Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Part 17
Il papa non avrebbe ottenuto di ridurre sotto la sua dipendenza immediata le città della Toscana: vero è che fino allora ubbidirono sempre agl'imperatori, ma conoscevano troppo le proprie forze per non cambiare il presente loro stato con verun altro, quando non si trattasse di passare a quello di repubblica. Ciò conoscendo il papa, addirizzandosi loro, dichiarossi il protettore della loro libertà; e lungi dal riclamare sulle città principali i diritti della contessa Matilde, il di cui solo nome avrebbe risvegliata la loro gelosia, si limitò a chiedere la loro assistenza come amiche della religione ugualmente che della libertà, e protettrici della Chiesa. Di così dilicato negoziato incaricò Pandolfo e Bernardo.
Questi cardinali s'addirizzarono prima alle città di Fiorenza, Lucca e Siena, poi al vescovo di Volterra, allora signore temporale di quella città, ed agli abitanti di Prato e di Samminiato. Loro rappresentarono che la morte dell'imperatore gli aveva sciolti da ogni obbligazione verso l'Impero[306], e che avrebbero mancato alla propria saviezza, se non approfittavano del presente interregno per impedire che un nuovo imperatore, strascinandole in nuove liti colla Chiesa, non compromettesse la loro coscienza, e non mettesse in opposizione i loro doveri verso gli uomini con i loro doveri verso Dio. Sotto il regno d'Enrico VI, le città toscane avevano avuto cagione di lagnarsi dell'accrescimento delle imposte e delle concussioni de' suoi ministri tedeschi; onde acconsentirono di formare un'assemblea dei loro deputati a san Ginnasio, borgata posta alle falde del monte di Samminiato; ove cedendo agli stimoli dei due cardinali, s'associarono alla lega toscana o guelfa, che si rinnovò poi tra di loro un mezzo secolo dopo[307]. Obbligavansi gli alleati di non riconoscere imperatore, re, principe, duca, o marchese, senza l'espressa e speciale approvazione della Chiesa romana: promettevano inoltre la vicendevole difesa e la difesa della santa sede qualunque volta ne venissero richiesti; e di più impegnavansi di darle ajuto perchè potesse riprendere tutte le parti del suo patrimonio e tutti i paesi sui quali credesse avere delle ragioni, tranne quelli che trovavansi di presente occupati da qualcuno degli alleati.
[306] _Scipione Ammirato Istorie fiorentine l. I, p. 63. anno 1197._
[307] _Dissertaz. sopra l'istoria pisana del cavalier Flaminio del Borgo. Diss. IV, p. 157. — Vita Innoc. III, § 12, p. 488._
L'atto originale della lega toscana conservato nell'archivio di Fiorenza venne pubblicato da due storici moderni[308]; ma è cosa sorprendente che niuno degli storici contemporanei, ad eccezione del biografo d'Innocenzo III, ricordasse questa lega, per cui ne conosciamo imperfettamente le condizioni e gli effetti. Pare che le città toscane si fossero accostumate a considerarsi come un solo corpo dopo che gl'imperatori stabilirono a san Miniato un commissario[309] destinato a raccogliere le imposte di tutta la provincia; ebbero dopo tale epoca frequenti adunanze provinciali, cui ogni città spediva un rettore o deputato. Se crediamo allo storico di Siena Malavolti[310], questo rettore non aveva alcuna autorità nella sua patria, ma veniva obbligato da un giuramento a cooperare nell'adunanza al ristabilimento della pace in Toscana ed al ben comune di tutta la provincia. Quando i rettori toscani sapevano esser nata qualche querela tra due città, riunivansi all'istante, e, quantunque le rispettive comuni fossero impegnate in opposti partiti, non iscioglievasi l'assemblea, finchè non avesse fatta ogni pratica per ristabilire la pace; e non riuscendovi, non lasciavano, anche durante la guerra, di riunirsi i deputati a certi determinati tempi, onde valersi di ogni nuovo accidente per metter fine alla guerra. La dieta medesima eleggeva i rettori che dovevano rimpiazzare quelli che cessavano, ponendo sempre gli occhi sopra persone conosciute le più capaci di contribuire al mantenimento della pace[311]. Questa continuazione aristocratica non era pericolosa alla libertà delle repubbliche, da che i rettori non godevano di alcuna autorità nella loro patria; ed aveva invece l'avvantaggio grandissimo di conservare, anche in mezzo alle passioni popolari ed alle rivoluzioni dalle medesime eccitate, l'amore della pace nell'assemblea, siccome principio vitale della sua esistenza. Ma l'ambizione delle più potenti città, che risguardava questa istituzione come un ostacolo alle sue viste d'ingrandimento, non permise che sussistesse lungo tempo; ed appena una incerta e confusa memoria ce ne fa conservata da alcuni storici.
[308] Scipione Ammirato è l'autore anonimo _De Libertate civitatis Florent. ejusque dominii 1722 p. 69_. Io non ho letto l'ultima opera.
[309] Di là in nome di san Miniato al _Tedesco_, o _dell'allemanno_.
[310] È questi uno de' migliori scrittori di second'ordine, e tra i non originali. Egli scrisse in sul finire del sedicesimo secolo.
[311] _Malavolti Ist. di Siena. Venez. 1599. p. I. l. IV, p. 44._
La sola città di Pisa rifiutossi di prender parte alla lega proposta dai deputati pontificj, forse perchè non poteva sperare verun nuovo privilegio prendendo le armi contro gl'imperatori, da' quali aveva già ricevute le più ampie prerogative: ed in varie circostanze assai disastrose mostrò apertamente che la riconoscenza d'un popolo libero è più potente e durevole di quella dei popoli subordinati al governo di un solo. Nel 1192 Enrico VI aveva con un memorabile diploma accordato ai Pisani tutti i diritti regali non solo entro la loro città, ma sopra un vasto territorio popolato da sessantaquattro tra borgate e castelli[312]. Aveva inoltre loro cedute in feudo la Corsica colle isole dell'Elba, di Capraja e di Pianozza; riconfermato il privilegio, di cui godevano da lungo tempo, di eleggere i proprj consoli e magistrati, ed espressamente dichiarato essere sua intenzione che i Pisani fossero e rimanessero liberi, e perciò gli esentava da ogni contributo e dall'alloggio militare. I Cardinali passarono a Pisa per ridurre que' magistrati ad entrare nella lega fatta per difendere la Chiesa, chiedendo loro per primo pegno di sommissione alla santa sede di rappacificarsi coi Genovesi; ma i Pisani vi si rifiutarono costantemente[313], e da quest'epoca fino alla caduta della loro repubblica furono sempre capi della parte ghibellina in Toscana.
[312] Flaminio del Borgo, _Dissertaz. IV, p. 159_, prometteva di dare per disteso questo atto nell'appendice n.º 10, ma io credo che quest'appendice non siasi più pubblicata. Del rimanente il diploma trovasi impresso nella _Diss. L, p. 473, delle antich. ital._
[313] _Croniche di Pisa di Bernardo Marangoni, Supplement. Florent. ad Script. Ital. t. L, p. 479._
Mentre Innocenzo III dilatava la sua influenza sulle città libere, non trascurava i maggiori vantaggi che poteva ottenere nelle due Sicilie, quasi affatto abbandonate a se medesime. Costanza aveva, morendo, lasciata al papa la tutela di suo figlio, e poc'anni dopo, avendo le truppe ai servigi d'Innocenzo battuto un generale tedesco[314], l'accorto pontefice diede pubblicità ad un testamento d'Enrico VI, che riconosceva tutti i diritti della santa sede sul regno di Napoli e poneva il giovinetto Federico sotto la sua protezione. Innocenzo conosceva tutto il profitto che gli dava la tutela di quel principe che voleva spogliare. Quando Costanza era ancora viva, egli non aveva accordata a lei ed al figlio l'investitura della corona di Sicilia, che dopo averli privati di molte prerogative annesse alla medesima. In forza del trattato di pace stipulato tra Guglielmo I ed Adriano IV, i beneficj ecclesiastici del regno non potevano conferirsi dalla corte di Roma senza l'approvazione del sovrano. Innocenzo rese illusoria tale riserva, togliendo al nuovo re il diritto di rifiutare l'approvazione che gli sarebbe chiesta[315]. Dopo ciò diede principio alla tutela del pupillo unitamente agli arcivescovi di Capoa, di Palermo, di Monreale, ed al vescovo di Troja, amministratori del regno, dirigendo tutte le loro operazioni colle lettere che scriveva ogni giorno. Il generale delle truppe tedesche Marcovaldo, grande siniscalco d'Enrico VI, era rientrato nel regno quando ebbe avviso della morte di Costanza, sostenendo egli solo apertamente il partito ghibellino contro il papa[316]. Coll'ajuto de' Saraceni di Sicilia e de' baroni malcontenti della corte di Roma, aveva messo insieme un potente partito, che poteva tenere inquieto il pontefice; il quale, malgrado l'orgoglio con cui comandava ai Siciliani, aveva poche forze ai suoi ordini. Spedì una volta seicento soldati all'abbate di Montecassino, perchè potesse difendersi, e duecento ne mandò un'altra volta in Sicilia, credendola esposta ad essere occupata da Marcovaldo: a ciò si ridussero i diretti sforzi del pontefice per la difesa del suo pupillo.
[314] _Vita Innoc. III, § 28. p. 494._
[315] _Pietro Giannone istoria civile del regno di Napoli, l. XIV, c. 3._
[316] _Ib. l. XV. — Ricardi de s. Germano Chron. p. 977._
Dopo aver osservato questa debolezza, i suoi maneggi da capo di partito nelle città d'Italia, e le armate pontificie che riducevansi a poche compagnie, fa maraviglia il vedere lo stesso Innocenzo ingrandirsi a misura che s'allontana dalla sua sede, e parlar da sovrano al rimanente dell'Europa; ordinare ad Andrea, duca d'Ungheria, di andare in Terra santa perchè la sua presenza non turbasse il riposo del re suo fratello[317]; forzare questi a dichiarare la guerra a Culino, signore della Bosnia per castigarlo d'avere protetti gli eretici[318]; eccitare i re di Danimarca e di Svezia ad attaccar Suero, re di Norvegia, ed a spogliarlo della corona[319]; intimare a Filippo Augusto di ritirare dal monastero, e di ristabilire nei diritti di sposa Ingeburga di Danimarca, ch'egli aveva ripudiato, sottoponendo all'interdetto tutto il regno perchè Filippo non l'ubbidiva. Fu questo medesimo pontefice che obbligò a dichiararsi tributarj della santa sede prima il re di Portogallo[320], poi il re d'Arragona[321], più tardi il re ed il regno di Polonia[322], e finalmente quel Giovanni, re d'Inghilterra, che gli giurò fedeltà[323]. Le scomuniche e gl'interdetti non si resero mai tanto comuni quanto sotto Innocenzo III; nè altro papa si arrogò mai tanta parte nel governo temporale dell'Europa. Ma per grandi che fossero i talenti di questo pontefice, e l'arte sua nel risvegliare e tirar partito dalla superstizione del secolo, non era certamente in Italia dove la superstizione potesse renderlo potente; e per questo paese gli abbisognavano altre armi: non tardò ad avvedersene, e prese ben tosto miglior partito per fermare i progressi della fazione ghibellina, cercando in Francia un rivale che potesse un giorno opporre allo stesso Federico, quando il bisogno lo richiedesse.
[317] _Oderic. Raynald. Ann. Eccles. 1200. § 46, p. 57. — Innocent. Epist. l. III, ep. 2._
[318] _Ib. 1198, § 71. p. 18. Annalium Raynaldi._
[319] _Ib. 1200. § 9. p. 45._
[320] _Ib. 1198. § 35._
[321] _Ib. 1204. § 72, 73. p. 121._
[322] _Ib. 1207. § 15. p. 155. et Innoc. Epist. l. IX. ep. 217._
[323] _Ib. 1213. § 73.-79. p. 210._
Gualtieri, conte di Brienne, gentiluomo francese, aveva sposata la prima figlia di Tancredi, ultimo re della razza normanna. Sibilla, vedova di questo sfortunato monarca, dopo una lunga prigionia in Germania, durante la quale era morto suo figliuolo Guglielmo, era stata messa in libertà colle due figlie in conseguenza dei buoni uffici della santa sede. Questi sgraziati fanciulli erano stati arrestati contro la fede di un trattato quando Enrico VI conquistò la Sicilia: essi avevano rinunciato bensì al diritto ereditario della corona, ma a condizione che Enrico VI loro assicurasse i possessi che aveva il loro padre prima d'essere re, cioè la contea di Lecce ed il principato di Taranto. In vista di tale promessa avendo aperte al nemico le porte del palazzo e della rocca di Palermo, furono posti in prigione[324]. Gualtieri sposo della maggior figliuola di Tancredi, e suo immediato rappresentante, poteva vantare lo stesso diritto d'Enrico alla corona di Sicilia; e quando pure per l'illegittimità di Tancredi si volesse escludere da tale diritto, Gualtieri domandava almeno d'avere la contea di Lecce ed il principato di Taranto da Enrico promessi ai figliuoli di Tancredi, come prezzo della loro rinuncia alla corona. Innocenzo III accolse questa domanda, e la riconobbe legittima. Persuase Gualtieri a ripassare in Francia per assoldare una piccola armata; e quando fu di ritorno l'oppose a Marcovaldo; e così introdusse la prima volta i Francesi nel regno di Napoli. Non pertanto, quai che si fossero i progetti del pontefice, non sortirono il desiderato effetto. Gualtieri, dopo aver avuto alcuni vantaggi, perì in una scaramuccia l'anno 1205[325].
[324] _Richardus de s. Germano Chron. I, p. 975. — Chron. Monast. Fossae novae, p. 830._
[325] _Chron. Fossae Novae 884. — Richardi de s. Germano Chron. p. 980._
Non trascurava Innocenzo di rialzare anche in Germania il partito guelfo. Ottone, uno de' pretendenti al trono, apparteneva ad una famiglia d'ogni tempo ligia dei papi, mentre Filippo di Svevia era d'una famiglia loro contraria; e però Innocenzo dichiarossi a favore del primo, e fece osservare che Filippo precedentemente scomunicato per alcune violenze commesse contro la Chiesa, non aveva potuto senza scandolo essere considerato eleggibile[326]. Non pertanto dopo alcuni anni la fortuna della guerra dichiarossi contraria al protetto del papa, il quale, cacciato di Colonia dal suo rivale, fu forzato d'andare in Inghilterra a mendicar soccorsi, onde il papa, anteponendo il proprio al vantaggio d'Ottone, non si vergognò d'entrare in trattative con quel Filippo medesimo che aveva lungo tempo perseguitato. Per confessione dello storico ecclesiastico, egli incominciò a riconciliarlo colla Chiesa[327]. Aggiunge Arnaldo di Lubecca, che Filippo offrì sua figlia in isposa a Riccardo fratello del papa, dandole in dote la Toscana, Spoleti e la Marca d'Ancona; finalmente promise di acconsentire che Ottone venisse designato suo successore, ed eletto re de' Romani[328]. Le trattative quasi a termine ridotte, furono rese inutili dalla morte di Filippo, ucciso del 1208 nel proprio palazzo da un suo particolar nemico. Benchè Ottone non avesse alcuna parte in tale attentato, seppe accortamente approfittarne. Due cose fece egli che gli guadagnarono l'affetto de' principi di Germania d'ambedue i partiti, e lo fecero di nuovo proclamare re de' Romani e di Germania dai voti unanimi della dieta d'Alberstat; sposò la figlia di Filippo, che gli portò un titolo ai diritti ereditarj della casa di Svevia, e rinunciò formalmente a tutte le pretensioni sui ducati di Baviera e di Sassonia, de' quali era stato spogliato suo padre[329].
[326] _Odericus Raynald. Annal. Eccles. 1200. § 26. e seg. p. 51. 1201. § 5. e seg. Otto de sancto Blasio c. 48. p. 905. — Conradus Abbas Uspergensis p. 305._
[327] _Oderic. Raynald. 1206. § 15. p. 142. et 1207. § 7. p. 154._
[328] _Arnold. Lubec. l. VII, c. 6. — Abbas Usperg. in Chron. p. 310._ L'abbate d'Usperg, contemporaneo e partigiano di Filippo, scrisse la storia del suo regno con più calore ed interessamento che non suole trovarsi in altra parte della sua cronaca.
[329] _Id. p. 312. — Otto de sancto Blasio c. 50._
Quando Innocenzo vide Ottone favorito dalla fortuna, non tardò a cercarne l'amicizia, e con un trattato d'alleanza conchiuso a Spira prometteva di dare all'imperatore eletto la corona imperiale; ed Ottone accondiscendeva a tutte le domande che il papa gli faceva a vantaggio della Chiesa. In tal modo ebbe fine la guerra di Germania dopo un interregno di dieci anni, di cui il partito guelfo in Italia seppe valersi utilmente per liberarsi quasi affatto dal dominio dei monarchi alemanni.
L'incoronazione d'Ottone IV, e la sua discesa in Italia sembravano promettere nuovi trionfi alla parte guelfa; e certo non aveva mai regnato altro imperatore più favorevole alla Chiesa romana: ma gl'interessi della corona erano troppo contrarj a quelli della santa sede perchè potessero andare lungo tempo d'accordo. In fatti, appena entrato in Italia, vide Ottone la convenienza di affezionarsi gli antichi partigiani dell'autorità imperiale; e ben tosto il capo della casa guelfa, diventato imperatore, si circondò di capitani ghibellini, mentre il papa opponevagli il giovane Federico, ultimo rampollo del sangue dei Ghibellini, assistito dai soldati dei Guelfi.
Ottone entrò in Italia del 1209 per la vallata di Trento, ed arrivò in riva all'Adige ad Orsanigo, territorio veronese, ove aveva ordinato di raggiungerlo ai principali signori della Venezia, ed in particolare ad Ezzelino II da Romano, e ad Azzo VI, marchese d'Este[330]. Questi due gentiluomini che durante l'interregno avevano accresciuta a dismisura la loro influenza nella Marca, perchè le nemiche fazioni essendo più che mai riscaldate l'una contro l'altra, i loro capi avevano avuto la destrezza o la fortuna di far assolutamente dimenticare l'interesse dei comuni, facendo che le guerre civili si trattassero in loro nome. Le fazioni nate in ogni città dalla gelosia dei gentiluomini, e dalle mutue loro violenze, avevano tante cause diverse quante erano le offese che questi uomini appassionati potevano farsi: ma i due nomi di fresco introdotti di Guelfi e di Ghibellini legavano le fazioni delle città vicine. I Salinguerra di Ferrara, ed i Montecchi di Verona dal solo nome di Ghibellini trovaronsi uniti con Ezzelino; nella stessa alleanza erano le città di Treviso e di Padova, allora governate dalla medesima fazione; mentre stavano per l'opposta gli amici d'Adelardo a Ferrara, il Conte di san Bonifacio a Verona ed a Mantova, i dal Vivario a Vicenza, ed i nobili di Campo San-Pietro a Padova, tutti alleati del marchese d'Este.
[330] _Gerardi Maurisii civis vicentini Historia p. 18. Scrip. Rer. Ital. t. VIII._
Dopo un non lungo esiglio, l'anno precedente era rientrato in Ferrara il marchese d'Este, e col favore de' suoi partigiani era stato dichiarato signore di quella città; primo esempio di un popolo italiano che abbandona i suoi diritti per sottomettersi al potere di un solo[331]. Presso a poco nella stessa epoca, Azzo aveva avuto un'importantissima vittoria sopra Ezzelino ed il suo partito, e le truppe delle due fazioni trovavansi nuovamente a fronte quando Ottone scese in Italia. Ezzelino aveva ottenuto qualche vantaggio sui Vicentini, e sperava d'impadronirsi ben tosto della loro città; e mentre Azzo era uscito di Ferrara per soccorrerli, eravi entrato coi Ghibellini Salinguerra, e cacciatine tutti gli amici del Marchese[332]. L'ordine dato ai due capi di presentarsi alla corte d'Ottone risparmiò alle città collegate una sanguinosa battaglia ed un inutile massacro, giacchè un cieco odio, più assai che i motivi politici, poneva loro le armi in mano.
[331] _Antichità Estensi del Muratori, p. I, c. 39._
[332] _Gerardi Maurisii civis Vincent. His. p. 18, Sc. Rer. It. t. VIII._
Questi due capi non potevano dubitare del favorevole accoglimento che loro farebbe l'imperatore. O direttamente o per mezzo de' loro partigiani, essi governavano tutta la Marca; e sì l'uno che l'altro, oltre il potere, avevano altri titoli che li raccomandavano a quel sovrano. Il marchese d'Este era suo parente, siccome discendente da Azzo III, tronco comune delle due linee che fino all'età nostra regnarono a Brunswich ed a Modena: d'altra parte Ezzelino era il più caldo partigiano delle prerogative imperiali; e quantunque fino al presente tali prerogative avessero servito ad umiliare la famiglia d'Ottone, da che si trovò in possesso della corona, rivolse il suo favore ai loro difensori. Per tali motivi accolse con eguale dimostrazione i due capi di partito, e cercò di porli in pace tra di loro.
Uno de' più zelanti partigiani d'Ezzelino, che a quanto sembra dovette esser presente a tale accoglimento, ce ne lasciò una relazione nella sua storia[333]. Quando Ezzelino si trovò in faccia al marchese in presenza di tutta la corte, alzossi per accusare il suo rivale di tradimento e di fellonia. «Noi, diss'egli, fummo compagni nella nostra fanciullezza, e lo credetti amico; ci trovammo insieme a Venezia, e passeggiavo con lui nella piazza di S. Marco, quando alcuni assassini mi si avventarono contro per pugnalarmi, e nel medesimo istante il marchese mi prese il braccio per impedire di difendermi; e se con uno sforzo violento non mi fossi da lui svincolato, sarei stato infallibilmente ucciso, come lo fu un mio soldato che stavami ai fianchi. Perciò io lo denuncio a quest'assemblea quale traditore; e chiedo a vostra maestà di permettermi ch'io provi in singolare battaglia i tradimenti orditi a me, a Salinguerra, ed al podestà di Vicenza».
[333] _Gerard. Maurisius, p. 19._
Poco dopo arrivò Salinguerra seguìto da cento uomini d'arme, il quale gittandosi a' piedi dell'imperatore rinnovò contro il marchese l'accusa d'Ezzelino, e domandò egualmente la prova della battaglia singolare. Azzo rispose che aveva ne' suoi dominj molti gentiluomini più nobili di Salinguerra, che sarebbero pronti a battersi con lui, se aveva tanta sete di battaglie. Allora Ottone dichiarò a tutti tre che per le passate contese non permetterà loro di battersi.
Ottone, che ad ogni modo voleva mettere in pace questi due capi di parte, dai quali sperava d'avere più importanti servigi che da tutti gli altri signori italiani, sortì il giorno dopo a cavallo con loro, e, avendone uno alla diritta, alla sinistra l'altro (m'attengo sempre allo storico Maurisio partigiano d'Ezzelino), volse da prima il discorso in lingua francese ad Ezzelino: _Sire Ycelin, saluons le marquis_, diss'egli; onde Ezzelino levandosi il cappello e piegando il corpo, disse ad Azzo: Signor Marchese che Dio vi salvi; e perchè questi rispose senza scoprirsi il capo, Ottone rivoltossi a lui ugualmente: _Sire marquis, saluons Ycelin_, ed il marchese soggiunse, _que Dieu vous sauve_. La loro riconciliazione non pareva ancora troppo avanzata, quando ristringendosi la strada, Ottone passò avanti, lasciando i due rivali ai fianchi l'uno dell'altro; perchè voltosi a dietro vide che si parlavano affettuosamente, come avessero dimenticate affatto le vecchie offese. Quest'amichevole conversazione durò quanto la corsa che fu di oltre due miglia, e finì col dare qualche inquietudine all'imperatore, il quale poichè rientrò nella sua tenda, fatto a se chiamare Ezzelino, gli chiese quale fosse stato il soggetto della sua conversazione col marchese: «i giorni della nostra fanciullezza, rispose Ezzelino; e noi eravamo rientrati nell'antica nostra amicizia.»
Dopo di aver riconciliati i due capi di partito, volle Ottone assicurarsi ancora del loro attaccamento alla propria causa, coll'accordare a' medesimi dei beneficj. Innocenzo III dubitando, dopo aver conquistata la Marca, della validità del suo titolo, conobbe che assai difficilmente avrebbe potuto conservarla, e perciò l'anno 1208 ne investì il marchese d'Este[334]. Ottone quando giunse in Italia riclamò la Marca come proprietà dell'Impero, ma ne lasciò l'amministrazione al marchese d'Este con patto che la ricevesse da lui, e gliene fece spedire il diploma in sul cominciare del susseguente anno[335]. E per essere parimenti generoso verso di Ezzelino dichiarò la città di Vicenza colpevole di ribellione, gl'impose una tassa di sessanta mila lire, e nominò Ezzelino podestà, rettore, e deputato dell'Impero in Vicenza. Con questi titoli riuniti Ezzelino richiese da tutti gli abitanti di Vicenza il giuramento di fedeltà; e perchè il partito che gli era contrario, piuttosto che prestare il giuramento, si ritirò a Verona o presso il conte di S. Bonifacio, egli confiscò i beni di tutti i fuorusciti.
[334] _Rolandini de factis in Marchia Tarvisana, l. I. c. 10, t. VIII, p. 178._
[335] In data di Foligno il 5 gennajo 1210. _Ant. Esten._