Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Part 26
Il potere dell'eloquenza in questo secolo, quell'impero della parola con cui il frate di Vicenza si traeva dietro i popoli, e ne regolava i destini, fu il primo effetto del rinascimento delle lettere, o forse al contrario il primo motivo dell'importanza che si diede allora allo studio delle lettere, e dei rapidi avanzamenti che poi fecero. Non deve sempre giudicarsi del merito d'un oratore dietro l'impressione che produce nel popolo; imperciocchè assai più che l'eloquenza influiscono sulla buona riuscita le disposizioni degli uomini, e quel rapido slancio sull'immaginazione del popolo, ancora nuovo ai prestigi ed ai piaceri della parola. Nè Demostene, nè Cicerone, nè Bossuet, scossero giammai così profondamente i loro uditori, quanto i frati predicatori di san Domenico, quanto san Francesco d'Assisi e sant'Antonio da Padova. Le repentine conversioni de' principali personaggi del secolo, i dotti che abbandonavano i loro studj, i principi che abdicavano il loro potere ascoltando un discorso di taluno di questi oratori religiosi, la facilità con cui le più gelose e turbolenti repubbliche rendevanli arbitri dei proprj destini, lo zelo dei soldati e de' contadini che seguivano il loro predicatore di città in città, e perfino ne' deserti, ne ricordano i favolosi effetti della poesia d'Orfeo e la magica forza della parola sui Greci, sopra una nazione troppo simile all'italiana, egualmente nuova, egualmente entusiasta, egualmente dalla natura destinata ad aprire la nuova strada della poesia e dell'eloquenza.
Di tanti celebri oratori di questo secolo non abbiamo che i discorsi di sant'Antonio, dei quali il Tiraboschi, che era cattolico, ne parlò col rispetto da lui dovuto alle opere d'un santo di primo ordine[528]; pure non lasciò di osservare che questi discorsi, a fronte de' maravigliosi effetti attestati dagli storici contemporanei, non sono che un tessuto di passi scritturali e de' ss. Padri, con alcune riflessioni morali, senza ornamenti di stile, senza forza o profondità, senza varietà di figure, e per dirlo in una parola senza niente di tutto quanto forma il carattere d'un eloquente oratore. Ma ciò che sembrerà ancora più strano, si è che questi discorsi facevansi in latino. Vero è che, come l'osserva Tiraboschi, in tal epoca la lingua latina era più vicina alla volgare che si parlava comunemente, di quel che lo sia adesso la toscana ai dialetti delle diverse province d'Italia, ove gli oratori e gli avvocati non adoperano pure che questa elegante lingua[529]: e pure sono intesi dalle ultime classi del popolo, che pur non sanno parlare lo stesso linguaggio[530].
[528] _Stor. della Letter. Ital. t. IV, l. III, c. 5, § 24._
[529] Talvolta i predicatori parlavano al popolo in latino, ossia _litteraliter et sapienter_: indi lo spiegavano in italiano, ossia _maternaliter_. Veggansi le _Antich. Estensi ad an. 1189, t. I, c. 36_.
[530] Ciò s'intende facilmente ammettendo che la lingua dotta d'Italia non è il dialetto toscano, comechè di tutti il migliore, ma una lingua universale, a formare la quale concorsero più o meno tutti i dialetti. Veggansi tra gli altri Dante _De vulgari eloquio_, ed il bel dialogo di Pierio Valeriano da me pubblicato nell'Appendice del primo Tomo della _Storia letteraria della Piave_.
Per altro in quest'epoca cominciavasi appunto a coltivare la lingua italiana non più come un barbaro dialetto, ma come una lingua adattata ad esprimere i sentimenti del cuore e le sottigliezze dell'ingegno; ed in quest'epoca i primi poeti siciliani prepararono colle loro rime e canzoni quella dotta lingua di cui Dante doveva bentosto usar sì nobilmente. Fino nella prima sua gioventù, Federico II, gli andava incoraggiando; era poeta egli medesimo, ed i pochi versi ch'egli scrisse probabilmente avanti il 1212, sono forse i più antichi che siansi conservati in lingua italiana. I suoi figli, il suo ministro Pietro delle Vigne[531], e tutti i più riputati personaggi della sua corte, nutrivano lo stesso amore per la poesia, e l'incoraggiavano non meno col loro esempio, che colla loro splendida munificenza[532]. E per tal modo questa nuova poesia fu trattata soltanto dai sudditi del regno di Napoli, ed anche vivente Dante, la lingua volgare, ed in particolare quella de' poeti, chiamavasi siciliana[533].
[531] Lodovico Castelvetro in una sua erudita lettera, che sarà in breve pubblicata con molte altre tuttavia inedite, prova che Pietro delle Vigne, ed il giudice Colonna di Messina ec. scrissero poesie in provenzale ed in siciliano, niente in lingua italiana. _N. d. T._
[532] _Tiraboschi p. IV, l. III, c. 3, § 5, p. 360._
[533] _Dantes Aligh. de vulgari eloquio c. 12._
La poesia italiana deve perciò in qualche modo la sua origine ai re siciliani ed ai loro sudditi. Conviene ascrivere questo vantaggio ch'ebbero sopra le repubbliche italiane, in gran parte all'amore dei piaceri e della effeminatezza pur troppo comune ai poeti, e che fece loro quasi sempre preferire il lusso e l'adulazione delle corti alla severità ed all'eguaglianza repubblicana: pure un'altra ragione giustifica i Lombardi assai meglio, vale a dire il gusto che a quest'epoca avevano preso per la lingua provenzale, che coltivavasi già da oltre due secoli da diversi gentili poeti, e che perciò furon quasi tentati di adottare come lingua nazionale[534].
[534] Scrisse Dante che a' suoi tempi, cioè verso il 1300, non erano ancora passati 150 anni da che si era incominciato a scrivere in lingua italiana _In vita nova_. L'anno 1158 regnava ancora Ruggeri I, re di Sicilia. Pare che a' suoi tempi e ne' suoi stati si tentasse per la prima volta di far versi italiani. Suo nipote, Guglielmo II, accordò la sua protezione ai poeti: la sola azione che gli procurò il soprannome di _buono_.
La Lombardia non ebbe mai, e nè pure ha presentemente una lingua scritta[535]; e vi si parlano informi dialetti diversi in ogni città, in ogni villaggio. Il dialetto lombardo era egualmente lontano dal provenzale e dal siciliano; e prima che Dante facesse adottare la lingua cortigiana, com'egli la chiama, di cui può risguardarsi come il creatore, era ancora indecisa la scelta tra le due lingue, egualmente poetiche, egualmente coltivate, egualmente prossime al dialetto del popolo. I marchesi d'Este, ed in ispecial modo Azzo VII[536], il marchese di Monferrato, i signori da Romano e da Camino, intrattenevano alle piccole loro corti molti trovatori (Troubadours) della Provenza; i quali eran contenti di tenervi il rango di adulatori ed anche di buffoni, ed il nome che davansi spesse volte di _giullari_, ossia uomini festosi, non è atto ad indicare più alte pretensioni. Pure perchè le invenzioni cavalleresche erano allora di moda, più assai che i costumi della cavalleria, fingevano sempre ne' loro versi amori romanzeschi, pericoli, battaglie, unione in somma di valore e di galanteria. Devonsi riconoscere da questo gusto del secolo le stravaganti avventure che si raccontarono come parte della loro storia, ma che vengono smentite dalle deposizioni di tutti gli autori contemporanei.
[535] Anche questo è detto poco cautamente perchè molti dialetti lombardi possono mostrare diverse opere stampate da qualche secolo, ed assai ne' tempi a noi più vicini. _N. d. T._
[536] Azzo VII regnò dal 1215 al 1264. — Rimangono tuttavia molti poemi de' trovatori italiani e provenzali fatti in onore delle dame di casa d'Este in principio del secolo XIII. — _Tirab. l. III, c. 3. Muratori Ant. Est. t. II, p. 20. — Millot Hist. des Troubadours t. I, p. 278. t. III, p. 431_, ec.
Fra i Trovatori si resero famosi molti Italiani colle loro poesie provenzali. Nicoletto di Torino, Bonifacio Calvi di Genova, Bartolomeo Giorgi di Venezia, quantunque adesso affatto dimenticati, formarono allora le delizie delle società. Due uomini pel loro carattere superiori a questi adulatori delle corti, acquistavansi in pari tempo somma riputazione tra le repubbliche lombarde coi loro canti provenzali. Ugo Catola consacrò i suoi poetici talenti contro la tirannia e la corruzione de' principi[537]; ma non ci rimase un solo de' suoi versi: e Sordello di Mantova giace nascosto entro una misteriosa oscurità. Gli scrittori del susseguente secolo ne parlano con profondo rispetto, senza entrare ne' particolari della sua vita: quelli che vennero più tardi, lo encomiarono quale generoso guerriero, qual difensore della sua patria: nè mancò chi lo facesse principe di Mantova[538]. La nobiltà de' suoi natali, il suo matrimonio, le sue galanterie con una sorella d'Ezzelino da Romano, sono attestate dagli scrittori coetanei[539]; la violenta sua morte viene oscuramente indicata da Dante, e ciò che rende soltanto Sordello immortale è quanto di lui ne scrisse il poeta fiorentino, che dice d'averlo veduto nell'atto che con Virgilio stava per entrare nel purgatorio[540].
[537] _Tiraboschi t. IV, l. III, c. 2. p. 334._
[538] _Historia Urbis Mant. a Batt. Platina l. I, p. 680. Scr. Rer. It. t. XX. — Tirab, loc. cit. § 15, p. 342._
[539] _Roland. de factis in Marchia l. I, c. 3, p. 173._
[540] _Purgat. c. 6. v. 61._ Nel libro _de vulgari eloquio_ così parla di Sordello: _ut Sordellus de Mantua qui tantus eloquentiæ vir existens non solum in poetando s sed quomodolibet loquendo patrium vulgare deseruit. c. 15._
Venimmo a lei: o anima lombarda Come ti stavi altera e disdegnosa, E nel muover degli occhi onesta e tarda. Ella non ci diceva alcuna cosa: Ma lasciavane gir, solo guardando A guisa di leon quando si posa.
Pure quando Sordello seppe che il compagno di Dante era di Mantova, senza ancor sapere che fosse Virgilio;
Surse ver lui del luogo ove pria stava, Dicendo, o Mantovano, Io son Sordello Della tua terra: e l'un l'altro abbracciava.
Ed all'occasione di questo tenero amore che avevano altra volta tutti gli uomini generosi pei loro compatriotti, Dante rimprovera alle repubbliche italiane le loro discordie con tanta eloquenza, che questo pezzo viene tenuto uno de' più belli del poema[541].
[541] Non si può non desiderare di conoscere qualche saggio delle poesie di Sordello, non fosse altro che per confrontare il provenzale coll'italiano. Molti pezzi da me non veduti si conservarono in un MS. dell'anno 1254 nella libreria di Modena, ove dimenticai di farne ricerca. Eccone uno assai breve riportato dal Lambeccio nelle sue note alla storia di Platina, _t. XX. Rer. It. 681_. È intitolato: _Tensa de Sordel et de Peyre Guilhem_; ossia sfida di Sordello e di Pietro Gulielmo.
GUILHEM.
_En Sordel que vas en semblan_ _De la pros contessa preysan?_ _Car tout dison et van parlan_ _Que per s'amar etz ia vengnutz,_ _E quen cujatz esser sos drutz_ _En blanchatz etz por ley canutz._
SORDEL.
_Peyre Guilhem, tot sot son affan_ _Mist Dieu in ley far per mon dan._ _Les beautatz que las autraz an_ _En menz, et el pres son menutz._ _Ans fos ab emblanchatz perdutz_ _Che esso non fos advegnutz._
GUGLIELMO.
E ben, Sordello, che ve ne pare di quest'amabile contessa sì pregiata? perchè tutti dicono che il suo amore vi tien qui, che voi credeste poter essere il suo amante, e che per lei vi s'imbiancano i capelli e vi abbandonano le forze.
SORDELLO.
Pietro Guglielmo, Dio pose in lei ogni suo studio per farne il mio tormento. Le beltà delle altre non sono nulla, piccolo ne è il prezzo. Foss'io piuttosto sorpreso dalla vecchiaja, che provar quel ch'io provo.
Il rimanente del poema manca: ma basta questo per dare un saggio della lingua, e delle prime regole che adottarono i poeti per la forma delle stroffe, e per la struttura dei versi. Ne feci la traduzione in grazia di coloro che non hanno troppa pratica de' nostri antichi autori.
FINE DEL TOMO II.
TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO II
CAPITOLO VII. _Ambizione dei Milanesi; loro conquiste in Lombardia nella prima metà del secolo XII. — Regni di Lottario III e di Corrado II. — Rivoluzione di Roma._ 1110-1152 _pag._ 3
_Anno_
Stanchezza dei due partiti dell'impero e della Chiesa. _ivi_ Il governo municipale della città si rinforza sotto il regno d'Enrico IV 4 Rivalità di Milano e di Pavia 5 1100-1107 Guerre tra le città alleate delle due metropoli _ivi_ 1107-1111 I Milanesi attaccano e distruggono Lodi 8 1118 I Milanesi attaccano Como 9 Motivi religiosi e politici di tale guerra 10 Battaglia sul monte Baradello 12 1119 Lega formata dai Milanesi contro i Comaschi 15 Descrizione della città di Como _ivi_ 1118-1127 Assedio di Como che dura dieci anni 16 1125-1126 I Comaschi oppressi dal numero de' loro nemici 18 1127 I Milanesi attaccano le mura di Como 20 Disperata difesa dei Comaschi _ivi_ Si ritirano nel castello di Vico 21 Capitolano 22 1129 Guerra de' Milanesi contro Cremona 23 1125 Enrico V muore senza figli _ivi_ Rivalità tra le due case guelfa e ghibellina in Germania _ivi_ Lottario II, duca di Sassonia, alleato de' Guelfi eletto imperatore 25 1127 Corrado III di Franconia della casa di Hohenstauffen eletto imperatore del partito opposto de' Ghibellini 26 1128 I Milanesi si dichiarano per Corrado III che passa in Italia _ivi_ 1127-1132 Guerra civile vilmente sostenuta 27 1133 4 giugno. Lottario II coronato dal papa in Roma 28 1130-1139 Scisma d'Innocenzo II, ed Anacleto II _ivi_ 1130 Civil guerra in Roma tra i due papi 31 1134 I due fratelli d'Hohenstauffen si sottomettono a Lottario 32 1136 Seconda spedizione di Lottario in Italia _ivi_ 1137 Il 3 dicembre. Morte di Lottario nelle montagne di Trento 33 1139 Predicazioni repubblicane di Arnaldo da Brescia _ivi_ Amicizia d'Arnaldo da Brescia e di Abaelardo 34 Arnaldo perseguitato si rifugia nel vescovado di Costanza 35 1140-1141 Guerra dei Romani contro Tivoli 36 1143 I Romani rivoltati contro Innocenzo II ristabiliscono il senato 38 1144 Governo di Roma. Un patrizio e cinquantasei senatori 39 Le torri dei partigiani del papa atterrate 40 Lettere del senato a Corrado III eletto imperatore 41 L'imperatore rifiuta di rispondere al senato di Roma 42 1145 Lucio II volendo abolire il senato viene ucciso 43 Eugenio III approva la costituzione del senato 44 Arnaldo da Brescia chiamato a Roma viene ricevuto trionfante _ivi_ 1143-1152 Nuova forma ch'egli dà alla costituzione romana _ivi_
CAPITOLO VIII. _Federico Barbarossa imperatore. — Sua prima spedizione contro le città d'Italia._ 1152-1155 48
1152 Morte di Corrado III eletto imperatore il 15 febbrajo 48 Suo nipote Federico Barbarossa eletto suo successore 49 Severità inflessibile di Federico 50 Federico chiamato dal papa in Italia 52 S'impegna in tale spedizione nella dieta di Vurtzbourg 53 1153 Presentansi alla dieta di Costanza due Lodigiani _ivi_ Federico ordina ai Milanesi di rimetterlo in libertà 54 Sdegno dei Milanesi nell'udire quest'ordine 55 Lagnanze di Pavia e Cremona contro i Milanesi 56 1154 Federico entra in Lombardia, ed apre i Comizj in Roncaglia nel mese di ottobre 57 Ascolta le accuse contro Chieri, Asti e Milano 58 Conduce la sua armata dalla parte di Novara 59 Saccheggio e distruzione di Rosate 61 I Milanesi puniscono il loro console per la collera di Federico 62 Cercano invano di calmarlo _ivi_ Federico abbrucia il ponte del Ticino e distrugge Trecate e Galiate 63 1155 Abbandona all'incendio Chieri ed Asti 65 Intraprende il 13 febbrajo l'assedio di Tortona 65 I Milanesi soccorrono Tortona 66 Federico condanna a morte i prigionieri quali ribelli 67 Fa corrompere l'acqua degli assediati 68 Tortona s'arrende, e gli abitanti vanno a Milano 69 Federico s'incammina verso Roma 70 Papa Adriano IV aveva posto Roma sotto l'interdetto, per allontanarne Arnaldo 71 Federico si fa dare Arnaldo, che consegna al papa, che lo fa morire 72 Federico sforzato a tenere la staffa al papa 73 Rimanda con disprezzo i deputati del senato di Roma 75 Fa occupare dalla cavalleria la città leonina _ivi_ Vien coronato in Vaticano senz'entrare in Roma 76 Batte le milizie romane poi si ritira a Tivoli 77 Passa nel ducato di Spoleti, e ne abbrucia la capitale 78 Nulla osa intraprendere contro Guglielmo I succeduto a Ruggero di Napoli morto in febbrajo 1153 80 Federico licenzia l'armata in Ancona _ivi_ Si sottrae a stento all'imboscata dei Veronesi e rientra in Baviera 81
CAPITOLO IX. _Continuazione della guerra di Federico Barbarossa colle città lombarde. — Primo assedio di Milano, assedio di Cremona, presa e ruina di Milano._ 1155-1162 83
1155 I Milanesi rifabbricano Tortona _ivi_ 1156 Puniscono i loro vicini dichiaratisi per l'imperatore 84 Il principe Roberto di Capoa perisce in prigione 86 Papa Adriano si riconcilia col re Guglielmo 87 1157 Offende l'imperatore colle sue orgogliose pretese 88 Federico annuncia una seconda discesa in Italia 90 1158 Assemblea dell'armata dell'imperatore ad Ulma 91 I Milanesi vogliono forzare i Lodigiani a giurar loro fedeltà 92 Questi per non prestarsi lasciano le loro borgate 93 Federico sottomette Brescia _ivi_ Leggi militari intorno alla disciplina dell'armata 94 Passa l'Adda e s'impadronisce di Cassano, Trezzo, Melegnano 97 Rifabbrica Lodi quattro miglia distante dal vecchio 98 Conduce la sua armata sotto Milano 99 Sortite dei Milanesi 100 Assedio e presa dell'Arco dei Romani 101 Barbarie dei soldati pavesi e cremonesi 102 Il conte di Biandrate si offre ai Milanesi per trattare la pace 103 Vantaggiose condizioni ottenute dall'imperatore 105 Seconda dieta a Roncaglia 108 Il clero ed i legisti d'Italia partigiani del despotismo 109 Federico si fa attribuire dalla dieta tutte le regalie 110 La dieta gli dà il diritto di creare i giudici 112 Istituzione dei podestà _ivi_ Il diritto di guerra privata tolto alle città 113 La città di Piacenza condannata 114 Federico domanda la Corsica e la Sardegna _ivi_ 1159 Federico viola il trattato conchiuso coi Milanesi 116 I Milanesi s'impadroniscono di Trezzo 117 Federico mette Milano al bando dell'impero 118 Contese di Federico con papa Adriano _ivi_ Coraggio dei Milanesi 120 Federico guasta il territorio di Milano 121 Intraprende il 4 luglio l'assedio di Crema 122 I Milanesi mandano soccorso ai Cremaschi 123 Crudeltà di Federico contro i Cremaschi _ivi_ Ne attacca gli ostaggi alle macchine 124 Lunga resistenza dei Cremaschi 126 1160 Gli assedianti prendono le mura esteriori di Crema 128 Capitolazione de' Cremaschi il 22 gennajo 130 1159 Settembre. Morte d'Adriano IV. Scisma d'Alessandro III e di Vittore III 131 Federico, favorevole a Vittore, è scomunicato da Alessandro 132 1160 Federico licenzia l'armata e si riduce alla piccola guerra 134 Combattimento di Cassano favorevole ai Milanesi 135 1161 Combattimento di Bulchignano collo stesso esito 157 Una nuova armata tedesca s'unisce a Federico, che abbrucia la messe dei Milanesi _ivi_ Intraprende il blocco di Milano 139 1162 I Milanesi forzati dalla fame a capitolare 140 Si rendono a discrezione il primo marzo _ivi_ Portano a Federico tutti i loro stendardi, e gli danno giuramento di fedeltà 141 Federico fa sortire il 16 marzo tutti gli abitanti dalla città 143 Ordina il 25 marzo di spianare Milano. Esecuzione di tale sentenza _ivi_
CAPITOLO X. _Oppressione dell'Italia. — Lega lombarda e sua resistenza all'imperatore. — Fondazione d'Alessandria._ 1162-1168 145