Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 23

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Dopo una breve deliberazione, la repubblica provò il vivo e profondo sentimento della sua debolezza. Il senato dichiarò che rinunciava a conquiste lontane che avrebbero esaurita la nazione, e che non avrebbe in verun modo potuto conservare; e del 1207 pubblicò un editto che accordava a tutti i cittadini veneziani il permesso di armare a proprie spese vascelli di guerra, e di sottomettere per loro conto le isole dell'Arcipelago e le città greche poste sulle spiagge[464]. Con quest'editto cedeva loro la proprietà delle conquiste in feudo perpetuo, riservandosene soltanto la protezione. I mercanti veneziani ne approfittarono, ed aprendo il loro cuore a nuova ambizione, intrapresero la conquista delle terre abbandonate. Nella storia di queste guerre private si mostrano sempre il piccolo numero degli assalitori e la viltà de' Greci vinti. Con questo titolo Marco Dandolo e Giacomo Viaro fondarono il ducato di Gallipoli, Marco Sannuto quello di Nasso, il quale era composto delle isole di Nasso, Paros, Melos ed Erinea, e si conservò fino al 1570 in cui fu tolto dai Turchi al XXI duca. Marino Dandolo sottomise l'isola d'Andros; Andrea e Gerolamo Ghisi quelle di Teone, Micone e Soiros; Pietro Zustinian e Domenico Micheli quelle di Ceos, Filocolo Navagero quella di Lemnos ch'ebbe il titolo di gran ducato.

[464] _Dufresne du Cange Hist. de Costant. l. II. — Rhamnus. de Bello Costant. l. VI, p. 272._

D'altra parte i Genovesi vollero pur fare qualche conquista in paesi quasi abbandonati al primo occupante. Armarono cinque vascelli rotondi e venti galee, ed andarono a fondare uno stabilimento nell'isola di Creta o Candia[465]; ma ne furono ben tosto scacciati dai Veneziani. S'impadronirono ancora di Modone e Corone nella Morea, poi dell'isola di Corfù. Pareva che la Grecia bastar dovesse a saziare i desiderj delle repubbliche marittime d'Italia; ma non potendo i Veneziani soffrire che i loro emuli vi avessero alcun principato, le spogliarono delle loro conquiste.

[465] _Nicet. Choniat. in Bald. Flandrum § 10. p. 337._ Gli Annali di Genova parlano di tali conquiste, come di affari privati d'Enrico conte di Malta, cittadino genovese, ch'erasi reso padrone di Malta, che gli serviva per esercitare la pirateria. _Ogerius Panis Contin. Caffari An. Genuen. l. IV, ad an. 1206, 1209, p. 394.-400._

Se la divisione dell'Impero greco, distruggendo le ricchezze, la popolazione, ed ogni avanzo della potenza di queste province, le diede in preda alle invasioni di tutti i barbari del Nord e dell'Oriente; se dobbiamo considerarla come la principal cagione della distruzione di quest'Impero operata dai Turchi due secoli e mezzo dopo, ed accusarla perciò di aver distrutta la civiltà, le lettere e la filosofia in un paese, che, malgrado la sua corruzione, dava loro asilo; troveremo che tanti mali non furono compensati dalla limitata potenza reale aggiunta alla repubblica di Venezia. La saviezza e la moderazione del senato impedirono che i tesori e la popolazione dello stato andassero a seppellirsi in lontane province, come vi si perdettero tanti battaglioni di crociati, e tante nobili famiglie francesi. Ma l'ambizione de' particolari, cui si abbandonò così vasto campo, costò pure alla nazione una parte importante de' suoi capitali, e le braccia di molti soldati. Il commercio e la navigazione che formavano la principale forza dello stato, furono da molti abbandonati per dedicarsi ad intraprese cavalleresche; e poco mancò che la divisione di questa preda non mutasse il carattere nazionale. Probabilmente il governo dispotico delle province conquistate riuscì dannoso alla capitale, che non tardò a sentirne gli effetti; per ultimo Venezia perdette ne' Greci utili alleati che formavano una barriera contro i Musulmani, la di cui vicinanza costò poscia a Venezia tante ricchezze e tanto sangue. Essa non conservò lungo tempo le città e province di terra ferma; ma tenne le isole quattro secoli, che furono cagione di continue guerre coi Turchi. In tal maniera adunque tutta la gloria acquistata in questa maravigliosa impresa fu a caro prezzo comperata colle lagrime e la miseria de' popoli sottomessi, e coll'indebolimento e la corruzione de' vincitori[466].

[466] Congedandomi per lungo tempo dagli storici bizantini, soggiugnerò alcune osservazioni intorno a quelli di cui ho fatto uso in questo capitolo. Abbiamo avuta la fortuna di poter esaminare quattro ragguardevoli autori, quasi tutti contemporanei, cadauno de' quali scrisse con opposte mire per quattro differenti nazioni. Niceta, senatore di Costantinopoli, e _grande logoteta_ dell'Impero, rifugiatosi a Nicea dopo la ruina della sua patria, scrisse la storia degl'imperatori de' suoi tempi dalla morte d'Alessio Comneno fino al Baldoino di Fiandra. A fronte della inopportuna sua eloquenza, della ricercatezza dello stile, e forse anco delle sue esagerazioni, vuol essere annoverato tra i buoni storici di Costantinopoli. Le particolari sue sventure, aggiunte a quelle della sua patria, rendono ancora più interessante la sua storia. Rispetto a questo storico, ed agli altri che hanno scritto in altre lingue, mi sono fatto un preciso dovere di esaminare il testo originale, e di non citare che le mie traduzioni. I miei lettori conoscono oramai sufficientemente le azioni, il carattere e lo stile di Goffredo _Villehardovin_, lo storico francese della crociata. Questo valoroso soldato, l'amico del venerabile Dandolo, e del marchese-re Bonifacio, nella spartizione dell'Impero orientale fu fatto maniscalco della Romelia, come prima lo era della Sciampagna: ebbe in feudo Messinopoli e Masianopoli nel regno di Tessaglia, e suo nipote dello stesso nome, giunto in Grecia dopo la presa di Costantinopoli, conquistò il principato dell'Acaja che trasmise alla sua discendenza. Anche i Veneziani hanno in quest'epoca il loro storico. È questi Andrea Dandolo discendente del vincitore di Costantinopoli, e doge anch'egli due secoli dopo. Non abbagliato dalla gloria della sua patria o della famiglia, riferisce imparzialmente i più importanti avvenimenti: ma questa sua scipita imparzialità, che ne fa essere forastieri in Venezia come nella Grecia, è un difetto forse più spiacevole che le appassionate esagerazioni di Niceta. La storia di Dandolo viene arricchita da importanti note, da diplomi e trattati riferiti per intero. Per ultimo, rispetto alla storia della crociata, l'anonimo autore della vita d'Innocenzo III ci mette sott'occhio tutto quanto può favorire gl'interessi degli ecclesiastici. Nel precedente capitolo ci siamo frequentemente valsi di questa vita, pubblicata la prima volta da Stefano Baluzio, la quale non arriva che all'anno undecimo d'Innocenzo. Forse l'autore morì prima del suo eroe: ad ogni modo sparse molta luce su questo pontificato, e contiene molti documenti originali, e fra gli altri le lunghe lettere che Baldovino imperatore di Costantinopoli scrisse al papa per giustificare la sua conquista e la sua elezione.

Ho citati pochi altri scrittori greci e latini, dai quali ho presi vari fatti, poichè non volli abusare della sofferenza de' miei lettori citando nomi di scrittori affatto inutili alla mia storia.

Nel quinto tomo della storia di Francia del Duchesne trovansi riportate alcune lettere scritte da Costantinopoli dal conte Ugo di san Paolo e dallo stesso Baldovino, le quali, sebbene nulla aggiungano di particolare ai fatti raccontati da altri storici, ne interessano per rispetto di coloro che le scrissero. _Histor. Francor. Script. t. V, p. 272.-283._ Due moderni scrittori Rahmnusius, _de Bello Constantinopolitano_, e d'Outreman, _Constantinopolis Belgica_, cercarono nelle voluminose loro opere di dare maggiore risalto, il primo alla gloria veneta, l'altro alla fiamminga.

CAPITOLO XV.

_Stato delle repubbliche italiane. — Guerre civili. — Rinnovamento della Lega lombarda._

1216 = 1233.

Ottone IV e Federico II disputavansi ancora la corona imperiale quando venne a mancare Innocenzo III. Federico aveva già sperimentato il potente patrocinio della santa sede, la quale, finchè Ottone fu il più forte, lo favoreggiò caldamente; ma dopo la battaglia di Bouvines, Ottone non essendo più in grado di tenere contro alla crescente potenza del giovane rivale, il papa dichiarossi nemico del suo protetto, e tanto Innocenzo III, che Onorio III, rifiutarono, vivente Ottone, anzi fino al 1220, di accordare a Federico il titolo d'imperatore, e di porre sul di lui capo la corona d'oro, che pure gli avevano promessa.

Se l'interregno che precedette l'elezione di Ottone, aveva resa malferma l'autorità imperiale in Italia, la lotta tra le fazioni guelfa e ghibellina, tenuta viva dal papa, opponendo un imperatore all'altro, le diede l'ultimo colpo. Dall'una all'altra estremità d'Italia tutto era discordia e guerra civile.

Abbiamo già mentovate in più luoghi le guerre di Lombardia senza per altro entrare in circostanziati racconti, perchè abbiamo diffidato di poter dare interesse a guerre sempre simili in ogni loro particolare, che cominciavano col saccheggio di alcune campagne, e terminavano dopo pochi giorni con una battaglia tra gli abitanti delle due città nemiche; guerre nelle quali l'arte era affatto sconosciuta, e nelle quali il solo valore, sempre adoperato nello stesso modo, decideva della vittoria.

Per quanto si voglia attentamente studiare la storia delle città lombarde, non si otterrà mai di togliere quella confusione che producono nella nostra memoria le loro rivalità, le alleanze, le guerre, nelle quali i soli nomi diversificano gli avvenimenti. Se ci fosse dato di penetrare nell'interno di queste città, conoscere le passioni che agitavano i popoli, i loro desiderj, le loro speranze, la politica delle loro assemblee e dei loro magistrati; potremmo forse indentificarci coi cittadini di queste repubbliche; ma sgraziatamente dopo la metà del XII secolo fino alla fine del XIII, dobbiamo sormontare un lungo spazio di tempo, nel quale veruna città dell'Italia settentrionale, tranne Venezia, ebbe storici contemporanei. Abbiamo bensì alcune informi cronache nelle quali qualche monaco segnò il nome del podestà d'ogni anno, ed indicò il luogo in cui seguì la tale o tal altra importante battaglia. Nel tale anno, dicono, v'ebbe pace tra Cremona e Piacenza; nel tale altro vi fu guerra; senza però mai riferire i motivi delle guerre o le condizioni delle paci. In ventuna cronache lombarde ch'io lessi rapidamente e con tedio estremo, per cercarvi i materiali di questo capitolo, non trovai un solo pezzo che mi facesse conoscere le opinioni del secolo in quelle dello scrittore. Non per questo possiamo omettere di dare un'occhiata agl'interessi di queste città, che tanto essenzialmente appartengono alla nostra storia; onde soffermandoci un istante nelle principali, cercheremo almeno di conoscere le loro alleanze e le loro inimicizie.

Poichè Milano venne rifabbricato dagli sforzi generosi della lega lombarda, Milano aveva costantemente prosperato. Numerosa erane la popolazione, ricco e fertile il territorio, le milizie agguerrite, e le sue fortificazioni potevano sfidare le più potenti armate. Dall'epoca della battaglia di Legnano che aveva consolidata la libertà lombarda, erano fino al presente passati quarantacinque anni, ed i capi dei consigli della repubblica, i vecchi ne' quali riponeva la sua maggiore confidenza, erano facilmente stati portati tra le braccia de' fuggitivi genitori, quando quindici anni prima di quella battaglia, la loro città venne spianata; e forse s'erano anch'essi strascinati nel fango, quando gli esiliati Milanesi si recarono sul luogo per cui doveva passare Federico Barbarossa, per chiedere grazia.

In seguito quando si rifabbricò la città, tutti furono testimonj dei nobili sforzi dei loro concittadini, e delle riportate vittorie. Erano le memorie dell'infanzia e della gioventù, di que' tempi ne' quali l'immaginazione più vivace riceve le più profonde impressioni. Perciò i Milanesi non seppero mai perdonare ai figliuoli di Barbarossa le battaglie e la severità del loro padre; e mentre i cittadini che avevano combattuto contro Federico I, aprivangli essi medesimi le porte della loro città dopo la pace di Costanza, e celebravano la perfetta loro riconciliazione con isplendide feste, le due susseguenti generazioni non istancaronsi di eccitare nemici al suo nipote Federico II, e di fargli guerra.

A questo sentimento di vendetta nazionale deve attribuirsi la costanza colla quale i Milanesi rimasero attaccati alle parti d'Ottone IV, malgrado che il capo del partito guelfo si fosse dichiarato il difensore delle prerogative dell'Impero, malgrado che Ottone fosse il nemico della santa sede, e che i fulmini della Chiesa piovessero contro i suoi partigiani.

Mentre viveva ancora Innocenzo, i Milanesi erano stati citati a presentarsi al concilio di Laterano e ad abbandonare un imperatore scomunicato: e nel susseguente anno s'erano portati a Milano due cardinali, ed avevano da parte del papa ordinato alla repubblica di soccorrere Federico contro Ottone suo antico alleato[467]. In questo secolo le corti dei re obbedivano tremando a tali intimazioni; ma le repubbliche italiane erano più indipendenti; onde i due cardinali non tardarono ad accorgersi che non solo non avrebbero ottenuti i chiesti soccorsi, ma nemmeno avrebbero ridotti i Milanesi a lasciare l'alleanza di Ottone, onde si ritirarono fulminando l'interdetto contro la città.

[467] _Galvan. Flammæ Manip. Flor. c. 248, e 249. t. XI, p. 666._

(1217) Di quest'epoca i Milanesi avevano fatta alleanza con Tomaso, conte di Savoja: le loro città confederate erano, in quest'epoca, Crema, Piacenza, Lodi, Vercelli, Novara, Tortona, Como ed Alessandria. L'interdetto del papa parve che in vece di sciogliere questa lega, ne riserrasse più strettamente i legami. Le città di Pavia, Cremona, Parma, Reggio, Modena ed Asti avevano abbracciato il contrario partito, ossia quello de' Ghibellini; e Brescia, d'ordinario alleata di Milano, dovette a quest'epoca conservarsi indifferente nelle contese delle altre città[468], perchè indebolita da una lunga guerra civile, e ruinata dal tremuoto che aveva atterrati i suoi più nobili edificj, doveva cercare di rifarsi con un lungo riposo. Bergamo non è pur rammentata dagli storici di questi tempi.

[468] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. distinct. VII, c. 96, p. 900_.

Ogni città si ascrive nelle proprie cronache qualche vittoria nella guerra quasi generale che tenne dietro all'interdetto papale; onde può conchiudersi che i successi furono presso a poco compensati. Pare non pertanto che la città di Pavia soffrisse una continuata serie di perdite, che la Lomellina fosse saccheggiata ed incendiati molti castelli sulla destra del Po; per cui questa repubblica si risolvesse di abbandonare le antiche alleanze, unendosi ai Milanesi[469]. La città d'Asti non fu meno maltrattata di Pavia, prima dagli Alessandrini da lei provocati, poi dagli stessi Milanesi[470]; ma Cremona assalita dalla stessa lega, le oppose una più ferma resistenza. Il sei giugno del 1218 le armate delle due leghe vennero a battaglia avanti a Ghibello: i Pavesi erano stati forzati di unirsi ai Milanesi, coi quali trovavansi pure i Vercellesi, Novaresi, Tortonesi, Comaschi, Alessandrini, Lodigiani e Cremaschi: i Cremonesi avevano con loro le milizie di Parma, di Reggio e di Modena. La battaglia si protrasse dal mezzogiorno fino a notte innoltrata, e terminò colla rotta totale dei Milanesi[471].

[469] _Galvan. Flammæ Manip. Flor. c. 250. p. 667._

[470] _Chron. Astense, ab Ogerio Alferio edit. t. XI, p. 142._

[471] _Chron. Breve Cremon. t. VII, p. 640. — Joh. de Musis Chron. Plac. t. XVI, p. 458. — Chron. Parm. t. IX, p. 764._

Oltre queste guerre tra le città, altre se ne manifestavano ancora nell'interno di ogni repubblica, cui davano motivo l'insolenza dei nobili, o la gelosia dei cittadini. I primi, dopo essere stati forzati ad abbandonare i loro castelli per farsi abitatori delle città che gli avevano ammessi alla loro cittadinanza, trovaronsi resi più potenti dalla loro sconfitta. Essi non erano più, come per lo innanzi, dispersi e senza relazione gli uni cogli altri; anzi per l'opposto trovavansi uniti coi loro uguali, e più a portata di contrarre nuove alleanze; quindi maggiore erasi fatto il loro disprezzo pei borghesi, ai quali momentaneamente avevano dovuto cedere, e si credevano destinati a dominarli. Attribuivansi esclusivamente il nome di soldati (_milites_); e, quantunque a quest'epoca il valore fosse comune a tutti gl'Italiani, è probabile che superassero in virtù militari i loro concittadini, pei quali la guerra non era il principale affare. La rivoluzione che si fece in tutte le repubbliche, allorchè fu confidato ai podestà il supremo potere, era riuscita favorevole ai nobili. Un popolo geloso poteva bensì volere esclusi dagl'impieghi i suoi proprj gentiluomini; ma qualunque volta passava a scegliere in paese straniero un uomo sconosciuto per sottomettersi al suo governo, non sapeva liberarsi dall'antica prevenzione di tutti gli uomini in favore della nascita; prevenzione che tanto naturalmente decide delle scelte, quando non conosconsi le altre qualità. Fu legge fondamentale di tutte le repubbliche italiane di non iscegliersi per podestà che un gentiluomo; e questa legge non fu pure violata quando, nel calore delle guerre civili, i nobili appartenenti ad ogni repubblica vennero degradati ed esclusi da ogni diritto di cittadinanza. Intanto i podestà gentiluomini cercavano d'avere ne' consiglj persone del loro ordine; quando terminate le loro funzioni tornavano in patria, vi portavano l'attitudine ai pubblici affari, talenti esercitati, ed il sentimento della loro superiorità sui borghesi e gli artigiani, che occupavano le principali cariche. Provavano allora, colle minacce e con un procedere arrogante, di ricuperare quelle prerogative ch'essi credevano usurpate al loro ordine. Per l'opposto i borghesi avevano fatta conoscenza degli affari nelle deliberazioni della piazza pubblica; erano armati; avverano combattuto per essere liberi, e non per passare sotto un diverso giogo. Protetti da un governo benefico avevano veduto prosperare il loro commercio e le loro manifatture, avevano appreso ad apprezzarsi più assai che per lo innanzi, perchè la loro fortuna era quasi affatto indipendente. Erano perciò troppo alieni dal voler rinunciare a tutti i pubblici affari, e dal permettere che i soli nobili rappresentassero lo stato nelle più singolari occasioni, ne' consigli, nelle ambascerie.

(1221) A Milano i nobili erano spalleggiati dall'arcivescovo, il quale non poteva senza gelosia vedersi spogliato di ogni parte del governo. La contesa tra i due ordini si fece più viva l'anno 1221[472]. I gentiluomini furono forzati ad uscire di città, e ad afforzarsi nei loro castelli, ove furono ben tosto inseguiti dal popolo, che, dopo più o men lunghi assedj, gli obbligò ad arrendersi, e gli spianò; onde nel termine d'un anno la nobiltà fu ridotta a chiedere la pace. La numerosa popolazione di Milano doveva far trionfare il partito democratico. A Piacenza la fortuna delle armi si dichiarò per i gentiluomini: avevano anch'essi adottata la determinazione di uscire dalla città; ma quando furono in campagna aperta, trovandosi circondati dai loro vassalli, ricuperarono quella superiorità che avevano perduta nell'interno della mura. Finalmente il papa li mandò come mediatore il cardinale d'Ostia, il quale nel 1221 terminò le loro guerre con un trattato di pace, in forza del quale la metà delle magistrature ed i due terzi delle ambascerie venivano riservate alla nobiltà, rimanendo al popolo tutti gli altri pubblici impieghi[473]. Cremona era stata agitata da eguali discordie, ed andò debitrice della pace all'immediato intervento di papa Onorio III, il di cui breve ci fu conservato da uno storico cremonese[474]. Una parola dell'annalista di Modena ne fa conoscere che la sua patria non andava esente da tali sedizioni[475]: abbiamo altrove accennate quelle di Brescia, e pare che tutte le città lombarde fossero più o meno agitate da tale discordia.

[472] _Chron. Placent. p. 459._

[473] _Campi Cremona Fedele l. II, p. 42._

[474] _Annales Veteres Mutinensium t. XI, p. 58, ad ann. 1224._

[475] _Denina, Muratori, Tiraboschi ec._

Molti storici moderni, parlando delle continue guerre tra le città, delle rinascenti dissensioni tra i loro diversi ordini, dipingono l'antico stato d'Italia come affatto infelice, ed accordano la preferenza ai tempi loro. Nel _calcolare_ la felicità di una nazione, noi oggi trascuriamo affatto di porre a calcolo quella d'una numerosissima classe di uomini, destinati dalla società ad affrontare tutte le vicende della guerra e della sventura. Questi è il loro mestiere, si suol dire, quando ci si parla dei patimenti dei soldati, come se il patimento fosse un mestiere. Allora la guerra non era un mestiere, nè era abbandonata a soldati mercenari, stranieri di cuore alla causa che sostenevano, e che, per avvezzarsi alla loro condizione, debbono chiudere gli occhi sulla sproporzione del pericolo cui vengono esposti e lo scopo che si propongono. Il soldato italiano combatteva sempre presso alle mura della propria città, non solo per la salvezza della patria, ma ancora per la propria, per ottenere un fine ch'egli conosceva, e per servire ad una passione che divideva coi suoi concittadini. Se aveva la disgrazia di essere ferito, non languiva negli ospedali, abbandonato alla dura indifferenza di subalterni chirurgi; ma ricondotto la stessa sera alla propria casa, l'amorosa cura che di lui si prendevano la consorte, la madre, le sorelle, gli facevano quasi dimenticare i suoi dolori. Se periva sul campo di battaglia, periva nell'entusiasmo d'un patriotta per una cagione creduta sacra, tra le braccia de' suoi amici e de' suoi concittadini; non era contato tra i morti come un semplice soldato, come un essere ideale destinato soltanto ad aver luogo nel ragguaglio d'una battaglia in mezzo ad una colonna di numeri. Si sapeva d'aver perduto un uomo ed un cittadino, ed era pianto come uomo e come cittadino. La stessa sera della battaglia, se la notizia della sua perdita non era portata alla famiglia, doveva egli stesso tornare ad abbracciare i suoi figli.

Quindi per mettere a numero le armate non abbisognavano arrolamenti forzati; la guerra era un dovere passaggiero, e direi quasi il dilettevole trattenimento d'ogni cittadino; la guerra, cui dovevansi consacrare soltanto pochi giorni dell'anno, per riprendere in appresso le proprie occupazioni; la guerra che il cittadino non faceva giammai senza un vivo sentimento della sua importanza e della gloria della sua patria; la guerra che in lui manteneva l'abitudine di quel valore, che tanto dannoso sarebbe il lasciar perdere alla massa del popolo; quell'abitudine che da lungo tempo non esisterebbe presso i moderni popoli, senza l'abuso d'una guerra privata, allora affatto sconosciuta, il duello.

In questa età le battaglie sono meno micidiali che le malattie; meno micidiali che la memoria crudele del paese natale, della memoria d'un bene perduto, che ogni anno fa perire di dolore tante reclute. Nelle guerre d'Italia tutto incominciava e finiva colla battaglia; niun soldato cadeva che sotto il ferro, ed inoltre le battaglie erano meno micidiali che a' nostri giorni. Calcolando anche tutta l'Europa, quantunque la guerra si facesse fino alla porta d'ogni cittadino, distruggeva assai meno gente nel tredicesimo che nel decimottavo secolo; ed inoltre non cadevano che vittime volontarie.