Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 19

Chapter 193,488 wordsPublic domain

I persecutori dei Pauliciani e degli Albigesi sostennero costantemente che il fondamento della loro dottrina era il domma dei due principj, che in ogni tempo ebbe partigiani moltissimi in Oriente; nè sembra affatto straniero alla religione de' giudei, nè a quella dei cattolici[368]. I difensori degli Albigesi e sopra tutto i riformatori negarono che i Pauliciani professassero mai questo domma, ma sarebbe forse assai difficile lo scolparli da tale errore. I cattolici loro contemporanei, parlando della loro dottrina, mostrano una troppo raffinata filosofia orientale, perchè possa credersi inventata da Pietro Valiserniense o da san Domenico. Gli Albigesi, dicono essi, riconoscono nell'universo due potenze creatrici, quella del mondo invisibile, ch'essi chiamano il _Dio buono_, e quella del mondo visibile che chiamano il _Dio cattivo_. E questo non è altro che il sistema di Manete intorno all'eternità dello spirito e della materia. Attribuivano al primo il nuovo testamento, l'antico al secondo; e per provare che l'ultimo era effettivamente l'opera del Dio del male, davano risalto a tutti i delitti che sono nel medesimo accennati, e a quelle qualità di Dio geloso, vendicatore e terribile che gli Ebrei credevano vedere nell'Essere supremo. Non ammettevano l'incarnazione del salvatore, insegnando che era disceso soltanto spiritualmente, senza giammai investire un corpo; credevano gli uomini essere angioli decaduti dalla primitiva loro grandezza, le di cui anime dopo alcune trasmigrazioni dovevano poi rientrare nell'antica loro gloria[369]. Tali erano almeno le opinioni di un piccol numero, giacchè non sembra che la credenza loro fosse uniforme; dal che deve conchiudersi che lasciavano a tutti la libertà di esaminare la propria fede.

[368] Forse il nostro autore deferì ad alcune frasi della scrittura — _Non potestis duobus dominis servire_ ec. — _Spiritus promtus, caro autem infirma_ ec. — ed alle opinioni volgari intorno agli spiriti cattivi e simili: ma gli era troppo facile il convincersi del contrario.

[369] _Duchesne Historiæ Franc. Scriptores t. V. — Petrus Vallisernensis Hist. Albigensium c. 2. p. 556. — Odericus Raynald. ann. 1206. § 59., e seguenti p. 118._ Il cattolico anche non istrutto riconosce e la concupiscenza, sottomessa alla grazia, ed i demonj creature incapaci di nuocere senza la divina permissione.

Nello stato di corruzione in cui a que' tempi trovavasi la Chiesa romana, avrebbela esposta a gravi pericoli il permesso di entrare in troppo minute discussioni. I capi di setta smarriti negli andirivieni di un'oscura metafisica, ammettevano probabilmente sistemi che derogavano alla maestà dell'Essere supremo: ma quando volgevano lo sguardo verso la Chiesa cattolica trovavano troppo aperti abusi da attaccare e troppe contraddizioni nelle pratiche de' grandi prelati e nelle cose disciplinari da rivelare. Negando l'autorità de' vescovi, le indulgenze, il fuoco del purgatorio, i miracoli della Chiesa, la transustanziazione, il culto della Vergine, la dannazione de' bambini morti senza battesimo, prepararono la strada alla riforma[370].

[370] _Guido Elnensis Episc. de Haeret. comment. apud Oder. Rayn. § 64. p. 119. ann. 1204._

Grande era il numero de' Patarini o Pauliciani in tutte le città d'Italia, perciocchè questa era la parte d'Europa meno predominata dalla superstizione; e perchè i governi popolari non avevano fino allora permesso che si perseguitassero i cittadini per le loro opinioni. Il codice Teodosiano aveva bensì decretata la pena di morte contro certi eretici risguardati come più colpevoli degli altri[371]; ma ne' tempi in cui tal legge fu tenuta in vigore, i vescovi avevano costantemente riclamato contro l'applicazione della pena. S. Agostino scriveva a Donato, proconsole d'Affrica, che s'egli non cessava dal punire gli eretici colla morte, i vescovi lascerebbero di denunciarli. E quando i vescovi mostraronsi proclivi allo spargimento del sangue, i principi non erano più persecutori; e non fu che del 1220, che il successore d'Innocenzo ottenne da Federico II la prima legge di morte contro gli eretici, come prezzo della corona che gli aveva data[372].

[371] _Cod. Teod. de Haeret. Lex 9, 34, 36, 38, 43, 44._

[372] _Frid. II, Authenticae Constit. Tit. I, Lex 5.-8._

Non trascurava per altro Innocenzo d'eccitare con calde lettere i vescovi di Fiorenza, di Prato, di Faenza, di Bologna, a cacciare gli eretici fuori delle mura; e quando le sue lettere ottenevano l'intento, non lasciava di felicitarli d'essere entrati sul buon sentiere dell'eterna salute[373]. Avendo saputo trovarsi alcuni Paterini in Viterbo, città del dominio della Chiesa, vi si recò egli medesimo, e fece abbruciare le case degli eretici che avevano colla fuga prevenuto il suo arrivo. Promulgò in seguito una legge intorno alla pena da infliggersi a costoro: era la morte[374], che per altro enunciò copertamente colla frase _che la loro persona sia abbandonata al braccio secolare_. Dichiarava poi che le loro case si distruggessero, ed i loro beni divisi tra il delatore, il comune, ed il tribunale che pronuncierebbe la condanna; e per ultimo che dovessero pure atterrarsi le case di coloro che osavano dar ricovero agli eretici.

[373] _Innoc. III, Epist. l. IX, ec. — Oder. Ray. ad ann. 1206._

[374] _Dat. Viterb. 9. cal. act. Pontif. an. X. — Ray. ad an. 1207._

E temendo di non bastar solo a contenere la piena dell'eresia, chiamò due collaboratori in suo ajuto: il primo, italiano, doveva adoperare la dolcezza e l'esempio; spagnuolo l'altro, lo spionaggio ed i supplicj: erano questi san Francesco e san Domenico[375][376]. Protestò il papa d'averli veduti in sogno sostenere sulle loro spalle san Giovanni di Laterano, e perciò diede loro il carico d'associarsi dei fratelli che gli ajutassero a sostenere la pericolante fede. San Francesco raccomandava ai suoi discepoli, allora chiamati fratelli minori, di ricondurre gli eretici in seno della Chiesa coll'esempio della loro povertà ed ubbidienza[377]; e san Domenico ordinava più espressamente ai suoi di predicare contro gli eretici, d'informarsi del loro numero, della loro credenza e dello zelo de' vescovi nel reprimerli; indi riferire a Roma tutto quanto verrebbe a loro notizia; ed eccitare i principi cristiani a prendere le armi contro gli eretici. Un tribunale, che condannasse direttamente a morte gli eretici, non fu accordato ai Domenicani che parecchi anni dopo da Innocenzo IV; ma fino dalla prima loro istituzione si presero il titolo d'inquisitori, val a dire delatori della fede[378].

[375] _Giovanni Villani Lib. V, c. 24, e 25. p. 143._

[376] L'autore rovescia sopra san Domenico tutta la fierezza de' meno moderati inquisitori che vennero dopo di lui. Intorno a quest'argomento possono leggersi la storia dell'inquisizione di F. Paolo Sarpi, che pure non può cadere in sospetto di parzialità. N. d. T.

[377] _Antiq. Ital. Maed. Aevi Dissert. LXV._ — Leggasi intorno alla fondazione di questi due ordini la Cronaca dell'abb. Uspergense a p. 318. Dice che questi due ordini rivalizzavano con quello degli umiliati, coi poveri di Lione e con altri entusiasti, che pure avevano tentato di formare anch'essi un ordine religioso sotto la protezione del papa; ma che, vittime di questa gelosia, furono perseguitati e bruciati come eretici.

[378] _Istoria civile del regno di Napoli l. XV, c. 4._

L'anno 1203 san Domenico prese per impulso proprio a predicare contro gli Albigesi; e l'anno 1206 fu spedito dal papa nella Gallia Narbonese, con ampie facoltà di promettere a coloro che prenderebbero la croce per l'esterminio degli eretici, tutte le indulgenze riserbate fin allora ai soli liberatori di Terra santa[379]. Del 1209 Simone di Monfort, sempre accompagnato dai Domenicani, entrò ne' dominj del conte di Tolosa alla testa de' crocesegnati. Gli scrittori ecclesiastici di que' tempi ne esaltano la condotta; tacciono i posteriori ed arrossiscono. Pochi estratti dei primi non devono sembrare stranieri alla storia delle nostre repubbliche; facendo chiaramente conoscere l'impulso che il papa voleva dare alla religione del suo secolo, e gli orrori risparmiati all'Italia dal libero governo delle sue città.

[379] Vedasi la lettera d'Innocenzo III, per eccitare alla crociata contro Raimondo conte di Tolosa, presso Oderico Rainaldo all'anno 1208. § 15. p. 161.

«L'anno del Signore 1209, dice Bernardo Guidone[380], il giorno di santa Maria Maddalena, l'armata crociata contro gli eretici d'Albi, Tolosa e Carcassona, entrò nelle terre soggette al conte di Tolosa, prese la città di Bezier e la diede alle fiamme. Nella chiesa di santa Maria Maddalena, ov'eransi rifugiati i cittadini che prima eransi opposti all'armata vittoriosa, furono uccise sette mila persone. E ciò era troppo giusto, perchè avevano ricusato al proprio vescovo di consegnare all'armata tutti gli eretici che trovavansi nelle loro mura.» Di fatti la più parte di coloro che venivano trucidati in tal maniera, erano cattolici. In un consiglio di guerra i crociati avevano domandato come sarebbersi potuti distinguere i cattolici dagli eretici, onde risparmiarli. Rispose Arnoldo, abate di _Citeaux_: «Colpite tutti, il Signore conoscerà bene i suoi fedeli!» ed il massacro fu universale[381].

[380] _Vita Innocentii III, ex MS. Bernardi Guid. Scrip. Rer. Ital. t. III, p. I. p. 480._ — Lo stesso racconto viene confermato da Amalrico Augerio. _Vita Innoc. III, t. III. p. II. p. 379._

[381] _Cæsarius l. V, c. 21. ap. Raynald. ad ann. 1209._

«L'anno del Signore 1211, il conte di Monfort, l'atleta di Cristo, assediò coll'armata crociata il forte castello di _Vaure_ nella diocesi di Tolosa, ove si erano rinchiusi molti eretici; e l'ebbe a patti, dopo essersi coraggiosamente battuti d'ambe le parti. Avendovi trovati circa quattrocento eretici perfetti che non vollero convertirsi, il principe cattolico li fece consumare il giorno dell'Invenzione di Santa Croce col fuoco materiale, destinandoli così all'eterno che deve divorarli. Aymerico, nobile signore di Monreale e di Lauriat, che con altri gentiluomini aveva presa la difesa di questo castello, fu condannato ad essere appiccato dallo stesso conte, che fece morire sotto la scure più di novanta gentiluomini, e gettare in un pozzo e ricoprire di sassi Geralda signora del castello, eretica, e sorella d'Aymerico[382].»

[382] _Vita Innoc. III, ex MS. Bern. Guid. p. 482. Vedasi pure Petri Monoeci Vallium Cernaii, seu Vallisernensis Hist. Alb. apud Duchesne Hist. Franc. Sc. t. V, c. 52._

In mezzo a tali massacri che rinnovavansi ogni giorno, col di cui racconto non rattristerò più a lungo i miei lettori, san Domenico spiegò più manifestamente il suo carattere. Passava egli senza guardia a traverso di un paese abitato dagli eretici, e dove aveva fatto spargere molto sangue. Tutto ad un tratto vien colto in mezzo da costoro: «non hai tu timore della morte? gli dissero: che farai tu allorchè noi ti avremo preso? Allora l'atleta del Signore (tale è il racconto fattone dal Beato Giordano suo compagno, che ne scrisse la vita), infiammato d'ardore per il martirio, gli rispose: in tal caso vi pregherei di non terminare troppo presto il mio supplizio; di non uccidermi subito sotto i vostri colpi, ma poc'a poco e successivamente; di mutilare ad uno ad uno i miei membri e pormeli innanzi agli occhi; vi pregherei inoltre di cavarmi gli occhi, e di permettere allora che il mio corpo così mutilato si ravvolgesse entro il proprio sangue fino all'istante in cui credereste di uccidermi[383].» In tal modo quest'uomo intrepido rivolgeva la sua feroce immaginazione sopra di se medesimo, compiacendosi dell'aspetto del proprio dolore, come di quello degli altri. Pure una così strana inchiesta parve atto di mirabile costanza agli stessi Albigesi, e lo lasciarono in libertà di proseguire il suo viaggio.

[383] _Vita san. Dom. a B. Jordano l. I, c. 8. — Ray. ad ann. 1209. § 3. p. 152._

L'ultimo più notabile avvenimento del pontificato d'Innocenzo III fu l'assemblea del quarto Concilio ecumenico di Laterano. L'anno 1215, nel mese di novembre, settant'uno metropolitani e quattrocento vescovi, più di ottocento abati e priori di monasteri, adunaronsi in Roma sotto la sua presidenza per deliberare intorno agl'interessi della Chiesa. Quest'adunanza parve che adottasse tutte le viste ed i sentimenti del pontefice che la presedeva. Si condannarono gli errori de' Pauliciani e quelli d'altri oscuri eretici che disputavano intorno alla Trinità; fu confermata la preferenza data da Innocenzo a Federico II, sopra Ottone IV, e per ultimo sanzionò questo concilio la recente obbligazione imposta ai fedeli dell'uno e dell'altro sesso di confessare almeno una volta all'anno i proprj peccati ad un sacerdote[384][385].

[384] _In Canon. 21 e 22. Concil. Labbei. — Ray. 1215. § I, p. 219.-222._

[385] Leggansi intorno a quest'argomento gli autori cattolici, e tra questi Fleury _stor. Eccles._ all'anno 1216. _N. d. T._

Terminato il concilio, Innocenzo III si mosse del 1216 alla volta della Toscana per rappacificare i Pisani ed i Genovesi, onde valersi di loro nella difesa di Terra santa; ma giunto a Perugia, s'infermò gravemente, e nel giorno 6 luglio cessò di vivere. Siccome gli scrittori ecclesiastici hanno il privilegio di seguire oltre la tomba i loro eroi, possiamo prendere da loro un curioso aneddoto, che malgrado il sommo rispetto che gli professavano, ci hanno conservato d'Innocenzo III. Era appena morto quando la sua anima, circondata da una orrenda fascia di fuoco, apparve a santa Liutgarde. «Io sono papa Innocenzo, le disse, e per tre motivi avrei meritata l'eterna dannazione, se l'intercessione della Beata Vergine, in onore della quale ho fabbricato un monastero, non me n'avesse liberato: soffrirò invece il tormento che tu vedi fino al giorno del giudizio: per raccomandarmi alle benefiche tue preghiere e delle tue sorelle in Gesù Cristo, io sono apparso a te:» dette queste parole, scomparve. «Sappia il lettore, soggiunge Tomaso Cantipratense, biografo della Santa, che Liutgarde ci ha rivelati questi tre titoli: ma che per il rispetto dovuto a così grande pontefice, non abbiamo voluto indicarli[386].» Forse il lettore troverà Innocenzo colpevole ben più che di tre delitti in faccia alla divina Maestà; che più misericordiosa di santa Liutgarde e di san Domenico, non lo avrà per la sua grazia condannato alle pene di molte migliaja d'anni.

[386] _Thom. Cantip. Vita Liutgardæ Virginis l. II, c. 7. apud Surium, t. III, die 16. Jun. — Rayn., 1216. § II._

CAPITOLO XIV.

_Digressione intorno alla quarta crociata[387]. — Conquiste delle repubbliche italiane in Oriente._

[387] La prima crociata è quella di Gotifredo di Bouillon l'anno 1096; la seconda quella dell'Imp. Corrado e di Luigi VII, l'anno 1148; la terza quella di Federico Barbarossa, Filippo Augusto e Riccardo cuor di leone l'anno 1189: ma di mezzo a queste grandi spedizioni, altre armate crociate passarono in Oriente, motivo per il quale alcuni storici chiamano la presente la quinta crociata. _N. d. T._

Il pontificato d'Innocenzo III è famoso per le guerre sacre ch'egli provocò, facendole promulgare dai predicatori. Mentre alcune armate cattoliche soffocavano nelle province occidentali e presso gli Albigesi i primi germogli dell'eresia e dello spirito d'indipendenza, altre ugualmente condotte da predicatori cristiani sottomettevano al poter papale il patriarca dell'Oriente, il più antico rivale della sede romana, e la chiesa greca, che fino dalla metà del secolo XI i Latini avevano colpita d'anatema siccome infetta d'eresia[388].

[388] Sentenza pronunciata contro i Greci il 16 luglio del 1054. Vedi Collectio concil. _t. XI, p. 1457.-1460_.

Se la prima di queste guerre religiose richiamò a se un istante la nostra attenzione, soltanto perchè Innocenzo III l'adoperò come stromento per istabilire la sua monarchia temporale, e quel potere de' papi che doveva alternativamente appoggiare le repubbliche ed opprimerle; la seconda appartiene assai più, e direi quasi essenzialmente alla nostra storia, poichè l'acquisto di Costantinopoli non fu meno l'opera di Venezia, che degli altri Latini assieme riuniti; e mentre questa fiera signora dell'Adriatico attaccava i Greci, Pisa li difendeva, e finalmente le tre repubbliche marittime d'Italia ebbero parte nella divisione dell'impero d'Oriente.

Ma questa spedizione di tanta importanza è stata già descritta da tutti gli storici delle crociate, e da tutti quelli di Costantinopoli; e ciò che più monta, da Gibbon[389]: e dopo che questo ammirabile scrittore ha presentato drammaticamente, ma con tutta verità e con profonda erudizione, il quadro di un'epoca della storia, difficile riesce, senza dubbio, il richiamare sugli stessi avvenimenti l'attenzione del lettore. Ciò null'ostante ho seguito l'esempio di Gibbon, attingendo, com'egli ha fatto, agli scrittori originali, e non copiandoli: e la conquista di Costantinopoli considerata sotto i rapporti che la legano alla storia veneziana, si mostrerà in parte sotto un punto di veduta affatto nuovo.

[389] _Decline and fall of the Roman Empire c. 60.-61._

Dopo la fondazione di Costantinopoli il governo di questa capitale e del suo impero era sempre stato puramente dispotico e non monarchico, secondo il liberale significato dato dalle moderne nazioni a questo vocabolo. Giammai veruno spirito di libertà, o nazionale o di corpo, aveva per un solo istante fatto ostacolo ai criminosi arbitrj del poter reale, nè pensato forse che si potesse tener in bilico il solo onnipotente volere del governo. Abbiamo già osservato come gl'Italiani, dopo avere scosso un'eguale potere, avevano fatto acquisto di nobili e generose idee; mentre ai tempi d'Innocenzo III, un governo invariabile, sempre regolare ed apparentemente incivilito esercitava già da otto secoli l'uniforme sua influenza sui Greci. Il despotismo degl'imperatori di Costantinopoli, sempre intero e sempre favorito da tutte le circostanze, è una compiuta incontrastabile prova dei naturali e necessarj effetti del più pessimo governo.

Infatti potrebbersi impugnare gli esempj delle torbide dinastie fondate colla forza delle armi, perchè la violenza della loro origine trae sempre seco un'eguale violenza, che l'accompagna finchè dura; perchè i soldati che fecero il loro monarca possono ancora disfarlo; e perchè finalmente la sovranità confidata una volta alla forza brutale, non può giammai impiegarsi con discernimento al comune beneficio. L'autorità di Cesare in Roma fu tutta militare; ma Costantino trasportando la sede dell'impero nella sua nuova città, tolse lo scettro di mano ai soldati; il despotismo greco fu una costituzione civile; e quando la corona fu trasferita dall'una all'altra famiglia, lo fu per gl'intrighi del palazzo, e non col mezzo de' clamori e dell'ammutinamento delle armate.

Potrebbesi pure impugnare l'esperienza d'una nazione barbara ed ignorante, che giammai non avesse riflettuto intorno allo scopo delle civili società, ed il di cui capo non avesse mai pensato che il suo interesse è legato a quello del popolo. Ma i Bizantini avevano raccolta la sapienza di tutto l'universo, l'immensa eredità della esperienza di tutte le antiche repubbliche, di tutte le antiche monarchie. Erano tra le loro mani i libri di tutti i filosofi greci e romani, e quelli delle più moderne scuole apertesi ai tempi di Adriano e degli Antonini, colle memorie delle dinastie dell'Asia e dell'Egitto, ch'ebbero regno nelle stesse province del loro impero. Giammai altri despoti montarono sul trono con maggiore facilità di riunire una più grande quantità di lumi.

Nè tutte queste cognizioni pratiche andarono neglette o perdute; il dispotismo greco, per mezzo di felici e rare circostanze, si trovò al possesso di un bel sistema di giustizia, di un bel sistema d'imposizioni, i quali risparmiarono ai sudditi dell'impero molte private sofferenze. La giurisprudenza di Giustiniano è forse, fino a' nostri giorni, la più equa e meglio ordinata legislazione. Il sistema delle imposte stendevasi a tutti i ranghi, ad ogni genere di ricchezze, e procurava allo stato le maggiori entrate possibili, proporzionatamente alle somme che pagavansi dai sudditi.

Niun governo può esistere indipendente dalle circostanze esteriori o accidentali della nazione, ed i partigiani del despotismo potrebbero confutare le conclusioni che si deducessero contro di loro coll'esempio dell'impero greco, se questo impero fosse stato così vasto da non permettere alcun legame tra i suoi abitanti, ristretto in modo di non avere bastanti forze per difendersi; se fosse stato circondato da troppo bellicose o troppo potenti nazioni per poter loro resistere; se i cittadini avessero affatto perduto ogni carattere militare; se fossero stati poveri in modo di non poter pagare le imposte; finalmente se una nazionale inimicizia gli avesse alienati dal loro proprio governo. Ma l'impero greco, quando si divise dall'occidentale, era più vasto, più ricco e più popolato di quel che lo sia mai stato l'impero di Carlo Magno, ed essendo le antiche conquiste di cui era formato andate in dimenticanza, il corpo intero della nazione parlava lo stesso idioma, e l'abitante della Siria risguardavasi come un cittadino della Tracia. I successi ottenuti dalle barbare nazioni che lo attaccarono non devono illuderci intorno alle loro forze, che tutte insieme non pareggiavano la popolazione o la ricchezza del solo impero greco; la loro arte militare, la loro disciplina, le loro armi non erano altrimenti paragonabili a quelle de' Romani; tra le varie orde di barbari che uscirono dalla Tartaria, dalla Persia, o dall'Arabia per movere guerra ai Greci, non eravi alcun popolo che possedesse quel valore fermo ed ostinato, che i Galli ed i Germani opposero invano alle romane legioni. Non eravi alcun popolo abbastanza istrutto delle cose politiche per sapere trattare alleanze, e combinare contro Costantinopoli una pericolosa colleganza; veruno che tentasse di corrompere i sudditi dell'Impero e di eccitare la ribellione nel suo seno; veruno che coll'esempio di un prospero governo, o per mezzo de' principj sui quali si fondasse, facesse crollare i fondamenti dell'autorità de' Cesari. Il valore militare era, a dir vero, quando si divise lo stato di Roma, già venuto meno per la lunga durata del precedente despotismo; ma in sul cominciare di questo despotismo, era ancora nel suo pieno vigore; ed anche dopo Costantino, le legioni romane, capitanate da Giuliano, mostrarono che l'antico valore non era spento. Finalmente il ritorno della sovrana autorità tra le mani dei Greci, era per essi come una vittoria nazionale, che doveva attaccarli al loro monarca. Tutto prometteva all'Impero greco una costante prosperità, se il despotismo era mai capace di renderla stabile.