Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 16

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Guglielmo Marchesella degli Adelardi capo della parte guelfa in Ferrara, quello stesso che abbiamo veduto salvare Ancona, poco dopo questa gloriosa impresa, ebbe la sventura di vedere successivamente perire gli ultimi eredi maschi di sua famiglia, suo fratello con tutti i suoi figliuoli. Di questo fratello sopravvivea però una fanciulla in ancor tenera età chiamata Marchesella: egli lasciolla erede di tutti i suoi averi, sostituendole, in caso che morisse senza prole, i figliuoli di sua sorella. Credette poscia che le sventure di sua famiglia potrebbero consolidare almeno la pace della patria, riavvicinando con istretti vincoli i capi delle contrarie parti. Salinguerra, figliuolo di Torrello, era allora capo dei Ghibellini di Ferrara; e Guglielmo non contento di destinargli sposa sua nipote, allora in età di sette anni, la pose nelle sue mani, lasciando allo sposo la cura della di lei educazione; poi spirò[288]. Ma i Guelfi non acconsentirono che l'unico rampollo d'un sangue loro tanto caro si dasse in balìa ad una famiglia nemica: nè sapendo risolversi ad affezionarsi a coloro, contro i quali eransi lungo tempo battuti, trovaron modo di rapire all'improvviso Marchesella dalla casa de' Salinguerra, e di condurla in quella dei marchesi d'Este, offrendola in isposa ad Obizzo d'Este, cui diedero anticipatamente il possesso dei beni di Adelardo. Allora fu che la famiglia estense si stabilì in Ferrara e che accettò la prima volta i diritti di cittadinanza in un comune: ma il favore de' Guelfi di Ferrara giovò assai più alla sua grandezza, che la passata indipendenza. Dopo tal epoca la casa d'Este fu così universalmente riconosciuta capo della parte guelfa, che in tutta la Venezia si chiamò _fazione del marchese_.

[288] _Chronica parva ferrariensis, t. VIII, p. 481. — Chronic. Fratr. Francisci Pipini, l. I, c. 46. t. IX, p. 628._

L'interesse particolare taceva in faccia allo spirito di partito. Marchesella morì avanti che si effettuasse il suo matrimonio, ma non pertanto i nipoti di Guglielmo, che le erano stati sostituiti, non riclamarono l'eredità di Adelardo per timore che, spogliando la casa d'Este di tanta parte delle sue ricchezze, non s'allontanassero da Ferrara con gravissimo pregiudizio della parte guelfa. Dall'altro canto i Salinguerra avevano vivamente sentita l'ingiuria loro fatta; e dal 1180 in cui fu loro tolta la giovanetta sposa, fino al 1220, mantennero viva la guerra civile entro le mura di Ferrara. Dieci volte in tale periodo di tempo una parte cacciò l'altra di città, dieci volte le proprietà dei vinti furono preda dei vincitori e le case distrutte fino ai fondamenti[289].

[289] _Chron. parva Ferrar. p. 481._ Di queste guerre civili scrisse estesamente Gio. Battista Pigna nella sua _storia de principi d'Este. Venez. 1572. in 4.º l. II, p. 161, e segu._ Ma il suo racconto abbonda di così grossolani errori, che non si può prestargli veruna fede.

Mentre la libertà delle repubbliche della Venezia, o Marca trivigiana, veniva così crudelmente compromessa dalle torbide passioni dei loro gentiluomini, ed il loro governo declinava in oligarchia irregolare, le repubbliche transpadane di Bologna, Modena, Reggio, Parma e Piacenza consolidavano ogni giorno più la loro indipendenza ed acquistavano una assoluta superiorità sulla nobiltà castellana del loro territorio. Negli annali di Reggio, che di quest'epoca sono più circostanziati di quelli delle altre città, trovasi ogni anno accennato alcun trattato fra qualche gentiluomo ed il podestà, con cui sottomettonsi castelli alla repubblica[290]. Il gentiluomo obbligavasi con simile atto a consegnare la sua terra alla città di Reggio, a vivere almeno due mesi in città, adempiendo a tutti i doveri di cittadino, sia coll'ubbidire ai magistrati della repubblica, che contribuendo con tutte le forze alla difesa delle persone, dei diritti e delle proprietà de' suoi nuovi concittadini. Gli annali di Bologna contengono un ancora maggior numero di somiglianti sommissioni, ed oramai queste repubbliche non avevano più nel proprio territorio gentiluomini da loro indipendenti. I loro stati confinavano tutti con quelli di altre repubbliche, ed i nobili associati alla sorte loro, invece d'esser rivali, formavano un nuovo ordine di cittadini. Vero è che quest'ordine addossandosi le prerogative onerose a tutta la nazione, eccitava già la gelosia del popolo. I Bolognesi avevano nel 1192 nominato il proprio vescovo Gerardo de' Scannabecchi in pretore ossia podestà, il quale prelato li governò nel corso di un anno con tanta saviezza e moderazione, che tutte le parti ne rimasero egualmente soddisfatte[291]. Il susseguente anno fu perciò riconfermato nell'impiego; del che i nobili non tardarono a dolersene, dicendo che i soli plebei erano da lui favoriti, e che, per poco che ancora durasse il suo governo, l'autorità dei gentiluomini riducevasi a nulla[292]. Prese perciò le armi, lo cacciarono fuori della città, nominando in sua vece due consoli. Questo primo segno della loro gelosia, questa prima chiamata alla decisione delle armi sui diritti dei due ordini rivali poteva essere per i nobili, che non erano i più forti, di troppo pericoloso esempio. Poteva il popolo a vicenda riacquistare coi mezzi medesimi quell'influenza che di presente gli si toglieva, poteva cacciare i nobili stessi dalla città; ed infatti quest'esempio fu cagione che in un'altra repubblica si facesse ciò che i Bolognesi potevano fare.

[290] _Memoriale Potestatum Regiensium t. VIII, p. 1077 et seguent._ Negli _Annales Veteres Mutinenses_, e nel _Chronicon Parmense_ non trovansi rispetto al XII secolo che i nomi dei consoli e dei podestà: ma il Muratori diede nella prefazione al Malvezzi _t. XIV, p. 774_, due carte di gentiluomini che in tale epoca sottomettonsi alla repubblica di Modena.

[291] Uno storico di Bologna riferisce sotto l'amministrazione di Gerardo una leggenda che mi sono fatto lecito di riferire in questo luogo, come prova dei costumi e della credulità di que' tempi.

Una giovane vergine chiamata Lucia, non meno bella che nobile, erasi chiusa nel monastero di santa Catterina di Bologna. Un Bolognese di lei innamorato prendeva posto ogni giorno sotto la finestra cui ella s'affacciava per udire la messa nella chiesa del suo convento. Lucia osservò l'emozione del giovane nell'istante in cui ella s'avvicinava; e rammentò le parole dettele dal vescovo nell'atto di darle il velo: «ch'ella disgiunga per sempre i suoi occhi da quelli degli uomini;» onde si credette obbligata a Dio di nascondersi interamente agli sguardi del suo amante, il quale il susseguente giorno vide la finestra chiusa da una gelosia che toglieva assolutamente Lucia a' suoi sguardi. Era questo l'istante in cui erano i Cristiani tuttavia costernati dalla perdita di Gerusalemme ed in cui chiamavansi tutti i cuori generosi a prendere la croce. Giurò il giovane di consacrarsi a Dio, come la sua diletta, partì per terra santa, e nel primo incontro, spingendosi nelle prime linee degl'infedeli, vi cercò piuttosto la morte che la vittoria. Atterrato e fatto prigioniero, fu dai Saraceni sottoposto a crudeli tormenti perchè rinegasse la fede. Trovandosi tra le mani dei carnefici, gridò: «O vergine santa, o casta Lucia! Se tu vivi ancora sostieni colle tue preghiere quello che tanto ti amò; e se ti trovi in cielo, rendimi propizio il mio Signore!» Ebbe appena dette queste parole, che cadde in profondissimo sonno, e quando svegliossi, si trovò ancora carico di ferri presso al monastero di santa Cristina. Lucia lo stava aspettando risplendente di gloria e di bellezza. — «Lucia vivi tu ancora?» gridò egli. «Io vivo, ma della vera vita; va, deponi i tuoi ferri sul mio sepolcro e ringrazia Iddio del favore che ti ha fatto.» Ella era morta lo stesso giorno in cui egli aveva abbandonato l'Europa. — _Cherubino Ghirardacci istoria di Bologna. Lib. IV, p. 106._

[292] _Ibid. p. 102._

Il governo di Brescia era tutt'affatto nelle mani dei nobili, che avevano successivamente strascinato il comune in varie guerre contro le vicine città di Cremona e di Bergamo. Istigati dai Milanesi, questi nobili vollero di nuovo, l'anno 1200, fargli prendere le armi contro i Bergamaschi; ma il popolo, spossato da frequenti guerre, si rifiutò di assecondare i loro ambiziosi pensieri senza suo profitto, ed invece prese le armi per cacciare dalla città coloro che volevano costringerli a servire; e dopo un sanguinoso combattimento, dato in mezzo alle strade, gli obbligarono a fuggire. Rifugiatisi nel territorio cremonese i gentiluomini bresciani formarono tra di loro una compagnia militare, cui diedero il nome di società di san Fausto. I plebei dal canto loro formarono pure una compagnia chiamata _Bruzella_[293]: il qual nome di Bruzella o Brighella si conservò fino a' dì nostri, ed un plebeo bresciano insolente coraggioso e furbo è pure una delle mascare del teatro italiano. I nobili si collegarono colle città di Cremona, Bergamo e Mantova, già da molto tempo nemiche della loro patria. D'altra parte il popolo si unì ai Veronesi, e si continuò la guerra tra loro con estremo accanimento. Anche in Padova ebbe luogo lo stesso anno una quasi simile rivoluzione, di cui la cronaca di quella città non ci dà che la seguente notizia. «L'anno 1200, vi si dice, i plebei tolsero ai magistrati l'amministrazione della città e presero essi soli le redini del governo[294].» E per tal modo le rivoluzioni dell'ultimo anno del secolo XII parvero presagire quelle che nel corso di tutto il secolo XIII sconvolsero l'Italia.

[293] _Jacob. Malvecii Chron. Brixian. Dist. VII, c. 81.-84, p. 894. t. XIV._

[294] _Additam. ad Roland. Regiminum Paduæ t. VIII, p. 368._

CAPITOLO XIII.

_Pontificato di Innocenzo III. — Stabilimento del potere temporale della Chiesa. — Abbassamento della fazione ghibellina._

1197 = 1216.

La quasi simultanea morte di tutti i sovrani d'Italia lasciò nel dodicesimo secolo libero corso all'ambizione di uno de' loro successori, il pontefice Innocenzo III. Questo papa fu uno de' fondatori della temporale monarchia della Chiesa; monarchia quattro volte ristabilita dai pontefici, perchè quattro volte, malgrado l'appoggio delle opinioni religiose, i papi lasciaronsi spogliare da quello stesso poter militare ch'essi avevano istituito per propria difesa. I papi sollevati a tanta potenza da Carlo Magno e dai suoi successori, furono chiamati nell'undecimo, tredicesimo e sedicesimo secolo a nuova tenzone per ricuperare la perduta dominazione: Gregorio VII, Innocenzo III e Giulio II, sono gli uomini che in queste tre diverse epoche riconquistarono l'autorità temporale e diedero uno stato alla Chiesa. Lo stabilimento d'una potenza di primo ordine, che spesso cercò l'alleanza delle città libere, che talvolta le oppresse e che sempre s'immischiò in tutte le loro rivoluzioni, deve formare una parte essenziale della storia delle repubbliche italiane.

Tra i papi e gl'imperatori doveva mantenersi una costante opposizione, necessaria conseguenza del supremo rango di questi due capi del cristianesimo, delle loro prerogative, delle pretensioni loro. Potevano ben segnare fra di loro alcune tregue, ma sincera pace non mai, finchè i papi non rinunciavano al dominio su tutti i troni della terra, finchè gl'imperatori non si spogliavano de' più importanti diritti. Quando la lite rimaneva sopita, non era tale tranquillità che l'effetto della soverchia preponderanza che un partito acquistava sull'altro; l'equilibrio riapriva sempre la guerra.

Dopo la pace di Costanza il partito imperiale aveva ricuperata in Italia grandissima preponderanza. Alla potenza ed alla gloria di Federico I aggiungevasi il matrimonio di suo figlio coll'erede di Napoli, che privava il pontefice d'un antico e fedele alleato, ed accresceva le forze del suo avversario. Lo stato ecclesiastico circondato e diviso dalle possessioni del monarca trovavasi debole ed incapace di resistergli, per cui i papi da Lucio III fino a Celestino III trovaronsi sforzati di coprire con apparente moderazione la debolezza e dipendenza loro. L'ultimo specialmente dovette opporsi agli attacchi d'Enrico VI, che parevano compromettere la sua esistenza; e per quanto fosse grande l'importanza della disputa ch'egli ebbe con questo monarca, non ardì mai di far causa comune coi suoi nemici, o d'impiegare contro di lui le armi spirituali, di cui i suoi predecessori avevano fatto così frequente abuso[295]. Intanto Enrico aveva in ogni maniera ristretti i limiti, o, a meglio dire, le pretensioni del papa. Dopo le investiture accordate ai Normanni, la santa sede veniva considerata come abituale sovrana del regno di Napoli; ma a fronte di ciò, Enrico, per impadronirsi di quel regno, non erasi giovato che del suo diritto ereditario, senza curarsi dell'assenso del papa. Egli aveva continuato a godere i beni della contessa Matilde malgrado le rimostranze della santa sede, e gli aveva accordati in feudo ai suoi parenti, o ai suoi generali; aveva richiamati in vigore gli antichi diritti dell'Impero sulle province vicine a Roma, il ducato di Spoleti, la Marca d'Ancona e la Romagna; e non erasi fatto carico della pretesa sovranità de' papi su queste province; finalmente aveva perfino entro la stessa Roma doppiamente ristretta l'autorità ecclesiastica e coi poteri ch'egli erasi riservati e con quelli che accordati aveva alle istanze del governo repubblicano.

[295] Innocenzo III pretese in seguito, egli è vero, ch'Enrico era stato scomunicato per avere arrestato Ricardo I d'Inghilterra: effettivamente egli era incorso nelle generali scomuniche fulminate contro tutti coloro che attaccheranno i crociati; ma questa formidabile sentenza non era mai stata contro di lui fulminata.

Enrico VI e Celestino III morirono l'anno 1197, e la loro morte cambiò sì fattamente i rapporti e le proporzioni delle forze dei due partiti, che il pontefice ebbe la volta sua per ispogliare di alcuni diritti l'autorità reale senza incontrare resistenza e senza che i suoi avversarj riclamassero contro la sua ambizione. Immediatamente dopo la morte di Celestino, Innocenzo III, nobile romano, conte di Signa, fu nella fresca età di trentasett'anni nominato papa. Egli portava sulla santa sede una profonda conoscenza degl'interessi della sua patria e di quelli della Chiesa, il coraggio e l'ambizione d'un giovane gentiluomo, e la fama di santità e di sapere che gli avevano procacciato la regolarità dei costumi ed alcune opere a que' tempi assai pregiate[296]. Dall'altro canto Federico II, il successore d'Enrico, era ancora fanciullo di due anni, la di cui madre Costanza in quell'anno che sopravvisse al marito, erasi data al partito del papa per averne il suo appoggio; divideva co' suoi sudditi l'odio concepito contro i Tedeschi ministri della tirannide del marito, ed aveva dichiarato nemico del suo regno il generale Marcovaldo allora duca di Ravenna e marchese d'Ancona. Poi quando venne a morte, scelse Innocenzo III per tutore del figliuolo e per amministratore del suo regno; e come potesse temere che il papa si rifiutasse a tale ufficio, gli assegnava un canone per allettarlo ad incaricarsene.

[296] Egli aveva scritto intorno alla miseria dell'umana condizione e sopra alcuni punti di disciplina. _Vita Innoc. III, ex anonim. Synchrono a Balutio edita, et rursus Scrip. Ital. t. III, p. I, p. 486, § 2._

Enrico VI aveva prima di morire ottenuto dai principi di Germania l'elezione del figliuolo Federico I in re dei Romani, onde assicurargli con tale atto la successione all'Impero; pure, morto Enrico, niuno si prese cura dei diritti che poteva aver acquistati all'Impero questo fanciullo; e la corona non fu contrastata che tra due pretendenti, Filippo, duca di Svevia, il maggiore de' fratelli d'Enrico VI, ed Ottone allora duca d'Aquitania, figliuolo d'Enrico il leone, già duca di Baviera e Sassonia[297]. Filippo Augusto, re di Francia, si dichiarò a favore del primo; e Riccardo cuor di leone, re d'Inghilterra, per l'altro; ed amendue sostennero il loro protetto con tutti i loro tesori e tutte le loro forze, sicchè l'uno e l'altro furono dichiarati imperatori dal proprio partito; Filippo di Svevia dal ghibellino, ed Ottone dal guelfo; ciò che accrebbe a dismisura l'animosità delle due parti; le quali riputando legittima l'elezione dei proprio capo, presero a difenderla con lunghe e sanguinose guerre, che tutte occuparono le forze della Germania. Finchè queste durarono, i diritti degl'imperatori in Italia non ebbero chi li difendesse.

[297] Innocenzo, tutore del giovinetto principe, si credette obbligato di porre sulla bilancia ancora i diritti del suo pupillo. Abbiamo di lui uno scritto intitolato: _Deliberatio Domini papæ super facto de tribus Electis_; e conchiude in favore d'Ottone. _Annales Eccles. Oderici Raynaldi ad an. 1290. § 26_, e seguenti _p. 51. t. XIII_.

Innocenzo non tardò a conoscere i vantaggi della presente sua situazione, e tutto si ripromise dal suo coraggio in così favorevoli circostanze.

Le prime sue cure furono rivolte all'interna amministrazione di Roma: sotto il pontificato di Celestino III, l'autorità del senato era stata dai papi definitivamente riconosciuta e fissatane la costituzione con un atto da noi altrove indicato[298]; ma i Romani non ebbero appena ottenuto il privilegio per cui avevano tanto tempo combattuto, che se ne mostrarono disgustati, e vollero dopo un anno imitare ciò che vedevano praticarsi dalle altre città: soppressero allora l'autorità nazionale del loro nuovo consiglio, per surrogargli un magistrato straniero e militare, che sapesse con maggior vigore frenare le sediziose passioni de' nobili: diedero a questo magistrato il titolo di senatore; e lo collocarono nel palazzo medesimo che occupava il senato in Campidoglio, attribuendogli tutti i poteri del soppresso corpo[299]. Benedetto Carissimo fu il primo senatore di Roma, cui succedette Giovanni Capoccio; e ne' quattro anni della loro amministrazione, i Romani s'impadronirono della città di Tusculano, lungo tempo oggetto della loro gelosia, e la distrussero interamente[300]; sottomisero tutta la campagna marittima e tutta la Sabina, e costrinsero le piccole città di queste due province a ricevere i giudici ed i podestà dalle loro mani. Ma quando fu creato papa Innocenzo, il popolo incominciava ad essere geloso dell'autorità sovrana esercitata sopra di lui da un magistrato straniero, ed aveva chiesta al nuovo pontefice una distribuzione di danaro. Era questa come prezzo del giuramento d'ubbidienza a san Pietro, che il popolo era contento di dare in occasione di una nuova elezione. Innocenzo accondiscese alla domanda, ma rese il giuramento più obbligatorio di quello che si usava in uguale circostanza, ed approfittando della momentanea avidità de' cittadini, fece nominare un nuovo senatore scelto tra le persone a lui ben affette[301]; obbligò il prefetto della città, ufficiale dell'imperatore, a prestargli vassallaggio, ed a ricevere da lui una nuova investitura della sua carica; finalmente scacciò da tutte le città del patrimonio di san Pietro i giudici e podestà nominati dal popolo, nominando altri in loro luogo; e per tal modo s'arrogò la sovranità di una provincia conquistata colle armi de' Romani.

[298] Fu l'anno 1191. La carta trovasi nella _Diss. XLV, Antiqu. Ital. M. Ae. t. IV, p. 35_.

[299] _Storia diplomatica dei senatori di Roma di Antonio Vitale, Roma 1791 2 vol in 4.º t. I, p. 76. — Michel Conrigio Curtius Comment. de senatu Rom. post tempora reip. liberæ l. VII, c. 4. § 187. p. 282. Genevæ 1769. — Vita Innoc. III, p. 487. ubi per errorem nuncupatur Benedictus Cariscus vice Carissimi._

[300] _Corrad. Ab. Usperg. Chron. p. 303._ Gli abitanti di Tusculano si riunirono ancora sotto capanne fatte di frasche e formarono una borgata al disotto dell'antica loro patria, cui rimase poi sempre il nome di Frascati.

[301] _Vita Innocent. III, § 8. p. 487._

Durante il regno d'Innocenzo, l'amministrazione di Roma provò qualche altra rivoluzione: i Romani alternarono a vicenda il governo d'un solo e di più senatori, come i loro antenati avevano alternato tra i consoli ed i tribuni dei soldati; ma del 1207 fissarono definitivamente colla mediazione d'Innocenzo quegli attributi del senatore, che fino all'età nostra sonosi con leggerissime modificazioni conservati[302]. Supremo capo della giustizia, della polizia e del poter militare, aveva egli solo la rappresentanza del governo; ed uguale ai podestà delle altre città, altro non mancavagli per diventar tiranno, che maggior durata nell'impiego e l'appoggio di una delle due fazioni, cui la sua nascita rendevalo quasi sempre straniero. Intanto il pontefice occupavasi della compilazione del giuramento che questo primo magistrato doveva prestare in sue mani; nel quale, per non disgustare i Romani, non si faceva alcun cenno di quella sovranità cui sordamente aspirava, ma che ben sapeva che il popolo non avrebbe voluto riconoscere; e altresì non permise che tale giuramento potesse allegarsi in pregiudizio de' suoi diritti[303]. Il senatore s'obbligò adunque soltanto verso il papa «a non attentare nè coi fatti, nè coi consigli alla di lui vita o all'amputazione delle sue membra, promettevagli di manifestargli le trame contro di lui ordite, di cui avesse conoscenza, di mantenerlo con tutte le sue forze in possesso del papato e dei diritti regali che si trovassero effettivamente appartenere a san Pietro; finalmente di provvedere alla sicurezza de' cardinali e delle loro famiglie in tutte le parti di Roma e della sua giurisdizione.»

[302] _Storia de' senatori di Roma d'Antonio Vitale._

[303] Questa formola di giuramento è testualmente riportata nella storia diplomatica dei senatori di Roma, _p. 82_.

Enrico VI aveva ristabiliti molti de' principali feudi dell'Impero in Italia: aveva dato a Marcovaldo, suo grande siniscalco, il marchesato d'Ancona ed il contado di Molise; a Filippo, duca di Svevia, suo fratello, cui aveva fatto sposare la vedova del figlio del re Tancredi, figlia dell'imperator Greco[304], aveva accordato il marchesato di Toscana, ed a Corrado di Svevia, soprannominato _mosca in cervello_, il marchesato di Spoleti. Porzione di queste province trovavasi compresa nella pretesa donazione di Carlo Magno, un'altra nell'eredità della contessa Matilde; e questi due titoli si fortificavano l'un l'altro, quantunque fino allora non avessero procurato alla santa sede la pretesa sovranità. Per far valere le sue ragioni, Innocenzo approfittò della debolezza del partito imperiale in Italia, ed imitando l'esempio dell'antica Roma che commetteva ai consoli la conquista delle province, mandò due cardinali preti a sottomettere la Marca, e due altri prelati a soggiogare il duca di Spoleti[305].

[304] _Otto de Sancto Blasio Chron. c. 41. v. 898._ — _Conrad. Abb. Usperg. Chron. p. 304._

[305] _Vita Innocentii III, § 9 e 10._

I signori tedeschi che da Enrico VI ricevettero questi feudi, avevano talmente abusato del loro potere, che i loro vassalli erano tutti proclivi alla ribellione. Le città che trovavansi comprese nei loro governi, più piccole e più deboli di quelle di Lombardia, non avevano ancora osato di aspirare all'indipendenza; e la loro amministrazione municipale era ancora presso a poco quale si formò nel decimo secolo, onde lusingavansi di trovare più libertà sotto il governo della Chiesa, che sotto il dominio di soldati stranieri; e tutte aprirono le porte ai prelati spediti a ricevere il loro giuramento di fedeltà. Nella prima provincia, senza per altro rinunciare ai loro governi municipali, riconobbero la sovranità del papa, Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano, Iesi, Sinigaglia e Pesaro; nella seconda Rieti, Spoleto, Assisi, Foligno, Nocera, Perugia, Agubbio, Todi e città di Castello.