Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Part 24
E convien dire che le interne discordie e le guerre esterne non fossero troppo dannose all'accrescimento della popolazione e delle ricchezze delle città, poichè in quell'epoca tutte le cronache parlano della necessità di dilatare le mura[476], dei pubblici edificj innalzati in ogni città, delle rocche fortificate e di molti altri oggetti che attestano indubitatamente le sue forze e le sue ricchezze. Troviamo negli annali di Asti un indice insigne dell'accrescimento delle sue ricchezze. Ci dicono che l'anno 1226 gli abitanti d'Asti incominciarono a dar danaro ad usura in Francia ed in altri paesi d'oltremonti; dal qual genere di traffico ottennero da prima ragguardevoli profitti, poi gravi perdite[477]. In fatti il primo giorno di settembre del 1256 il re di Francia fece sostenere ne' suoi stati tutti i banchieri d'Asti in numero di circa cento cinquanta, e ne confiscò i beni del valore di più di ottocento mila lire. Senza accordare che Asti abbia potuto allora perdere così ragguardevole somma, che risponde a più di ventisette milioni di franchi[478], non può dubitarsi che i capitali non si fossero accresciuti in Lombardia a dismisura, poichè le manifatture e l'agricoltura del paese permettevano che si sovvenissero alle straniere nazioni così egregie somme. È noto che in conseguenza di questo traffico, cui presero parte tutte le città occidentali d'Italia, fu in Francia indistintamente detto Lombardo l'usurajo ed il banchiere.
[476] Vedansi _Annales Mutinenses ad an. 1188, 1200, 1211, 1214, 1226 ec. p. 55.-58. — Malvecius Chron. Brixianus, c. 100, 102. ann. 1223. p. 901. — Chron. Parmense ad ann. 1221. p. 764. — Memoriale Potestat. Regiensium, ann. 1229. t. VIII, p. 1106, ec._
[477] _Chron. Astense Agerii Alferii t. XI, p. 142, 143._
[478] Se si trattasse di lire milanesi calcolando dietro il peso de' terzaruoli del 1250, sessanta de' quali facevano una lira, questa valerebbe trentaquattro lire, diecissette soldi, sei denari; e le 800,000 lire farebbero più di ventisette milioni e mezzo della nostra moneta. Confesso di non avere a quest'epoca verun dato sicuro intorno ed valore preciso della moneta d'Asti.
Bologna, nell'Emilia, era in allora, come Milano in Lombardia, un centro d'interesse intorno al quale dirigevansi tutti i negozianti delle vicine repubbliche. Bologna che pretendeva avere tra le prime conosciuta l'indipendenza nazionale, e che fa rimontare i suoi privilegi di città libera fino ai tempi d'Ottone I, non aveva, fino a tale epoca, occupato un luogo nella storia per causa di strepitose rivoluzioni, o di grandi sventure: la sua celebrità procedeva da più onorevole titolo. Bologna aveva, prima di tale epoca, ottenuto l'aggiunto di _Dotta_, che seppe conservare fino all'età nostra; era stata la prima città in cui si leggesse il diritto romano; la prima d'Italia ad avere una università.
In sul finire dell'undecimo secolo, una libera società di dotti, quali almeno potevano aversi in quel tempo, avevano posto i fondamenti dell'università di Bologna[479]. Aprirono prima una scuola di logica e di grammatica, e poco dopo, ne' primi anni del secolo dodicesimo, Irnerio o Warnierio, aveva portate le leggi di Giustiniano, e per la prima volta preso ad interpretarle in faccia a numerosa udienza. Dopo Irnerio, altri celebri giureconsulti continuarono le stesse lezioni, e la scuola del diritto, più d'ogni altra, diede riputazione a Bologna. Fu questa scuola che gli ottenne i primi privilegi che un imperatore, Federico Barbarossa, accordasse alle lettere; ed i primi contrassegni del favore che un papa, Alessandro III, diede ad una università.
[479] _Tiraboschi Stor. della Letterat. Ital. t. III. l. 2, c. 7, § 10 e seguenti._
Nel susseguente secolo, l'università di Bologna aveva acquistata maggiore considerazione: era la principale e più famosa d'Europa per il diritto civile e canonico, e tutte le altre scienze vi prosperavano; grandissimo era il numero degli scolari, famosi i professori; e la città riponeva la sua gloria nel possedimento di così rinomata università. Perciò voleva che i suoi professori giurassero di non aprire scuola in verun'altra città, e niente ometteva di quanto contribuir potesse a trattenerli presso di sè; mentre, invidiando tanta prosperità, Vicenza, Padova, Modena, Arezzo e Napoli, ove le scuole avevano incominciato più tardi, sforzavansi di togliere a Bologna i professori coll'allettamento di più ampli privilegi e generosi stipendi, onde aver parte anch'esse al rinnovamento delle lettere in Italia[480]. Forse i Bolognesi si rifiutarono lungo tempo dall'abbracciare le parti del papa o dell'imperatore, per non recar pregiudizio all'università; desiderando di conservare la benevolenza di tutti i governi, e riputandosi obbligati ad avere questi riguardi agli stranieri riuniti presso di loro per cagione degli studj. Vero è che inclinavano alla parte guelfa; ma lungo tempo non pertanto mostraronsi rispettosi verso Federico, e non si dichiararono contro di lui che quando furono da lui medesimo forzati a farlo.
[480] _Tiraboschi t. IV, l. 1, c. 3._
Il territorio bolognese, dalla banda degli Appennini, confinava con quello di Pistoja e di Fiorenza, ma le montagne erano un forte steccato per risparmiare alle confinanti repubbliche troppo frequenti querele; tanto più che i loro distretti erano sparsi di feudi indipendenti, posseduti dai conti Guidi, dagli Ubaldini, Ubertini e Tarlati. Questi gentiluomini non avevano ancora riconosciuta la sovranità di veruna repubblica, e procuravano di essere dimenticati da tutte, mantenendo la pace sulle loro montagne. Al nord i Bolognesi avevano confinanti i Ferraresi, sempre divisi da calde fazioni e dominati a vicenda da Azzo d'Este, di parte guelfa, e da Salinguerra, di parte ghibellina. I Modenesi, a ponente, e gl'Imolesi, a levante, stavano costantemente pel partito ghibellino, e con questi Bologna ebbe spesse volte guerra. La Romagna e la Lombardia erano divise in due leghe. Faenza, Cesena e Forlì avevano stretta alleanza con Bologna; mentre Rimini, Fano, Pesaro, Urbino ed i conti di Montefeltro tenevano la contraria parte. Ma se noi abbiamo omesso il circostanziato racconto delle guerre di Lombardia, a più forte ragione dobbiamo fare lo stesso rispetto a quelle della Romagna[481], ove le popolazioni erano meno potenti, le città più povere; onde i prosperi o i sinistri avvenimenti avevano minore influenza sulla sorte d'Italia. Altronde la protezione che i Bolognesi accordarono, del 1216, ai loro alleati di Cesena, e la guerra che, del 1228, sostennero contro i Modenesi, non produssero alcuno notabile avvenimento[482]. Più importante fu un'altra guerra degli stessi Bolognesi contro Imola; aveano, nel 1222, saccheggiato quattro volte il territorio di questa città e ridotti gli abitanti in così misero stato, che per ottenere la pace acconsentirono a distruggere le loro mura, a cedere ai vincitori le porte della città che furono portate trionfalmente a Bologna; e per ultimo a ricevere un podestà bolognese[483]. Fu in occasione di così umiliante convenzione che l'imperatore Federico, dichiarandosi protettore dell'oppressa città, sforzò, colle sue minacce, i Bolognesi ed il loro pretore a gettarsi scopertamente nel contrario partito.
[481] Cronica di Bologn. di F. Bartol. della Pugliola _l. XVIII, p. 251_. — _Annales Cæsenatens. t. XIV, p. 1093._
[482] _Chron. Mutinense t. XV, p. 559._
[483] _B. della Pugliola, Cronica di Bologna p. 253. — Mattei de Griffonibus Memoriale historicum de rebus bononien. t. XVIII, p. 109. — Ghirardacci, Istoria di Bologna, l. V, p. 140._
Federico II, ossia Federico Ruggero, siccome chiamavasi avanti che fosse imperatore, trovavasi in Germania quando gli fu data notizia della morte d'Innocenzo III e della elezione di Onorio III, ch'era stato quattro anni, sotto i suoi ordini, governatore di Palermo. Federico fece due volte il fatale esperimento, che un suo ministro non potev'essere fatto papa senza diventare suo nemico[484]. Il subalterno, diventato superiore, rare volte sa difendersi dalla tentazione di far conoscere al suo antico padrone, che può anch'esso umiliarlo e farlo soffrire. Benchè Federico non fosse allora il campione della santa sede contro l'imperatore Ottone IV, il nuovo papa gli scrisse arrogantemente, ordinandogli di rassegnare al principe Enrico, suo figliuolo, il regno di Sicilia, onde non rimanesse unito a quello di Germania. Ottone mori poco dopa il 19 maggio del 1218, e lo stesso papa propose nuove condizioni a Federico, prima di riconfermargli la promessa della corona imperiale. Voleva che si obbligasse ad andar subito in Terra santa per riprenderla ai Saraceni che ne occupavano la maggior parte; e che cedesse alla Chiesa il contado di Fondi, posto al mezzodì di Terracina e delle paludi Pontine.
[484] _Giannoni, Historia Civile di Napoli, l. XVI. Introd._
Riuniva Federico il carattere delle sovrane famiglie di cui era erede, e delle nazioni tra le quali aveva vissuto. Aveva ereditato dai principi della casa di Svevia l'inclinazione alla guerra, ed un valore talvolta brutale; ma in sull'esempio dell'avo materno, Roberto Guiscardo, e come i Normanni cui succedeva, sapeva alla bravura associare un'astuta politica, una profonda dissimulazione. Educato sotto la sferza della corte romana, erasi avvezzato ad adoperare quelle armi della debolezza, che forse sdegnò in più matura età. Sapeva opporre alle insidie de' pontefici, che avevano lungo tempo preteso d'essere suoi amici, l'astuzia, e spesse volte la mala fede; le sue parole non erano giammai conformi ai suoi pensieri, e le promesse poche volte guarentivano le sue future azioni[485].
[485] Vedasi la sua lettera ad Onorio III datata il 16 degl'Idi di giugno del 1219, _apud Oder. Raynald. 1219, § 7 e 8, p. 264_.
Federico non era probabilmente determinato a passare in Terra santa allorchè lo promise ad Onorio III. Egli non aveva ancora recata interamente la Germania alla sua obbedienza, e dopo la morte di Ottone trovò necessario di rimanervi ancora due anni prima di venire a Roma a ricevere la corona imperiale; nel qual tempo (1220) fece coronare suo figliuolo Enrico re de' Romani. Erasi Federico ammogliato così giovane, che questo figlio aveva omai dieci anni, benchè egli stesso non oltrepassasse i ventisei. Venne in seguito a Roma con una riguardevole armata, evitando in cammino di avvicinarsi alle città lombarde che stavano pel contrario partito; ed il giorno 22 novembre del 1220 ricevette la corona imperiale, dopo aver rifatte le promesse di portarsi, senza ritardo, al soccorso di Terra santa[486].
[486] _Raynaldus, 1220, § 21, p. 275._
Ma il regno di Puglia aveva, più che quello di Germania, estremo bisogno delle cure e delle riforme del monarca. Dopo il regno di Guglielmo il cattivo, era sempre stato in preda delle guerre civili, e l'amministrazione trattata dai papi ne aveva a dismisura accresciuta l'anarchia. Tutti i conti, proprietarj d'una città o d'un castello, avevano quasi scosso del tutto il giogo dell'autorità reale; e Federico, per ristabilirla, non si fece scrupolo di adoperare la frode ed il tradimento. In mezzo alle feste che gli davano i suoi feudatari per onorare il suo ingresso nel regno, si fece rendere, in passando per san Germano, i diritti regali che l'abbate di questo monastero aveva usurpati[487]; prese possesso di molte rocche che il conte dell'Aquila si era appropriato; ed in Capoa istituì un tribunale destinato a riconoscere i titoli di tutti i feudatarj ed a riunire ai reali dominj i feudi di cui gli attuali possessori non sapessero giustificare il titolo. Dopo un'ostinata guerra, costrinse i conti di Celano e di Molise a sottomettersi[488]; e fece spianare molte delle loro rocche. Finalmente fece imprigionare i conti dell'Aquila, di Caserta, di san Severino e di Tricarico, accusati di non essere andati in suo ajuto contro i Saraceni della Sicilia con quel numero di truppe che dovevansi dai loro feudi; ed in tal modo terminò d'abbattere l'indipendenza feudale de' suoi baroni l'anno 1222.
[487] _Richardi de S. Germano Chron. t. VIII, p. 992._
[488] _Ibid. p. 996._
Lo stato della Sicilia era ridotto in assai peggiore condizione. I Saraceni e per l'odio che portavano ai Cristiani, e perchè oppressi da insopportabili contribuzioni, eransi ribellati: occupavano essi le montagne del centro dell'isola, e sotto la condotta d'un loro patriotta, detto Mirabet, saccheggiavano la valle di Mazara. La vicinanza dell'Africa facilitava loro i soccorsi de' patriotti, che, accostumati ne' deserti di Barbaria a vivere di ladroneccio, s'affrettavano di venire nella Sicilia a dividerne le spoglie. Federico gli attaccò vigorosamente; e, dopo averli più volte battuti (1223), offri loro nuove terre ne' suoi stati e campagne fertili, ma lontane dal mare, a condizione che gli rinnovassero il giuramento di fedeltà e servissero nelle sue armate. Più migliaja di Saraceni accettarono l'offerta, mentre altri ostinaronsi nella difesa delle loro montagne. Federico trasportò i primi nella Puglia, ove diede loro la città di Lucera colle belle campagne della Capitanata[489]. Si pretese che questa prima colonia potesse, al bisogno, somministrargli venti mila soldati. Ventiquattro anni dopo ridusse gli altri Saraceni di Sicilia a stabilirsi ad eguali condizioni in una ricca valle tra Napoli e Salerno, ove occuparono la città di Nocera, che di poi conservò sempre l'aggiunto di Nocera dei Pagani.
[489] _Giann. Ist. Civile del Regno di Napoli l. XVII, c. 2, p. I. — Richardi de s. Germ. Chron. p. 996. — Gio. Villani l. VI, c. 14, t. XIII, p. 162._ — Gli storici italiani confondono spesso Lucera con Nocera.
Mentre Federico assicuravasi della dipendenza de' feudatarj, facendo smantellare le loro fortezze, andava in cambio fabbricandone di nuove nelle principali città della Sicilia e della Puglia, e stabiliva nella prima una guardia fedele che doveva rispondere di tutta l'isola. Tra le rocche innalzate da Federico, quella di Capuano posta nel centro di Napoli, ed oggi ridotta a palazzo dei re, sarà lungo tempo un nobile monumento della sua magnificenza[490]. La bellezza di questo palazzo determinò probabilmente i suoi successori a stabilirvi la loro dimora quando Napoli diventò la capitale del regno. Federico aveva di questi tempi accordato a Napoli un più importante favore, fondandovi un'accademia, e chiamando a professarvi il diritto, la teologia, la medicina e la grammatica i più distinti letterati d'Italia[491]. E per riunire in Napoli tutta la gioventù de' suoi regni che voleva applicarsi allo studio, oltre i molti privilegi accordati all'accademia, prescrisse che le professioni letterarie non potessero esercitarsi che da coloro che riceverebbero i gradì nella medesima. Attribuì pure ai professori di questa Università il diritto di giudicare tutte le controversie che avrebbero luogo tra gli scolari; ed ordinò ai professori ed agli scolari di Bologna di recarsi a Napoli quando quella città aveva provocata la sua collera; ma l'università repubblicana non fece verun conto de' suoi comandi o delle sue minacce.
[490] _Giov. Villani Stor. Fior. l. VI, c. 1, p. 155._
[491] _Petri de Vineis Epistolae, l. III, ep. 10, 11, 12, 13, edizione di Basilea del 1566, p. 411 e seguenti._
Mentre Federico andava ordinando i suoi regni, gli affari de' Cristiani in Terra santa erano estremamente peggiorati. Un legato pontificio si era arrogato il diritto di comandare le truppe crociate, e la sua ignoranza ed ostinazione erano state cagione della perdita di Damietta e di una florida armata[492]. Qualunque volta il papa aveva sinistre notizie delle truppe di Terra santa, scriveva nuove lettere a Federico perchè si affrettasse di soccorrerla: e per determinarvelo più facilmente, gli offriva la successione al trono di Gerusalemme. Questo principe perdeva allora la consorte Costanza di Arragona; e Giovanni di Brienne, ch'era re titolare di Gerusalemme pei diritti della moglie, aveva una sola figliuola detta Yolante, legittima erede di questo regno posseduto dai Saraceni: e questa, dietro gl'inviti del papa, fu la seconda consorte di Federico. Dopo tali nozze celebrate l'anno 1225 aggiunse a' suoi stemmi la croce, ed a' suoi titoli quello di re di Gerusalemme.
[492] _Raynaldi Annales Eccles. 1218, § 11, pag. 1219, § 12 e seg., p. 265, 1220, § 55, p. 281 e 1221, § 10, p. 283._ — Era questa la quinta crociata, condotta dai re di Cipro, di Gerusalemme e d'Ungheria, dal duca d'Austria, da quello di Bavier, ec. Si riunì in Acri l'anno 1217. La storia di questa infelice crociata fu scritta da Giacomo di Vitry, _l. III, p. 1119 e seg._, e da _Oliverius Scholast. Coloniens. p. 1188. — Gesta Dei per Francos_.
Se fino a tale epoca le sue intenzioni furono non senza ragione dubbiose, certo è intanto che dopo mandò più volte soccorsi ai confini di Terra santa, e fece grandi apparecchi per recarvisi egli medesimo con un'armata. I crociati di Germania, d'Inghilterra e d'Italia adunaronsi a Brindisi: Federico fece equipaggiare i bastimenti di trasporto, ed il giorno otto settembre del 1227 andò egli stesso a bordo della flotta col landgravio Luigi di Turingia, il principale de' crociati tedeschi. Ma le truppe de' popoli settentrionali, che nel cuor dell'estate soggiornavano in così caldo clima, trovaronsi attaccate da malattie epidemiche, che fecero perire molta gente, e scoraggiarono i superstiti. In tali frangenti cadde infermo e morì il landgravio; e lo stesso Federico non andò esente dal dominante contagio. L'imperatore dovette suo malgrado abbandonare un'impresa incominciata con sì fortunati auspicj; e scendendo dal suo vascello protrasse l'impresa fino al vegnente anno[493].
[493] _Richardi de S. Germano Chron. p. 1002. — Petri de Vineis Epistol. l. I, Lettera 21, p. 142._
(1227) In quest'anno moriva ancora Onorio III, cui veniva surrogato Gregorio IX, della famiglia de' conti di Segna, e nipote d'Innocenzo III. Il nuovo pontefice che lusingavasi di vedere illustrato il primo anno del suo regno dalle vittorie di una crociata, s'abbandonò agli eccessi della collera quando seppe svanite tutte le sue speranze. Avea d'uopo di trovare un colpevole per potere in lui punire le avversità della fortuna, e senza monitorj, senza precedenti citazioni, il 29 del mese di settembre fulminò contro Federico la scomunica, perchè non era partito, come aveva promesso, all'epoca stabilita[494].
[494] Lettera di Gregorio IX ai vescovi del Regno presso _Raynald. an. 1227, § 30, p. 341_.
Nelle lettere che il papa diresse al clero del regno di Napoli, per giustificare una così strana procedura, accusa l'imperatore d'avere volontariamente dato i crociati in preda all'epidemia col riunirli nella stagione più calda ne' luoghi più insalubri, e coll'avere in seguito supposta una malattia ch'egli non ebbe mai, onde abbandonarsi senza ostacolo ai piaceri ed ai vizj.
Federico dal suo canto inviò i suoi reclami a tutti i sovrani d'Europa[495]. Da Pozzuolo, ov'erasi recato per ricuperare la sanità in que' bagni resi così celebri dagli antichi poeti di Roma, scrisse ai cardinali, al clero de' suoi stati ed a tutti i re della Cristianità. Ordinò in pari tempo agli ecclesiastici di Napoli e della Sicilia di non fare verun conto dell'interdetto inflitto a tutti i luoghi in cui egli fosse per soggiornare e di continuare la celebrazione dei divini uffici[496]: finalmente per togliere ogni dubbio alla fatta promessa ed alla realtà della sua malattia che aveva sospesa l'esecuzione della crociata, faceva ogni cosa apparecchiare con grande sollecitudine per il passaggio di Terra santa nel susseguente anno.
[495] _Conradus Abb. Usperg. Chron. p. 234._
[496] _Petri de Vineis epist. l. I, c. 23, p. 175._
(1228) In agosto del 1228 gli apparecchi erano terminati, e Federico partì infatti alla volta della Palestina, ma con un'armata assai meno numerosa che quella dell'anno addietro, perciocchè, a riserva di alcuni Tedeschi, non aveva oltramontani sotto i suoi ordini. S'imbarcò anche quest'anno a Brindisi, e dopo un felice tragitto diede fondo a san Giovanni d'Acri[497].
[497] _Marini Sanuti Secreta Fidel. crucis l. III, p. XI, c. 11, p. 211._
Quest'impresa fatta, per quanto sembrava, soltanto per provare l'ingiustizia della scomunica, si risguardò dal papa come una nuova offesa, anzichè quale soddisfacimento del passato; ed arse di tanta ira, che, quantunque il popolo romano, sdegnato per così scandalosa parzialità, prendesse le armi contro di lui sotto la direzione dei Frangipani, e lo forzasse a ritirarsi a Perugia, non solo rinnovò contro di Federico la sentenza di scomunica, ma gli dichiarò la guerra, promulgò contro di lui una crociata, e sotto il comando di Giovanni di Brienne, re titolare di Gerusalemme e suocero dell'imperatore, mandò un'armata a saccheggiare la Puglia[498].
[498] _Rayn. An. Eccles, 1228, § 5, p. 349. — Vita Greg. IX ex card. Arr. coll. p. 576. Sc. Rer. Ist. — Chron. Richar. de san. Germano, p. 1004._
In quest'armata, oltre i sudditi del papa, trovaronsi i suoi alleati lombardi, ed i vescovi di Clermont e di Beauvais: e nel susseguente anno furono inoltre chiamati dal papa a prender parte in questa guerra gli arcivescovi di Parigi e di Lione. Federico, partendo, aveva mandati ambasciatori al papa per ottenere un riconciliamento[499]; ma Gregorio non volle ascoltarli; ed invece incaricò i Francescani ed i Domenicani di far ribellare i sudditi di Federico e di pubblicare la falsa notizia della sua morte onde agevolare le conquiste di Giovanni di Brienne.
[499] _Raynaldi, 1228, § 18, p. 352._
In Terra santa tutte le operazioni di Federico furono egualmente contrariate dai ministri del papa, e la sentenza di scomunica solennemente pubblicata in tutta la Palestina. Il patriarca di Gerusalemme sottopose all'interdetto tutti i luoghi che occuperebbe Federico, ed il gran maestro del tempio e di san Giovanni dichiararono di non poter servire sotto di lui; per cui l'imperatore fu forzato di acconsentire che nel suo proprio campo gli ordini non fossero dati in suo nome, ma in quello di Dio e della repubblica cristiana[500]. Mal si può concepire come in mezzo a tanti svantaggi Federico abbia potuto ottenere dal soldano d'Egitto un onorevole trattato per la Cristianità. A quest'epoca il soldano era padrone di Gerusalemme; e perchè i Musulmani, come i Cristiani, attaccavano a questo luogo un'idea di santità, credevasi in coscienza obbligato di conservare ai primi la libertà di poter fare questo pellegrinaggio cui si obbligavano frequentemente. Ma non erano i medesimi sacri edifici che eccitavano la divozione delle due sette. I Cristiani veneravano soprattutto il santo sepolcro e la chiesa fabbricata sopra il medesimo; ed i Musulmani erano in ispecial modo devoti del tempio de' Giudei innalzato sopra le ruine di quello di Salomone; tempio che nelle visioni di Maometto era stato una delle visioni del profeta, quando fece il suo viaggio in cielo. Federico, conoscendo questi estremi, proponeva del 1229 di lasciare il tempio ebraico ed il suo circondario sotto la custodia de' Musulmani, a condizione che il soldano gli cedesse il rimanente della città e parte del suo territorio[501]. Riservava per altro ai pellegrini, quando la proposta venisse accettata, il diritto di visitare lo stesso tempio, purchè mantenessero il debito rispetto[502]: e d'altra parte accordava ai Musulmani il diritto di entrare nella città di Gerusalemme; adottando prudenti misure per conservare la buona armonia tra le due nazioni e le due credenze[503].
[500] _Bernardi Thesaurarii de acquisit. Terræ sanctæ t. VII. Rer. Ital. c. 207, p. 846. — Giannone l. XVI, c. 7. — Secreta. Fidelium Crucis Marini Sanuti l. III, p. XI, c. 12, p. 212._
[501] Questo trattato viene riportato da Oderico Raynaldo all'anno 1229, § 15 e seg. _p. 359_.
[502] § quarto del trattato.