

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Nel 1154 Federico celebrò il Natale nelle vicinanze di Novara, ed al principio del susseguente anno 1155 attraversò i territori di Vercelli e di Torino[68]. Benchè queste due città si governassero a comune, ebbero la sorte di trovar quel monarca loro propenso, per cui nella guerra, ch'egli fece in seguito ai Lombardi, l'ultima fu sempre a lui attaccata. Dopo avere passato il Po, riprese, attraversando la pianura posta a diritta, la strada di Pavia. Guglielmo di Monferrato che seguiva l'armata imperiale, gli rammentò le ingiurie fattegli dagli abitanti di Chieri e d'Asti, chiedendogli il castigo di que' popoli così superbi e gelosi della loro indipendenza. Questi spaventati dall'avvicinamento di tanto formidabile armata, e non si fidando abbastanza delle loro torri e delle loro mura, eransi salvati colla fuga. L'imperatore trovò affatto deserto ed abbandonato Chieri, e la città di Asti[69]; le quali dopo il saccheggio de' soldati furono incendiate.

[68] _Otto Fris. de Gest. Frid. I. l. II, cap. 15._

[69] Tutti gli storici contemporanei chiamano questa borgata Cairo, ed il Muratori suppone che si parli d'un castello di tal nome posto alle falde delle Alpi liguri quaranta miglia lontano da Asti. Ma ponendo mente alla strada tenuta da Federico, non può essere che Chieri. Questa borgata, ch'egli attraversò passando da Torino ad Asti, ebbe governo repubblicano fino alla fine del tredicesimo secolo.

S'avvicinò quindi a Tortona, città alleata di Milano, che l'aveva soccorsa nella guerra contro Pavia. Gli fece il re intimare che rinunciasse all'alleanza de' Milanesi, e si unisse ai Pavesi: e perchè il Governo di Tortona rispose non essere sua costumanza di abbandonare gli amici quand'erano nella sventura, fu la città posta al bando dell'Impero con solenne decreto; ed il giorno 13 febbrajo il re ne intraprese l'assedio[70].

[70] _Otto Fris. l. II, c. 17. p. 712. — Trist. Calchi l. VIII, p. 222._

È posta Tortona sopra un monticello che domina le pianure alla destra del Po, a non molta distanza dalle falde delle Alpi liguri. Terre basse e profonde la circondano da ogni banda, dividendola pure da Novi che trovasi ove comincia la catena delle Alpi. La collina di Tortona non si riunisce a questa catena che per mezzo di alcune alture che prolungansi a levante. Su questa dirupata collina è fabbricata la fortezza, e più abbasso un sobborgo, che, quantunque circondato di mura, non è capace di lunga resistenza; onde il re non tardò ad impadronirsi del sobborgo, o della bassa città, che gli abitanti avevano abbandonato, ritirandosi con tutti i loro effetti nella città superiore.

Quando i Milanesi conobbero il pericolo dei loro amici, spedirono loro all'istante duecento de' loro più valorosi soldati, e persuasero molti gentiluomini delle montagne liguri, i quali eransi posti sotto la protezione della repubblica milanese, e tra questi Obizzo Malaspina, a ridursi nella città assediata[71].

[71] Tristano Calco ci diede i nomi de' capi di questi valorosi.

Aveva Federico fissato il suo quartiere all'occidente della città verso il Tanaro; il duca Enrico di Sassonia occupava a mezzogiorno il sobborgo, e le milizie pavesi eransi accampate dalla banda della loro città. Gli assedianti aprirono tra questi diversi quartieri una fossa che toglieva ogni comunicazione fra Tortona e la campagna. Si fabbricarono macchine d'ogni sorta, altre per nettare i merli gettando pietre contro i soldati, altre per rompere le mura. E tali erano i progressi ch'eransi fatti dagl'ingegneri in quest'arte, che raccontasi avere un gran macigno, gettato da una balista avanti al portico della cattedrale, ucciso, spezzandosi, tre de' principali cittadini che stavano colà deliberando intorno al modo di difendere la città. Per ordine di Federico erano state innalzate alcune forche in faccia alle mura, per appendervi coloro che si facessero prigionieri, siccome colpevoli di ribellione.

Intanto i Tortonesi venivano resi forti, per così dire, dalla disperazione, ed insultavano gli assedianti con frequenti sortite, e specialmente il campo de' Pavesi, perchè tra i posti avanzati di questi ed i loro era situata la sola fonte cui gli assediati potessero attinger acqua; ma il re rinforzò questo quartiere mandandovi colle sue truppe il marchese di Monferrato. Cercò pure di abbattere la torre, chiamata _Rubea_, la sola che non fosse fondata sulla rupe; ma i minatori reali furono scontrati dagli assediati che scavavano delle contromine, e li fecero perire soffocati nelle loro gallerie[72].

[72] _Otto Fris. de gestis Frid. I. l. II, c. 17._

Non potendo i Pavesi allontanare affatto dalla fonte affidata alla loro custodia gli assediati, vi gettarono cadaveri d'uomini, e d'animali per corrompere le acque; ma la sete vincendo ogni ribrezzo, non lasciavano per questo di beverne con avidità. Giunsero in fine a renderla affatto inservibile gittandovi solfo infiammato e pece. Tale assedio si protrasse fino alle feste di Pasqua; per celebrare le quali Federico accordò alla sua armata una tregua di quattro giorni; tregua di cui pochissimo approfittarono gli assediati travagliati dalla fame e dalla sete.

Il clero di Tortona sortì processionalmente per chiedere al re la grazia di non accomunarlo al gastigo di una città colpevole ch'egli abbandonava alla sua collera; ma Federico non ascoltò le vili preghiere d'una corporazione che abbandonava i suoi fratelli in tanta calamità, ed avendo costretto quegli ecclesiastici a rientrare in città, fece ricominciare l'attacco[73].

[73] _Ibid. cap. 19._

Intanto la sete rendevasi ai Tortonesi insopportabile, i quali avendo esauriti tutti i soccorsi della pazienza e del coraggio, dopo sessantadue giorni di trincea aperta, non potendo ottenere migliori condizioni, si arresero a patto di sortire dalla città portando sulle spalle gli effetti di cui potrebbero caricarsi una sola volta, lasciando tutto il restante all'armata vittoriosa. Così sortirono in fatto da Tortona, ma dimagrati e sfiniti in modo, che più gloriosa rendevasi la lunga resistenza. Presero la strada di Milano, e mentre si scostavano dalla loro patria, vedevano innalzarsi le fiamme che la distruggevano[74].

[74] _Otto Morena, p. 981. — Otto Fris. l. II, c. 20 e 21, p. 718. — Abbas Usp. in Chron., p. 283. — Godafr. Viterbiensis in Pantheo. pars XVIII, t. VII, p. 464. — Sicardi Ep. Crem. Chron., p. 599, tom. VII Rer. Ital._

Qual che si fosse l'infelice fine dell'assedio di Tortona, i repubblicani lombardi prendevano buon augurio dal vedere che una sola, ed una delle meno popolose e potenti loro città, avesse fermata due mesi la marcia della più formidabile armata che il re tedesco potesse condurre contro di loro, e gli fosse costata più sangue e sudore che ad Ottone la conquista di tutta l'Italia. Un grandissimo esempio di costanza e di coraggio era stato dato per la libertà; i Tortonesi ne erano i martiri, e furono posti sotto la protezione delle repubbliche per la di cui causa avevano tanto sofferto. Furono ripartiti tra le famiglie milanesi con cui avevano formati legami di ospitalità, ed i consoli promisero di rialzare le mura di Tortona tosto che partirebbe l'armata tedesca.

Mentre questi valorosi fuorusciti colle loro mogli e figli, portando i miseri avanzi di loro fortune, entravano in Milano tra le acclamazioni del popolo ammiratore della loro virtù, Federico entrava trionfalmente in Pavia, ove facevasi coronare nella chiesa di S. Michele presso all'antico palazzo dei re lombardi[75].

[75] _Otto Fris. l. II c. 21. p. 718._

Impaziente di associare a quello di re il titolo d'imperatore s'incamminava ben tosto alla volta di Roma, passando in vicinanza di Piacenza e di Bologna, ed attraversando la Toscana senza provocare, nè provare ostacoli.

Papa Eugenio III era morto del 1153; Anastasio IV suo successore non aveva regnato più di un anno; e quando Federico s'avvicinava a Roma era salito sulla cattedra di S. Pietro Adriano IV. In questa città viveva da più anni in pace Arnaldo da Brescia, protetto dal senato, ed applaudito dal popolo, cui denunciava le ambiziose usurpazioni del clero. In principio dell'anno, Adriano IV aveva fulminato l'interdetto contro di Roma[76], che fino al presente non soggiacque mai a così fatto castigo spirituale; e siccome il popolo incominciava a lagnarsi d'essere, all'avvicinarsi della Pasqua, privo delle sacre cose, il senato, consigliandosi colla prudenza, non volle compromettere la pubblica tranquillità, ponendola in urto colle usanze religiose, e persuase Arnaldo ad allontanarsi da Roma, condizione richiesta dal papa per riconciliarsi colla città. Arnaldo si rifugiò presso un gentiluomo della Campania, aspettando le determinazioni che prenderebbe Federico.

[76] _Bar. Ann. Ecc. ad ann. 1155, §. 2, 3, e 4. Card. Aragonius in Vit. Ad. IV. p. 442. Sc. Rer. Ital T. III. P. 1._

I due partiti forzavansi ugualmente di guadagnarsi il favore del monarca. Aveva Adriano mandati a riceverlo a S. Quirico tre cardinali, i quali ottenevano in compenso della promessa della corona imperiale, che Federico lo ajuterebbe a soggiogare i Romani. Il re per dargli una caparra della sua protezione fece arrestare il conte Campano che aveva dato asilo ad Arnaldo, e non lo rilasciò finchè non ebbe consegnato quell'eloquente nemico de' papi al Prefetto di Roma, magistrato eletto da Adriano, ed a lui devoto. Il popolo atterrito ugualmente dai fulmini della Chiesa e dalle minacce dell'esercito Allemanno, non si mosse a favore dell'apostolo della libertà, dichiarato eretico da un concilio; ed avanti che i Romani avessero tempo di rinvenire da questa prima sorpresa, la vendetta papale era compiuta. Il Prefetto teneva il prigioniero nella sua abitazione in castel s. Angelo; di dove in sul far del giorno lo fece tradurre alla piazza del Popolo, destinata alle esecuzioni de' delinquenti. Dal rogo, su cui si fece salire per abbruciarlo, Arnaldo potè vedere a perdita di vista le tre lunghissime strade che facevan capo innanzi al patibolo, e che formano quasi la metà di Roma. Colà, ignorando l'estremo pericolo del loro legislatore, giacevano ancora immersi nel sonno quegli uomini, che tante volte aveva chiamati alla libertà. Il fracasso dell'esecuzione, e le fiamme del rogo risvegliarono i Romani, che si armarono ed accorsero, ma troppo tardi, per salvarlo. Le coorti del papa rispinsero colle loro lance coloro che desideravano di raccogliere come preziose reliquie le ceneri d'Arnaldo[77].

[77] _Vita ad Pap. — Otto Fris. l. II, c. 21, p. 721._

Dopo tale esecuzione, Adriano accompagnato da' suoi cardinali s'avanzò fino a Viterbo all'incontro di Federico. Qualunque fosse il bisogno ch'egli aveva di lui, voleva, in sull'esempio de' suoi predecessori, ridurre l'imperatore ad umiliarsi innanzi al capo della Chiesa prima d'essere da lui esaltato. Federico, vedendolo avvicinarsi, non si mosse per tenergli la staffa ed ajutarlo a discendere dal mulo: tanto bastò perchè il papa si rifiutasse di dargli e di ricevere il bacio di pace finchè l'orgoglioso monarca, alle persuasioni de' suoi cortigiani che avevano veduto Lotario nella medesima circostanza, si piegò a così umiliante ceremoniale. Si ebbe le destrezza d'assicurarlo che tale condiscendenza non comprometteva in verun modo la sua dignità, giacche non al papa, ma all'apostolo da questi rappresentato, riferivasi tale omaggio[78].

[78] _Mur. Ant. It. Dis. IV. vol. I, p. 117._

Venti miglia più lontano tra Nepi e Sutri presentaronsi a Federico i deputati del senato romano. Ottone di Frisinga ci conservò per intero il discorso che diressero all'imperatore[79]. Rammentarono l'antica gloria di Roma, che era debito dell'imperatore di ripristinare; parlarono del dominio che la loro città ebbe lungo tempo di tutto il mondo; dominio cui poteva ancora aspirare dopo avere scosso l'ingiusto giogo de' preti; richiedevano da Federico che, prima d'entrare nella loro città, giurasse di rispettare le costumanze e le antiche leggi di Roma riconfermate coi loro diplomi da tutti gl'imperatori; finalmente di assicurare i cittadini dalla licenza dei Barbari, e di pagare cinque mila libbre d'argento agli ufficiali che, in nome del popolo romano, dovevano coronarlo in Campidoglio.

[79] _Otto Fris. l. II, cap. 22._

Quantunque l'orgoglio di Federico fosse rimasto ferito dall'altero carattere d'Adriano, aveva sagrificato alla dignità della religione, ed all'età del pontefice l'amor proprio, ma nulla aveva potuto prevenirlo per l'alterezza del senato romano. Que' sentimenti repubblicani che combattuti aveva in Lombardia, non gl'ispiravano punto di stima e di rispetto; onde rispose in tal modo da despota: non essere egli fatto per ricevere condizioni, ma per darle al popolo: che quando fa il bene de' suoi sudditi, non segue che gl'impulsi del proprio cuore senz'esservi obbligato da veruna legge o giuramento. Dopo ciò rimbrottando ai deputati romani la degenerazione loro dagli antenati, e la debolezza attuale in confronto dell'antico valore, li rimandò con disprezzo. Mentre i deputati si ritiravano, li fece inseguire da un corpo di mille cavalieri che occuparono la città Leonina. È questa una parte di Roma posta sul monte Vaticano al di là del Tevere intorno alla basilica di s. Pietro. Era stata fortificata dell'848 da Papa Leone IV, dopo che i Saraceni avevano spogliata quella basilica, e perciò portava il suo nome[80]. La città Leonina non comunica colla città principale che per mezzo di un ponte fabbricato a lato di Castel sant'Angelo[81], il quale fu preso dai Tedeschi, e barricato. Dopo tali precauzioni Federico ed Adriano poterono all'indomani entrare senza pericolo e senza incontrar resistenza in quelle deserte strade, e celebrare la ceremonia dell'incoronazione in onta de' Romani che, ritenuti al di là delle barricate, fremevano di sdegno, vedendo che il nuovo imperatore credeva di non abbisognare dei loro suffragi. Poichè Federico ricevette dalle mani di Adriano IV nella basilica di S. Pietro la corona d'oro, si ritirò co' suoi soldati nel campo formato fuori delle mura[82].

[80] _Anast. Bibl. de vita Leonis IV, p. 240. Sc. Rer. It., t. III._

[81] Si chiama oggi Ponte S. Angiolo, prima _Pons Aelii Adriani_.

[82] _Otto Fris. L. II, c. 23, p. 724._

Tosto che i Romani videro levarsi le guardie che difendevano il ponte sul Tevere, si precipitarono entro la città Leonina, e massacrarono tutti coloro del seguito dell'imperatore che rimasti erano presso al Vaticano. All'avviso di questa sommossa popolare, riunì all'istante Federico i suoi soldati, e si portò nella città Leonina contro gli ammutinati. La battaglia s'impegnò innanzi a castel sant'Angelo alla testa del ponte, e tra il Gianicolo ed il fiume presso ad una fonte di cui ora non rimane verun avanzo: nel primo luogo combattevano gli abitanti della città, nell'altro i transteverini. Tale era già l'effetto della disciplina repubblicana, che i Romani sostennero tutto il giorno lo sforzo dell'armata imperiale benchè composta delle migliori truppe tedesche. Furono però alla fine respinti, lasciando sul campo di battaglia mille morti e duecento prigionieri. All'indomani l'imperatore, che incominciava a mancar di viveri, s'allontanò da Roma col papa e s'accampò presso Tivoli. Colà celebrò la festa di S. Pietro e Paolo, nella quale il papa, dopo la messa, assolse tutti i soldati che avevano massacrate le sue pecore, dichiarando, _non essere delitto il versare il sangue umano per sostenere il potere de' principi, e vendicare i diritti dell'impero_[83].

[83] _Otto Frising. Lib. II, c. 24, p. 725._ — Se l'imperatore aveva realmente diritto di sovranità sovra di Roma, non è meraviglia che il papa facesse la surriferita dichiarazione. _N. d. T._

Intanto l'avvicinamento della canicola moltiplicava nell'armata le febbri pestilenziali; onde, per evitare la fatale influenza dell'eccessivo caldo, Federico condusse le sue truppe nelle montagne del ducato di Spoleti, la di cui capitale, siccome tutte le altre città italiane, reggendosi a comune, ebbe la sventura di muover la bile dell'imperatore. Il fisco pretendeva dalla città di Spoleti un residuo pagamento di ottocento lire per diritto di fodero, e per questo titolo veniva imputata d'aver defraudati i diritti reali. Inoltre i consoli di Spoleti avevano arrestato il conte Guido Guerra, uno de' più potenti gentiluomini toscani, che, di ritorno da una legazione, voleva raggiungere l'armata. Federico adunque spinse le sue truppe contro gli Spoletini, che coraggiosamente affrontarono gli assalitori; ma attaccati dalla cavalleria tedesca, non ne sostennero l'urto, e fuggirono verso la città inseguiti dai vincitori, che, entrandovi coi fuggiaschi, la misero a fuoco prima d'averla interamente spogliata. Due giorni rimasero i Tedeschi in quelle vicinanze per dividere le spoglie degl'infelici Spoletini, sottratte alle fiamme[84].

[84] _Idem. Ibid. p. 726._

I baroni pugliesi ch'eransi rifugiati presso l'imperatore, lo andavano esortando a portare le sue armi negli stati del re di Sicilia. Ruggeri il primo dei re normanni era morto a Palermo il 26 febbrajo del 1153 in età di 56 anni, dopo un regno glorioso, ma in sul finire infelicissimo; perciò che nell'ultimo anno di sua vita perdette i suoi due maggiori figliuoli Ruggeri ed Alfonso, le di cui virtù mostravangli degni successori degli eroi normanni. Guglielmo I, il terzo de' suoi figli, uomo pusillanime ed incapace di governare, erasi perciò abbandonato alla direzione di un oscuro cittadino di Bari, chiamato Mago, ch'era stato da lui nominato cancelliere e grande ammiraglio, per cui aveva indisposta la nobiltà, e dato occasione ad una sommossa popolare in Puglia[85]. Roberto, principe di Capoa, alla testa degli esuli era entrato nella Campania, per farla ribellare; e tutte le città gli avevano aperte le porte, tranne Napoli, Amalfi, Salerno, Troja e Melfi. Emmanuele Comneno, imperatore di Costantinopoli, faceva nello stesso tempo attaccare da una flotta Brindisi e Bari, che gli opponevano una leggiere resistenza. Tutto il regno di qua dal Faro credevasi perduto dal monarca normanno, se Federico, come ne aveva dato voce, si fosse avanzato per terminarne la conquista: ma i Tedeschi impazienti di restituirsi alla loro patria, onde rimettersi dalle fatiche e dalle malattie di così micidiale campagna, non permisero all'imperatore di prolungare la guerra. Fu dunque costretto di licenziare la sua armata in Ancona, ove molti de' signori che l'avevano seguito, s'imbarcarono per Venezia; altri, attraversando la Lombardia ed il Piemonte, valicarono le Alpi della Savoja. Federico ch'erasi conservato un considerabile corpo di truppa passando per la Romagna, il Bolognese ed il Mantovano, si ridusse nel territorio veronese[86].

[85] _Romualdi Salernit. Chron. p. 197. t. VII._

[86] _Otto Frising. l. II, cap. 25._

Era costumanza de' Veronesi di non accordare alle truppe imperiali il passaggio per la loro città. Per non esservi obbligati usavano perciò di fabbricare fuori delle mura un ponte sull'Adige. Quando Federico entrò sul loro territorio cogli avanzi d'un'armata che aveva portato la desolazione in tutta l'Italia, e che da Asti fino a Spoleti aveva segnata la sua marcia cogl'incendj e coi massacri, lusingavansi, se riusciti fossero a dividerli, di distruggerli affatto, e vendicare essi soli la Lombardia. Il ponte di battelli costrutto al di sopra della città, era, dice Ottone di Frisinga[87], un laccio teso ai Tedeschi piuttosto che un ponte, perchè le barche che lo formavano erano legate soltanto quanto bastava per resistere alla forza della corrente; e mentre l'armata lo attraversava, enormi masse di legnami, che facevansi scendere lungo il fiume, dovevano urtarlo e romperlo. Un leggiere errore di calcolo sul tempo necessario perchè dal luogo in cui venivano posti nel fiume giungessero i legni fino al ponte, fece andar a vuoto il progetto. Gl'imperiali avendo affrettata la marcia onde sottrarsi al furore dei paesani che gl'inseguivano per vendicarsi delle loro rapine, non solo ebbero tempo di passare il ponte prima che si rompesse, ma lo avevano di già attraversato molti degl'insorgenti che tenevano lor dietro, i quali, rimasti poi separati alcuni istanti dai loro patriotti, furono tutti massacrati. Pure l'imperatore non si trovò abbastanza forte per vendicarsi di coloro che gli avevano preparata tale insidia; onde proseguendo il suo viaggio verso le montagne, rientrò in Baviera per Trento e Bolzano un anno dopo la sua partenza.

[87] _De Gestis Frid. I, l. II, c. 26._

CAPITOLO IX.

_Continuazione della guerra di Federico Barbarossa colle città lombarde. — Primo assedio di Milano; assedio di Crema; presa e rovina di Milano._

1155 = 1162.

I consoli milanesi non avevano aspettato che Federico licenziasse le sue truppe per mandare ad effetto le promesse fatte agli abitanti di Tortona. Quando aveva di poco abbandonato Pavia per recarsi a Roma, essi presentarono al popolo quegl'infelici fuorusciti, vittime onorate del loro attaccamento alla causa della libertà lombarda, ed ottennero dal parlamento, o consiglio generale, il decreto per rifabbricar Tortona a spese del pubblico. Il tesoro era esausto, ma i cittadini erano avvezzi a soccorrerlo. Coloro che non potevano dar danaro, offrivano le loro braccia allo stato. Gli abitanti di due porte della città, che ne formavano il terzo, furono incaricati di tale spedizione. Gentiluomini e plebei, cavalieri e pedoni, tutti partirono assieme, e nello spazio di tre settimane in cui rimasero a Tortona, a vicenda soldati e muratori, respinsero i Pavesi che volevano impedire il rifacimento della città, e nel medesimo tempo rialzarono le mura e le rovinate case[88]. Alle porte Ticinese e Vercellina furono surrogate la Renza e la Romana; e mentre toccava a quest'ultima la guardia, i Milanesi accantonati nel sobborgo di Tortona, furono sorpresi dalle milizie di Pavia, e costretti di salvarsi nella città alta, abbandonando la maggior parte dei loro effetti e munizioni. Altri rifugiaronsi nella chiesa mentre i loro fratelli d'armi rispingevano dalle mura non ancora ultimate gli assalitori. Dopo la battaglia i consoli fecero scrivere sulla porta della medesima chiesa i nomi di coloro che disperando della salute pubblica vi avevano cercato un rifugio con dispendio del proprio onore[89].

[88] _Otto Mor. Hist. Ver. Land. p. 983. — Trist. Calchi Hist. Patriæ l. VIII, p. 223._

[89] _Sire Raul de Gest. Frid. I, p. 1176._

I Milanesi non si limitarono a ristabilire Tortona, ed a richiamarvi i loro abitanti, ma si disposero inoltre a punire coloro che, comunque ugualmente interessati alla libertà d'Italia, eransi uniti all'oppressore di quella. Essi ristabilirono e fortificarono il ponte sul Ticino presso Abbiategrasso, che era stato abbruciato da Federico: per il qual ponte, aprendo loro i territorj della Lomellina e di Vigevano da loro sottomesse, potevano, quando gli piaceva, attaccare i paesi del Pavese, del Novarese, del Monferrato. E per tal modo, minacciando ad un tempo tutti i loro nemici, seppero approfittare di così eccellente posizione per costringere i Pavesi ad una pace umiliante, per battere il marchese di Monferrato, per impadronirsi di molti castelli del Novarese, e ristabilire interamente la riputazione delle loro armi, che dalle vittorie di Federico parevano messe in fondo[90].

[90] _Carol. Sigon. de Regn. It. l. XII, p. 293. — Sire Raul p. 1179. — Trist. Calch. l. VIII, p. 225._

Nel tempo medesimo all'altra estremità del territorio erano entrati nella vallata di Lugano ed avevano occupati circa venti castelli che seguirono la parte imperiale. Avevano ristabiliti e fortificati i ponti sull'Adda, fugati i Cremonesi che venivano ad attaccarli, ed assicurata la subordinazione de' Lodigiani, di cui diffidavano con ragione[91].

[91] _Ibid._