Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 3

Chapter 33,658 wordsPublic domain

Eugenio III discepolo di s. Bernardo eletto in suo luogo abbandonò immediatamente Roma per non essere costretto a dare la sua approvazione al ristabilimento del senato. Però dopo pochi mesi disponevasi a riconoscerlo a condizione che i Romani riconoscessero pure il suo prefetto; ed a tali patti ritornò in Roma in mezzo alle più vive dimostrazioni di allegrezza: ma essendosene poco dopo allontanato, mentre viaggiava in Italia ed in Francia, tornò a Roma trionfante Arnaldo da Brescia[48], il quale si sforzò di dare ai Romani più giuste nozioni intorno alle cause della grandezza della loro antica repubblica. Persuaso che la più durevole di tutte le riforme è quella che, invece di distruggere le antiche costumanze, cerca anzi di ravvicinarvisi, rendendole più vigorose, consigliò i Romani a formare un ordine equestre che fosse intermediario tra i senatori e la plebe, di ristabilire i consoli per presiedere al senato, i tribuni per difendere il popolo; di escludere affatto i pontefici dall'amministrazione politica, e di limitare i poteri ch'erano forzati di conservare all'imperatore. Ma l'assoluto silenzio degli storici italiani intorno alle cose accadute in tale epoca, e la brevità delle storie tedesche cui dobbiamo attenerci, non ci fanno conoscere quale esecuzione avessero le riforme proposte da Arnaldo[49][50]. Sembra soltanto che durante tutto il non breve pontificato d'Eugenio III i Romani fossero sempre in guerra col papa, e che Arnaldo andasse loro rammentando l'esempio de' loro antenati, e ciò che far dovevano per mantenere la patria libera. Vedremo nel susseguente capitolo l'infelice fine di quest'uomo martire della libertà in quella medesima città che aveva cercato di rendere libera.

[48] _J. de Muller_ scrive che, stando ad una cronaca di Corbia, duemila Svizzeri delle montagne accompagnarono Arnaldo a Roma, e lo assistettero a ristabilirvi la libertà. _B. I, c. 14, p. 410._

[49] _Gunt. in Ligurino, lib. III, p. 43. — Otto Fris. de gestis Frid. I, l. II, c. 21, p. 719_. — Le vite dei papi scritte da Bernardo Guidoni, e dal Cardinale di Arragona, _t. III, p. 437_ 439, quasi niente contengono d'importante.

[50] A torto si è tentato di attribuire ad Arnaldo da Brescia opinioni troppo libere in punto di religione e di governo. Lasciando da banda le prime perchè affatto straniere alla presente storia, non credo inutile il dare qualche schiarimento rispetto alle seconde, trattandosi di un uomo ch'ebbe tanta parte ne' movimenti popolari di Roma e di Brescia; e vedremo che tutta la sua colpa si riduce all'aver predicato contro il dominio secolare del clero. Lunga fu la lotta che sostenne nella sua patria contro il vescovo Mainfredo, il quale faceva ogni sforzo per rialzare in Brescia il prostrato edificio della signoria episcopale, onde andava accarezzando i nobili, mirando a valersi delle forze loro per distruggere i consoli, e farsi egli principe. Lo che conoscendo Arnaldo contrario allo spirito, alle leggi ed all'utilità della Chiesa, animò i consoli ed il popolo ad opporsi agli attentati dell'ambizioso vescovo. Colle scritture e coi sacri canoni mostrava al popolo che i vescovi, siccome descritti in capo alla milizia di Dio, non devono prender parte nelle faccende secolaresche; che come successori degli apostoli debbono esserne gl'imitatori; _non essendo giusto che abbandonino la parola di Dio_ per occuparsi di governi temporali, di milizie, ec. Queste spiacevoli verità annunciate da Arnaldo al popolo con robusta eloquenza, e confermate dalla santità de' suoi costumi, riunirono contro di lui il vescovo, tutto il clero, gli abati ed i monaci, i quali accusando Arnaldo di eresia al concilio lateranese, ottennero, colla calunnia, di farlo condannare. S. Bernardo chiama pessimo scisma, non eresia il titolo d'accusa dato ad Arnaldo. E tale doveva veramente essere in faccia alla corte pontificia la dottrina d'Arnaldo, che non solo non concedeva agli ecclesiastici la superiorità da loro pretesa sopra il temporale dei principi, ma accordava ai principi una piena autorità sopra i beni ecclesiastici per regolarne l'uso a tenore dei canoni.

Obbligato di abbandonare la patria per sottrarsi alle calde persecuzioni del clero, fu alcun tempo a Costanza, e nella Svizzera, di dove passò in Francia per difendere il suo maestro Abaelardo accusato da s. Bernardo. Ma sul principio del pontificato d'Eugenio III si ridusse a Roma per appoggiare colla sua eloquenza e co' suoi consigli la fazione de' Romani, che contrastavano al papa la temporale signoria. E forse vi fu chiamato dai Romani medesimi, conoscendo quanto poteva esser utile al loro partito. Nè Arnaldo mancò alle loro speranze, perchè distinguendo accuratamente le incumbenze ecclesiastiche dalle secolari, persuase al popolo, che il Papa doveva accontentarsi della cura spirituale di tutta la cristianità, ma non addossarsi ancora il peso del governo temporale, la di cui alta ispezione doveva lasciare all'imperator de' Romani suo sovrano, e l'immediata amministrazione al senato ed al popolo romano. A tal fine confortava i Romani non solo a conservare il senato, ma a repristinare ancora tutti gli antichi ordini e costumanze, l'ordine equestre, i tribuni, i censori, i consoli, e l'antica forma de' giudizj e delle milizie. _N. d. T._

CAPITOLO VIII.

_Federico Barbarossa imperatore. — Sua prima spedizione contro le città libere d'Italia._

1152 = 1155.

Corrado III, che regnò quattordici anni in Germania, s'intitolava pure re d'Italia senza aver avuta mai la più leggiera influenza sopra questo paese. La guerra che faceva ai principi guelfi Enrico il superbo, e Guelfo VI, duchi di Baviera e di Sassonia, lo tennero molti anni in Germania. Del 1147 cesse, siccome Luigi VII di Francia, alle eloquenti esortazioni di s. Bernardo, e passò in Oriente con una potente armata di crociati; e di ritorno ne' suoi stati, dopo tre anni di sgraziata guerra, fu sorpreso dalla morte il 15 febbrajo del 1152 mentre disponevasi a discendere in Italia per ricevere la corona imperiale[51].

[51] Vedasi intorno a questo regno, _Mascovius Comment. de rebus Imp. sub Corrado III lib. IV et V._

Quantunque lasciasse un figliuolo in tenera età, la dieta del regno riunitasi in Francoforte, seguendo i consigli di Corrado medesimo, dava la corona a suo nipote Federico Barbarossa, duca di Svevia, allora nel fiore della gioventù. Potevano i principi lusingarsi che il nuovo monarca farebbe cessare le sanguinose divisioni delle due più potenti famiglie dell'Impero, i Ghibellini, ossia la casa di Svevia in Franconia, ed i Guelfi, ossia la casa di Baviera in Sassonia. Federico era l'erede della casa ghibellina, siccome nipote di una sorella di Enrico V; e d'altra parte era alleato della famiglia guelfa per essere figliuolo d'una figlia di Enrico il nero, duca di Baviera: di modo che, dal lato della madre, veniva ad essere nipote di Guelfo VI, duca di Baviera, e cugino d'Enrico il Leone, duca di Sassonia, i due capi della casa guelfa[52].

[52] _Otto Frisin. de Gestis Frid. I. l. II, cap. 2. Scrip. Rer. Ital. tom. VI, p. 699._

Le speranze dell'Allemagna non andarono deluse; e, quasi durante tutto il lungo regno di Federico, le dissensioni di queste due famiglie che avevano cagionati tanti travagli ai suoi predecessori, rimasero sopite. Le forze de' Tedeschi rese maggiori dall'abitudine delle guerre civili, si riunirono sotto le bandiere di Federico. Vero è che questa concordia ebbe fine colla sua vita; quando le due famiglie, separandosi nuovamente sotto il regno del suo successore, comunicarono il loro odio ai popoli, i quali confondendo le contese di queste famiglie con quelle del sacerdozio e dell'Impero, fecero nascere in Italia le troppo famose parti de' Guelfi e de' Ghibellini, che, siccome vedremo, furono cagione che essi spargessero torrenti di sangue per più secoli.

Lo stesso giorno dell'incoronazione, il nuovo sovrano lasciò travedere il severo ed inflessibile carattere che portava sul trono. Uno de' suoi cortigiani, che avendo avuto la disgrazia di spiacergli, era stato per suo ordine allontanato dalla corte, credette che in questo giorno d'allegrezza gli sarebbe stato facile d'ottenere il perdono. In tempo della cerimonia si gittò ai piedi del nuovo re; e gli chiese grazia. Le guardie che udirono le sue preghiere, benchè non sapessero quale fosse il suo delitto, aggiunsero alle sue le loro suppliche, e tutta la moltitudine, commossa a tale spettacolo, chiamò grazia per il supplicante. Federico impose a tutti silenzio, e nell'istante in cui andava a ricevere la sacra unzione, dichiarò con alta e severa voce, che la giustizia, e non l'odio aveva dettato il suo giudizio, e che niuna cosa al mondo potrebbe farglielo rivocare[53]. Tal era l'uomo che si preparava ad armare la Germania contro la libertà italiana.

[53] _Ibid. — Gunteri Ligurinus lib. I, p. 12. ap. Pitheum._

Federico era stato eletto nella dieta di Francoforte dai soli principi tedeschi; onde l'Italia veniva, siccome una provincia soggetta, data ad un nuovo sovrano dall'altrui suffragio. Vero è però che alcuni pochi gentiluomini toscani, lombardi e genovesi avevano assistito alla dieta, ma ciò fu per caso, e senza missione[54]. Essi non pretesero di conferire coi loro suffragi le due corone italiche; ma i loro concittadini, contenti, se non della dominazione allemanna, almeno del modo con cui la loro patria veniva amministrata, e della libertà di cui godevano sotto stranieri sovrani, invece di opporsi, applaudirono all'elezione di Federico.

[54] _Gunt. Ligur. lib. I, p. 6._ — È anche dubbioso che vi fossero Genovesi, perciocchè il nome di _Ligures_ viene dato da Guntero a tutti i Lombardi.

Fu nella dieta convocata il mese d'ottobre in Wurtzburgo, che i deputati mandati da Federico in Italia resero conto della loro missione, ritornando accompagnati dai delegati di papa Eugenio III per affrettare i soccorsi del nuovo monarca contro i Romani diretti sempre da Arnaldo da Brescia. Roberto principe di Capua, quello stesso che con tanto coraggio aveva sussidiati i Napoletani nella guerra che loro tolse la libertà, si presentò alla stessa dieta, implorando insieme ad altri baroni della Puglia esigliati anch'essi, dal re e dalla nazione tedesca di restituir loro il perduto patrimonio e di metter fine alle usurpazioni del re di Sicilia ugualmente nemico suo, come dell'Impero[55].

[55] _Otto Frisin. Frid. I. lib. II, cap. 7, p. 703._

Federico, giovane valoroso ed avido di gloria, vedeva quanto la riunione delle fazioni allemanne accresceva le sue forze, ed era impaziente di usarne. L'Italia era la sola provincia in cui potesse far conoscere la sua attività ed i suoi talenti militari, e dove avrebbe dovuto essere incoronato imperatore e re; ma sapeva pure che in Italia non avrebbe trovato nè ubbidienza, nè sudditi, nè tesori, nè armate; ed egli risguardava l'indipendenza d'Italia come uno stato di rivolta, i privilegi, come ingiuste usurpazioni. Promise perciò soccorso a Roberto ed ai baroni pugliesi, e segnò un trattato d'alleanza col papa, nel quale Eugenio prometteva la corona imperiale, e Federico di ristabilire in Roma l'autorità papale. In sul finire della dieta intimò a tutti i vassalli del regno germanico di disporsi ad accompagnarlo in Italia entro due anni al più tardi; e tutti i signori che assistettero alle deliberazioni della dieta, giurarono di seguirlo in tale impresa[56].

[56] _Otto Frising. I. II, cap. 7._

In marzo del 1153 tenendo Federico un'altra dieta a Costanza, due Lodigiani portando delle croci in mano, attraversarono la folla de' principi, e gittandosi ai piedi dell'imperatore, domandarono colle lagrime la libertà della loro patria, che i Milanesi avevano ridotta nella più dura servitù. Erano omai quarant'anni da che la repubblica di Lodi era stata sottomessa ed incorporata al territorio milanese; e la generazione che aveva potuto aver parte in un governo libero, ed esercitare nelle pubbliche adunanze i diritti della popolare sovranità, era forse tutta discesa nel sepolcro: ma la dolce ad un tempo e trista memoria della perduta indipendenza è una eredità che i repubblicani lasciano ai loro figliuoli coll'obbligo di trasmetterla d'una in altra generazione, per farla rivivere qualunque volta ne avranno la forza. I cittadini lodigiani, senz'esserne autorizzati dai loro compatriotti, condotti dal caso a Costanza, trovarono nel proprio cuore le parole che potevano destare la compassione di persone che non intendevano il loro idioma. I loro singhiozzi e le lagrime della rimembranza d'una patria che più non avevano, si fecero strada al cuore di Federico, il quale fece subito dal suo cancelliere spedire un ordine ai Milanesi di ristabilire i Lodigiani negli antichi privilegi, e di rinunciare alla giurisdizione che si erano usurpata. Sicherio suo ufficiale di corte fu incaricato di portare all'istante quest'ordine ai consoli del popolo di Milano[57].

[57] _Otto Morena Hist. Land. t. VI. Rer. Ital. p. 957. — Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 173, t. XI, p. 634._

Da prima recossi Sicherio a Lodi, ove partecipò ai magistrati delle borgate, tristi avanzi della distrutta città, la missione di cui era incaricato. Erano i Lodigiani troppo persuasi che una semplice lettera non farebbe loro rendere la perduta libertà, e tremarono in vista del pericolo cui gli esponeva l'inconsiderata procedura de' loro concittadini. La loro città era stata distrutta dal fuoco, ed essi ridotti ad abitare in villaggi aperti da ogni banda. Sapevano che la possente cittadinanza milanese poteva, provocata dalla risentita lettera di Federico, distruggere in poche ore le loro case, ed i loro raccolti, quando i soccorsi di Germania tarderebbero almeno un anno. Federico li proteggeva come usano i grandi di fare: essi credono d'aver tutto fatto pei loro clienti, quando si prendono la cura di vendicarli. Invano i magistrati di Lodi rappresentarono a Sicherio i loro pericoli; che non ottennero di sopprimere la lettera imperiale, o di differirne la consegna fino all'epoca in cui Federico entrasse in Italia.

I consoli milanesi ricevettero Sicherio in presenza dell'assemblea del popolo, che ascoltò la lettura del dispaccio. L'indignazione eccitata da una lettera così imperiosa fu universale; fu strappata di mano all'araldo, e posta sotto i piedi; mentre tutti giuravano ad alta voce di difendersi, e caricavano d'imprecazioni il despota. Sicherio si sottrasse a stento alla moltitudine furibonda[58].

[58] _Otto Morena Rerum Laudensium p. 965._

Intanto i Lodigiani trovavansi in preda a mortali terrori: essi mandavano le mogli ed i figli coi più preziosi effetti a Cremona ed a Pavia; e gli uomini restavano di giorno nelle proprie abitazioni, che abbandonavano la notte, disperdendosi ne' borghi e nelle campagne, per timore d'essere ad ogni istante sorpresi dall'armata milanese, che volesse punirli d'aver osato desiderare la libertà. Ma il popolo milanese, prevenuto dell'imminente arrivo dell'imperatore, non volle, attaccando i Lodigiani, che aveva presi a proteggere, provocare maggiormente il suo sdegno; che anzi unitamente agli altri Lombardi mandarono a Federico i regali che le città avevano costume di spedire al nuovo sovrano. I deputati di Pavia e di Cremona portarono in tale occasione al trono imperiale le loro lagnanze contro la crescente ambizione dei Milanesi i quali conobbero ben tosto l'aggravio loro fatto dalle vicine città, ed alla nuova stagione tentarono di vendicarsene con alcune scorrerie sui territorj di Pavia e di Cremona[59].

[59] _Otto Morena p. 971._

La Lombardia era ancora in armi nell'ottobre del 1154 in cui v'entrò l'imperatore. Scendeva egli le Alpi per la vallata di Trento, e marciava alla testa di tutti i suoi vassalli, e di un'armata maggiore assai di quante ne avevano i suoi predecessori condotte in Italia. Fermossi alcun tempo in riva al lago di Garda per aspettarvi i suoi feudatarj; poi s'avanzò fino a Roncaglia in vicinanza di Piacenza; segnò il suo campo sulla pianura in riva del Po, e, secondo l'antica costumanza, vi aperse i comizj del regno d'Italia[60].

[60] _Otto Fris. lib. II, cap. 12. 15, p. 706. — Otto Morena p. 969. — Sire Raul, seu Radulphus Mediol. De gestis Frid. I. p. 1175, t. VI. — Ligurinus l. II, p. 24._

Il primo atto de' comizj fu quello di privare de' loro feudi coloro che non erano intervenuti; poi l'imperatore si dichiarò disposto a giudicare le cause de' suoi sudditi italiani, ed a soddisfare alle loro lagnanze. Il primo che domandasse giustizia fu Guglielmo, marchese di Monferrato, il quale accusò la città d'Asti ed il borgo di Chieri. Questi due popoli eransi costituiti in governi liberi, e non avendo potuto ridurre il marchese a porsi sotto la loro protezione, facevano la guerra ai suoi vassalli. Il vescovo d'Asti s'unì al marchese contro la sua greggia. Tutte le nascenti repubbliche eccitavano la diffidenza o la collera di Federico, onde prometteva al prelato ed al marchese di castigare esemplarmente i popoli che gli avevano offesi.

Presentaronsi in appresso i consoli lodigiani e comaschi, rinnovando le lagnanze che i Lodigiani avevano già fatte a Costanza contro i Milanesi. I consoli di Milano trovavansi presenti e preparati a rispondere, onde si discussero le rispettive ragioni innanzi all'imperatore, e tutte le città manifestarono le loro inclinazioni. Si conobbero amici dei Milanesi i Cremaschi, i Bresciani, i Piacentini, gli Astigiani, i Tortonesi; dei Pavesi soltanto le città di Cremona e di Novara, poichè quelle di Como e di Lodi erano soggette a Milano. Il partito pavese era dunque evidentemente il più debole: per cui Federico chiamato a favorire una delle due leghe, si dichiarò per quella che in appresso potrebbe sempre facilmente opprimere; mentre quando avesse appoggiati i Milanesi, questi non avrebbero in breve più avuto bisogno del suo favore[61].

[61] _Sire Raul p. 1175._

Ordinava intanto alle due parti di deporre le armi, e faceva che i Milanesi lasciassero liberi i prigionieri pavesi: in appresso avendo manifestata la sua intenzione di avvicinarsi a Novara prima di nulla decidere intorno alle lagnanze di Como e di Lodi, chiese ai consoli di Milano di condurlo essi medesimi a traverso al loro territorio.

La strada che naturalmente doveva tenere l'armata, fu quella che i consoli di Milano avevano indicata, la quale attraversava, in linea quasi retta per lo spazio di circa cinquanta miglia, Landriano, Rosate e Trecate, ov'era il ponte sul Ticino. Ma su questa medesima linea appunto eransi pochi mesi prima battuti in più riprese i Milanesi ed i Pavesi; di modo che la campagna era stata rovinata: e perchè i Tedeschi prendevano, senza pagare, non solo gli oggetti di cui abbisognavano, ma gli animali ed i mobili, i paesani fuggivano innanzi a loro, e lasciavano deserti i paesi per cui l'armata doveva passare. La prima notte l'esercito di Federico s'accampò innanzi a Landriano, ove trovò appena di che nutrirsi. Arrivò il susseguente giorno a Rosate, e perchè le dirotte piogge ne rendevano difficile la marcia, fece alto quarantott'ore presso a quel castello. I Milanesi non avevano calcolato tale ritardo, e le provvisioni colà preparate essendosi consumate il primo giorno, l'armata trovossi senza viveri. Lo stesso Ottone di Frisinga osserva che il principe ed i soldati, travagliati dalle non interrotte piogge, erano insofferenti e di cattivo umore, ed incolpavano perciò i Milanesi dell'avversa stagione[62]. La sera del secondo giorno Federico ordinò ai loro consoli d'allontanarsi dal campo e di sottrarsi alla reale indignazione; soggiungendo di far subito evacuare il castello di Rosate, ove trovavansi cinquecento soldati, onde la sua truppa potesse valersi dei viveri della guarnigione. I consoli ubbidirono: nè la guarnigione solamente, ma ancora tutti gli abitanti uscirono dal castello conducendo di notte già innoltrata, e sotto una pioggia freddissima e continuata, le loro mogli e figli; lo che rendeva quest'esecuzione militare più odiosa e crudele. Presero la strada di Milano da cui erano lontani dodici miglia, lasciando, com'era loro stato ordinato, tutti gli effetti nel castello. V'entrò in sul far del giorno l'armata tedesca, e, dopo averlo saccheggiato, lo spianò da cima in fondo[63].

[62] _De rebus gestis Frid. I. l. II, cap. 14, p. 710._

[63] _Otto Morena p. 973._

Quando i fuorusciti di Rosate giunsero a Milano, volendo pure dar colpa della loro sventura a qualcuno esposto alla loro vendetta, ripetevano le lagnanze de' Tedeschi, rimproverando ai consoli milanesi d'aver dato motivo della collera di Federico e della sua armata. Que' magistrati avevano torto in faccia a quegli abitanti dell'aver condotta l'armata presso al loro castello. Il popolo milanese era incapace di resistere all'affascinamento d'un grande spettacolo; le lagrime delle donne di Rosate, la miseria de' fanciulli che portavano in collo lordi di fango ed assiderati da una pioggia gelata, lo scoraggiamento dei capi di casa che avevano tutto perduto, facevano sui Milanesi un'impressione assai più profonda che non la ferma e misurata eloquenza dei consoli, Oberto dall'Orto, e di Gherardo Negro, che rendevano ragione della propria condotta. La plebe tumultuante si portò contro la casa dell'ultimo, e la demolì interamente. Pure questo magistrato dimenticò l'ingratitudine del popolo, e non lasciò di servire con zelo e fedeltà la patria[64].

[64] _Otto Fris. de gest. Frid. I, l. II, cap. 13, e 15._

Altri deputati furono mandati a Federico, i quali rappresentarongli il castigo inflitto al console, siccome una luminosa soddisfazione che il popolo di Milano aveva voluto dargli: tentarono pure di calmarlo offerendogli una ragguardevole ammenda, a condizione per altro di lasciare la loro repubblica nel tranquillo possesso di Como e di Lodi. Ma il leone che aveva assaporato il sangue, rifiutava tutt'altro nutrimento. Federico si crucciò fieramente dell'offerta di un tributo, quasi si fosse cercato di corromperlo col danaro[65]; e menando i suoi soldati nelle più fertili campagne del Milanese, le lasciò a discrezione loro. S'avanzò poscia verso i due ponti fortificati che i Milanesi avevano costrutti sul Ticino per passare quando il volessero nel territorio novarese, e dopo averli attraversati egli e l'armata, li fece abbruciare. Milano possedeva pure sull'opposta riva due castelli risguardati come chiavi del Novarese, Trecate e Galliate, ne' quali teneva sempre guarnigione. Federico li prese d'assalto, e dopo averli saccheggiati li fece spianare[66].

[65] _Ibid. Cap. 14._

[66] _Epist. Frid. ad Ottonem Frisin. ap. Scrip. Rer. Ital. t. VI, p. 635._

I Milanesi osservavano attoniti le rovine fatte da questa barbara armata, che a guisa di turbine aveva attraversato il loro territorio. Essa ne era finalmente uscita, ma non potevano prevedersi i suoi ulteriori movimenti; e dopo varj inutili tentativi, si era abbandonato il progetto di calmare coi doni la cieca sua collera. Rinvenuti da quella prima sorpresa, i magistrati pensarono a porsi in sicuro contro nuovi attacchi. Introdussero in città abbondanti provvigioni, ne rinforzarono con estrema cura le fortificazioni, e misero i castelli del territorio nel migliore stato di difesa. Mandarono in pari tempo ambasciatori alle città alleate per rinnovare gli antichi patti, domandare ed offerire reciproco soccorso in caso d'attacco[67].

[67] _Tristani Calchi Hist. Patriæ, l. VIII, p. 222._