Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Part 14
Queste rivoluzioni dell'Impero diventano adesso l'argomento delle nostre indagini; ma è d'uopo ricordarsi che nel campo della storia incontransi vasti deserti: sono questi i tempi in cui verun sentimento generalmente diffuso anima i popoli, in cui nessun personaggio d'alta riputazione a se richiama l'interesse generale; i tempi inoltre ne' quali nessuno scrittore mediocre lasciò ne' suoi racconti l'impressione di questi sentimenti, nessuno comunicò alle sue scritture il carattere del secolo. Dalla pace di Costanza al regno di Federico II, abbiamo uno spazio di quindici anni affatto deserto. In questo tempo presentaronsi sulla scena per iscomparire all'istante alcuni personaggi affatto nuovi senza far sugli animi veruna impressione; uomini inetti che non potevano fissare l'attenzione de' popoli. Guglielmo II e Federico, Tancredi e suo figlio Ruggiero, Sibilla vedova del primo, Guglielmo III fratello del secondo; Enrico IV e Costanza; Lucio III, Urbano III, Gregorio VIII, Clemente III, Celestino III, si mostrarono un istante per ricadere in una perpetua oscurità. Il dodicesimo secolo pareva che, terminando, strascinasse con se tutti i nomi che gli appartenevano, per non lasciare al nuovo che personaggi nuovi.
Quest'epoca novella ricevette il suo carattere dall'interregno dell'Impero con cui incominciò: allora fu che le fazioni impiegarono tutta la loro energia; che i nomi dei Guelfi e dei Ghibellini diventarono motivi di proscrizione; che le città toscane fin allora subordinate all'Impero posero i fondamenti della loro libertà, riunendosi al partito della Chiesa; e che molte di quelle della Lombardia e della Marca Trivigiana, abbracciando l'opposto, caddero la prima volta sotto il giogo d'alcuni piccoli ma feroci tiranni.
Dobbiamo perciò chiedere l'indulgenza del leggitore intorno ad aride ricerche e la sua attenzione sopra fatti complicati che mal si legano gli uni cogli altri, e che non ci furono tramandati con sufficienti particolarità per interessarci; ma che non pertanto è necessario di conoscere, perchè spiegano le rivoluzioni cui diedero origine nel susseguente secolo.
La storia della casa di Svevia e dei diritti ch'ella acquistò sul regno delle due Sicilie trovasi essenzialmente legata ai destini di tutte le repubbliche italiane, perchè alcune atterrite da tanta grandezza diventarono implacabili nemiche degl'imperatori, mentre le altre, memori de' ricevuti beneficj, consacrarono i loro tesori, le armi, i cittadini in difesa del vacillante trono dei monarchi di Germania e di Sicilia.
La storia di certe nobili famiglie che ne' quindici anni che abbraccia questo capitolo incominciarono a sortire dall'oscurità, minacciando colle loro querele perfino l'esistenza delle vicine repubbliche, è forse ugualmente arida, ma ugualmente ancora importante per le conseguenze che ebbe, essendo usciti più tardi da queste famiglie i tiranni di tante illustri città.
Questi due oggetti fisseranno dunque pressochè soli la nostra attenzione fino alla fine del secolo dodicesimo: omettendo di fermarci intorno alle animosità di alcune città rivali ed alle passeggieri guerre di alcuni popoli quando non influirono sulla loro sorte, o non furono illustrate da avvenimenti degni della nostra curiosità.
L'anno dopo la pace di Costanza, venendo Federico in Italia con il figliuolo Enrico, cui destinava la corona dell'Impero, quelle città, che avevano più valorosamente contro di lui combattuto, rivalizzarono nell'onorarlo. I Milanesi tra gli altri nulla omisero per guadagnarsi la sua affezione, e l'imperatore dal canto suo, dopo avere sperimentata la debolezza delle comuni già sue amiche, credette di appoggiarsi sopra una lega più potente procacciandosi l'amicizia de' Milanesi, a' quali accordava perciò nuovi privilegi e permetteva di rifare la città di Crema, le di cui mura non eransi più rialzate dopo ch'egli, ventiquattr'anni prima, le aveva spianate. I Cremonesi che vi si erano opposti quando la lega lombarda dispiegava tutta la sua potenza, si offesero gravemente e diedero così aperti segni del loro malcontento verso l'imperatore per avere, mosso dalle preghiere dei Milanesi, perdonato agl'infelici Cremaschi, che Federico irritato si pose alla testa delle milizie di Milano, e, facendo marciare innanzi il Carroccio del comune, entrò nel territorio cremonese, bruciò molti castelli di quel popolo ammutinato, e lo forzò ad implorare la sua clemenza[250].
[250] _Sicard. Ep. Crem. Chron. t. VII, p. 602._
Federico era venuto in Italia per trattare il matrimonio di suo figlio Enrico con Costanza, la più prossima erede della casa normanna che regnava a Palermo. Questa principessa, figliuola postuma di Ruggiero primo re di Sicilia, quantunque in età di soli trent'anni, era zia di Guglielmo II allora regnante. Prevedevasi che questi, benchè ammogliato, non lascerebbe figli, onde lo sposo di Costanza, Enrico, sarebbe chiamato alla corona delle due Sicilie ed a quella di Lombardia. Sembrava con ciò che la casa di Svevia acquistar dovesse una preponderanza tale, cui non potrebbero resistere nè la Santa Sede, nè le città libere, nè i grandi feudatarj.
Il regno normanno, nato nel precedente secolo, aveva nel corso di due sole generazioni cambiato natura e governo. Ruggiero, primo re di Sicilia, e figliuolo del gran conte dello stesso nome, aveva steso il suo dominio non solo su tutte le province che formano oggi il regno di Napoli, ma inoltre sopra molte città d'Affrica e della Grecia. Temuto dai suoi vicini, veniva in pari tempo servito con zelo da' suoi sudditi malgrado la durezza della sua amministrazione, credendo di essere compensati dei mali che loro faceva soffrire la sua ambizione, dalla gloria delle sue armi vittoriose. I nobili de' suoi stati, parte compressi dalla severità de' castighi, parte guadagnati dai suoi favori, avevano quasi deposto il fiero ed indipendente carattere normanno. Due figliuoli degni di tanto padre, che promettevano alla famiglia accrescimento di gloria, ed un governo vigoroso alla nazione, morirono in fresca età, onde il terzo figlio Guglielmo, di cui il padre ne compiangeva l'imbecillità, si vide inaspettatamente chiamato a succedergli.
Questo principe, detto Guglielmo il cattivo, appena occupato il trono paterno, abbandonossi così ciecamente ai più indegni favoriti, che la nobiltà della corte, per salvargli la vita, dovette congiurare contro le creature del suo re. Majone, oscuro cittadino di Bari, nominato grande ammiraglio, aveva progettato di far morire Guglielmo per montar egli sul di lui trono; progetto che avrebbe avuto intera esecuzione se il pugnale de' cospiratori non veniva in soccorso del re[251]. Durante la debole e burrascosa amministrazione di Guglielmo I, e la lunga minorità di Guglielmo II, l'edificio sociale innalzato con tanta fatica dai conquistatori normanni fu quasi totalmente distrutto. Nelle province di qua dal Faro i Lombardi avevano introdotto il sistema feudale, onde quando pubblicaronsi le loro leggi i signori riebbero un'indipendenza che sarebbe stata assoluta, se la loro ambizione non gli avesse avvicinati alla corte; e le città medesime si eressero in corpi politici talvolta indocili, liberi mai. La Sicilia presentava un aspetto affatto differente. Governata lungo tempo dagli Arabi e prima dai Greci, non conosceva che le costumanze e la politica degli Orientali. Guglielmo era per quest'isola uno di quegli effeminati sultani che tosto o tardi disonorarono tutte le dinastie dell'Asia: circondato d'eunuchi, di donne, di preti corrotti, di vilissimi servi, governava il suo regno come volevano i piccoli intrighi del serraglio di Palermo. Intanto i Saraceni, ridottisi nelle montagne, occupavano ancora la maggior parte dell'interno dell'isola; essi non ubbidivano che ai loro capi, e la fede di questi verso il re era assai sospetta. Altri Saraceni più inciviliti esercitavano la mercatura nelle città, altri avevano il favore della corte e vi occupavano spesso le prime cariche; tutti gli eunuchi erano musulmani e favorivano presso al re col proprio credito i loro compatriotti. I signori cristiani possedevano nell'isola contee e baronie tanto nelle città, che sulle coste, ma questi piccoli governi rassomigliavansi molto più ai _pachalicks_ de' Turchi, che ai feudi dell'Occidente: in ogni luogo vedevasi cadere il despotismo in dissoluzione, dando luogo ad una generale insubordinazione, senza verun principio di libertà. Pure lo storico Ugo Falcando, dietro al quale abbiamo giudicata quest'epoca, parla enfaticamente della prosperità e della pace di cui godeva la Sicilia in sul finire del regno di Guglielmo II, senza però ch'egli abbia scritta la storia di questi tempi di tanta felicità; e siccome le nazioni non passano mai rapidamente dall'estrema dissoluzione d'ogni ordine sociale a tanta prosperità e gloria, così ci dev'essere permesso di credere che lo storico abbia voluto col contrapposto di questa imaginaria felicità, dare maggior risalto alla tirannide da lui descritta sotto il regno di Guglielmo, ed a quella che prevedeva sotto il dominio de' Tedeschi. Vero è intanto e cosa assai notabile, che la Sicilia dopo essere stata tolta agli Arabi non ebbe mai più regolare governo; e che anche il brigantaggio cui trovasi oggi abbandonata è la conseguenza della sua antica anarchia, da cui non si è mai potuta interamente liberare[252].
[251] _Hugo Falcandus historia sicula t. VII, Rer. Ital. p. 272_, e seguenti.
[252] Ugo Falcando viene risguardato siccome il più eloquente storico del suo secolo, ed ancora del seguente. Fu detto il Tacito della Sicilia; e nel quadro che fece dei delitti della corte di Guglielmo, si possono in fatti ravvisare molti tratti che ci rammentano Claudio e Tiberio quali furono dipinti dal grande storico di Roma: ma Falcando, volendo far pompa d'eloquenza, distrugge l'impressione che vorrebbe fare, e rende sospetta la sua veracità. La sua storia non abbraccia, strettamente parlando, che il regno di Guglielmo il malvagio ed i primi anni della minorità del suo successore, cioè dal 1154 al 1169. Questa storia fu dal Muratori inserita nel _t. VII, Rer. Ital._
Qualunque si fosse la debolezza e la dissoluzione del regno sul quale la casa di Svevia acquistava nuovi diritti, Federico ed i suoi successori rinunciarono, per conquistare la Sicilia, ai progetti che il primo aveva formati contro la libertà della Lombardia, e resero perciò la pace alle repubbliche. Di fatti in luogo di alimentare le discordie tra le città, come praticò fin allora, e di sostenere i più deboli contro i potenti, l'imperatore s'adoperava adesso per riunirli onde valersi delle loro forze quando riclamerebbe l'eredità di sua nuora Costanza. E siccome i suoi sforzi per conservar la pace tra le città lombarde erano sinceri, così furono sempre coronati da prospero successo. L'opera di Federico fu potentemente assecondata dalle prediche della religione e dalla profonda impressione che fece sopra tutta l'Europa un avvenimento risguardato dai cristiani come una generale calamità.
Il nuovo regno latino di Gerusalemme aveva nello spazio d'ottant'anni toccati gli estremi della forza e della debolezza. Fondato dalle più potenti armate che militassero giammai sotto lo stesso stendardo, era stato in seguito abbandonato quasi senza difesa alla gelosia ed alla vendetta degli Asiatici che lo circondavano. Talvolta poteva opporgli i formidabili ausiliari che arrivavano dall'Europa; ma ridotto non di rado alle sole sue deboli forze, non poteva riunire che pochi soldati, e questi ancora segreti nemici gli uni degli altri a cagione della diversa loro origine, snervati dal clima e dalle delizie dell'Asia, ed indisciplinati in forza di quelle stesse leggi che avevano portate dall'Europa[253]. I crociati trapiantando in Siria il sistema feudale, ne avevano conservata l'insubordinazione, e perduta l'energia. Intanto dimenticavansi in Europa i pericoli cui trovavasi esposta la santa città, quando nel 1187 si ebbe notizia che Saladino se n'era impadronito, che il re Gui di Lusignano era prigioniere, e che, tranne le città di Tripoli, di Tiro e d'Antiochia, tutta la terra santa era ricaduta in potere degli infedeli[254].
[253] Veggasi il quadro fatto da Giacomo di Vitrì dei costumi de' Latini orientali che in Oriente chiamavansi _Pullani_: sono questi i creoli delle nostre isole d'America. _Historia Hierosol. l. I, c. 72. Gesta Dei per Franc. p. 1088._
[254] Il venerabile Guglielmo arcivescovo di Tiro non potè risolversi a terminar la storia delle sventure della sua patria. Non ci rimangono che la prefazione e poche linee del suo ventesimo terzo libro, che doveva contenere il racconto di Gui di Lusignano e della presa di Gerusalemme. _Gesta Dei per Francos, p. 1042._ — Veggasi adunque Giacomo di Vitrì. _Hist. Hierosolim. l. I. c. 94, e 95. — Gesta Dei per Franc. p. 1119. — Bernardus Thesaurarius de Acquisitione terræ sanctæ c. 148. — 166. t. VII, Rer. Ital. p. 783._ ec.
Qualunque sia la nostra opinione intorno al primo motivo delle crociate, poichè fu stabilito il regno di Gerusalemme, e che, confidando nell'appoggio degli Occidentali, tanti coloni di tutte le nazioni d'Europa erano venuti a popolare la Siria, restandovi come ostaggi e come mallevadori della volontà dei Latini di mantenere indipendente la Terra santa, l'onore, il dovere, le più assolute promesse obbligavano gli Occidentali a soccorrere i loro compatriotti, i campioni da loro stessi posti nel territorio nemico. Estrema fu perciò la costernazione cagionata dalla perdita di Gerusalemme, profonda, universale. Gregorio VIII, allora eletto papa[255], impiegò i brevi giorni del suo pontificato a predicare ai cristiani la pace fra di loro e la lega contro gl'infedeli. Spedì lettere circolari a tutti i re, a tutte le repubbliche d'Europa, pregando di deporre le private nimistà e di riunirsi per la causa di Dio, perchè, com'egli diceva, i vizj de' cristiani e le pazze loro discordie avevano loro procurato sì grande calamità e tanta vergogna[256].
[255] Venne universalmente attribuita la morte d'Urbano III al dolore concepito per la perdita di Gerusalemme. La città si rese a Saladino il 2 ottobre, ed Urbano morì a Ferrara il 19 dello stesso mese; cosicchè egli non poteva aver ricevuta la notizia dell'ultima catastrofe, ma soltanto delle precedenti disavventure. _Murat. Ann. t. X, p. 139._
[256] Veggansi queste lettere presso Baronio _ad ann. § 18. t. XII, p. 780_.
Le guerre d'Italia erano allora prodotte dalle passioni dei popoli e non dagli ambiziosi calcoli de' sovrani. Un profondo e doloroso sentimento de' loro errori occupò all'istante l'animo de' cittadini, e l'entusiasmo distrusse le inquiete loro rivalità. Cremona era in guerra con Brescia, Parma con Piacenza, Milano e Pavia si disponevano a nuove battaglie: ma fu loro predicata la pace di Dio, e tutte le repubbliche l'abbracciarono. I più valorosi soldati delle armate nemiche presero la croce, e giurarono di militare assieme. Una sola città diede due mila soldati per questa santa impresa; e perchè gli uomini più caldi ed impetuosi furono i primi ad arrolarsi per la guerra sacra, la loro lontananza riuscì, non v'ha dubbio, utilissima alla tranquillità della loro patria. Due repubbliche rivali, che seppero soltanto per brevissimo tempo comprimere l'odio nazionale, s'incaricarono in ispecial modo di predicar la pace ai cristiani. Furon queste Genova e Pisa, le di cui milizie per un fortunato accidente trovandosi riunite sotto gli stendardi del giovane Corradino marchese di Monferrato, salvarono la città di Tiro nell'istante che Saladino era in procinto d'assediarla con una potente armata[257]. I Pisani sconfissero due volte la flotta musulmana, ed i Genovesi trasportarono gli ambasciatori mandati da Corrado a tutti i sovrani per implorare i loro soccorsi: e se alcuni porti di Terra santa rimasero aperti ai Cristiani, ne andarono soltanto debitori alla potente assistenza di queste due repubbliche.
[257] _Ottobonus Scriba, contin. Caffari, Ann. Genuen. l. III, p. 359, t. VI. — Breviar. Pisanæ hist. p. 191._
Clemente III, che del 1188 succedeva a Gregorio VIII, morto dopo due mesi di papato, spedì nuovi deputati a tutti i potentati con prospero successo. I Veneziani ed il re d'Ungheria, che disputavansi la Dalmazia, fecero la pace, come ancora i re di Francia e d'Inghilterra, che ambedue promisero di andare in Oriente alla testa de' loro sudditi. Per ultimo due deputati del pontefice si presentarono alla dieta di Germania preseduta da Federico a Magonza[258], e seppero coi loro sermoni toccare in modo gli uditori, che lo stesso vecchio monarca prese la croce con suo figliuolo Federico, consacrando al servizio di Dio gli ultimi anni d'una vita lungo tempo agitata dall'ambizione, ma resa gloriosa dal suo valore e dai militari talenti.
[258] _Otto de Sancto Blasio Chron. c. 31. p. 887. t. VI. — Annal. Ecclesiast. ann. 1188._
Di fatti Federico perdette la vita nella guerra santa. Egli condusse in Asia una armata di novanta mila uomini, benchè licenziasse tutti coloro che non avevano del proprio almeno tre marche d'argento per supplire alle spese del viaggio. La sola cavalleria formava un corpo di trenta mila uomini. Aveva attraversata l'Ungheria e la Bulgaria e resi vani gl'intrighi dei Greci che non potevano vederlo senza diffidenza avanzarsi nel cuore della Romania. Nell'inverno del 1189 rimase in Grecia, ed attraversò lo stretto di Gallipoli soltanto in marzo del 1190. Soggiogò in seguito il sultano d'_Iconium_, che gli si era opposto, e ne bruciò la capitale; e già l'armata crociata era giunta nelle campagne dell'Armenia abitata dagli amici de' Cristiani, quando il 10 giugno Federico perì nel piccolo fiume chiamato _Salef_ annegato, o tocco d'apoplessia a cagione della soverchia freddezza delle acque[259].
[259] _Annal. Eccles. 1190. § 9. t. XII, p. 804. — Jacob. de Vitriaco Hist. Hieros. l. I, c. 99. p. 1121 — Bernard. Thesaurar. de acquis. Terræ sanctæ c. 169. p. 804. — Sicardi Episc. Cremon. Chron. p. 611, t. VII, Rer. Ital. — Marini Sanuti Secreta Fidelium Crucis l. III, p. X, c. 2. Gesta Dei per Francos t. II, p. 196._
La morte di Federico fu compianta da tutte le città che pure furono lungo tempo esposte alla potente sua collera ed alla sua vendetta. I Lombardi e gli stessi Milanesi non potevano non ammirare il suo raro coraggio, la sua costanza nelle avversità, la sua generosità. L'intima convinzione della giustizia della sua causa l'aveva talvolta reso crudele fino alla ferocia contro coloro che gli resistevano; ma dopo la vittoria dissetava la sua vendetta coll'atterrare le insensibili mura; e per quanto fosse irritato contro i Tortonesi, i Cremaschi, i Milanesi, per quanto sangue spargesse finchè combatteva, non lordò il suo trionfo con odiosi supplicj. Malgrado il tradimento cui discese una sola volta a danno degli Alessandrini, in generale fu fedele manutentore della data fede; e quando l'anno dopo la pace di Costanza fu ammesso entro le loro mura dalle città che gli avevano fatta la più ostinata guerra, non dovettero porsi in guardia contro alcun suo attentato ai privilegi da lui riconosciuti. Il suo carattere meritò ancora maggior rispetto quando si potè farne confronto con quello d'Enrico VI suo figliuolo e successore.
Questo principe, siccome aveva desiderato il padre, portava già da cinque anni le corone di Germania e d'Italia. Valoroso come il padre, non ebbe i suoi grandi talenti. Fu nella guerra brutalmente feroce, perfido in pace ed impudente mancator di fede. Ugo Falcando, che scriveva nel tempo ch'Enrico sosteneva la prima volta colle armi i suoi diritti alla corona di Sicilia, dipinse gli Allemanni come la più feroce popolazione; ma senza dubbio aveva preso dal loro re i principali tratti del carattere attribuito alla nazione. «La rabbia tedesca, dic'egli, non è repressa dagli ordini della ragione, mai non piegasi a misericordia, non è sospesa dal terrore della religione. Un innato furore agita sempre questo popolo, eccitato dalla rapacità e strascinato nel delitto dalla dissolutezza[260].»
[260] _Hugo Falcandus Hist. Sicula p. 252._
Pure l'assunzione d'Enrico al trono imperiale non influì direttamente sulla sorte delle repubbliche italiane. Trovavasi colla sposa in Germania quand'ebbe avviso della morte di Guglielmo II in Palermo[261], ed alcuni mesi dopo di quella di suo padre in Asia. Il primo non erasi determinato a maritare Costanza che per assicurare l'ordine della successione e preservare il regno da una guerra civile; onde l'aveva dichiarata sua erede, facendo che i più principali baroni de' suoi stati le giurassero fedeltà. Ma i Siciliani vedevano con orrore trasferirsi in un principe straniero la sovranità della loro isola, quando eravi un principe normanno, di non legittimi natali bensì, ma per altro illustri. Era questi Tancredi conte di Lecce, figlio d'una contessa di Lecce e di Ruggiero figliuolo primogenito del primo re di Sicilia. Il di lui matrimonio non era stato legittimato dall'approvazione paterna, nè consacrato dalla Chiesa. Pure l'unione di questo principe con una dama d'alto rango, cui era stato fedele fino alla morte, non sembrava tale agli occhi de' Siciliani, che dovesse degradare il figliuolo e privarlo della sua eredità. Tancredi fu quindi chiamato a Palermo in principio del 1190 dalla nobiltà dei due regni e proclamato re[262].
[261] Guglielmo morì il 16 novembre del 1189.
[262] _Richardi a sanct. Germano Chron. t. VII, Rer. It. p. 970. — Chron. Monast. Fossae novae t. VII, p. 877._
Il primo pensiere d'Enrico dovette essere quello di riconquistare un regno che gli veniva tolto nell'istante in cui verificavasi il suo diritto alla successione. Per ricuperare l'eredità della sposa chiese ajuto alle repubbliche italiane e specialmente alle marittime. Ci furono conservate le parole stesse da lui dirette ai Genovesi quando pochi anni dopo bramava averli sussidiarj in una seconda spedizione: egli non faceva che ripetere le prime offerte. «Se dopo Dio, col vostro ajuto io posso ricuperare il mio regno di Sicilia, l'onore sarà mio, ma tutto vostro il profitto. Difatti io non devo soggiornarvi coi miei Tedeschi, ma vi soggiornerete voi ed i vostri discendenti, ed il regno per ogni rispetto sarà piuttosto vostro che mio[263].» Oltre i privilegi e le esenzioni più vantaggiose in tutti i porti, aveva loro promessa la città di Siracusa con tutte le sue dipendenze e duecento cinquanta feudi di cavaliere in val di Noto, per guarentia delle quali promesse aveva fatto spedire in loro favore un atto autenticato col suo suggello[264]. Tanto i Genovesi che i Pisani, allestito avendo una ragguardevole flotta in soccorso di Enrico, andarono in traccia di quella di Tancredi a Castelmare di Sicilia, poi all'isola d'Ischia per attaccarla. Ma in pari tempo l'imperatore medesimo, dopo qualche effimero avvantaggio, vide la sua armata distrutta dalle malattie; onde fu costretto di ritirarsi precipitosamente, perdendo l'imperatrice, rimasta prigioniera de' suoi nemici[265]. Dopo la ritirata d'Enrico le flotte repubblicane, non credendosi più sicure in quei mari, furono costrette di abbandonarli.
[263] _Ottobonis Scribæ Ann. Genuen. l. III, p. 367._
[264] _Ibid._
[265] _Richardi de san. Germano Chron. p. 971._