Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 22

Chapter 223,583 wordsPublic domain

Dopo tale sfida che parve ai Greci il colmo dell'audacia, i sei messaggieri saltarono sui loro cavalli e sortirono dalla città, senz'essere fermati, quantunque poco mancasse che non venissero massacrati dal popolo. Dopo ciò accaddero varie scaramucce tra le due nazioni; i Greci tentarono invano di metter fuoco alla flotta latina, spingendole in mezzo diciassette navi incendiarie, che furono allontanate dal coraggio e dalla destrezza de' marinaj veneziani.

Una guerra di scaramucce facevasi non pertanto quasi contro la volontà dei due imperatori, che temevano i Latini, e cercavano di mitigarne il malcontento. Alcune bande di cittadini andavano a battersi coi crociati, ma senza capo, o senza che la corte permettesse che verun personaggio di riguardo vi prendesse parte. Il solo Alessio duca, di soprannome Mourzoufle, che aveva sposata una figlia del vecchio Alessio Angelo, e ch'era decorato della dignità di protovestiario, eccitava i cittadini a vendicare il vilipeso onor greco, e mettevasi alla loro testa. In un incontro sulle rive del Balbissè, e presso al ponte di pietra forata, di cui voleva vietarne il passaggio ai Latini, diede prove di grandissimo valore, e corse pericolo d'essere fatto prigioniero. Il confronto della sua condotta con quella dei due imperatori riscaldava sempre più contro di loro lo sdegno del popolo. Il figlio, malgrado le offese de' Latini, mostravasi ancora ligio ai medesimi, e veniva accusato di volere introdurre in palazzo le loro truppe. Stando ad una lettera di Baldovino a suo padre[442], sembra infatti che fosse entrato in trattati su quest'oggetto. Il padre non aveva presso di se che astrologi e monaci impostori che promettevangli di fargli in breve ricuperare la vista, e di rendere il suo regno più glorioso che quello d'ogni altro imperatore d'Oriente. Infine la nazione si risolve a scuotere il vergognoso giogo che l'opprime.

[442] _Gesta Innoc. III, § 92. p. 534._ Villehardovin non pertanto non parla di questi trattati.

Il 25 gennajo del 1204 il senato fu costretto di radunarsi coi principali del clero nel tempio di santa Sofia, e per ubbidire al popolo decretò l'elezione di un nuovo imperatore; ma tutti gli uomini d'una rispettabile famiglia rifiutavano questo pericoloso onore di mano in mano che veniva loro presentato; il popolaccio, affollato alle porte, domandò furibondo un nuovo monarca per rimpiazzare questa famiglia avvilita che più non sapeva sopportare, e fece successivamente designare coloro che vedeva più riccamente vestiti; e volevansi forzare ad accettare colla spada alla mano, ma tutti si rifiutavano. Pure mentre in mezzo a tanto tumulto un patrizio più degli altri ardito osava d'accettare la corona, Mourzoufle, corrotto l'eunuco prefetto del tesoro[443], persuase col di lui mezzo ai Varangiani che formavano la guardia, che il marchese Bonifacio stava per introdurre i Latini nel palazzo per rimpiazzarli, e si assicurò in tal modo del loro attaccamento; in seguito persuase i due imperatori a nascondersi per sottrarsi ai rivoltosi; ed avendoli egli stesso mostrato un nascondiglio, li fece colà incatenare, e ben tosto uccidere.

[443] _Nicetas Chon. in Isaac. et Alex. § 4.-5._

Il ritratto di Mourzoufle non fu fatto che dai suoi nemici. Egli spogliò lo storico Niceta della carica di grande _logotheta_ per darla ad un suo parente. Villehardovin divise le passioni dei crociati che si eressero in vendicatori dei detronizzati imperatori; e Baldovino, nella sua lettera ad Innocenzo III, ingrandisce i delitti dell'usurpatore per giustificarsi d'averlo spogliato. Ad ogni modo Mourzoufle mostrò nella sua breve e penosa amministrazione più talenti ed energia de' suoi predecessori. Per rifare il tesoro, ch'egli aveva affatto spogliato, fece rendere conto dell'amministrazione loro a quelli ch'erano stati decorati della dignità di sebastocratoro, o di Cesaro, ed impiegò il danaro che ne ritrasse a far costruire degli appoggi interni alle mura, ed a guarnire le torri di gallerie di legno. Armato di sciabla e di mazza, risvegliava il coraggio dei soldati, conducendoli egli stesso ai combattimenti, e sorprendendo i nemici che si allontanavano dal campo per foraggiare[444]. Ma quella troppo avvilita nazione non era più capace, a fronte del suo esempio, di sentire patriottismo. Gli stessi parenti di Mourzoufle non sapevano perdonargli il pensiero di volerli togliere alla loro vita molle ed effeminata, i grandi lo detestavano come un soldato rozzo e mezzo barbaro, ed il popolo che mostrava d'amarlo, l'abbandonava vilmente nel pericolo. Baldovino, conte di Fiandra, erasi reso padrone di Filea sul mar nero, ov'erasi recato per procurar viveri all'armata: Mourzoufle l'attese all'uscita d'un bosco con un corpo di truppe assai superiore; ma quando i suoi soldati videro avvicinarsi i Latini, fuggirono, lasciando il loro generale quasi solo[445]. In questa circostanza una miracolosa immagine della Vergine che serviva di stendardo agl'imperatori, ed alla quale credevasi attaccata la salute dello stato, cadde in potere de' nemici.

[444] _Nicetas Choniat. in Murzuflum § I, 299.-300._

[445] _Villehard. § 118, 119. p. 37._

Se dobbiamo prestar fede a Niceta, Mourzoufle cercò allora di venire a trattati; e così consigliati dal doge, i crociati offrirono la pace a condizione di pagare loro una ragguardevole taglia. Mourzoufle non accettò l'offerta, e l'improvviso attacco d'un corpo di cavalleria latina ruppe la conferenza[446].

[446] Essi domandarono cinquanta centinaja d'oro, che dietro il calcolo di Gibbon sono 50,000 libbre pesanti d'oro, ossiano 48,000,000 di franchi.

I Francesi non vollero esporsi soli ad attaccare la città dalla banda di terra, come avevan fatto nel primo assedio, conoscendo che avevano a fare con un nemico assai più attivo d'Alessio; accettarono quindi di battersi sulle galere veneziane, che si disposero nuovamente per l'assalto, collocando le scale lungo le antenne. Le due armate consumarono il rimanente dell'inverno nel prepararsi all'attacco ed alla difesa: finalmente il giovedì 8 aprile del 1104 i Latini fecer salire i cavalli sopra le palandre, che divisero in sei flottiglie, assegnandone una ad ogni battaglione francese: le galere erano poste tra i vascelli di trasporto e le palandre, e la linea di battaglia occupava quasi un mezzo miglio in faccia al quartiere che stendevasi dal palazzo di Blancherna fino al monastero d'Evergete; ed era questa la parte della città ch'era stata consumata dall'incendio. L'imperatore fece alzare il suo padiglione in mezzo alle rovine, ed aspettò l'attacco.

Il venerdì mattina la flotta attraversò il canale, e diede principio all'attacco: i vascelli s'avvicinarono tanto alle mura, che quelli che stavano sui ponti potevano ferire colle loro spade le guardie delle torri. I Latini gettaronsi sulle mura in più luoghi, ma ogni torre era superiore di forze alla galera che l'attaccava; altronde tutte le galee che formavano la linea, non essendo ugualmente avanzate, le pietre e i dardi lanciati da quelle sul di dietro riuscivano egualmente dannosi ai nemici ed agli amici, onde furono costretti a ritirarsi dopo aver perduta assai gente.

La sera i crociati unironsi in una chiesa per deliberare sul modo di continuare l'assedio. Molti Francesi proposero di uscire dal porto, e di attaccare la città dalla parte di mezzogiorno per il Bosforo, o la Propontide, perchè da questo lato Mourzoufle non aveva fiancheggiate le mura di torri, nè assicurate con sostegni per di dentro; ma i Veneziani che conoscevano meglio il mare, opposero che la corrente del Bosforo batteva contro le mura a mezzogiorno, e respingeva tutti i vascelli che vogliono avvicinarsi da quella banda[447]. Fu perciò seguito il consiglio del doge di differire l'attacco fino al lunedì seguente; di legare intanto i vascelli due a due, affinchè ogni torre venisse assalita da due navi, e che si rinnovasse l'attacco nello stesso luogo.

[447] _Villehard. § 126. p. 39._

Il lunedì mattina 12 aprile, la flotta crociata attraversò nuovamente il canale, ed attaccò le mura. Durante il mattino i Greci resistettero con coraggio; ma a mezzogiorno un gagliardo vento del nord spingeva i vascelli crociati contro il muro, e ne facilitò l'abbordaggio. I vascelli dei vescovi di Troies e di Soissons chiamati il _Paradiso_ ed il _Pellegrino_[448], ch'erano legati assieme, abbassarono i primi le loro scale sulla torre ch'essi combattevano; e nello stesso tempo un Francese ed un Veneziano lanciaronsi sulle mura[449]: e ben tosto gli altri vascelli accostaronsi egualmente. Furono all'istante prese quattro torri, ed atterrate tre porte, ed i Latini non solo s'impadronirono di questa parte delle mura, ma ancora di tutto il quartiere ch'era stato incendiato, e dello stesso padiglione di Mourzoufle; il quale, obbligato di fuggire, si rinchiuse nel palazzo di Boucolèon. In seguito approfittando dell'oscurità della notte vicina corse tutto il rimanente della città eccitando gli abitanti a prendere le armi[450]. Egli loro rappresentava che i Latini chiusi entro le loro mura, in mezzo a strade di cui non conoscevano le sinuosità, potevano facilmente essere oppressi dall'immensa superiorità del loro numero; che l'intera loro fortuna, l'onore delle consorti, la vita stessa cadevano in potere del nemico, se non facevano un generoso sforzo per metterle in sicuro; che si ricordassero che andavano ad incontrare minori pericoli combattendo, di quelli che li minacciavano sottomessi che si fossero al nemico. Ma Mourzoufle parlava a gente che un lunghissimo despotismo aveva privata d'ogni energia, a gente cui la certezza della morte non bastava a rendere valorosa. Essi erano almeno quattrocento mila, ed i crociati francesi e veneziani non arrivavano ai trenta mila. Pure rifiutarono di combattere, e Mourzoufle, disperato, rientrò nel suo palazzo di Blancherna[451], e prese con lui Eudossia sua moglie, ed Eufrosina sua cognata, moglie del vecchio Alessio, montò sopra una barca, e s'allontanò da una città che voleva la propria ruina.

[448] _Balduin. Ep. ad pontif. De Gestis Innoc. III, p. 535._

[449] _Villehard. § 128. p. 40._

[450] _Bald. ad pont. Inn. III, § 92. p. 535._

[451] _Nicetas Chon. in Murzuflum, c. 2. p. 301._

Due nobili greci, Teodoro Lascari e Teodoro Duca, il primo de' quali era destinato a far risorgere l'Impero d'Oriente, sforzaronsi ancora, dopo la partenza di Mourzoufle, di riunire in diversi quartieri della città le truppe scoraggiate, e di condurle alla battaglia; ma non vi riuscirono, e furono anch'essi costretti a procacciarsi salvezza colla fuga. Durante la notte i Latini per assicurarsi dagli attacchi, cui vedevano d'essere esposti, avevano posto fuoco ai più vicini quartieri; e questo terzo incendio dilatandosi con furore distruggeva un'altra parte della città. La vegnente mattina, quando aspettavansi di dover combattere, e che dietro i loro calcoli supponevano doversi impiegare almeno un mese per sottomettere tutti i palazzi e tutte le chiese che potevano essere facilmente ridotti in fortezze, si videro venire all'incontro processioni di preti e di donne, che, portando innanzi a loro croci ed immagini, domandavano grazia per la loro città. Costantinopoli era presa, ed un pugno di crociati aveva atterrato il trono dei padroni dell'Oriente.

Per sorprendente che fosse questa vittoria, non superava però l'ambizione e le speranze de' Latini. Mentre trovavansi ancora nel sobborgo di Galata, avanti al primo assalto, avevano di già tra di loro fatto un trattato di divisione di tutto l'Impero d'Oriente[452]. Il saccheggio della città di Costantinopoli formava il primo articolo del trattato. Avevano convenuto di mettere in comune tutto il bottino che farebbero sui Greci, di prendere prima su quest'ammasso le somme ancora dovute ai Veneziani, ed i sussidj loro promessi dal giovane Alessio; indi di dividere il rimanente in parti eguali tra i crociati e le truppe della repubblica. Erasi inoltre convenuto che i Veneziani conserverebbero in tutte le province dell'Impero, che omai ritenevansi per conquistate, tutti i privilegi di cui godevano in tempo de' monarchi greci: convennero di conservare il titolo ed il potere imperiale, e di decorarne un principe latino, assegnandogli però soltanto per patrimonio un quarto dell'Impero, ed un quarto della capitale; riservandosi di dividere tra di loro gli altri tre quarti: che l'elezione dell'imperatore farebbesi nel seguente modo; sei baroni francesi e sei veneziani dovevano essere nominati dall'armata, e questi farebbero la scelta di un successore ad Augusto ed a Costantino.

[452] Veggasi questo trattato nelle note alla cronaca di Dandolo, p. 326.

La presa di Costantinopoli chiamò ben tosto i crociati a realizzare così vasto progetto. Incominciarono da quello del saccheggio, e la città fu senza riserva abbandonata alla brutalità de' soldati vincitori. Le lagnanze di Niceta, e l'esultanza di Villehardovin ci danno tutta l'estensione di questo disastro. La profanazione e l'insulto accompagnarono il saccheggio; e mentre i Latini si vantavano che _dopo il cominciamento de' secoli non fu mai tanto guadagnato in una città_, la capitale dell'Oriente fu ridotta in tale stato di avvilimento e di miseria da cui non si potè mai più rilevare. I templi non furono più risparmiati delle case private; i calici, i crocifissi, le teche delle reliquie furono levate e divise da mani barbare, e s'introdussero nelle chiese i cavalli ed i muli per caricarne le spoglie. Le stesse passioni religiose incitavano alla profanazione delle chiese scismatiche[453]. Una prostituta ebbe l'impudenza di porsi a sedere sulla sede del patriarca, e danzava e cantava in mezzo ai soldati ubbriachi per insultare il culto de' Greci. Questi stessi soldati scorrevano in seguito la città conquistata, vestiti d'abiti pomposi, che avevano tolti a uomini o a donne della corte, e portando sulle loro teste penne d'airone, le sole armi dei vinti Greci.

[453] _Nicetas Choniates in Murzuflum. § 4. p. 303._

Mentre i Latini esalavano con pubblici insulti il loro sdegno, che i soldati svergognavano le matrone, le fanciulle e perfino le vergini consacrate agli altari; la loro condotta nell'interno delle case non era meno odiosa. «Lo stesso giorno, dice Niceta, in cui fu presa la città, i soldati errando per le strade incominciarono ad introdursi nelle case, ove, dopo essersi impadroniti di tutto quanto loro veniva alle mani, si facevano ad interpellare i padroni sul conto delle ricchezze che potessero avere nascoste: agli uni strappavano il segreto a forza di percosse, ad altri ingannandoli colle promesse, a tutti spaventandoli colle minacce. Ma tutto ciò che i Greci possedevano, tutto quello che manifestavano, tutto quello che presentavano ai loro ospiti, era preso: giammai non si ebbe di loro compassione; giammai non si permetteva di dividere l'alloggio, i viveri, i beni che pur erano poc'anzi suoi. Erano senza umanità scacciati dalle loro case[454].»

[454] _Nicetas Choniates Constantini status, § 2. p. 310._

In fatti quasi tutti i nobili, i ricchi, coperti di miseri cenci, smagrati e deboli, coll'impronta in volto de' sofferti patimenti, sortirono a piedi dalla città piangendo la loro patria, la loro fortuna e spesso una figlia nubile, o una giovane sposa loro rapita; e perchè la condizione loro fosse ancora più crudele, trovavansi sulla strada esposti agl'insulti de' più abbietti loro concittadini; e questo era pure un altro indizio della _disorganizzazione_ sociale. Il popolaccio di Costantinopoli, geloso dei senatori e dei ricchi, invece di unirsi con loro per difendere la patria, compiacevasi di vederli sventurati; e la gente di contado, ugualmente cieca, si rallegrava della rovina d'una capitale che gli aveva dominati tanti secoli[455]. «A noi, scrive Niceta, altra volta membri del senato, attribuiscono la perdita della città; essi non temono l'occhio perspicace del Signore; essi che tradirono noi e la patria, non si vergognano di tanta falsità. Qual vi può essere oggetto più compassionevole che il delirio e la sventura di questi uomini stupidi, che non solo non pregano per il ristabilimento della città, ma che accusano Dio di lentezza, perchè non abbia sovvertiti assai più presto e noi e la città ed in maniera ancor più terribile, perchè abbia dilazionata la nostra morte, e mostrato ne' suoi giudizj il suo amore per gli uomini? Questo popolo non dovrebb'essere commosso per simpatia de' nostri mali? Noi più non abbiamo città, non case, non alimenti per vivere; noi che prima eravamo illustrati dalle nostre ricchezze e dal nostro potere.» Difatti Niceta, sortendo colla sua famiglia da Costantinopoli, aveva trovato nella Tracia le stesse disposizioni; di già i paesani riandando le passate memorie, che ne' lontani secoli in differente governo dava alla Grecia maggior gloria, volgevano in ridicolo la nudità e la mendicità de' fuorusciti, chiamandola eguaglianza repubblicana[456].

[455] _Nicetas Choniates in Balduin. Flandrum § II. p. 340._

[456] Ισοπολιτειαν. _Nicetas Const. Status, § 5. p. 313._

Quantunque siavi luogo a credere che molta parte del bottino si mettesse in comune, pure quando coll'ammasso totale furono pagati i Veneziani, e che questi ebbero la metà loro spettante, rimase pei Francesi la somma di 500,000 marche d'argento. Era questo ben più di quanto sarebbe abbisognato per dissipare la burrasca che da lungo tempo minacciava Costantinopoli[457].

[457] _Villehard. § 135. p. 42._ In un'altra edizione leggesi 400,000; la maggiore delle due somme equivale a ventiquattro milioni, con cinquanta mila marche, o due milioni quattrocento mila dovute ai Veneziani, e la parte di questi, fa montare a 50,400,000 il valor totale del bottino diviso. Altrettanto probabilmente era andato a profitto particolare. I tre incendj che avevano consumata più di mezza la città, avevano distrutte altrettante e più ricchezze, e nella profusione che seguiva il saccheggio, i più preziosi effetti avevano talmente perduto di valore, che il profitto de' Latini non equivaleva forse al quarto di quanto costava ai Greci. E per tal modo Costantinopoli avanti di essere attaccata possedeva probabilmente per 690,000,0000 di ricchezze.

L'armata crociata passò in seguito ad eleggere l'imperatore. Sei baroni francesi e sei veneziani furono scelti per farla a norma della precedente convenzione. Assicurasi che uno de' Francesi indicò come degno dell'impero il doge Dandolo, di cui ricordò le imprese; ma un vecchio veneziano, Pantaleone Barbo, prese subito la parola, e facendo sentire che il primo magistrato di una repubblica libera non poteva essere nello stesso tempo capo d'una monarchia, diede il suo voto a Baldovino conte di Fiandra, ed ottenne subito per lui il voto de' suoi colleghi[458].

[458] _Rhamnusius l. III, p. 136 citato nelle osservazioni sull'istoria di Villehard. p. 155_, nomina i Veneziani, Vitale Dandolo, Ottone Querini, Bertuccio Contarini, Pantaleone Barbo e Giovanni Baseggio. _Dand. in Chron. l. X, c. 3. p. 35. p. 330._

La sola capitale era stata sottomessa, e la debole armata de' crociati, perduta in mezzo d'un vasto Impero, lungi dal potersi lusingare di conquistarlo, doveva aspettarsi d'essere oppressa tosto che si dividerebbe. Pure il consiglio dei Latini si occupò della divisione delle province fra i conquistatori, ed assegnò in feudo ad ogni guerriero città di cui appena sapeva il nome. Si eressero in regno per il marchese di Monferrato Tessalonica e la Tessaglia; l'Acaja fu divisa in ducati e principati, nomi feudali che feriscono l'orecchio associati a vocaboli greci; le province dell'Asia furono egualmente assegnate a coloro che dovevano conquistarle; ma i Latini non vi ottennero mai uno stabilimento. Malgrado l'anarchia cui la caduta di Costantinopoli dava in preda tutto l'Oriente, e quantunque i Greci, in cambio di sostenersi, si trovassero divisi tra sette oppure otto piccoli tiranni, che tutti pretendevano alla dominazione dell'Impero[459], i crociati non erano certo in istato di fare conquiste, meno poi di conservarle: le loro spedizioni nella Tracia e nella Grecia non ad altro servirono che a disvelarne la debolezza; e la guerra che loro dichiarò Giovaniccio re de' Bulgari[460] e de' Valacchi li ridusse ben tosto alle ultime estremità, accrescendo in pari tempo le sofferenze e la miseria de' sudditi greci. Ma dopo l'assedio così gloriosamente condotto dai Veneziani, l'Oriente diviene straniero alla nostra storia; e la rapida decadenza e la totale caduta dell'Impero de' Latini rientrano nella storia di Costantinopoli. Ciò che soltanto deve ancora occuparci è il frutto che i Veneziani ottennero dalle loro conquiste.

[459] _Gregor. Arcopolita Hist. c. 4.-9.-etc. Hist. Byzant._

[460] Il nome di Bulgari leggermente alterato da Villehardovin coll'ommissione d'una sola vocale, ne disvela l'origine d'un epiteto ingiurioso, che ai tempi delle crociate era nome d'una nazione, ma d'una nazione rispettabile e feroce.

Il trattato di divisione che doveva farli padroni d'un quarto e mezzo dell'Impero, giusta il titolo che lungo tempo portarono, è pervenuto fino a noi[461]; ma i nomi greci sfigurati da barbari geografi, sono a stento riconoscibili; nè il possesso fu abbastanza lungo perchè tale geografia potesse rettificarsi[462]. Distinguiamo però tra le province e le città date loro in dominio Lacedemone, Diracchio, Rodosto, Agios, Potamos, Gallipoli, Egine, Zacinto, Cefalonia; ma pare che molte città e province fossero dimenticate dai redattori del trattato di divisione, che non le conoscevano. L'isola di Candia era stata assegnata al marchese di Monferrato, Bonifacio, re di Tessalonica; ma egli la cambiò coi Veneziani con terre più vicine alla sua capitale; e quest'isola che prese il titolo di regno, diventò in appresso uno de' più importanti possedimenti della repubblica[463].

[461] _In notis ad Chron. And. Danduli p. 328._

[462] Rannusio, _De Bello Constan. l. IV, p. 162_, si sforza di rettificare e spiegare questa divisione dell'Impero.

[463] Il cambio fu convenuto il 12 agosto 1204. _Hist. de Costant. sous les emp. Franc. par Dufresne Ducange, l. I._

Giammai alcuna nazione aveva intraprese conquiste meno proporzionate alle sue forze. La repubblica di Venezia non possedeva propriamente allora che la città ed il dogado, e la sua popolazione non doveva oltrepassare le 200,000 anime. Vero è che da più anni aveva fatte alcune conquiste in Dalmazia ed in Istria; ma non aveva mai incorporate alla nazione queste province suddite; e lungi dal potervi trovare generali e soldati per le sue armate, era in necessità di spedirvi magistrati e guarnigioni veneziane per contenerli. Frattanto la recente divisione gli accordava per lo meno sette in otto mila leghe quadrate di territorio e sette in otto milioni di sudditi. Venezia che ancora non aveva potuto stendere la sua autorità sulla vicina Padova, ebbe il carico non solo di sottomettere un paese che poteva solo formare un potente regno, ma inoltre di difenderlo contro i Turchi, i Bulgari, i Valacchi, e forse contro i medesimi Latini di Costantinopoli e di Tessalonica, se veniva a nascere tra loro qualche gelosia.