Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 25

Chapter 253,618 wordsPublic domain

[503] Il papa cercò di confondere il tempio lasciato ai Musulmani con quello del santo sepolcro riservato ai Cristiani. In conseguenza di ciò accusò Federico d'avere acconsentito ad una profanazione; e tutti i posteriori storici, non eccettuati Muratori e Giannoni, furono tratti in errore dalle invettive degli ecclesiastici. Pure chiarissimi sono i termini del trattato; non lo sono meno quelli di Riccardo da san Germano: e l'interdetto pubblicatosi nella stessa chiesa del santo sepolcro, e l'incoronazione celebratasi nella stessa chiesa, provano evidentemente che trovavasi in potere dei Cristiani. Gibbon fu quello che avvertì questo volontario errore degli scrittori ecclesiastici.

La città di Gerusalemme essendo stata effettivamente ceduta agli ufficiali di Federico, questi alla testa delle sue truppe vi entrò come nella capitale del nuovo suo regno. Ma il patriarca avendolo prevenuto, sottopose all'interdetto la città e la stessa chiesa del santo sepolcro, quai luoghi profanati dalla presenza dì uno scomunicato. Niun prete volle celebrarvi la messa, e Federico che doveva ricevervi la corona del nuovo suo regno, fu obbligato di prenderla dall'altare colle proprie mani e porsela in capo.

Gregorio IX, quando ebbe notizia di questo trattato, scrisse a tutti i principi d'Europa per informarli dell'intera sua disapprovazione, chiamando questa pace[504] _un esecrabile delitto che ispirava orrore e sorpresa_. Ma Federico che colla sua armata tenne dietro immediatamente alle lettere colle quali aveva annunciato il riacquisto di Gerusalemme, costrinse ben tosto il papa a mutar linguaggio. Riprese a forza tutte le città e fortezze che gli erano state tolte dalle truppe della Chiesa; atterrì in modo l'armata di Giovanni di Brienne, che si sbandò in pochi giorni, lasciando quasi solo questo guerriero veterano; ricevette le felicitazioni del senato e del popolo di Roma; ed ispirò abbastanza di spavento al papa per farlo acconsentire ad entrare in trattati co' suoi ministri[505]: in conseguenza de' quali il papa soppresse le censure pronunciate contro l'imperatore, e lo riconciliò colla Chiesa, a condizione soltanto che questi accorderebbe un perdono generale a tutti i feudatarj ribelli.

[504] _Oder. Rayn. ad annum._

[505] _Chronic. Richardi de sancto Germano, p. 1007-1021._

Mentre Federico occupavasi interamente degli affari del suo regno di Puglia e di quelli di Terra santa; mentre si batteva ad un tempo contro i Saraceni, contro i crociati, contro i baroni ribelli e contro gl'intrighi degli ecclesiastici, il Settentrione dell'Italia, sotto la protezione della Chiesa, formava una lega assai più dannosa all'autorità imperiale, una lega che dava maggior consistenza alle repubbliche lombarde, rendendole affatto indipendenti.

Tutti i predecessori di Federico II avevano portato il titolo di re di Lombardia, o d'Italia; titolo loro conferito col porgli sul capo la corona ferrea conservata in Monza. Federico solo non avea ancora ottenuto dai Milanesi questa corona, quantunque non lasciassero di riguardarlo quale legittimo imperatore[506]. Federico aveva fin allora dissimulato il suo risentimento; ma i Milanesi non ignoravano quanto un simile rifiuto doveva offendere la sua vanità; e per mettersi al coperto dalla sua collera, entrarono in trattati con quelle città che da più anni avevano mostrato attaccamento al partito guelfo. Proposero di dare maggior durata e consistenza alla loro alleanza, approfittando perciò dell'espressa concessione di Federico Barbarossa stipulata nel trattato di Costanza. Con questo trattato veniva alle città conservato il diritto di allearsi fra di loro per difendere la propria libertà, ed in ispecie di rinnovare, quando lo credessero conveniente, la confederazione o società lombarda.

[506] _Galvan. Flamma Manip. Florum t. XI, c. 253, p. 668._

Queste negoziazioni eransi incominciate l'anno 1226 quando i Lombardi ebbero avviso che Federico si disponeva di passare a Cremona, ove apriva una dieta del suo regno d'Italia[507]. Sentirono il bisogno di affrettare il trattato, onde il giorno due di marzo, in una chiesa del distretto di Mantova detta san Zenone di Mozio, i deputati di Milano, Bologna, Piacenza, Verona, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova e Treviso, rinnovarono per venticinque anni l'antica lega lombarda. I deputati obbligaronsi a far giurare quest'alleanza a tutti i cittadini di ogni città, e si promisero i vicendevoli soccorsi in caso che l'una o l'altra delle città fosse attaccata da qualsiasi nemico. Fin allora i termini del trattato non indicavano verun oggetto ostile; ma intanto si era formata una dieta delle repubbliche lombarde; i deputati a questa dieta, detti rettori, si obbligavano di mantenere con tutte le loro forze libere le città e la pace fra di loro; si adunavano assai spesso; e non potevano uscir di carica senza aver prima nominati i loro successori. E per tal modo si formava una nuova potenza atta di sua natura a tenere inquieto l'imperatore.

[507] _Memorie della città e della campagna di Milano ne' secoli bassi del conte Giorgio Giulini vol. VII, l. I, p. 404. — Corio delle Istorie Milan. p. II, p. 88._

Infatti Federico fece di tutto per isciogliere questa lega; ma il papa, sotto i di cui auspicj erasi formata, si affrettò di entrare mediatore tra le città e l'imperatore, quale pacificatore dei fedeli. Del 1226 regnava ancora Onorio, il quale andava affrettando Federico a fare l'impresa di Terra santa; e quando ottenne di essere arbitro tra i confederati e l'imperatore, non aggravò i primi di altre condizioni, se non che darebbero un determinato numero di soldati per la crociata, e non farebbero ulteriore opposizione al castigo degli eretici che si scoprissero fra i loro concittadini[508]. In forza di tali concessioni, ch'egli chiedeva per sè medesimo, non per Federico, lo ridusse a riconoscere la lega lombarda ed a lasciarla in pace.

[508] _Ann. Eccles. Raynaldi an. 1226, § 26, p. 329._

Quando Gregorio IX, che succedeva ad Onorio, si trovò impegnato in una inconsiderata guerra coll'imperatore, angustiato dalle armi vittoriose de' Tedeschi, ricorse alla lega lombarda. E perchè i chiesti soccorsi non giugnevano abbastanza in tempo per riparare le sue perdite, accusava la lentezza de' suoi alleati, e minacciava di abbandonarli ne' loro bisogni[509]. Frattanto gli abitanti di Milano e di Piacenza avevano già spedite le loro truppe; e perchè contro ogni aspettazione vedevansi strascinati in una guerra offensiva, avevano in pari tempo cercato di ristringere la lega nella Lombardia, che formava la loro sicurezza. Molte città lombarde erano governate dai Ghibellini, le quali formavano come una seconda lega opposta a quella delle città guelfe; e le repubbliche di Parma, Cremona e Modena erano principalmente cagione di gelosia e d'inquietudine. In una dieta guelfa, adunata in Mantova, si stabilì che niuna repubblica confederata riceverebbe per podestà o giudice un cittadino di città ghibellina[510], o un suddito dell'imperatore; che non sarebbe permesso a verun cittadino lombardo l'accettare pensioni, regali, feudi dall'imperatore o da' suoi aderenti; che i danni che venisse a soffrire taluna delle città della lega per cagione della guerra che intraprendevano, sarebbero proporzionatamente compensati dalle altre. Ma i prosperi successi di Federico, già di ritorno da Terra santa, furono tanto rapidi, che Gregorio IX si trovò forzato ad entrare in trattative di pace: e perchè il pontefice non ignorava che la lega lombarda era necessaria alla propria sicurezza, l'anno 1230 la fece comprendere nel trattato di pace convenuto coll'imperatore.

[509] _Ibid. 1229, § 33, p. 362._

[510] _Bernard. Corio Storia di Milano, p. II, d. 90._

Le città alleate avevano comperata a caro prezzo la protezione del papa, perciocchè ogni città aveva acconsentito a pubblicare contro gli eretici i sanguinarj editti dell'imperatore e della chiesa. Già da oltre vent'anni aveva cominciato in Francia la persecuzione contro gli Albigesi[511]: il racconto di queste crudeli spedizioni rendeva i popoli feroci; lo zelo, allora nel colmo del fervore, dei due nuovi ordini francescano e domenicano comunicavasi a tutte le classi dei cittadini, e le repubbliche italiane non opponevano più un'insormontabile ripugnanza allo stabilimento dell'inquisizione. Il 13 gennajo 1228 l'assemblea del popolo, adunata in Milano, pronunciò sentenza di esigilo e di confisca dei beni contro gli eretici[512]. Nel 1231 pubblicò un altro più severo editto mandato a nome comune del papa e dell'imperatore. Finalmente due anni dopo fu per la prima volta alzato il rogo in Milano, ed il podestà Oldrado di Tresseno, che fabbricò nella Piazza de' Mercanti il palazzo pubblico in cui oggi conservansi gli archivj, fece porre sulla facciata di questo palazzo, sotto al basso rilievo che lo rappresenta a cavallo, una iscrizione in suo onore onde perpetuare la memoria ch'egli aveva il primo, siccome era doveroso, fatti abbruciare gli eretici[513].

[511] In Italia, ove questi settarj erano numerosi, chiamavansi Cathari, vocabolo che avevano preso essi medesimi dal Greco, corrispondente a quello di Puritani, che altri novatori presero alcuni secoli dopo.

[512] _Corio p. II, p. 94._

[513] _Qui solium struxit, catharos, ut debuit, uxit. — Memorie della città di Milano l. II, p. 469._

Non dobbiamo per altro risguardare i persecutori degli eretici quali uomini essenzialmente feroci che facciano il male conoscendo di far male; nè è possibile di farsi ammirare dal proprio secolo a cagione di opere assolutamente malvage: e siccome a quest'epoca i Domenicani acquistarono grandissima opinione di santità, devono riconoscersi in loro grandi virtù associate a quella ardente sete di sangue che fa torto alla causa cui essi servivano. Una religione mistica è un culto reso al dolore[514]; ed i divoti trovano un certo che di divino nella violenta scossa dell'anima pel tormento del corpo; il dolore diventa per loro stessi l'unico mezzo di purificazione, il solo sacrifizio che piacer possa alla divinità; inoltre si formarono un Dio che si assoggetta ai patimenti; un Dio il di cui sacrificio rinnovasi ogni giorno, ogni ora, in tutte le parti del mondo sull'altare ove il sacerdote celebra i misterj; un Dio che creò l'inferno ed i tormenti eterni; che in questa vita innalza l'uomo colle sofferenze; che dopo morte lo purifica colle fiamme del purgatorio[515]. Tutto è concatenato in questo sistema fondato sul dolore, e non se gli può rifiutare una specie d'ammirazione mista di ribrezzo, non solo a motivo della bella connessione delle sue parti, ma ancora per il disinteressamento e pel sacrifizio di sè medesimo, di cui forma l'essenziale carattere dell'uomo; e per quel cupo e poetico dolore che attribuisce a tutti i grandi caratteri. Appunto perchè questo sistema non è incompatibile colle più nobili idee, sarà prezzo dell'opera lo svilupparlo. La persecuzione ne forma la sua essenza, considerandovisi i supplicj dei reprobi come un'offerta espiatoria dovuta alla divinità e come una salutare penitenza per que' medesimi che li dirigono: imperciocchè gl'inquisitori di mezzo alla gioja infernale di cui facevano mostra nelle esecuzioni, non lasciavano d'essere uomini, e fors'anco assai sensibili; sentivano profondamente l'offesa che facevano alla natura, e compiacevansi del tormento che provavano essi medesimi vedendo le pene che facevano soffrire, come compiacevansi dell'altrui dolore espiatorio. Tengasi ben in guardia la debole umanità dall'ammettere contraddizioni ne' sistemi che servono di base alla morale, dal rendere schiava la sua ragione, e di ammettere misteri assurdi sotto lo specioso pretesto di cose recondite; tengasi in guardia di non separare giammai dalla idea di Dio quella della bontà. — Questo carattere è quello per cui solo dobbiamo riconoscere il Padrone dell'universo; giacchè dal momento in cui le basi del pensiero si troveranno smosse, il delitto potrà associarsi ai più nobili sentimenti, e quegli uomini che il cielo aveva formati per la virtù, saranno egualmente disposti a diventare i carnefici de' loro fratelli, o a maltrattare le proprie membra colle discipline.

[514] Devo parte delle idee che qui espongo all'eloquente Storia del Politeismo di B. Constant, che mi fu comunicata manoscritta dalla amicizia dell'autore.

[515] Convien dire che il sig. Sismondi sentisse l'esagerazione delle presenti osservazioni, onde per non farsene garante, indicò l'opera da cui le aveva prese. Il lettore cattolico darà loro il peso che meritano. _N. d. T._

Tre Domenicani, ne' tempi in cui parliamo, acquistarono un'alta riputazione di santità colla felice riuscita delle loro prediche contro gli eretici e colle crudeli leggi che fecero adottare a quelle stesse città, che molto tempo protessero la libertà di coscienza: erano questi frate Filippo di Verona, detto poi san Pietro martire, frate Rolando di Cremona, e frate Leone di Perego, in appresso arcivescovo di Milano. Andavano costoro d'una in altra città predicando nelle pubbliche piazze, per eccitare il popolo a vendicare col sangue l'offesa divinità; ed uno di loro ottenne di formare in Milano una privata società che adunavasi per l'estirpazione dell'eresia[516]. Vero è che i frati predicatori non avevano il solo scopo di mantenere colle loro esortazioni la purità della fede, scagliandosi ancora frequentemente contro la scostumatezza e contro i progressi del lusso. Non pertanto, se dobbiamo credere agli storici della susseguente generazione, i costumi non erano mai stati così puri, ed il lusso non aveva mai chiesti minori sacrifici[517]. Le donne non vestivano che una stoffa di lino semplicissima; ed una tela bianca che loro avvolgeva il capo, si riuniva sotto il collo; l'oro e l'argento non brillavano sulle loro vesti; le loro mense non s'imbandivano di delicate vivande, bastandone una sola ad ogni famiglia; una fiaccola di legno resinoso illuminava l'interno delle case; e tutto il lusso di quel secolo ristringevasi alle armi, ai cavalli, alle torri, alle fortezze.

[516] _Memorie della città e campagna di Milano, an. 1233, l. LI, p. 478-483._

[517] _Ricobaldi Ferrariensis Hist. Imperat. t. XI, p. 128._

Un altro importantissimo argomento delle prediche dei monaci, argomento più degno della religione cristiana e di una divina missione, era quello di ricondurre la pace tra le private famiglie e tra città e città. Gl'Italiani non ne avevano giammai avuto così grande bisogno; tutte le città trovavansi in armi contro le vicine città, e tutte le famiglie erano divise dalle funeste fazioni guelfe e ghibelline; tutti gli ordini de' cittadini battevansi tra di loro per togliersi a vicenda il potere e le magistrature. Queste semi-private guerre, queste rivalità del popolo colla nobiltà rendono tanto confusa, tanto oscura la storia del periodo di tempo di cui parliamo, che abbiamo preso consiglio di non entrare nella circostanziata narrazione dei diversi avvenimenti. Con quello stesso zelo con cui poc'anni prima avevano i preti predicata dall'altare la crociata e la distruzione degl'infedeli, si videro adesso nuovi missionarj passare d'una in altra città, predicando ai popoli, e loro ordinando in nome d'un Dio di pace il riconciliamento ed il perdono delle ingiurie.

Un uomo di gran lunga superiore agli altri si distinse in questa nobile carriera; fu questi fra Giovanni di Vicenza dell'ordine dei Domenicani. Diede cominciamento alle sue prediche in Bologna l'anno 1233[518]; e ben tosto i cittadini, i paesani delle vicine campagne, e soprattutto le persone addette alla professione delle armi, trascinati dalla sua eloquenza, unironsi intorno a lui. Portavano essi croci e bandiere in mano, disposti non solo ad ubbidire alla voce del religioso, ma ancora ad eseguirne gli ordini. In mezzo a questa folla ch'egli aveva scossa co' suoi sermoni, vedeva tutti coloro, che in Bologna nutrivano antiche nimistà, venire a deporle a' suoi piedi, e giurar pace coi loro vecchi rivali. Gli stessi magistrati presentarongli gli statuti della città perchè li riformasse come meglio credeva, togliendo tutto quanto poteva essere cagione di nuove dissensioni.

[518] _Cronica di Bologna di F. Bartolameo della Pugliola t. XVIII, p. 257._

Frate Giovanni passò in seguito a Padova precedutovi dalla sua fama. Vennero ad incontrarlo fino a Monselice i magistrati col carroccio[519]; e fattolo salire su questo sacro carro, l'introdussero in trionfo nella loro città, che di que' tempi era la più potente della Marca Trivigiana. Tutto il popolo, affollato nella piazza della _valle_, ascoltò la predica della pace, applaudì alle riconciliazioni che distrussero all'istante le passate nimistà, e fece istanza a frate Giovanni di riformare i loro statuti, ciò che praticò in tutte le città. Passò in appresso a Treviso, a Feltre, a Belluno, ed ottenne gli stessi successi; visitò i signori di Camino, di Conegliano, di Romano, di san Bonifacio; ed i signori, come le città, lo fecero arbitro delle loro contese[520]: le repubbliche di Vicenza, Verona, Mantova e Brescia, ove recossi successivamente, accordarongli le medesime facoltà: ovunque potè riformare gli statuti municipali, alterarli a modo suo, aggiugnendo o levando tutto quanto credeva: finalmente gli fu in ogni luogo promesso d'intervenire alla solenne assemblea dei popoli lombardi, ch'egli convocò pel giorno 28 agosto susseguente nella campagna della Paquara, in riva all'Adige, lontana tre miglia da Verona.

[519] _Rolandinus de factis in Marchia Tarvisana, t. VIII, l. III, c. 7, p. 203._

[520] _Gerardi Maurisii Vicentini Hist. t. VIII, p. 30._

Niuna così nobile impresa erasi giammai tentata come quella di pacificare venti popolazioni nemiche col solo suggerimento de' sentimenti religiosi, coi soli motivi del cristianesimo, col solo impero della parola: giammai un così grande spettacolo si presentò agli occhi degli uomini[521]. L'intera popolazione di Verona, Mantova, Brescia, Padova e Vicenza trovavasi adunata nella campagna di Paquara, ed i cittadini di queste repubbliche avevano alla loro testa i proprj magistrati col carroccio. Gli abitanti di Treviso, Venezia, Ferrara, Modena, Reggio, Parma e Bologna vi erano altresì coi loro stendardi; i vescovi di Verona, Brescia, Mantova Bologna, Modena, Reggio, Treviso, Vicenza, Padova, il patriarca d'Aquilea, il marchese d'Este, i signori da Romano, e quelli della Venezia, vi erano intervenuti coi loro vassalli[522].

[521] Parisio da Cereta, autore coetaneo, dice che si trovarono a quest'assemblea più di 400,000 persone. _Chron. Veron. t. VIII, p. 627._ Il Tiraboschi che in un modo assai interessante trattò la storia di fra Giovanni, risguarda questo numero come esagerato. _Stor. della Lett. d'Ital. t. IV, l. II, c. 4, § 6, p. 233._ Ma io non trovo ragione per renderlo dubbioso.

[522] _Antonii Ledi Chron. Vicent. t. VIII, p. 80. — Riccardi Comitis s. Bonifacii vita t. VIII, p. 128. — Monachus Patav. Chron. t. VIII, p. 674._

Frate Giovanni si era fatto preparare in mezzo alla pianura un pulpito altissimo, dal quale, se crediamo agli storici contemporanei, la canora sua voce, che sembrava venire dal cielo, fu miracolosamente udita da tutti gli astanti. Prese per testo le parole della Scrittura, _io vi dono la mia pace, io vi lascio la mia pace_; e dopo avere con una eloquenza fin allora senza esempio fatto uno spaventoso quadro dei mali della guerra; dopo avere dimostrato che lo spirito del cristianesimo era uno spirito di pace; facendo valere l'autorità della santa sede di cui era rivestito[523], in nome di Dio e della Chiesa ordinò a' Lombardi di rinunciare alle loro inimicizie; dettò loro un trattato di pacificazione universale, per assicurare la quale fece sposare al marchese d'Este una figliuola d'Alberico da Romano; destinò all'eterna maledizione coloro che romperebbero questa pace; chiamò le distruggitrici pestilenze sulle loro greggia, e dannò le loro messi, i loro giardini, le loro vigne ad una perpetua sterilità[524].

[523] Lettera di Gregorio IX a frate Giovanni _ap. Raynald. an. 1233, § 37 e 37, p. 405_.

[524] L'atto stesso della pace, o a dir meglio quello di una delle paci dettate questo giorno da fra Giovanni, ci fu conservato da Muratori: _Antiq. Ital. Diss. XLI, t. IV. p. 641_. Quasi non contiene altra condizione, che il perdono delle ingiurie.

Fin qui la condotta di frate Giovanni andava esente da ogni sospetto, vista ambiziosa o interessata; sembrando che il suo zelo non avesse altro motivo che la gloria di Dio, e l'amore degli uomini; ma l'assemblea di Paquara pose fine alla gloriosa sua carriera. L'entusiasmo ch'egli aveva eccitato, la pace universale che aveva conchiusa, gli fecero concepire troppo alta opinione di se medesimo, onde si credette fatto non solo per pacificare, ma ancora per governare gli uomini. Tornato a Vicenza, subito dopo l'assemblea, entrò nel consiglio del comune, e chiese che gli fosse affidato un illimitato potere nella repubblica, coi titoli di duca e di conte[525]. Erasi vociferato che questo santo uomo aveva colle sue preghiere tornati in vita molti morti, e risanati infiniti infermi; ed il popolo, ben lontano dal nodrire sospetti intorno alle intenzioni del santo, gli confidò tutta la sua autorità, sperando di vedere con perfetta eguaglianza divise tra i cittadini le cariche e gli onori. Di fatti fra Giovanni prese a riformare gli statuti della città, ma il suo lavoro non soddisfece all'universale. Da Vicenza passò a Verona, ove ugualmente chiese ed ottenne la suprema signoria, in forza della quale fece tornare in città il conte di san Bonifacio, allora esiliato; chiese ostaggi alle fazioni nemiche, mise guarnigioni nei castelli di san Bonifacio, d'Ilasio e d'Astiglia, fece abbruciare sulla pubblica piazza, dopo averli egli stesso sentenziati, sessanta eretici che appartenevano alle principali famiglie di Verona, e per ultimo pubblicò molte leggi e regolamenti[526].

[525] _Gerardi Maurisii Hist. Vicent. p. 38._

[526] _Chron. Veron. Parisii de Cereta p. 627._

Intanto i Vicentini non tardarono ad accorgersi che il nuovo signore, invece di accrescere i privilegi del popolo, andava consolidando la propria sovranità: perchè aggiugnendosi ai loro timori i conforti de' Padovani che li consigliavano a scuotere così vergognoso giogo, mentre fra Giovanni trovavasi a Verona, il podestà di Vicenza, Uguzio Pilio, introdusse in città i nemici dei signori da Romano, e le milizie padovane per fortificarsi contro il nuovo sovrano. Un altro ecclesiastico, frate Giordano, priore di san Benedetto a Padova, che grandissima influenza aveva sul governo di questa città[527], geloso della gloria del suo confratello, gli aveva probabilmente fatta ribellare Vicenza. Tosto che frate Giovanni fu avvisato dell'accaduto, accorse con alcuni soldati per reprimere i sediziosi, e già occupava il palazzo del podestà, che abbandonava al saccheggio, quando giungendo a Vicenza le milizie padovane, scacciarono i soldati di frate Giovanni, che rimase prigioniere. Sebbene per l'intromessione del papa fosse ben tosto rimesso in libertà, la sua prigionia aveva distrutto il suo potere in Verona come a Vicenza; onde trovossi costretto di restituire gli ostaggi che aveva ricevuti e le fortezze occupate dalle sue guarnigioni, ritirandosi a Bologna, dopo avere perduta ogni sua gloria, e lasciata la Lombardia in preda a tante guerre, quante la laceravano prima che desse principio alle sue predicazioni.

[527] Intorno all'influenza di Giordano, vedasi: _Rolandini ad an. 1228, l. II, c. 17, p. 197_.