Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 21

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I Francesi erano già ben disposti a favore del giovane principe, che invocava, presso di loro, l'alleanza di sua famiglia con quella di Luigi il giovane[416]. I Veneziani d'altra parte abbracciavano con piacere un'occasione di vendicarsi dei torti ricevuti dai Greci, e di far loro provare il proprio potere: e gli uni e gli altri poi parvero sopra tutto mossi dalla considerazione che per conquistare la Siria era prima necessario d'essere padroni delle coste di uno dei due paesi limitrofi, l'Egitto, o l'Asia minore[417]. I più principali signori dell'armata, il marchese Bonifacio di Montferrat, il conte Baldovino di Fiandra, il conte Luigi di Blois, ed il conte Ugo di san Paolo, accettarono, d'accordo col doge, le condizioni loro offerte dal giovane Alessio; ma i cardinali legati del papa abbandonarono i crociati, e passarono in Cipro, poi nella Siria, piuttosto che prendere parte alla spedizione contro la Grecia[418]; ed un gran numero di baroni, tra i quali il conte di Monforte, dopo aver dichiarato di non volere imbarazzarsi in un'intrapresa che offendeva il papa, si separarono dall'armata.

[416] Agnese figlia di Luigi VII aveva sposato Alessio Comneno, ed in seguito Andronico imperatore di Costantinopoli: non era questi un parentado assai vicino.

[417] _Villehardovin c. 47._

[418] _Epist. Inn. III l. VI, epist 47. — Oderic. Rayn. 1203, § 9, p. 87._

Già da lungo tempo sapevansi a Costantinopoli i maneggi del giovane Alessio, ed inoltre la risoluzione dei crociati, onde ebbero tempo di prepararsi a respingere il loro attacco. Di tutti i paesi d'Europa la Grecia è quella che invita più fortemente i suoi abitanti alla navigazione. In ogni tempo le numerose sue isole gli somministrarono esperti marinaj; ed anco a quest'epoca Costantinopoli divideva con Venezia l'impero del mare: era dunque a supporsi che una flotta greca venisse ad aspettare i crociati alla bocca dell'Adriatico, per impedirgli di avvicinarsi alle coste dell'Impero. Ma l'imperatore aveva affidato il comando delle sue flotte a Michele Strufuos suo cognato, uomo bassamente avido, che aveva venduto perfino le ancore, i cordaggi e le vele dell'arsenale della marina; talchè nell'istante della guerra non trovaronsi sui cantieri vascelli lunghi proprj alla guerra[419]. Per farne di nuovi, le vaste foreste delle due coste della Propontide avrebbero somministrato il legname necessario; ma gli eunuchi del palazzo avevano prese in custodia quelle foreste, e non permettevano che si atterrassero le piante dei boschi consacrati alla caccia ed ai piaceri del loro signore[420].

[419] Si assicura che i Greci avevano avuto poco prima sui cantieri di Costantinopoli 1,600 vascelli di guerra. _Constant. Belg. l. II, c. 9, p. 145._

[420] _Nicetas Choniates in Alexio l. III, c. 9, p. 286._

Si sarebbero pure potuti prendere altri mezzi di difesa; perciocchè ai crociati, ritardati dalla quantità delle palandre, vascelli necessarj al trasporto d'un'intera armata, era impossibile di giugnere a Costantinopoli senza dar fondo più volte per procurarsi i viveri e rifare i cavalli dagl'incomodi del mare. Se le coste dell'Impero fossero state preparate ad una vigorosa resistenza; se le munizioni ed i viveri fossero stati trasportati nell'interno, l'attacco sarebbesi reso così difficile, che il grosso partito de' crociati contrarj a quest'intrapresa sarebbero in più occasioni stati ascoltati ed avrebbero fatto rivolgere la flotta verso Terra santa, primo oggetto della loro spedizione. Ma i crociati approdarono ad Epidamno o Durazzo, ove invece d'incontrare opposizione, vi furono amichevolmente accolti dagli abitanti, che giurarono fedeltà al giovane Alessio[421]; approdarono di nuovo a Corcira, e vi riposarono tre settimane, non travagliati da altra opposizione che da quella di molti crociati che volevano ad ogni modo prendere la strada di Terra santa, ma che furono alla fine contenuti. Ebbero eguale accoglimento a Capo Maleo, a Negroponte, ad Andros, ad Abido, ed ovunque presero terra: l'imperatore non aveva preparata veruna resistenza; ed il popolo mancava di energia per supplire all'inerzia del sovrano.

[421] _Villehard. c. 56 e seguenti._

Finalmente i Latini, sempre secondati da un vento favorevole, arrivarono il giorno 23 giugno, vigilia di san Giovanni, a tre leghe da Costantinopoli in faccia ad un'abbazia di santo Stefano, di dove la città mostravasi tutta intera al loro sguardo[422]. «La gente de' navigli, galee ed usceri presero porto, ed ancorarono i loro vascelli. Ora potete ben credere che molti, che mai non lo avevano veduto, guardavano Costantinopoli, e non potevano credere trovarsi più ricca città in tutto il mondo. Quando videro le alte sue mura, e le ricche torri che tutta la chiudevano all'intorno, e que' ricchi palazzi e quelle alte chiese, delle quali ve n'erano tante che niuno avrebbelo creduto se non le avesse vedute cogli occhi proprj in tutta la lunghezza e larghezza della città, che di tutte le altre era sovrana; sappiate che non eravi persona tanto ardita cui non battesse il cuore; nè ciò deve recare maraviglia, giacchè non fu mai fatta sì grande impresa.... Ciascuno osservava le proprie armi, pensando che ogni soldato ne avrebbe in breve avuto bisogno.»

[422] _Villehard. c. 66, p. 22._

Colà dove il Bosforo di Tracia sbocca nella Propontide o mar di Marmora, apresi un golfo profondo e s'allarga dalle coste d'Europa: i Greci danno a questo golfo il nome di Chrysocheras, o pure di corno di Bisanzo. Tra questo golfo e la Propontide è posto Costantinopoli sopra un triangolo bagnato da due bande dal mare. Il muro settentrionale della città stendesi lungo la riva del mare di Marmora sopra uno spazio di tre mila tese; un altro muro presso a poco della stessa lunghezza va a nord-ovest lungo il golfo Chrysocheras che tien luogo di porto: là dove si riuniscono questi due muri e dove il triangolo si termina in punta all'imboccatura del Bosforo di Tracia, è oggi posto il serraglio; ed all'altra estremità del muro settentrionale verso il fondo del porto era fabbricato il palazzo di _Blacherna_ degl'imperatori greci. Un doppio muro che scende dal nord a mezzogiorno, chiude la città all'ovest, e taglia la sola comunicazione che ha colla terra. Dall'altra banda del golfo trovansi al nord della città e sempre sulle coste d'Europa i sobborghi di Pera e di Galata: e sotto di questo il golfo non ha più di cento tese di larghezza; nel qual luogo appunto è chiuso con una catena onde assicurare i vascelli che trovansi nell'interno del porto. Di faccia alla punta di Costantinopoli sull'altra costa del Bosforo appartenente all'Asia trovasi la piccola città di Crisopoli, oggi chiamata Scutari; più a mezzogiorno, e sulla stessa Propontide quella di Calcedonia[423].

[423] Veggansi le piante ed i disegni di Costantinopoli, della Propontide e del Bosforo in _Banduri Imperium Orientale, t. II, p. I_.

I crociati sbarcarono prima a Calcedonia; poi passarono a Scutari, e si riposarono nove giorni nei giardini e palazzi dell'imperatore[424]. Intanto i Greci spiegarono la loro cavalleria sulla spiaggia di Pera in faccia a quella dei Latini. I crociati, poi ch'ebbero rinfrescate le loro truppe e cavalli, unironsi a parlamento a cavallo in mezzo al campo per risolvere intorno al modo che terrebbero nell'attacco: divisero la loro piccola armata in sei corpi, o battaglie, e quando i vescovi ebbero esortati i soldati a confessarsi ed a fare testamento, perchè non potevano sapere quando Iddio disporrebbe delle loro vite, i cavalieri salirono sulle loro palandre a canto ai loro cavalli sellati e disposti alla battaglia. Le galee rimorchiarono le palandre fino alla spiaggia d'Europa, e quando furono vicine alla riva, i cavalieri lanciaronsi in mare col caschetto in testa e la sciabla in mano, stando nell'acqua fino alla cintura; e loro tennero dietro i loro sergenti ed arcieri. Tostochè i Greci armati ed a cavallo sulla riva se li videro vicini[425], benchè di numero superiori assai, fuggirono a briglia sciolta, senza abbassare la lancia, di modo che i Latini non incontrarono più difficoltà per fare scendere a terra i loro cavalli.

[424] _Villehard. c. 69-81, p. 22 e seg._

[425] _Villehard. c. 82, p. 24._

La testa della catena che chiudeva il porto, era difesa dalla torre di Galata[426], di cui i Latini intrapresero l'assedio. Nella vegnente notte i Greci fecero una sortita per sorprendere gli assedianti; ma coll'ordinaria loro viltà si posero in fuga tostochè i Latini dieder mano alle armi: alcuni s'annegarono volendo gettarsi nelle loro barche, altri rincularono con tanto precipizio nella torre di Galata, che non si avvisarono di chiudere le porte, e la fortezza fu presa da coloro che gl'inseguivano. La catena venne rotta all'istante, e la flotta veneziana entrò trionfante in porto. Alcune delle galee greche che vi si erano poste in sicuro furono prese; altre si mandarono a picco sulla riva opposta a Costantinopoli, ove i marinai le abbandonarono e si diedero alla fuga.

[426] _Nicetas Choniates in Alexium l. III, c. 10, p. 287._

Alla estremità del porto due fiumi, il Barbisse ed il Cidaro, riuniti in un solo letto, passano sotto un ponte detto Pietra forata, che poteva essere lungo tempo difeso; i Greci lo tagliarono, non lasciando sull'opposta riva alcuna guardia. Per accostarsi dalla banda di terra alle mura delle città, l'armata doveva fare un giro del golfo, ed attraversare il ponte. S'impiegò un giorno ed una notte a rifare il ponte, e grandissima fu la maraviglia de' crociati nel vedere che niuno veniva ad impedirne il lavoro; ben sapendo che ad ogni crociato la città poteva opporre venti uomini abili alle armi[427]. Rifatto il ponte, i crociati vennero ad accamparsi in faccia al palazzo di Blancherna. Strana maniera di formare un assedio, non potendo guardare che una sola porta della città.

[427] Villehardovin dice duecento, ciò che deve credersi assai esagerato. Dice altrove che v'erano quattrocento mila uomini in Costantinopoli, d'altra parte l'armata crociata sembra che fosse ridotta alla metà del suo primitivo numero, e per l'assenza di coloro che mai non giunsero a Venezia, e non pagarono il prezzo convenuto, e per la diserzione di molti. Può dunque ritenersi di sedici mila uomini, cioè dieci mila fanti, due mila cavalli e quattro mila sergenti, senza contare i Veneziani. Tre mesi dopo Villehardovin fa montare i crociati a 200,000 uomini compresi i Veneziani, _c. 153. p. 42_.

I Veneziani desideravano che s'attaccasse la città dalla banda del mare per mezzo di scale e ponti levatoj posti sui loro vascelli: ma i Francesi rappresentarono che «non saprebbero così bene adoperarsi in mare, come in terra quando avevano i loro cavalli e le loro armi[428]» e fu convenuto che si attaccherebbe la città dalla banda di terra e di mare, combattendo le due nazioni sopra l'elemento a ciascuno più confacente per mostrarvi il proprio valore. Frattanto la posizione de' Francesi era assai pericolosa: non passava notte che non fossero cinque o sei volte obbligati di prendere le armi; e quantunque respingessero ogni volta con vantaggio gli attacchi dei Greci, non osavano allontanarsi quattro tiri d'arco dal campo per procurarsi le vittovaglie che incominciavano a mancare; avevano bensì farine e carni salate per tre settimane, ma non avevano di carni fresche che quelle de' cavalli che ammazzavano.

[428] _Villehard. c. 84, p. 26._

In così difficile posizione ogni ritardo diventava fatale. I preparativi per l'attacco trovaronsi ultimati il decimo giorno, e fu tosto risoluto l'assalto[429]. I Francesi avevano sei battaglioni: a due affidarono la custodia del campo, e condussero gli altri quattro all'assalto. Da una parte cercarono di rompere la muraglia percuotendola col montone, dall'altra applicarono due scale ad un barbacane o ridotto avanzato posto presso al mare, col mezzo delle quali salirono sulle mura circa quindici cavalieri nel luogo detto la scala imperiale; ma furono colà incontrati dai Varangiani armati di scuri, che Villehardovin dice Inglesi e Danesi, e dagli ausiliarj Pisani, che la loro rivalità coi Veneziani teneva attaccati all'imperatore[430], e furono respinti con perdita. In questo frattempo il doge di Venezia aveva disposta la sua flotta sopra una sola linea lungo le mura, da cui scacciava i difensori con frequenti scariche delle sue petriere e colle frecce degli arcieri, che posti sui ponti in mezzo all'alberatura dominavano le mura. Pure «sappiate che le galee non osavano prender terra. Ora potete udire le strane prodezze. Il duca di Venezia vecchio, gottoso, cieco, venne tutto armato sulla prora della sua galea, facendo portare innanzi a lui il gonfalone di san Marco, e gridava ai suoi di porlo a terra, o ch'egli farebbe giustizia dei loro corpi. Allora fecero che la galea prendesse terra, e saltando fuori, portano innanzi a lui il gonfalone di san Marco verso la città.» Tutti i Veneziani vedendo la manovra della galea del doge, slanciansi dietro a lui; piantano sulle mura il gonfalone di san Marco, e venticinque torri cadono in loro potere.

[429] Il 17 luglio 1203. _Nicet. in Alex. l. III, p. 228._

[430] Εἰ καί προς τῶν ἐπικȣρων Ρωμαίοις Πίσσάτων, καί των πελεκύρων Βαρβάρων γεοναιότερον ἀπεκρούθησαν. _Nicet. Choniates ann. l. III, p. 288._

La città sembrava omai presa, ed il doge aveva già mandato ad avvisare l'armata francese ch'era padrone di un gran numero di torri da cui non poteva essere sloggiato. Ma quando tentò d'avanzarsi nel soggetto quartiere, un vasto incendio che i Latini attribuiscono ai Greci, i Greci ai Latini, lo fermò, obbligandolo a rinchiudersi in quella parte delle fortificazioni di cui erasi prima impadronito. Intanto l'imperatore Alessio spinto dai rimproveri del popolo che lo accusava di avere aspettato il nemico presso le mura, fece sortire da tre porte le sue truppe ad un miglio e mezzo da quella di Blancherna; e s'avanzò alla loro testa contro l'armata francese, con intenzione d'avvilupparla. I Francesi disposero i sei battaglioni innanzi alle fortificazioni del loro campo; i sergenti ed i scudieri a piedi si posero dietro la groppa de' cavalli, gli arcieri e frombolieri in sul davanti. Eravi un battaglione composto di più di duecento cavalieri, che avendo perduto il loro cavallo erano forzati di combattere a piedi. L'armata francese era collocata in maniera che non poteva attaccarsi che di fronte; ed ebbe l'avvedutezza di non moversi, giacchè avanzandosi nel piano, sarebbe stata avviluppata dalla infinita gente contro cui doveva battersi. Avevano i Greci per lo meno sessanta battaglioni, ognuno de' quali era più numeroso di quelli dei Francesi, i quali avanzaronsi lentamente in ben disposta ordinanza fino a tiro di freccia. Quando il doge Dandolo fu avvertito che i suoi alleati erano impegnati in così disuguale battaglia[431], ordinò alla sua gente di ritirarsi e di abbandonare le torri che avevano prese, dichiarando di voler vivere o morire coi crociati. Fece dunque avvicinare le sue galee all'armata, e scese egli stesso il primo alla testa di tutti i Veneziani non necessari al servigio de' vascelli. Malgrado questo rinforzo, se Alessio avesse avuto il coraggio di attaccare i Latini, o avesse permesso di farlo a Lascari suo genero che gliene faceva istanza, probabilmente gli avrebbe oppressi[432]; ma tosto che gli arcieri ebbero scaramucciato un poco di tempo, Alessio fece suonare la ritirata, e tornò verso la città senza battersi, con grandissima maraviglia de' Latini. «E sappiate che Dio non liberò mai da maggior pericolo niuno, come in questo giorno l'armata de' crociati; e sappiate che non vi fu alcuno tanto ardito che non ne risentisse estrema gioja.»

[431] _Villehard. 93, p. 29._

[432] _Nicetas Choniates in Alexium l. III., p. 289._

La notte del giorno medesimo in cui Alessio aveva mostrata la sua potenza e la sua viltà, risolse di fuggire. Di che datane parte ad alcuni de' suoi più fedeli, e facendo portare sopra un vascello una ragguardevole somma in oro, le pietre preziose, le perle e gli ornamenti della corona, vi si recò egli stesso con sua figlia Irene, e nella prima vigilia della notte si fece trasportare a Debeltos[433]. E per tal modo questo principe perdette per viltà se stesso e la patria. La Grecia aveva avuto altri tiranni, a petto ai quali Alessio era un buon re. Niceta terminando la storia del suo regno gli accorda ancora qualche elogio, facendone il paralello coi suoi predecessori. «Grandi erano, egli dice, la sua dolcezza e la sua clemenza; egli non faceva cavar gli occhi, non mutilare le membra, nè compiacevasi della carnificina degli uomini, e durante il suo regno nessuna matrona vestì per sua colpa l'abito di lutto.»

[433] _Nicetas Choniates in Alexium l. III, p. 289._

Tosto che seppesi in palazzo la fuga dell'imperatore, l'eunuco Costantino, prefetto del tesoro, riunì i Varangiani e gli ausiliari per impegnarli a salutare imperatore Isacco suo fratello che si trasse allora di prigione per rimetterlo sul trono[434]. Nella mattina vegnente Alessio ed i crociati ricevettero gli ambasciatori del nuovo imperatore, che invitava il giovane principe a tornare in Costantinopoli, manifestandogli la rivoluzione accaduta in favore di suo padre. A tale notizia riunironsi il doge di Venezia ed i baroni, e prima di lasciar partire il loro protetto, spedirono quattro messaggieri, uno de' quali fu il nostro storico Villehardovin, onde ottenere da Isacco la conferma del trattato convenuto con suo figliuolo[435].

[434] _Nicet. in Isaacum, et Alex. Angelos § 1. p. 291._

[435] _Villehard c. 95.-96, p. 30._

Allorchè il vecchio imperatore conobbe le promesse del figliuolo, si pose a gridare dolorosamente essere tanto considerabili, che non sapeva come soddisfarvi. Pure, soggiunse, i servigi che voi ci rendeste sono ancora più grandi, e quando vi donassimo tutto il nostro impero, non sareste meglio compensati di quello che meritiate. Dopo breve disamina confermò con una carta autenticata col suo suggello le promesse del giovane Alessio. Dopo ciò questo principe, accompagnato dai baroni latini, entrò con magnifico apparato in città; e coloro che il giorno innanzi si risguardavano come i più fieri nemici di Costantinopoli, furono festeggiati quali suoi liberatori.

L'imperatore assegnò gli alloggi all'armata crociata ne' due sobborghi di Pera e di Galata, pregando i Latini di voler tenere le loro truppe dall'altro lato del golfo di[436] Chrysocheras, onde evitare che l'animosità nazionale si risvegliasse e che qualche contesa tra i suoi sudditi ed i suoi alleati non ponesse in pericolo la capitale o i suoi ospiti.

[436] _Nicetas Choniates in Isaac. et Alex. § I. pag. 292._

Infatti la collera de' Greci contro i Latini non poteva rimanere lungo tempo nascosta; esauriti erano i tesori dell'Impero, ed il pagamento di duecento mila marche promesse dal giovine Alessio non poteva eseguirsi senza inudite vessazioni. Si confiscarono i beni dei partigiani dell'ultimo imperatore; l'imperatrice Eufrosina sua moglie, ch'egli, fuggendo, aveva dimenticata in palazzo, fu spogliata; si spogliarono le chiese e le stesse immagini de' santi delle argenterie[437]; ma a fronte di questi sacrilegi che rivoltavano il popolo, l'argento raccolto non bastava per soddisfare i Latini. Pure si fece un primo pagamento, ed i baroni diedero ad ogni soldato crociato quanto aveva sborsato pel suo passaggio.

[437] _Ib. p. 293._

L'insubordinazione de' Latini era un secondo motivo di odio ancora più potente che le estorsioni cagionate dalla loro avarizia. I Pisani, per l'intromessione del giovane Alessio, eransi riconciliati coi Veneziani, ed i Fiamminghi, altro popolo commerciante, strinsero più intrinseca amicizia coi cittadini delle due città. Unendo uno spirito di mercantile gelosia ai loro pregiudizj religiosi, risolsero insieme di saccheggiare il quartiere de' Saraceni in Costantinopoli, e discacciare questi mercadanti infedeli da una città che volevano intieramente sottomettere alla Chiesa. Attraversarono lo stretto senza difficoltà, non essendovi guardia che avesse ordine d'impedirlo, ed attaccarono improvvisamente i Saraceni, che, malgrado la sorpresa, si difesero valorosamente, assistiti dai Greci delle vicine contrade. Per forzarli a cedere, i Fiamminghi posero fuoco alle case più vicine[438], e ben tosto un secondo incendio più terribile del primo divorò un terzo della città, attraversandola da un mare all'altro. Otto giorni le fiamme si andarono dilatando, occupando talvolta quasi un miglio di larghezza. Dopo tale disastro tutti i Latini che da lungo tempo erano domiciliati in Costantinopoli, ed erano più di quindici mila, abbandonarono le antiche loro abitazioni e si salvarono presso i crociati in Galata.

[438] _Villehard. § 107.-108, p. 33._

L'odio de' Greci attaccavasi pure al giovane Alessio, che veniva risguardato come l'autore di tanti disastri, e caduto in sospetto di volere, giusta le sue promesse, atterrare la religione, e ridarli sotto il giogo del pontefice di Roma[439]. Gli rinfacciarono come una viltà la sua domestichezza coi Latini, dicendo che questo principe macchiava l'illustre e glorioso nome d'imperatore romano quando entrava nelle tende dei barbari con poco seguito, quando partecipava ai loro giuochi, alle loro crapule, e quando permetteva a mercadanti insolenti di porre sul suo capo la berretta di lana, mentre essi a vicenda ornavansi del suo diadema fregiato d'oro e di pietre.

[439] _Nicetas, § 3. p. 295._

Infatti Alessio niente ometteva di tutto ciò che poteva conciliargli l'affetto dei Latini; egli aveva da loro ottenuta la promessa di prolungare il loro soggiorno a Costantinopoli fino al prossimo mese di marzo, ed a tale condizione erasi obbligato di tenere l'armata provveduta di viveri, e di pagare le spese de' vascelli veneti. All'epoca del grande incendio di Costantinopoli, il giovane Alessio erasi avanzato nella Tracia, accompagnato dal marchese di Monferrato e da Enrico fratello del conte di Fiandra[440] per ricevere il giuramento di fedeltà dalle città poste lungo la costa del Bosforo, e per sottomettere quelle che si ostinassero a riconoscere l'autorità di suo zio il vecchio Alessio. Quando il principe ritornò per la festa di san Martino, dopo una campagna abbastanza gloriosa, trovò l'odio de' Greci cresciuto a dismisura per il recente infortunio. D'altra parte i Latini diventavano diffidenti; lagnavansi che il pagamento loro promesso non si facesse più sollecitamente, nè volevano ammettere per iscusa del ritardo i troppo legittimi motivi dell'incendio della città e della guerra manifestatasi coi Valacchi e coi Bulgari. Trovarono che l'imperatore affettava con loro un orgoglio che prima non manifestava; e prendendo improvvisamente un partito violento, spedirono sei deputati, tre baroni e tre veneziani per isfidarlo nel suo palazzo.

[440] _Villehard. § 105.-106. p. 33._

Villehardovin fu anche in questa occasione del numero dei messaggieri, ma fu Coesnon di Bethuns, che giunto alla presenza dei due imperatori, dell'imperatrice e di tutta la corte, portò la parola; «Sire, egli disse, siamo venuti a voi per parte dei baroni dell'armata, e per parte del duca di Venezia: sappiate ch'essi vi rinfacciano il bene che vi hanno fatto... Voi gli avete giurato, voi e vostro padre, di osservare le convenzioni; essi hanno la vostra carta; ma voi non la osservaste come avevate obbligo di fare. Noi vi abbiamo più volte domandato, e vi domandiamo oggi in presenza di tutti i vostri baroni..... Se voi lo fate, ne sarete allora stimato assai; se non lo fate, sappiate che d'ora innanzi non vi tengono più nè per signore nè per amico. Al contrario essi procacceranno in ogni maniera il loro vantaggio, e ve lo mandano essi a dire, imperciocchè non faranno male nè a voi, nè ad altri finchè v'abbiano sfidato; ch'essi non commisero giammai tradimento, e ne' paesi loro non sì costuma di farlo. Voi avete ben inteso quanto v'abbiamo detto, e voi vi consiglierete come vi piacerà[441].»

[441] _Villehard. § 112 p. 35._