Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 20

Chapter 203,519 wordsPublic domain

Non è qui bisogno di tener dietro alla vergognosa storia de' monarchi di Costantinopoli ed ai deboli intrighi della loro corte, per sapere a qual punto di avvilimento questo governo, tanto favorito dalle circostanze, aveva ridotta la razza umana: basta osservare cosa fosse l'Impero greco quando i crociati risolsero di conquistarlo; senza armate, senza flotte, senza tesori, senza coraggio, senza talenti; non contava un solo generale che avesse saputo meritarsi la stima de' soldati, quantunque l'Impero si trovasse sempre impegnato in guerre civili e straniere. Nel lungo corso di dieci secoli non produsse una sola opera scientifica o letteraria che s'innalzasse al di sopra della mediocrità, sebbene siansi sempre più o meno coltivate le lettere, e che i Greci fossero intimamente persuasi d'essere i soli al mondo capaci di scrivere, e che senza di loro tutti i popoli da essi chiamati barbari sarebbero condannati a perpetua obblivione[390]. Ogni energia era talmente spenta ch'erano perfino cessate le dispute religiose; ed i sofisti greci non si occupavano più delle interminabili loro controversie; e dopo l'ottavo secolo niuna nuova eresia aveva turbata la tranquillità di quella Chiesa[391]. Un'altra prova di questo indebolimento è che i Greci avevano rinunciato ad ogni commercio straniero, malgrado la superiorità delle loro ricchezze, malgrado i sommi vantaggi de' loro porti e delle loro posizioni, e malgrado l'esclusivo possesso lungo tempo conservato: erano i repubblicani d'Italia, che stabilitisi tra di loro, ne facevano tutto il traffico. I Greci contenti del commercio spicciolato e delle manifatture che non richiedevano l'occupazione d'alcuna facoltà dell'anima, e dove gli uomini potevano agire come semplici macchine, abbandonavansi ad una profonda mollizie. I piaceri sensuali ed il riposo erano i soli oggetti dei loro desiderj: essi ignoravano perfino l'esistenza del punto d'onore, ed erano diventati insensibili alla vergogna[392]. Questo carattere nazionale verrà bastantemente sviluppato quando li vedremo alle mani coi Latini.

[390] Niceta quando fu presa Costantinopoli non volle più scrivere la storia, per vendicare la sua patria offesa dai barbari, e perchè il loro nome non passasse alla posterità. _Nicetas Choniates in Murzuflum, c. 6. Edit. Venet. p. 307. a_

[391] _Gibbon decline and fall, c. 54. ad init._

[392] _Nicetas Chron. Constant. status. p. 309. a b_

Le cronache delle città marittime d'Italia ci somministrano poche notizie intorno alle colonie stabilite dai loro cittadini in Costantinopoli o in altre città dell'Oriente: queste colonie governavansi da se medesime, nominavano i propri ufficiali senza riceverli dalla metropoli; e qualunque si fossero la popolazione e la ricchezza loro, non potevano ritenersi appartenenti allo stato. Quindi gli storici nazionali diedero pochissima importanza alle guerre de' privati veneziani e pisani nell'altra estremità dell'Europa, comechè le conseguenze che ne derivarono siano ai nostri tempi risguardate con sorpresa; mentre le continue guerre de' Pisani e dei Genovesi, che hanno più che altro l'aria di pirateria, attiravano potentemente tutta l'attenzione delle loro città.

Già da molto tempo, i Veneziani, siccome più vicini alla Grecia, avevano ottenuti grandissimi vantaggi commerciando colla medesima; e per compensare i beneficj di cui godevano, somministravano le loro flotte agl'imperatori di Costantinopoli per valersene nelle guerre di mare; ma da cinquant'anni in qua questa buona armonia erasi non poco alterata. I Veneziani troppo fidando al proprio coraggio, non dissimulavano il loro disprezzo per la viltà greca, e vendicavansi colle armi alla mano de' più leggeri insulti che loro fossero fatti.

Dopo l'assedio di Corcira, nel quale i Greci ed i Veneziani avevano combattuto assieme sotto gli stessi stendardi, Manuele Comneno fu costretto di calmare la subita collera degli ultimi con umilianti sommissioni[393]. Ciò era accaduto del 1152, ma nel 1169 lo stesso imperatore, irritato senza dubbio da recenti offese, li fece tutti imprigionare nel medesimo giorno, assicurandosi delle loro proprietà in tutti i porti de' suoi stati. Non furono tardi i Veneziani a vendicarsene, devastando con una flotta di cinquanta galee l'Eubea, Chio ed altre isole, e forzando l'imperatore a domandare la pace, ed a promettere in compenso de' beni confiscati che non poteva restituire, il pagamento di ragguardevole somma. Una grande popolazione umiliata da un pugno di gente non può non sentire per questi valorosi un odio eguale al terrore che la comprese. Quantunque i Veneziani, stabiliti a Costantinopoli ed in tutto l'Impero, avessero stretti legami di famiglia coi Greci, e sembrassero diventati loro concittadini, il solo loro nome li rendeva in faccia al popolo un oggetto di odio; talchè ogni rivoluzione di corte, ogni sedizione popolare, poteva essere il segno d'un massacro. Quando Andronico, l'anno 1183, cacciò dal trono Alessio Comneno, figliuolo di Manuele[394], i Veneziani furono attaccati all'impensata, saccheggiati e costretti a salvarsi colla fuga: del 1187 sotto il regno d'Isacco Angelo[395] furono nuovamente attaccati; e da quest'epoca fino al 1201 gl'insulti del popolo e le violenti esazioni degli ufficiali del governo moltiplicarono ogni giorno i titoli di malcontento e l'odio reciproco delle due nazioni. I negozianti pisani seppero approfittare delle disposizioni in cui trovavansi i Greci verso i Veneziani, per soppiantarli nel commercio di Costantinopoli; e la loro colonia fu in breve la più ricca perchè non si rifiutarono di venire frequentemente alle mani coi Veneziani onde mantenersi cari al governo greco che li ricolmava di favori[396].

[393] _Nicetas Chron. in Manuel. Comment. l. II, c. 5. Edit. Venet. Scrip. Byzant. p. 45. — Joan. Cinnami Hist. l. VI, c. 10, p. 128. t. XI._

[394] _Nicet. in Alex. Manuel. Comnen. filium c. 11. p. 138._

[395] _Id. in Isaacium Angelum l. II, c. 10. p. 203._

[396] _Nicetas in Alexium lib. III, cap. 8. et 9. p. 280._

Il trono di Costantinopoli era a quest'epoca occupato da un usurpatore. Dopo i principi della casa Comnena ch'eransi fatti ammirare come superiori assai ed ai loro predecessori ed ai loro sudditi, la Grecia era stata da prima governata da un debole fanciullo, ultimo erede di questa stirpe; poi da un feroce tiranno, Andronico; e dopo questi dal debole Isacco Angelo, ch'era stato in fine balzato dal trono da suo fratello, privato della vista e posto in carcere: ma ciò che facilmente non accaderà giammai altrove, l'usurpatore non aveva nè maggiori talenti ne più coraggio di quello ch'egli aveva spogliato della porpora; ed il secondo Alessio Angelo, nelle delizie del suo palazzo, non occupavasi, in sull'esempio di suo fratello, che de' suoi piaceri e delle assurde predizioni degli astrologi.

Tale era, l'anno 1198, lo stato dell'Oriente quando Innocenzo III facendo predicare la crociata da Folco di Nuelly pose in moto la maggior parte de' baroni francesi per riconquistare il santo Sepolcro. Tebaldo, conte di Champagne, Luigi, conte di Blois, Baldovino, conte di Fiandra, Ugo, conte di san Paolo, Simone, conte di Monfort, e Goffredo, conte di Perche, potevano risguardarsi come i capi dell'intrapresa[397]. Essendo morto Tebaldo avanti che la loro armata potesse porsi in cammino, i crociati, in un'assemblea tenuta a Soissons, nominarono loro condottiero Bonifacio di Monferrato, fratello di quel marchese Corrado che aveva così valorosamente difeso Tiro contro Saladino.

[397] _Geoffroy de Villehardovin_, Della conquista di Costantinopoli, _in Script. Byzant. Edit. Venet. t. XX, p. 1_. — Doutreman, _Costantinopolis Belgica, lib. II, p. 88_, dà un catalogo di tutti i più illustri crociati. Rispetto agl'Italiani per altro è assai mancante.

Dopo ciò i crociati risolvettero l'anno 1201 di passare in Palestina o in Egitto per la via di mare, e cercarono di fare coi Veneziani un trattato di sussidio e d'alleanza. Enrico Dandolo allora duca, o doge di Venezia, offrì ai loro ambasciatori in nome della repubblica di fornire tanti bastimenti da trasporto, chiamati _usceri_ o _palandre_, quanti bastassero per quattro mila cinquecento cavalli, e nove mila scudieri; vascelli per quattro mila cinquecento cavalieri, e venti mila uomini d'infanteria; le provvigioni per tutte queste truppe per nove mesi, e cinquanta galee armate per iscortarli su quelle coste in cui il servizio di Dio e della cristianità li chiamerebbe[398]. Domandavano in compenso, che i crociati avanti d'imbarcarsi pagassero ottantacinque mila marche d'argento e dividessero coi Veneziani a parti eguali tutte le conquiste che farebbero.

[398] _Villehard. c. 13 e 14, p. 4. — Andreæ Danduli Chron. Venet. l. X, c. 3, p. 28. Scrip. Rer. It. t. XII, p. 320. — Ibid. in instrumentum Conventionis p. 323._

Ma prima che queste condizioni, accettate dai crociati, potessero risguardarsi come convenute, era necessario d'avere l'assenso, prima di sei savj e della quarantia, consigli fin a que' tempi stabiliti in Venezia per temperare l'autorità dei dogi; poi del popolo medesimo che non aveva per anco rinunciato ad ogni ingerenza governativa. Polche Dandolo ebbe il parere de' suoi consiglieri, e preparati gli animi del popolo, riunendo per sezioni, prima duecento, poi fino mila cittadini, adunò l'assemblea generale composta di due mila e più persone nella chiesa di san Marco, e sulla vicina piazza. Colà dovevano essere introdotti sei deputati della più alta nobiltà francese che venivano ad umiliarsi innanzi ad un popolo di mercanti per implorarne l'assistenza. Uno di loro, Goffredo di Villehardovin, maresciallo di Champagne, lasciò scritta in vecchio francese una relazione di quest'ambasceria e di tutta la spedizione; eccone il racconto[399]:

[399] Non è questo il testo medesimo di Villehardovin, e nemmeno può dirsi una traduzione; devo dunque render conto delle fatte mutazioni. Villehardovin terminò la sua storia avanti il 1213. Per la maggior parte de' Francesi il linguaggio di quel tempo non è più intelligibile; non pertanto non sarebbe stato prezzo dell'opera il citarlo se non ne conservavo il gusto originale, ed il suo andamento. Credetti di poter farlo intendere senza mutarlo, e sostituendo la moderna all'antica ortografia, le presenti desinenze e conjugazioni alle sue, che avvicinano egualmente l'italiano ed il gallese; conservando per altro tutti i medesimi vocaboli, a meno di pochi affatto inintelligibili, e lo stesso ordine nelle frasi.

«Il doge, poi ch'ebbe riuniti i suoi concittadini, disse loro, che ascoltassero la messa dello Spirito Santo, e pregassero Dio a consigliarli sull'inchiesta loro fatta dai messaggieri; e ciò fecero assai di buon grado. Finita la messa, il doge invitò i messaggieri affinchè pregassero il popolo umilmente ad approvare questa convenzione. Vennero i messaggieri alla chiesa, e furono curiosamente osservati assai da molta gente che prima non gli avevano così veduti. Goffredo di Villehardovin prese a parlare, com'era concertato ed assentito dagli altri messaggieri, e disse: Signori, i più alti e potenti baroni di Francia ne spedirono a voi; essi vi chiedono mercè: abbiate compassione di Gerusalemme caduta in servitù de' Turchi; e vogliate in onore di Dio accompagnarli, e vendicare la vergogna di Gesù Cristo. Essi fecero scelta di voi, perchè sanno che verun altro popolo marittimo è potente come voi ed il vostro popolo: c'imposero di gettarci ai vostri piedi, e di non rialzarci che allorquando avrete determinato d'avere pietà di Terra santa oltre mare. — Intanto i sei messaggieri inginocchiavansi ai loro piedi piangendo; ed il doge e tutti gli altri gridarono ad una voce, stendendoci le mani: noi l'approviamo, noi l'approviamo[400].

[400] _Villehard. c. 16-17, p. 5._

»Nel susseguente anno i crociati ottennero da Innocenzo III l'approvazione di questa convenzione fatta coi Veneziani[401]; ma mentre la repubblica soddisfece dal canto suo scrupolosamente agli obblighi suoi, molti de' crociati vi mancarono vergognosamente. I sudditi del conte di Fiandra, invece di seguirlo, presero la strada del mare, e, passando in Siria colle loro proprie navi, non si unirono più all'armata crociata; il vescovo d'Autun, Guiche conte di Forest, ed altri molti andarono a Marsiglia per procurarsi il passaggio sopra vascelli mercantili[402]; di modo che i crociati, che incominciarono ad arrivare a Venezia dopo la Pentecoste, ed ai quali fu ceduta l'isola di san Nicola di Lido, non arrivarono al numero che si era supposto, e quando si venne a riscuotere da cadauno di loro la capitazione convenuta, cioè due marche per uomo, e quattro per ogni cavallo[403], si fu ancora assai lontani dal compire le ottanta mila marche convenute, tanto più che molti dicevano di non poter pagare il loro passaggio, sicchè i loro baroni ricevevano di costoro quello che potevano averne. I conti di Fiandra, di Blois, di san Paolo, il marchese Bonifacio, ed i loro amici vollero sagrificare quanto avevano, e mandarono al doge tutto il loro vasellame; ma malgrado questo generoso sagrificio mancavano tuttavia trentaquattro mila marche al compimento del pattuito prezzo[404].

[401] _Vita Innocentii III, c. 84, apud Script. Rer. Ital t. III, p. 526._

[402] _Villehard. § 25-26, p. 9._ — _Rhamnusius de Bello Costante l. I, p. 27._

[403]

I Veneziani avevano domandato per 4500 cavalli, 4 marchi lir. 18,000 Per i loro cavalieri, 2 marchi » 9,000 Per due scudieri per cavallo, nove mila scudieri, 2 marchi » 18,000 Per venti mila pedoni, 2 marchi » 40,000 —————————— Totale N. 85,000

Perchè i Veneziani fecero sempre le loro monete con argento purissimo, valuto il marco cinquanta lire, e la totale somma lir. 4,250,000 lire francesi, lo che è ben lontano dal formare un prezzo esorbitante.

[404] _Villehard. § 30._

»Allora il duca parlò ai suoi popoli, e disse loro: Signori, queste genti non possono pagarci: quanto hanno fin qui pagato, noi l'abbiamo tutto guadagnato in forza della convenzioni cui essi non sono in istato di soddisfare; ma il nostro diritto rigorosamente voluto non sarebbe di loro aggradimento, e noi ed il nostro paese ne saremmo biasimati assai. E bene invitiamoli dunque ad un nuovo accordo. Il re d'Ungheria si tiene a torto Zara in Schiavonia, che è una delle più forti città del mondo, e che, per quanto noi faremo, non potremo mai riavere senza l'ajuto di questa gente. Ricerchiamoli di andare a conquistarla per noi, e noi faremo loro rilascio delle 34,000 marche di cui ci vanno debitori, finchè Dio permetta a noi ed a loro di guadagnarle insieme. L'accordo venne proposto in questi termini; e fu impugnato assai da coloro che desideravano che l'armata si disperdesse: ma infine l'accordo fu fatto ed approvato.

»S'adunarono allora, in un giorno di domenica, nella chiesa di san Marco tutto il popolo della città e la maggior parte de' baroni e dei pellegrini. Avanti che incominciasse la messa solenne, il duca di Venezia, che avea nome Andrea Dandolo, montò in pulpito, e parlò al popolo in questo modo: Signori, voi siete associati alla miglior gente del mondo, e pel più importante affare che altri uomini intraprendessero mai: io sono ormai vecchio e debole, ed avrei bisogno di riposo, essendo mal disposto di corpo; ma vedo che niuno saprebbe governarvi e condurre al par di me, che sono il vostro doge. Se volete acconsentire ch'io prenda l'insegna della croce per custodirvi e dirigervi, e che mio figlio faccia le mie veci, e custodisca la terra, anderò a vivere ed a morire con voi e coi pellegrini.

»E quand'ebbero ciò udito; Sì, gridarono tutti ad una sola voce, noi vi preghiamo da parte di Dio che la prendiate, e che venghiate con noi.

»Ebbero allora grande compassione il popolo della terra, ed i pellegrini, e furono versate molte lagrime perchè quest'uomo prode aveva sì grande motivo di rimanersene, perchè vecchio, perchè, quantunque avesse begli occhi in testa, non perciò vedeva egli punto, avendo perduta la vista per una ferita avuta nel capo[405]. Mostrava egli gran cuore. Ah quanto male gli rassomigliavano coloro ch'eransi diretti ad altri porti per sottrarsi al pericolo. Così scese egli dal pulpito, ed andò avanti all'altare, e postosi in ginocchio, versando molte lagrime, gli fu cucita la croce sul suo grande cappello di cotone, perchè voleva che tutti la vedessero. Ed i Veneziani cominciarono a crociarsi questo giorno in molta abbondanza»[406].

[405] Lo storico Andrea Dandolo, uno de' suoi discendenti, dice soltanto che aveva la vista debole, _et visu debilis. Lib. X, c. 3, p. XXX, p. 322_. Ducange nelle sue _Osservazioni sopra Villehardovin_, N.º 204, assicura che a tal epoca aveva novantaquattro anni, e novantasette quando morì l'anno 1205. Nè Villehardovin, nè Andrea Dandolo non indicano, parlando della sua vecchiaja, una così straordinaria età.

[406] _Villehard. § 32-33._ È questo il vocabolo inglese _plenty_, abbondanza, che trovasi frequentemente in Villehardovin; e ne abbiamo fatto _pluralità_.

In questo frattempo il figlio del detronizzato imperatore Isacco, che chiamavasi Alessio, avendo avuto modo di fuggire da Costantinopoli sopra una nave pisana, e di salvarsi in Italia, mandò i suoi deputati a Venezia per sollecitare i crociati ad ajutarlo a risalire sul trono de' suoi padri. Questo giovane principe aveva già visitata la corte di Roma, ed aveva cercato il favore del papa, ma questi era stato prevenuto dall'imperatore Alessio suo zio, il quale aveva spediti ad Innocenzo III ambasciatori di alto rango con grandiosi regali, e pregatolo a mandare alcuni legati a visitare il suo Impero[407]. Era stato intavolato un trattato tra Alessio, il patriarca di Costantinopoli e Roma, ed il papa aveva potuto lusingarsi di ricondurre i Greci all'ubbidienza, cui questi avevano già ridotti i Latini. Perciò quando da una parte il giovane Alessio gli chiese protezione, e dall'altra il vecchio Alessio gli scrisse nuovamente per pregarlo a non dare ajuto al fuggiasco che non era assistito da verun titolo ereditario, perchè non era porfirogeneta, ossia nato in tempo che suo padre era sul trono, e perchè l'impero era elettivo: Innocenzo rispose in modo di richiamare a sè medesimo la decisione di questo affare, credendo di potere con una sentenza disporre a modo suo dell'Impero d'Oriente: quindi ordinò che i crociati non prendessero veruna parte nelle contese de' Cristiani, ed incaricò il cardinale di san Marcello di assumere in nome del sacro Collegio le informazioni relative a questa nuova causa[408]. Il giovane Alessio che non tardò ad avvedersi che poco poteva ripromettersi dalla mediazione del papa, passò in Germania presso il re Filippo di Svevia, competitore di Ottone IV, il quale avendo sposata sua sorella, cercò con tutti i mezzi di raccomandarlo caldamente ai crociati[409].

[407] _Gesta Innocentii III, c. 61. p. 507 e seguenti._

[408] _Ib._

[409] La moglie di Filippo era quella principessa greca ch'era stata promessa a Guglielmo, figlio di Tancredi, e caduta in mano di Enrico IV nella presa di Palermo. _Conrad. Ab. Usperg. Ch. p. 304._

Intanto la flotta, poi ch'ebbe caricate tutte le macchine di guerra necessarie ad un assedio, fece vela da Venezia il giorno 8 di ottobre, e giunse in faccia a Zara il 10 novembre, vigilia di san Martino[410]. Quantunque assai forte questa città si lasciò sgomentare dalla potenza dell'armata che veniva per intraprenderne l'assedio, e dopo cinque giorni i cittadini si arresero al doge salve le vite, ed il saccheggio della città fu diviso tra i confederati. Ma la stagione era ormai troppo avanzata, perchè una flotta di crociati potesse giugnere sicura in Egitto, e prese a Zara i quartieri d'inverno.

[410] _Villehardovin c. 39-44, p, 13-14. — Dandolus in Chron. lib. X, c. 3, p. XXVII, p. 321._ Stando a Ramnusio questa flotta era composta di 420 vascelli, cioè 50 galee armate, 240 navi da trasporto a vela quadrata, e cariche di truppe, 70 vascelli carichi di viveri e di macchine, e 120 uscieri pei cavalli. _De Bello Const. l. I, p. 33._

Durante tale dimora i baroni francesi ricevettero lettere del pontefice, colle quali loro rinfacciava aspramente la presa d'una città cristiana, ed il profano uso che avevano fatto delle loro armi, mentre che in forza de' voti emessi omai non appartenevano che a Gesù Cristo: gli avvertiva poi, che se non si pentivano e non si affrettavano di restituire al re d'Ungheria tutto quanto avevano tolto ai suoi sudditi, sarebbero colpiti dalla scomunica già sospesa sul loro capo[411].

[411] _Vita Innocentii III, c. 87, p. 529._

I Veneziani avevano fino da que' tempi adottata, rispetto alla santa sede, quella ferma ma rispettosa politica, colla quale seppero conservare verso la medesima una indipendenza che non conobbero le altre potenze cattoliche. Anche prima quando il cardinale Marcello erasi portato a Venezia per prendere, col titolo di legato, il comando della flotta crociata, gli avevano fatto sapere che, se era venuto come predicatore cristiano, si farebbero gloria di riceverlo; ma che, se intendeva di esercitare sopra di loro un'autorità temporale, non potevano accoglierlo sulla flotta[412]. Dopo aver avuta quest'ambasciata il cardinale erasene tornato a Roma. Le nuove minacce del papa non gli smossero punto, e piuttosto che sottomettersi, lasciaronsi scomunicare. I baroni francesi erano più spaventati per le minacce del papa; onde spedirongli quattro deputati per ottenere d'essere riconciliati colla Chiesa[413]. Ma mentre cercavano di calmarlo colla loro sommissione, impegnavansi, contro l'espresso suo divieto, in un trattato col giovane Alessio, che per più lungo tempo ancora doveva tener lontane le loro armi dalla guerra sacra.

[412] _Ib._

[413] _Villehardovin c. 53-54, p. 17._

L'anno 1203 il principe greco erasi portato a Zara presso i crociati; gli aveva commossi col racconto delle proprie sventure e di quelle di suo padre, e più ancora colle offerte onde seppe abbellire la sua narrazione. Prometteva di ridurre l'Impero di Costantinopoli all'ubbidienza della Chiesa romana, di dividere tra crociati duecento venti mila marche d'argento, di mandare a sue spese in Egitto dieci mila uomini[414] (che _Villehardovin_ chiama sempre terra di Babilonia[415]) quando egli non possa recarvisi personalmente, e di mantenere perpetuamente cinquecento cavalieri alla custodia di Terra santa.

[414] _Villehard. c. 46, p. 15. — Dandol. l. X, c. 3, p. 28._

[415] Dal nome di Babilonia d'Egitto, una delle tre città che formano riunite il Cairo. Veggasi Guglielmo di Tiro _l. XIX, c. 13, p. 963_, che sempre, da buon critico, e da buon geografo, esamina i nomi de' paesi.