Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Part 18
Intanto, dopo essersi assicurato dei partigiani dell'alta Italia, Ottone IV s'avanzò alla volta di Roma, ove dalle mani d'Innocenzo III ricevette la corona dell'Impero, ma la buona intelligenza tra di loro fu di breve durata[336]: un ammutinamento dei Romani incominciato in tempo dell'incoronazione fu seguìto dal massacro di molti soldati tedeschi: l'imperatore non volle cedere al papa l'eredità della contessa Matilde e le vaste province che la santa sede credeva a se devolute, allegando il giuramento prestato all'atto della sua elezione, di mantenere le prerogative dell'Impero, e di non alienarne le possessioni; onde i due capi della cristianità separaronsi dopo pochi giorni scontenti l'uno dell'altro, e disposti a farsi la guerra.
[336] Il 4 ottobre 1209.
Ottone incaricato di difendere le prerogative per cui i Ghibellini avevano combattuto, si volse ai capi di questo partito. Sotto pretesto che il senatore era soggetto al papa, e che il popolo non sarebbe libero fin tanto che non fosse ristabilito il senato di cinquantasei membri, eccitò in Roma delle sedizioni dirette dalla famiglia Pietro Leone[337]. Accordò ai Pisani un amplissimo privilegio in conferma di quello d'Enrico VI, assicurandosi con tale beneficio del loro affetto[338]; contrasse alleanza coi generali tedeschi ch'erano rimasti nel regno di Napoli dopo la conquista dello stesso Enrico, ed investì del ducato di Spoleti il conte Diopoldo, uno de' più principali fra di loro[339]; per ultimo, di ritorno in Lombardia, fece ogni sforzo per rappacificare le città ed i partiti diversi che laceravano con private guerre quelle contrade, e si assicurò l'appoggio dei Milanesi, dei Parmigiani, dei Bolognesi, e di molti altri popoli[340]. Bonifacio d'Este si unì in suo favore ad Ezzelino ed a Salinguerra; ma per lo contrario il marchese Azzo d'Este, staccandosi dal primo imperatore che onorasse la sua famiglia, strinse alleanza col papa, e ricominciò nella Venezia la guerra contro il partito ghibellino.
[337] _Vita Innoc. III, §. 134. e seg. p. 562_ — Queste sedizioni incominciarono l'anno 1208; ma ci assicura Raynaldo, che furono pure eccitate da Ottone. _An. Eccles. 1208 §. 7. p. 158._
[338] Datato a Poggibonzi l'otto delle calende di novembre 1209. _Istoria Pisana di Flaminio del Borgo, diss. IV, p. 170._
[339] _Ricardus de sancto Germano Chron. p. 983._
[340] _Ant. Ital. med. ævi, dissert. LI, t. IV, p. 608_.
Dal canto suo non trovò Innocenzo nella lega guelfa di Toscana tutto quell'appoggio che ne sperava, ma fu invece soccorso dai Genovesi, dai Pavesi, dai Cremonesi e dal marchese di Monferrato; ma più che in tutt'altro sperava in Federico II, di cui non aveva accettata la tutela che per avere in mano un principe da opporre qualunque volta lo credesse agl'imperatori che avrebbero la sventura di spiacergli per la troppo loro potenza, senza aver bisogno di prendersi cura de' suoi reali interessi. In quest'anno medesimo trattò un matrimonio tra questo giovane re, e Costanza figliuola del re d'Arragona, assicurandone in tal modo l'alleanza[341]; entrò poi in trattative con Filippo re di Francia, e con altri signori tedeschi per fare eleggere imperatore Federico, rappresentandoglielo come ingiustamente spogliato de' suoi diritti.
[341] Sembra che tale matrimonio si proponesse l'anno 1201 dal re d'Arragona. _Innoc. Epist. l. V. ep. 51 — Od. Rayn. 1202. §. 6. p. 73._
Informato Ottone di queste pratiche, pensò che il nemico da abbattere prima d'ogni altro era Federico, il quale già disponevasi a disputargli la corona. Gli dichiarava perciò la guerra ed invadeva il regno di Napoli, ove incontrava pochissima resistenza. Monte Cassino, Capoa, Salerno, Napoli gli s'arresero ben tosto; e, malgrado le scomuniche del papa, non perdette alcuno de' suoi partigiani[342]. Le cose di Ottone procedevano con tanta prosperità, che poteva sperare di balzare in breve dal trono il giovane Federico, che dai soldati era chiamato il re dei preti; quando le notizie d'una generale sommossa in Germania l'obbligarono ad abbandonare l'Italia. Siffredo, arcivescovo di Magonza, aveva pubblicato contro l'imperatore una bolla di scomunica, dichiarandolo decaduto dalla dignità imperiale. E perchè la bolla avesse effetto, eransi contro di lui collegati l'arcivescovo di Treveri, il langravio di Turingia, il re di Boemia, il duca di Baviera ed il duca di Zeringuen, a ciò specialmente istigati da Filippo Augusto di Francia, personale nemico d'Ottone. Questi lasciò l'Italia dopo avere in due generali assemblee esortati i baroni del Regno di Napoli, poi quelli delle città libere di Lombardia, a conservarsi fedeli, e passò in Germania a sostenervi una sfortunata guerra, nella quale ebbe ben tosto a fronte il suo antagonista Federico II[343].
[342] _Richardus de sancto Germano Chron. p. 983. — Abbas Usperg. Chron. p. 313._
[343] _Abbas Uspergensis Chron. p. 313._
Benchè si fosse variato l'oggetto della lite tra le fazioni guelfa e ghibellina, e che i Ghibellini si trovassero momentaneamente uniti al papa, mentre molti Guelfi, diretti da un imperatore guelfo, eransi dichiarati i difensori dei diritti dell'Impero[344], i Lombardi furono generalmente fedeli non ai rispettivi principi, ma alle persone ed al nome della loro fazione. Nella guerra della lega lombarda, Pavia, Cremona ed il marchese di Monferrato avevano combattuto per la famiglia ghibellina; l'istesse città s'impegnarono pure di difendere Federico II, l'erede di questa famiglia. Questo giovane re, allora in età di dieciotto anni, essendone richiesto dai principi tedeschi suoi partigiani, s'avviò verso la Germania per riclamare la corona imperiale. Passando per Roma, ricevette la benedizione del papa, indi s'imbarcò e giunse a Genova in aprile del 1212 con quattro galere. Colà seppe che tutto il partito guelfo di Lombardia aveva prese le armi per chiudergli il passaggio; onde gli fu forza di rimanere in Genova tre mesi, aspettando l'opportunità di attraversare il paese nemico, e dar tempo ai suoi partigiani di riunire le loro forze[345]. Soltanto il 15 giugno partiva da Genova alla volta di Pavia, dopo aver ricevuti dai Genovesi considerabili soccorsi. Il partito ghibellino ne' paesi che doveva attraversare, era assai debole. Le città d'Alessandria, Tortona, Vercelli, Acqui, Alba ed il marchese Malaspina eransi uniti ad attraversargli il passaggio avanti che arrivasse a Pavia[346]; ma egli giunse a Pavia per la strada d'Asti senza incontrarli, e senza che gli accadesse alcun sinistro. I Guelfi vollero vendicarsene avanzandosi sul territorio pavese, ma ne furono respinti con grave perdita. Restavagli da attraversare la Lombardia superiore, lo che rendevasi ancora più difficile, poichè per passare da Pavia a Cremona, prima città a lui favorevole, doveva toccare il territorio piacentino, o il milanese, i di cui passaggi erano attentamente custoditi da quei repubblicani[347]. Il marchese Azzo d'Este erasi avanzato fino a Cremona per incontrarlo, e teneva disposta una scorta che doveva unirsi a quella dei Pavesi; ma nè gli uni nè gli altri avevano bastanti forze per attaccare il corpo dei Milanesi appostato sulle rive del Lambro. Federico, cui ogni ritardo poteva diventar fatale, credette di dover tutto arrischiare, ed approfittando delle dense tenebre d'una notte tentò il passaggio del fiume, e giunse felicemente a Cremona; e soltanto la scorta pavese fu assalita, retrocedendo, dai Milanesi, e fatta quasi tutta prigioniera[348]. Da Cremona avanzandosi Federico coll'assistenza del marchese d'Este non era più esposto a grandi rischi, sicchè per la strada di Mantova, Verona[349] e Trento giunse a Coria nei Grigioni, ove incontrò i suoi primi partigiani tedeschi, ed in numero assai maggiore gli si fecero in contro a Costanza; e finalmente quando arrivò ad Aquisgrana, vi fu coronato re de' Romani, mentre il suo competitore Ottone essendo stato battuto presso Brisacco, fu forzato di rivolgere le sue armi contro Filippo Augusto, dal quale disfatto in vicinanza di Bouvines, non ebbe più forze bastanti per affrontare il suo rivale[350].
[344] Il nome di Guelfi e di Ghibellini fu in questi tempi più universalmente adottato; perchè l'antica denominazione di partito dell'Impero e di partito della Chiesa era divenuta un controsenso.
[345] _Annal. Genuens. Continuat. Caffari l. IV, p. 403._
[346] _Ann. Genuens. Contin. Caffari l. IV, p. 403._
[347] _Galvan. Flam. c. 244, p. 664, t. XI._
[348] _Sicardi Epis. Cremon. Chron. p. 623, t. VII._
[349] _Chronic. Veronense t. VIII, p. 623._
[350] _Il 27 luglio 1214 — Conradus Abbas Usperg. Chronicon p. 319._
Tocchiamo finalmente l'epoca in cui la più illustre, e, per lungo tempo, la più potente repubblica de' secoli di mezzo, Fiorenza, incomincia a chiamare a se lo sguardo dello storico colla prima scissura ch'ebbe luogo nel suo seno l'anno 1215.
Firenze non fu da principio probabilmente che un sobborgo di Fiesole, antica città degli Etruschi, e per tale cagione l'epoca precisa della sua fondazione trovasi avviluppata in qualche difficoltà[351]. Il dittatore Lucio Silla la fece colonia romana, e segnò il primo le mura della nuova città lungo le ridenti rive dell'Arno, ai piedi degli Appennini in mezzo a colline coperte d'ulivi, di fichi, e di tutti gli alberi de' climi più caldi.
[351] _Istorie Fiorent. di Leonardo Aretino, traduzione dell'Acciajuoli lib. I, p. 4. Ediz. veneta 1476._
Poche città furono dalla natura più avvantaggiate di Fiorenza. Malgrado il calore spesso grandissimo, l'aria è sana, limpide acque scendono dall'Appennino, che la magnificenza dei cittadini fiorentini impiegò ne' secoli di mezzo ad ornare e rinfrescare la città con sontuose fontane. La pianura che dalle porte della città si stende nella val d'Arno inferiore, è coperta di gelsi e di viti maritate agli alberi, ed è feconda di grani d'ogni genere, facendovisi cinque diversi raccolti nello spazio di tre anni[352]. Dalla banda degli Appennini innalzasi un anfiteatro di ridenti colli sui quali raccogliesi il più squisito olio, ed i più squisiti vini d'Italia; più a dietro le alte montagne coperte di vaste foreste di castagni offrono alla povertà un nutrimento, che non domanda che il lavoro di raccogliere i frutti che maturano ogni anno.
[352] Veggasi il _Quadro dell'Agricoltura toscana_ dell'autore di questa istoria. Un _Vol. in 8.º, Ginevra 1802._
Il Mugnone ed altri ruscelli arricchiscono le terre da loro inaffiate; e l'agricoltore deriva dall'Arno medesimo una parte delle sue acque. Questo fiume che nella più calda estate lascia quasi all'asciutto il suo letto, lo riempie di nuovo nella stagione piovosa, ed apre una facile e pronta comunicazione con Pisa e col mare per mezzo di leggieri barche.
Firenze ornata, fino ne' tempi di Silla, di terme, di teatri, d'acquedotti, fu quasi affatto rovinata da Totila, re dei Goti, nella guerra che questi dovette sostenere contro i generali di Giustiniano[353]. Fu in seguito rifabbricata da Carlo Magno, ed impiegò i quattro secoli posteriori al regno del suo nuovo fondatore nel perfezionamento della sua amministrazione municipale; nel qual tempo obbligò tutti i gentiluomini del vicinato a farsi cittadini fiorentini sottomettendo i loro piccoli feudi alla sua giurisdizione. Fino al 1207 fu governata da consoli scelti tra i migliori cittadini, e da un senato di cento membri. I consoli rimanevano in carica un anno, e ne veniva nominato uno prima dai quattro, poi dai sei quartieri; ma del 1207 i Fiorentini imitarono ciò che vedevano praticarsi da tutte le altre città, e chiamarono un podestà straniero e gentiluomo[354][355], al quale affidarono il carico d'eseguire gli ordini del comune, di far decidere dai suoi giudici i processi civili, di pronunciare egli e di far eseguire le sentenze criminali, affinchè, dicono gli storici fiorentini, verun cittadino non incontrasse l'odio cui poteva dar luogo la pubblica vendetta, ed affinchè non si lasciasse alcuno sedurre dalle preghiere, dall'affetto di famiglia, o da timore, a trascurare il mantenimento dell'ordine pubblico. Gualfredotto di Milano fu il primo podestà di Fiorenza, cui fu dato per sua abitazione il palazzo del vescovo, conservando in pari tempo i consoli incaricati di tutti gli altri rami della pubblica amministrazione.
[353] _Leonardo Aret. l. I, p. 30_ — _Procopii Cæsariensis de Bello Gotico l. III, c. 5. p. 117. Edit. Veneta._
[354] _Istoria fiorentina di Ricordano Malespini c. 99. Scrip. Rer. Ital. t. VIII. p. 942_ — Giovanni Villani _l. V. c. 32. t. XIII. p. 146_.
[355] A questi autori del secolo decimoquarto, oltre le storie fiorentine di Niccolò Machiavelli, possono aggiungersi quelle di Lorenzo Pignotti pubblicate nel decorso anno. _N. d. T._
Quantunque la nobiltà fiorentina, che fino a tale epoca aveva esclusivamente governata la repubblica, non potesse rimanersi del tutto imparziale nelle contese degl'imperatori e dei papi, e specialmente in quella di Ottone IV con Innocenzo III, nulla però accadde che ne alterasse la pace interna. La repubblica aveva presa parte alla lega toscana, ma in appresso non si curò troppo di sostenere una confederazione ben tosto dimenticata: e malgrado le divergenti opinioni de' gentiluomini, i magistrati erano determinati di tenersi neutrali, quando una particolare contesa di famiglia, riscaldando tutt'ad un tratto lo spirito di partito, strascinò i Fiorentini in sanguinose risse, che dopo essersi tenute vive, senza deciso vantaggio dell'una o dell'altra parte, trentatre anni, ebbero fine coll'esiglio dalla città d'un intero partito, e coll'obbligare la repubblica a figurare eminentemente nelle successive guerre d'Italia.
Tra le famiglie che manifestavano attaccamento alla causa del papa primeggiava quella dei Buondelmonti, altra volta signori di Montebuono in val d'Arno di sopra. Messer Bondelmonte de' Buondelmonti aveva promesso di sposare una fanciulla degli Amedei, famiglia alleata agli Uberti, e di conosciuto attaccamento al partito imperiale[356]. Un giorno Bondelmonte cavalcando per la città fu chiamato da una gentildonna della casa Donati, la quale, rimbrottatolo d'essersi alleato con una famiglia a lui sconveniente, passò a deridere la figura della sposa. «Io ne aveva, gli soggiunse, tenuta una in serbo per voi, che avreste certamente preferita;» e presolo per la mano lo condusse nell'appartamento di sua figlia, ch'era sopra ogni credere bellissima. Bondelmonte invaghito e infiammato d'amore, non riflettendo alla data fede, la chiese e l'ottenne in isposa; e gli Amedei non seppero ch'egli mancava alla convenzione fatta con loro se non quando era già sposo d'un'altra. Invitarono subito tutti i parenti a riunirsi presso di loro, gli Uberti, i Fifanti, i Lamberti ed i Gangalandi, ed esposero l'affronto che avevano ricevuto, chiedendo consiglio intorno alla vendetta che più si converrebbe al presente caso. Mosca Lamberti osò dire il primo, ma con parole equivoche, che solo la morte poteva lavare tanta offesa[357]; perchè la mattina di Pasqua mentre Bondelmonte attraversava sopra un cavallo bianco Ponte Vecchio fu assalito dai capi di queste famiglie, unite non solo dalla recente ingiuria, ma ancora dall'attaccamento alla causa imperiale, ed ucciso presso alla statua di Marte protettore di Fiorenza pagana, che ancora rimaneva in piedi.
[356] _Ricordano Malesp. Istor. fiorent. c. 104, p. 945 — Gio. Villani l. V, c. 38, p. 150 — Coppo de Stefani l. II. — Delizie degli eruditi toscani t. VII_ — Questi tre scrittori si copiavano l'un l'altro quasi senza variazione di vocaboli; e Machiavelli in principio del II. _lib. delle sue storie fiorent._ replicò il loro racconto. _Ediz. del 1796. p. 90._
[357] La sua risposta fu il proverbio, _cosa fatta capo ha_, che diventò poi parola di sangue, la quale non poteva pronunciarsi senza far fremere i repubblicani di Fiorenza.
Poichè fu sparso il primo sangue, tutte le nobili famiglie si pronunciarono per gli aggressori, o per il contrario partito, adottando a un tempo una fazione nella gran lite della Cristianità, che s'aggiunse a questa rissa di famiglia. Si dichiararono pei Bondelmonti e per il partito guelfo quarantadue principali famiglie[358], di cui gli antichi storici ci diedero i nomi: e ventiquattro uguali famiglie si associarono agli Uberti ed alla causa dei Ghibellini. Così, fatti nemici gli uni degli altri, tanti potenti cittadini battevansi continuamente, e comechè tutti innalzassero torri e fortificassero i loro palazzi, rimasero trentatre anni nella medesima città senza aver mai fatto verun accordo. Ma la notte della Candelora del 1248 la parte guelfa fu costretta per la prima volta di abbandonare la città, che, ritirandosi, fu esigliata dalla pubblica autorità, la quale fino a tale epoca aveva mostrato di volere con mano imparziale comprimere le due fazioni castigando indistintamente i perturbatori del pubblico riposo.
[358] _Ricordano Malespini, c. 105, p. 946._
Trentatre anni di non interrotta guerra entro le mura di Firenze non solo produssero l'effetto di avvezzare alle armi la nazione, e di prepararla in tal maniera alle sue future conquiste, ma diedero altresì un particolare carattere all'architettura della città, carattere non affatto perduto al presente, perchè i nuovi architetti, senza rendersi ragione dello stile nazionale, lo imitarono nei loro edificj. I palazzi fiorentini sono masse quadrate pesanti, il di cui principale ornamento consiste nella solidità[359]. Sono grosse muraglie bugnate, porte alzate sopra il livello del suolo, larghe anella di ferro e di bronzo in cui collocavansi i fanali all'occasione di pubbliche illuminazioni, o destinate a portare gli stendardi d'una fazione: altronde non vi si vedevano nè colonne, nè peristili, o cosa alcuna ove l'architettura possa mostrar grazia e leggerezza. Firenze si fa conoscere all'aspetto suo per la città dei nobili, la città della forza individuale, la città ove l'autorità pubblica era talvolta debole, ma dove ognuno era padrone e signore nella propria casa.
[359] Il palazzo Strozzi in _piazza dell'Erbe_ ed il palazzo Ricardi, altra volta dei Medici, sono monumenti di questo genere d'architettura. Sono opere ambedue fatte in sul declinare del secolo XV; ma il gusto de' loro fondatori erasi formato sopra più antichi modelli.
Nel lungo regno di diciott'anni Innocenzo III aveva forse ottenuto più che non isperava a favore dell'autorità ecclesiastica accresciuta con dispendio di quella degl'imperatori. Il regno di Sicilia omai le era affatto subordinato. Federico aveva un figlio della novella sua sposa, e quando partì per andare in Germania, Innocenzo pretese che questi fosse allora coronato re di Sicilia, e che a lui cedesse il padre l'amministrazione del regno sotto la protezione della santa sede, da cui avrebb'egli poi ottenuta la corona imperiale.
La città di Roma, dopo avere tentato invano di cambiare la propria amministrazione, erasi trovata in preda a tante estorsioni sotto il governo d'un senato repubblicano, che spontaneamente si sottomise ad un senatore nominato dal pontefice. Tutte le città vicine a Roma erano state conquistate da Innocenzo, e gli si conservavano subordinate. Sembrava inoltre che ricaderebbe sotto il suo dominio la Marca d'Ancona, poichè Azzo VI d'Este che n'era stato da lui investito[360], era morto poco dopo avere condotto Federico in Germania, e del 1215 era pur morto il suo maggior figliuolo Aldobrandino, nel fiore della gioventù. Il secondogenito Azzo VII, marchese d'Este, poteva a stento conservare il patrimonio de' suoi maggiori, non che pensar potesse a tener in dovere gli Anconitani che si dichiaravano indipendenti. Malgrado le intestine loro discordie, le città toscane mostravansi tutte, ad eccezione di Pisa, più affezionate al partito della Chiesa che a quello dell'Impero; e se nella Lombardia le più potenti repubbliche avevano abbracciata la causa d'Ottone, aveva la fortuna favorite in modo le più deboli attaccate alla Chiesa, che i Cremonesi avevano disfatta interamente l'armata milanese, tolto loro il carroccio, e fatti prigionieri più migliaja di soldati[361].
[360] Azzo VI morì in novembre del 1212.
[361] Ciò accadde nel giorno di Pentecoste del 1213. _Sicardi Chron. p. 624 — Campi Istoria di Cre. l. II. p. 39 — Manip. Flor. Galvanei Flam. c. 246. p. 655._
Ma se l'amministrazione di questo grande fondatore della monarchia pontificale ottenne portentosi successi, la sua condotta non andò esente da rimproveri. Benchè avesse soccorso Federico nelle prime sue imprese contro Ottone, poichè questi fu sconfitto, non accordò mai al suo protetto la corona imperiale onde non farlo troppo potente. Nell'amministrazione del regno di Sicilia non andò senza taccia d'infedeltà, avendo usurpati in pregiudizio del re suo pupillo i privilegi della corona di conferire i beneficj ecclesiastici[362], disponendo dei feudi del regno a vantaggio de' suoi favoriti, e tra gli altri di suo nipote, cui regalò la contea di Sora[363]; trattando coi ribelli in proprio nome, e non riclamando per il suo augusto pupillo i diritti che aveva all'elezione di re dei Romani, se non dopo essersi successivamente alleato con Filippo e con Ottone IV, in pregiudizio di Federico, di cui ne cedette loro i diritti a fronte dei proprj vantaggi. Nè più dilicata fu la condotta di questo papa verso gl'imperatori d'Oriente, siccome avremo opportunità di osservarlo nel seguente capitolo. Abbiamo già parlato dell'insultante alterigia con cui trattò i monarchi d'Occidente, e del frequente scandaloso abuso da lui fatto degl'interdetti e delle scomuniche. Viene inoltre accusato d'avere il primo fatta predicare la crociata contro i Pagani della Livonia, e d'avere accordato a coloro che avevano fatto voto di andare in soccorso di Terra santa, di portare invece le armi nella Livonia per farvi una guerra inutile; dimenticando l'affezione dei luoghi santi, la difesa della cristianità contro l'aggressione nemica, e la protezione dovuta ai fratelli d'armi esposti ai più grandi pericoli. Innocenzo acconsentì a questa crociata motivata da sola cieca e crudele voglia di persecuzione[364]. Ma la più vergognosa macchia che disonori la memoria di questo pontefice, è l'istituzione dell'inquisizione, e la sanguinaria predicazione dei monaci di S. Domenico per la più atroce delle crociate, quella contro gli sventurati Albigesi[365].
[362] _Giannone Istoria civile l. XIV. c. 3._
[363] _Ibid. Lib. XV. c. 14 — Rich. de sancto Germano Chron. p. 982._
[364] _Annales Eccles. Oderici Rainaldi ann. 1204, § 56 p. 117._
[365] Il Lettore Cattolico si ricordi che le presenti osservazioni sono scritte da un Protestante. Del resto i sudditi Austriaci sanno che l'Augusta Imperatrice Maria Teresa, la di cui memoria sarà sempre cara agli amici della religione e della clemenza, abolì ne' suoi stati di Lombardia il tribunale dell'inquisizione, repristinando i Vescovi nei naturali loro diritti di giudici e di conservatori della fede, e dissoggettando i suoi sudditi da qualunque tribunale non dipendente dalla legittima sovrana autorità. _N. d. T._
A me non s'apparterrebbe il parlare della venuta in Europa de' Pauliciani[366], setta di Manichei, che scacciati dall'Asia dalle persecuzioni degl'imperatori d'Oriente e trapiantatisi nelle vicinanze del monte _Haemus_, s'avanzarono lentamente verso l'Occidente, e sparsero tra i Latini i primi semi della riforma; ma perchè questi settarj, cui Raimondo, conte di Tolosa, accordò ricovero in Linguadocca presso Albi, s'andarono moltiplicando ancora in Italia, ov'ebbero il nome di _Paterini_, non sarà inutile il dirne alcuna cosa[367].
[366] Si ha ragione di sperare che il sig. Muller celebre storico tedesco, darà sulla migrazione delle sette riformate grandissimi schiarimenti, essendo l'argomento delle sue più erudite indagini.
[367] Quasi si dicesse, che si consacrano a soffrire: _pati_. Pietro dalle Vigne e Federico II danno questa etimologia al loro nome in una legge pubblica contro i medesimi.