Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Part 2
Questa nuova guerra tra popolazioni di forze quasi pari rimase secondaria a liti di più alto rango, cui avea dato luogo la successione dell'impero. Enrico V era morto senza lasciar figliuoli l'anno 1125. La dieta de' principi tedeschi, riunitasi a Magonza per dargli un successore, erasi divisa fra due Case da lungo tempo rivali, le di cui gare agitarono la Germania e l'Italia, ed i di cui nomi divennero in appresso i distintivi di due opposti partiti. I quattro ultimi imperatori erano usciti da una famiglia che governava la Franconia quando fu fatto imperatore Corrado; famiglia talvolta distinta col nome di Salica, e talora con quello di _Gueibelinga_ o _Waiblinga_, castello della diocesi d'Augusta nelle montagne dell'Hertfeld[20], dove forse ebbero origine i suoi primi ascendenti; ed i suoi partigiani chiamaronsi poi Ghibellini. Un'altra potente famiglia originaria d'Altdorf possedeva in questi tempi la Baviera, e perchè progressivamente ebbe più principi chiamati Guelfo o Welfo, fu alla medesima ed ai suoi partigiani dato il nome di Guelfi[21]. Gli ultimi due Enrichi e la casa de' Ghibellini avevano sostenute lunghe guerre contro la Chiesa, di cui i Guelfi eransi dichiarati protettori. Quando morì Enrico V, suo nipote Federico d'Hohenstauffen duca di Svevia, che aveva avuta la miglior parte della sua eredità, lusingavasi pure che la corona imperiale non uscirebbe dalla propria casa. Pure la Dieta, dietro i consigli dell'arcivescovo di Magonza nemico della Casa Salica, ne dispose diversamente, proclamando imperatore Lotario, duca di Sassonia, nemico della famiglia Ghibellina[22]. Questo monarca non tardò a stringersi con nuovi legami ai Guelfi, accordando in isposa al loro capo Enrico IV duca di Baviera l'unica sua figlia ed erede che gli portava in dote il ducato di Sassonia[23].
[20] _Otto Frising. de Gest. Friderici I lib. II c. 2. Rer. Ital. t. VI pag. 699. — Mascovius Commen. de Reb. Imp. sub Conrado III lib. III p. 141._
[21] _Chron. Weingartense de Guelfis ap. Leibn. t. I. p. 781._ Stando ad una cronaca bavara citata da Mascovio lib. III, p. 141, tali nomi furono dati alle parti dopo la battaglia di Winsberg tra Corrado III e Guelfo il 21 dicembre del 1140.
[22] _Otto Fris. in Chr. l. VII, c. 17, p. 137. — Mascov. Comment. de Reb. Imp. sub Lothario II l. I, p. 1._
[23] L'anno 1127 alla Dieta di Mersburgo. _Mascov. p. 12._
Quantunque Lotario fosse il legittimo successore di Enrico, il passaggio dell'autorità sovrana ad una casa nemica dovea essere cagione di violenti convulsioni allo stato. Nella primavera del 1126 il principe Ghibellino prese le armi, e ridusse la guerra in Alsazia ove possedeva molti castelli; ma in questa prima campagna si trattò la guerra con poco vigore[24].
[24] _Mascov. Comment. l. I, § 6, p. 9._
(1127) Nel 1127 Corrado duca di Franconia e fratello di Federico, tornato di terra santa dove aveva combattuto contro gl'infedeli, rialzò colla sua presenza il partito che d'ora innanzi chiameremo ghibellino: forzò Lotario a levar l'assedio a Norimberga; prese, trovandosi a Spira, il titolo di re, e passò di là in Italia, sperando di prevenire Lotario, e di guadagnare i Lombardi al suo partito[25].
[25] _Otto Frising. Chron. l. VII c. 17, p. 137._
(1128) Di fatti i Milanesi nel 1128 ricevettero magnificamente Corrado qual successore d'Enrico e legittimo monarca. Il clero ed il popolo furon chiamati a parlamento sulla pubblica piazza, in cui Ruggiero Clivelli cavaliere, e Landolfo da s. Paolo, lo storico, deputati dell'arcivescovo, discussero le ragioni dei due competitori innanzi al popolo, il quale chiese concordemente che venisse l'arcivescovo ad incoronare il principe. Questa ceremonia si eseguì in Monza il 29 giugno del 1128, e rinnovossi poi a Milano nella basilica di s. Ambrogio[26].
[26] _Landulphus Tun. l. I § 23, p. 37._
Frattanto papa Onorio, e le città di Pavia, Cremona, Novara, Brescia e Piacenza eransi dichiarate in favore di Lotario: onde queste città aprirono una Dieta in Pavia per trattare intorno alla guerra da farsi a Corrado; ed i loro vescovi scomunicarono Anselmo, arcivescovo di Milano, colpevole d'aver posta la corona sul capo dell'usurpatore; il quale, indebolito da questa opposizione del clero, non potè dare esecuzione all'impresa che meditava contro Roma, e gli fu forza consumare in Parma un tempo troppo prezioso, aspettando l'esito della guerra che le città lombarde facevansi in apparenza per cagion sua, ma infatti per i particolari loro interessi. Nè in Germania si proseguiva la guerra più vigorosamente, opponendovisi l'indipendenza de' principi e de' prelati dell'Impero, come in Italia, quella della città. Perciò Lotario, che nel 1131 attaccò nuovamente Federico nella Svevia e nell'Alsazia, non ottenne che la distruzione di alcuni castelli (1131) di poca importanza[27]; e quando nel susseguente anno (1132) scese in Italia per le alpi trentine, condusse una così debole armata, che veniva insultata e derisa dagl'Italiani; perchè non s'attentando d'avvicinarsi a Milano, dovette fare un vizioso giro per portarsi a Roncaglia, ove aprì l'assemblea de' giudizj del regno. Il suo emulo Corrado, dopo essere lungo tempo rimasto a carico dei Milanesi e dei Parmigiani suoi alleati, trovandosi sprovveduto di soldati e di danaro, prevenne l'arrivo di Lotario, e si ridusse vilmente, e quasi profugo in Germania[28].
[27] _Mascov. Comment. l. I § 23, p. 37._
[28] _Otto Fris. Chron. l. VII, c. 18, p. 138._
(1133) Pure Lotario colla piccola sua armata si avanzò fino a Roma, ed ebbe la corona imperiale dalle mani di Papa Innocenzo II il giorno 4 giugno del 1133. Ma questa ceremonia, contro l'antica consuetudine, si eseguì nella chiesa di s. Giovanni di Laterano, a motivo che la basilica del Vaticano era occupata dai soldati di Ruggiero re di Sicilia, e dall'antipapa Anacleto, più assai potenti di Lotario[29]: onde, appena incoronato, si affrettò d'abbandonar Roma e l'Italia.
[29] _Fulconis Benev. Chron. t. V, p. 115._ Se crediamo a quest'autore, Lotario non aveva con lui più di duemila soldati.
Mentre la lite di questi due sovrani ugualmente deboli, e la debole guerra che si facevano, avvezzava le repubbliche italiane a disprezzare l'autorità imperiale, lo scisma della Chiesa distruggeva il rispetto dovuto ai Pontefici, ed incoraggiava il popolo romano a rendersi indipendente dalla loro autorità.
Questo scisma aveva origine dalla rivalità di due potenti famiglie di Roma dei Frangipane e dei Pietro Leone, le quali s'erano usurpati tutti i diritti della nazione e della Chiesa. Fino da quando mancò nel 1118 papa Pasquale II, queste due famiglie avevano fatto nascere uno scisma; essendosi Pietro Leone dichiarato protettore di Gelasio II, che la Chiesa riconobbe legittimo, ed i Frangipane, coll'ajuto d'Enrico V, fatto consacrare Gregorio VIII conosciuto sotto nome di antipapa Burdino. Lo stesso partito divise del 1130 i Cardinali, che dopo il decreto di Niccolò II eransi arrogati la più essenzial parte delle elezioni. I partigiani di Pietro Leone elessero un suo figlio, che prese il nome d'Anacleto II, mentre l'opposto partito dichiarossi per il Cardinale di sant'Angelo che si fece chiamare Innocenzo II. Ma in questo recente scisma, in cui le ragioni delle parti sembravano bilanciate, la Chiesa[30] si decise a favore della fazione contraria a quella, alla quale dodici anni prima aveva data la vittoria. L'avo di Pietro Leone protettore di Gelasio II era un ebreo convertito; e per questa ragione furono profusi a suo figliuolo Anacleto i nomi d'empio e di sacrilego giudeo, e proclamati difensori della fede quei Frangipane medesimi che dodici anni prima furono dichiarati gli oppressori della Chiesa[31]. Gli scrittori ecclesiastici dimenticaronsi che in questa elezione non era riconoscibile la buona causa, di modo che i due competitori dovevan essere giudicati ugualmente colpevoli, o innocenti. È bastantemente provato che nella elezione del 1130 la maggior parte dei suffragi fu per Anacleto[32]; ma i più _rispettabili_, ci si dice, riunironsi in favor d'Innocenzo, in ciò più _rispettabili_ che non si associarono agli scismatici[33]. E per tal modo il più grossolano circolo vizioso, il più assurdo sofisma viene adottato come incontrastabile ragione nelle dispute di tale natura.
[30] Stando anche alla relazione del Fleury, _Stor. Eccles. lib. LXVIII, c. 1 e 2_, qualunque uomo imparziale giudicherà illegale l'elezione d'Innocente.
[31] _Baron. Ann. Eccl. ad ann. 1130, p. 183._
[32] Ventisette contro diecinove. Tra i primi contavasi il vescovo di Porto decano del sacro Collegio ed il più vecchio Cardinale, che godeva del favore del popolo e della nobiltà.
[33] _Anonimus apud Baronium ann. 1130, § 2, t. XII, p. 184._
Ma in sostegno delle ragioni i due partiti non tardarono a prendere le armi. Innocenzo erasi reso forte nel palazzo di Laterano posto in un'estremità di Roma, e lontano da ogni abitazione; e non credendo questo luogo abbastanza sicuro, non tardò a ritirarsi coi cardinali del suo partito ne' rovinati monumenti di Roma, di cui i Frangipani avevano fatte altrettante fortezze. Dall'altra banda Anacleto s'impadroniva colle armi alla mano delle basiliche di s. Pietro, di Santa Maria Maggiore, e di tutte le chiese di Roma. Onde Innocenzo, cedendo a forze tanto superiori, fuggiva a Pisa, di dove visitò in seguito la Francia e la Germania. Aveva egli determinato Lotario ad intraprendere il viaggio di Roma per ricevervi la corona imperiale, sperando poi col di lui soccorso di potersi a forza impadronire della sede pontificia: ma l'estrema debolezza cui Lotario era stato ridotto dalla guerra civile, fece conoscere ad Innocenzo che doveasi prima dar la pace all'Impero che alla Chiesa (1132).
(1134) Nel 1134, tornato Lotario in Germania, vi fu finalmente riconosciuto imperatore. I due fratelli di Hohenstauffen, avviliti per la perdita di Ulma, risolvettero di domandare la pace. Il primo a tornare in grazia dell'imperatore fu Federico di Svevia, riconciliatosi (1135) in marzo del 1135, e seguìto poco dopo da Corrado, il quale, avendo rinunciato alla dignità reale, fu ammesso da Lotario a comandare di conserva l'armata che meditava di portare in Italia[34].
[34] _Mascovius l. II, § 7 et 9, p. 59-64._
(1136) Abbiamo già parlato nel quarto capitolo di questa nuova discesa in Italia, nella quale Lotario e Corrado si mostrarono agl'Italiani più onorevolmente che non avevan fatto tre anni prima. I Milanesi ed i Parmigiani accolsero l'imperatore come si conveniva alla sua dignità, ed alla loro ricchezza; onde Lotario li trattò più amichevolmente dei Pavesi e dei Cremonesi, che, quantunque suoi alleati, lo avevano in addietro così freddamente soccorso. Dopo alcuni mesi passò dalla Lombardia a Roma, di dove la sua armata, scacciato l'antipapa Anacleto, s'avanzò verso Napoli, e costrinse Ruggiero re di Sicilia ad abbandonare l'assedio di quella città. Ma i vantaggi di così fortunata campagna, come abbiamo altrove osservato, non ebbero lunga durata; Lotario, tornando in Germania, morì in Trento il 3 di dicembre del 1137, e papa Innocenzo, rimasto solo contro Ruggiero, fu da questo re fatto prigioniero a Gallazzo il 22 luglio del 1139.
(1139) Dalla guerra tra i due papi, e dalla subita morte di Lotario e d'Innocenzo ebbe origine una lunga e scandalosa anarchia. Il popolo romano, approfittando dello scisma e dell'abbassamento del potere pontificio, ricuperò le prerogative perdute sotto la vigorosa amministrazione di Gregorio VII e de' suoi successori, quando il fanatismo non permetteva d'aprir gli occhi sulle usurpazioni della santa sede: e le prediche del monaco Arnaldo da Brescia cooperarono potentemente in sul finire del pontificato d'Innocenzo II a far risorgere le spente forme del governo repubblicano.
Arnaldo, di ritorno dallo studio di Parigi, ebbe coraggio di predicare in Brescia contro le iniquità, l'ambizione ed il despotismo del clero[35]. I severi costumi e l'ortodossa fede di Arnaldo non permettevano ai suoi avversarj di calunniarlo. La sua erudizione e la robusta eloquenza gli davano l'assoluto predominio di tutte le adunanze, nelle quali erano ordinario soggetto de' suoi ragionamenti i vizj del clero e le pericolose conseguenze del suo potere temporale. E perchè tale argomento solleticava la comune degli uditori, l'eresia de' _politici_, nome espressivo che allora si diede alle sue dottrine, faceva rapidissimi progressi[36].
[35] _Otto Fris. de Gest, Frid. I, l. II, c. 21, p. 719._
[36] _Gunt. in Ligur. l. III, v. 170, p. 41 apud Pitheum Scrip. Germ. Basileæ 1569._
Arnaldo conservava per Pietro Abaelardo suo maestro la più tenera amicizia; e non è affatto improbabile che le persecuzioni e l'imputazione d'eresia, ond'ebbe tanto a soffrire Abaelardo nel 1140, derivassero dall'odio del clero contro il suo discepolo Arnaldo. Si vollero ambedue colpevoli di oscuri ed inintelligibili errori intorno alla Trinità: Abaelardo ebbe la modestia di abiurare tutto ciò che poteva trovarsi di erroneo nelle sue scritture, e morì compianto dai monaci di Clugnì, presso i quali aveva trovato asilo e generosa ospitalità[37]. Arnaldo fu perseguitato prima del maestro; ed i suoi nemici ottennero dopo una lunga ed ostinata guerra di farlo condannare alla morte ed all'infamia[38]. Nel 1139 Arnaldo fu condannato nel concilio di Laterano, e costretto ad abbandonare l'Italia[39]. La persecuzione di s. Bernardo lo seguì a Costanza, ov'erasi riparato presso quel vescovo[40]: di dove salvatosi prodigiosamente (1139) passò intrepido a predicare la libertà ai Zurigani, come l'aveva predicata in Italia: e dopo cinque o sei anni tornò in trionfo a dar le leggi alla repubblica romana.
[37] _Bar. ad an. 1140, § 4-19._ — _Fleury St. Eccl. l. LXVII._
[38] Intorno ad Arnaldo da Brescia merita di esserne letta l'_Apologia_ pubblicatasi in Pavia l'anno 1790 in due volumi in 8.º, e dedicata al Patrizio veneto Andrea Quirini. Oltre l'apologia trovasi nel secondo volume la di lui vita, nella quale il dottissimo autore raccolse ed illustrò tutto ciò che intorno a questo celebre teologo era stato scritto nel suo secolo, o nel susseguente. _N. d. T._
[39] _Baron. Ann. Eccl. an. 1199, § 10 et 11._
[40] _Sancti Bernardi Epist. 195, 196._ Questo Santo così scriveva al vescovo di Costanza: «Voi scorgerete in costui un uomo che apertamente si ribella contro il clero, confidando nel tirannico potere della gente di spada; un uomo che insorge contro i medesimi vescovi, ed inveisce contro tutto l'ordine ecclesiastico. Sapendo io ciò, non saprei in tanto pericolo meglio consigliarvi e più sanamente, che a seguire il precetto apostolico, di allontanare il male che vi sta vicino. Un amico della Chiesa vorrebbe piuttosto che fosse legato, che posto in fuga, onde pellegrinando di più non faccia danno ad altri. Il Papa nostro Signore, quand'era ancora con noi, ne aveva dato l'ordine in iscritto, dietro le informazioni avute del male che quest'uomo andava facendo; ma sgraziatamente non trovossi alcuno che volesse fare una così buona azione.»
Mentre trovavasi Arnaldo in esiglio, i Romani mantenevano viva la guerra coi Tivolesi, cui aveva dato apparente motivo il precedente scisma (1140). Ridotta per così dire alla sua prima infanzia, e chiusa negli antichi confini, Roma appena sosteneva la rivalità di Tivoli, città formata dalle case di campagna de' suoi antichi cittadini. Finchè i Romani seguirono le parti d'Innocenzo II, i Tivolesi appoggiarono lo scisma d'Anacleto (1141). Nel 1141 un'armata romana, preceduta dalla scomunica, andò ad assediare quella piccola città; ma i Tivolesi con una improvvisa sortita la ruppero in modo, che si diede ad una vergognosa fuga, lasciando nel campo ragguardevoli ricchezze. Nel susseguente anno vollero i Romani riparare la loro perdita, e, ricominciato l'assedio della città nemica, la ridussero alle ultime estremità. Animati dalla memoria del sofferto disastro pensavano di distruggerla, e ripartire gli abitanti ne' vicini villaggi; ma il papa, ascoltando più moderati consigli, accordò ai Tivolesi la pace ad oneste condizioni, costringendoli a giurar fedeltà alla Chiesa, come se gli avesse vinti colle proprie armi, non con quelle de' Romani[41].
[41] _Otto Fris. in Chron. lib. VII, p. 143._
(1143) Intanto i discepoli d'Arnaldo, e tutti coloro che avevano un cuore libero e romano, mal soffrendo il dominio teocratico, approfittarono dell'indignazione del popolo per la pace di Tivoli. I nobili sparsi per le pubbliche piazze rappresentavano ai cittadini la condotta d'Innocenzo come la conseguenza d'un piano da lui formato per annientare il loro onore ed i loro privilegi; invocavano la seducente memoria dell'antica grandezza; e paragonando il governo de' Cesari e la maestà dell'antico senato con quello de' preti, scossero in modo il popolo già esacerbato dalla fresca ingiuria, che lo trassero dietro loro al Campidoglio, ove ristabilirono il senato come caparra del ristabilimento della repubblica. Su questo monte sacro all'antica libertà dimora anche al presente il senatore di Roma, troppo debole immagine de' padroni del mondo. Posto tra l'antica e la moderna città, pare che il senatore appartenga ancora agli antichi gloriosi tempi, e faccia parte delle sue ruine; siccome la colonna isolata che vedesi innanzi al suo palazzo, ricorda la grandezza e la maestà del tempio di Giove, cui appartenne[42].
[42] Si suppone che questa colonna appartenesse al tempio di Giove conservatore. È di marmo greco d'ordine corinzio di sessantaquattro palmi d'altezza. _Vast. Itin. t. I, p. 110._
Innocenzo II sentì tanto vivamente questa sommossa del popolo, che cadde infermo, e morì pochi giorni dopo (1144). Il breve papato di Celestino II suo successore non gli permise di porre limiti al sempre crescente potere de' cittadini, i quali sotto il pontificato di Lucio II posero l'ultima mano alla loro costituzione, sostituendo al prefetto della città, nominato dal papa, un nuovo magistrato incaricato della presidenza del senato e della rappresentanza della repubblica, col titolo di patrizio di Roma. I Romani nominarono a così grande dignità Giordano, figliuolo del celebre Pietro Leone, e fratello del defunto antipapa Anacleto[43].
[43] _Otto in Frisin. Chron. l. VII, c. 31, p. 145._
La città dividevasi in tredici rioni; ed i cittadini di ogni rione nominavano tutti gli anni dieci elettori, i quali avevano la facoltà di scegliere i cinquantasei membri che componevano il senato. Se dobbiamo giudicarne dall'interessamento che la nobiltà prendeva a favore del governo repubblicano, pare che i senatori fossero gentiluomini. E siccome i più ragguardevoli aggiungevano al titolo di senatore quello di consigliere, è da credersi che il patrizio avesse un consiglio privato, forse formato per turno di tutti i membri del senato.
Anche il papa aveva un ragguardevole partito di nobili e di popolani, alla testa de' quali trovavansi i Frangipani, e, cosa difficile a credersi, i fratelli del patrizio Giordano gelosi della sua autorità. Il pontefice, che aveva di fresco contratta alleanza con Ruggiero re di Sicilia, aveva ragione di sperare assai da così potente alleato. Intanto il senato per assicurarsi dagli interni nemici fece attaccare le torri dei Frangipani e dei loro aderenti; i quali però ne rifecero ben tosto delle altre, conservando pure gli antichi monumenti quasi tutti fortificati, onde i nobili possedettero lungo tempo entro Roma degli asili sicuri, ove sottrarsi al potere de' magistrati. Il senato, per opporsi con vantaggio alla potenza di Ruggiero, spedì una deputazione al monarca Allemanno, invitandolo a venire a Roma a prendere la corona imperiale.
Questo monarca era Corrado III[44], ch'era stato incoronato a Milano nel 1128, ed aveva poi abdicata la corona del 1135. Allorchè morì Lotario, Corrado ebbe un rivale in Enrico il superbo, genero di quest'imperatore, erede della casa Guelfa, duca di Sassonia e di Baviera, e marchese della Toscana; ma presso la dieta di Coblenz del 1138 aveva prevaluto la casa Ghibellina, o di Hohenstauffen, a fronte d'Enrico, reso dal suo orgoglio esoso ai principi; e Corrado fu consacrato il sei marzo dello stesso anno in Aquisgrana. Ma i Sassoni ed i Guelfi non riconobbero legittima tale elezione, ed avendo prese le armi, non permisero mai a Corrado di venire a farsi incoronare in Italia[45].
[44] Corrado II per l'Italia è III per la Germania.
[45] _Mascov. Com. de rebus Imp. sub Corrado III, l. III, pag. 114. — Otto Fris. Chron., l. VII, c. 22, p. 140. — Id. de gestis Frid. I. l. I, c. 22, p. 656._
Ottone di Frisinga ci conservò una delle lettere del senato e del popolo romano all'imperatore Corrado. «Se fedeli figliuoli, gli scrivono, possono permettersi di giudicare le azioni del loro signore e padre, siamo sorpresi che l'eccellenza vostra non rispondesse alle lettere colle quali le davamo parte del nostro operato, che dalla nostra fedeltà è sempre diretto all'onor vostro. Il senato fu colla grazia di Dio ristabilito; col vigor del quale e del popolo romano, Costantino e Giustiniano ressero gloriosamente tutto l'Impero, onde noi facciamo ogni sforzo e desideriamo che voi possiate fare altrettanto, e ricuperiate tutti gli onori che vi appartengono, e furonvi rapiti.... Noi abbiamo posti i fondamenti di questo nuovo ordine di cose, perchè manteniamo la pace e la giustizia a vantaggio di tutti quelli che l'amano: ci siamo impadroniti delle torri, delle fortezze e delle case di que' signori che di concerto col Siciliano e col papa si dispongono a resistere al vostro impero; alcune le conserviamo fedelmente in vostro nome, altre furono spianate. La vostra prudenza rammenti tutti i torti che la corte dei papi ed i signori di cui parliamo, fecero ai vostri predecessori. Le stesse persone collegate col Siciliano stanno preparandovene di ancora più grandi.....»[46].
[46] _De gestis Friderici I, l. I, c. 27 et 28, p. 662._
Corrado che non ignorava nascondersi sotto quest'apparente sommissione lo spirito d'indipendenza, non trovò opportuno di prender parte in questa lite, non riscontrando il senato, onde non disgustare il papa che in pari tempo erasi a lui diretto.
Intanto Lucio II lusingossi che i Romani, scoraggiati dall'abbandono di Corrado, e dall'alleanza ch'egli aveva contratta col re di Sicilia, rinuncierebbero alla nuova magistratura tostochè si vedessero vigorosamente attaccati (1145). In tale persuasione circondato dal clero e da tutta la pompa pontificia, e seguìto da' suoi partigiani armati di tutto punto, marciò un giorno verso il Campidoglio per scacciarne il senato. Il popolo sorpreso da questa mescolanza di armi spirituali e temporali, non sapeva in sull'istante a qual partito appigliarsi, e lasciò che la processione s'avvicinasse al sacro colle. Ma tutt'ad un tratto vergognandosi di abbandonare i suoi magistrati, che risguardava come i soli campioni della romana libertà, fece piovere un diluvio di sassi sui soldati pontificj. Lucio medesimo, gravemente ferito, morì pochi giorni dopo, ed i suoi satelliti dovettero abbandonare l'impresa[47].
[47] _Godef. Viterb. in Pant. pars XVII, t. VII. R. It. p. 461._