Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Part 13
Poichè dal conte di Dessau fu emesso il giuramento di pacificamento in nome di Federico, e che un simile giuramento venne pronunciato dal cappellano dell'arcivescovo di Colonia a nome de' principi del suo partito, Alessandro sciolse dal giuramento il doge ed il popolo di Venezia, ed acconsentì che l'imperatore entrasse in città. Sei galere veneziane andarono subito a prenderlo a Chiozza, ed il sabato di sera 23 giugno lo condussero a S. Nicolò di Lido ove la Signoria avevagli fatto allestire un alloggio. All'indomani mattina il papa montò sulle galere siciliane, e coll'accompagnamento degli ambasciatori di quella corte, e dei rettori delle città lombarde, venne a sbarcare sulla piazza di S. Marco. Nel tempo stesso il doge Ziani, il patriarca, il clero ed il popolo di Venezia condussero colle loro galee sulla stessa piazza l'imperator Federico, il quale, vedendo il pontefice, si sciolse il suo mantello, e prostratosegli avanti gli baciò i piedi. Dopo quest'atto ricevette il bacio di pace, e quindi entrarono insieme in chiesa, ove il popolo intuonò il _Te Deum_[232]. Terminato il divino ufficio, e rivocata la scomunica fulminata contro il monarca ed i suoi sudditi, Federico condusse il papa al suo cavallo, e gli tenne la staffa; indi ricevette la briglia dallo scudiere, e preparavasi a far le veci di questo, ufficiale in conformità del ceremoniale cui eransi sottomessi i suoi predecessori; ma il papa vedendo che la strada che doveva ancora fare non era breve, lo dispensò da così umiliante formalità[233]. In una privata visita ch'egli ricevette il successivo giorno, i due capi dell'Impero e della Chiesa felicitaronsi a vicenda della loro riconciliazione[234].
[232] _Baron. §. 98 et 99 — Romual. Saler. Chron. t. VII, p. 231._
[233] _Vita Alexan. III. a Card. Arag., p. 471._
[234] Tra i prelati scismatici ch'entravano in tal epoca in seno della Chiesa, contavansi i vescovi di Padova, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Novara, Acqui, Mantova e Fano, che quasi tutti tenevano le parti dell'imperatore, perchè le loro gregge, con cui erano poche volte d'accordo, seguivano il partito della Chiesa.
Resa per tal modo la pace all'Italia, si sciolse il congresso di Venezia, ed il papa si ritirò nella piccola città d'Anagni ove dopo le turbolenze di Roma aveva stabilita la sua residenza. Ne' primi mesi del 1178, ricevette una deputazione di quel senato che lo invitava a riprendere il governo della sua greggia, ed a rientrare nella sua capitale. Ma perchè il papa non ardiva darsi in mano del popolo senza che la sua persona venisse assicurata da ogni molestia, si convenne che i senatori giurerebbero in mano del papa fedeltà alla chiesa di S. Pietro, pel consueto omaggio; che gli ritornerebbero i diritti di suprema signoria, e prometterebbero di non attentare alla sua libertà, nè a quella de' cardinali suoi fratelli. Poichè queste condizioni furono accettate da ambo le parti, i senatori si presentarono al pontefice con tutti i magistrati di Roma, e lo accompagnarono pomposamente in città[235].
[235] _Vita Alex. III, p. 475._
Anche Federico aveva abbandonata Venezia, e, dopo aver visitate le città toscane che avevano per lui combattuto con tanta fedeltà, passò a Genova, e di là per il Monte Cenisio ne' suoi stati di Germania e di Borgogna.
I sei anni della tregua si consumarono in trattati di più stabile pace, i quali per altro non distoglievano Federico dal tentar la fede dei popoli confederati, staccandoli dalla lega l'un dopo l'altro, e facendo separate paci. Poco dopo proclamata la tregua, ammise a segrete conferenze alcuni gentiluomini trivigiani legati alla confederazione, da' quali ricevette un giuramento di cui rimase segreto l'oggetto. Il popolo di Treviso n'ebbe sentore, e prese le armi contro di loro quando tornavano in città, volendo che come traditori della patria e spergiuri fossero condannati ad ignominiosa morte. I consoli trovaron modo di conoscere il trattato stipulato da questi gentiluomini, e ne diedero parte alla dieta della lega, la quale avendo dichiarato manifesto il tradimento, condannò i colpevoli a severo castigo, e pensò a precauzionarsi contro i maneggi della fazione imperiale[236].
[236] _Vita Alexan. III. p. 473._
Non perciò ottenne di sventarne tutte le trame. In febbrajo del 1183, Federico rinnovò il trattato che aveva precedentemente conchiuso col popolo di Tortona, dandogli la più grande pubblicità, onde avvertire le altre città confederate che, prevenendo la pace generale, potevano da lui sperare vantaggiose condizioni. Con questa carta, che tuttavia conservasi, Federico promette di non pretendere dai Tortonesi tasse maggiori di quelle imposte ai Pavesi proporzionatamente alle ricchezze delle due città; promette d'annullare le infeudazioni accordate in pregiudizio del popolo, di rinovare la pace tra lui ed i suoi vicini; di lasciare i castellani del suo territorio dipendenti dal comune, conservandogli il privilegio del consolato e dei diritti feudali, siccome lo conserva al popolo di Pavia[237].
[237] _Charta reconciliationis Federici I Aug. cum populo Dertonensis Urbis. Murat, dissert. XLVIII, p. 289._
Videsi allora staccarsi dalla lega una città che doveva alla lega la propria esistenza, e che più di tutt'altre doveva esserle fedele. Alessandria temeva la particolare animosità di Federico contro di lei, perciocchè discacciato vergognosamente innanzi alle sue mura, egli risguardava quest'avvenimento siccome un testimonio dell'odio del popolo, e sembrava risoluto di far abbattere le fortificazioni della città tosto che terminasse la tregua, e di rimandare i suoi abitanti negli otto villaggi da cui erano usciti. Per mettersi in salvo dalla sua collera, e procurarsi anticipatamente i privilegi pei quali gli altri confederati erano ancora in disputa, i cittadini d'Alessandria acconsentirono di sottomettersi ad una ceremonia umiliante che doveva appagare l'orgoglio di Federico. Il quinto giorno degl'idi di marzo del 1183 promisero di sortire tutti dalla città per aspettare al di fuori delle mura il deputato dell'imperatore che doveva introdurli di nuovo in città, quasi loro dando una nuova patria, la quale d'allora in poi chiamerebbesi _Cesarea_. A tali condizioni prometteva loro il diritto d'eleggere i consoli, di averli sotto la sua protezione, e difenderli dalle aggressioni dei loro vicini[238].
[238] _Sigonius de Regno, p. 340._ Vero è ch'egli riferisce quest'avvenimento all'anno 1184 con manifesto errore, imperciocchè l'anno 1183 la città d'Alessandria fu compresa nel trattato di Costanza tra le città alleate dell'imperatore sotto il nome di Cesarea.
Appressavasi intanto il fine della tregua senza che il trattato definitivo fosse ancora conchiuso. Fortunatamente per la lega, che il principe che in appresso regnò sotto il nome d'Enrico VI, desiderava che suo padre nella vicina dieta convocata a Costanza lo associasse alle due corone di Germania e d'Italia. Rinnovandosi la guerra in Lombardia temeva che potesse mettersi ostacolo alla promessagli associazione, onde si adoperò perchè si riprendessero i trattati, ed ottenne dall'imperatore di far partire per l'Italia quattro plenipotenziari, Guglielmo vescovo d'Asti, il marchese Enrico Guercio, il fratello Teodorico e Rodolfo suo gran cameriere[239]. Questi deputati andarono a Piacenza ov'erasi unita la dieta delle città e convennero intorno ai preliminari della pace[240]. Dopo ciò indussero i consoli ed i rettori della lega a seguirli a Costanza, ove in presenza dell'imperatore fa data l'ultima mano al celebre trattato che porta il nome di questa città; trattato che per lungo tempo fu la base del diritto pubblico italiano, ed in conseguenza inserito nel corpo del diritto romano di cui forma l'ultima parte[241]. Fu firmato dalle due parti il giorno 7 delle calende di luglio, ossia il 26 giugno del 1183[242].
[239] _Sigonius l. XIV, p. 338._ — Il loro pieno potere presso _Murat, dissert. XLVIII, p. 291_.
[240] Questi preliminari conservati nell'archivio di Modena furono impressi dal Muratori nella dissertazione XLVIII, _p. 295. Antiq. Ital._
[241] _Corpus Juris Civilis ad calcem, liber de pace Constantiæ._
[242] L'imperatore dichiara nel preambolo di questo trattato che la sua dolcezza e la sua clemenza sono tali, che, quantunque avesse il potere di castigare i colpevoli, ha voluto perdonar loro e far loro del bene; che per conseguenza accoglie nell'ampiezza della sua grazia la società dei Lombardi ed i loro fautori che una volta offesero il suo impero. Questo è un prendere ben dall'alto le mosse per accordar poi così importanti concessioni.
L'imperatore cedeva col trattato di Costanza alle città senza eccezione tutti i diritti di suprema signoria ch'egli possedeva nell'interno delle loro mura. Loro cedeva ugualmente nel rispettivo distretto tutti i diritti signorili ch'esse avevano acquistato coll'uso o colla prescrizione; e nominatamente accordava loro il diritto di levare armate, fortificare le città e di esercitare nel loro circondario ogni giurisdizione civile e criminale.
Quando si facesse luogo a contestazioni intorno ai diritti regali riclamati dai comuni in virtù d'una prescrizione, si convenne che il vescovo d'ogni città avrebbe l'autorità di nominare gli arbitri da scegliersi tra i cittadini e gli abitanti del distretto, scevri da parzialità tanto per l'imperatore che per la città. E qualora questi arbitri non credessero di poter sentenziare intorno alle controverse pretese portate al loro giudizio, venivano autorizzati a mutare le prestazioni contestate contro l'annuo censo di due mila marche d'argento, che, volendolo l'equità, potrebb'essere dall'imperatore ridotto a minor somma.
Furono annullate tutte le infeudazioni fatte dopo la guerra in pregiudizio delle città, e restituite senza frutti e danni tutte le possessioni apprese. Prometteva l'imperatore di non soggiornare troppo lungamente in una città o nel suo territorio, onde non arrecarle pregiudizio; ed acconsentì che le città conservassero la loro confederazione e la rinnovassero a loro beneplacito.
D'altra parte furono conservate alcune prerogative all'Impero ancora nell'interno delle nuove repubbliche. Il consolato fu riconosciuto, ma i consoli dovevano ricevere, bensì gratuitamente, l'investitura della loro carica da un legato dell'imperatore, quando però in forza di una costumanza locale non la ricevessero dal vescovo conte della città. L'imperatore venne autorizzato a stabilire in ogni città un giudice d'appello, cui potrebbero deferirsi le cause civili per somma maggiore di venticinque lire imperiali[243]. Questo giudice, entrando in carica, doveva giurare di conformarsi alle costumanze della città e di non permettere che una causa rimanesse indecisa più di due mesi.
[243] La lira allora valeva circa lire 63 peso per peso, e lire 25 equivalevano a lir. 1575 d'Italia.
Ogni città doveva giurare di sostenere in Italia i diritti imperiali rispetto a coloro che non erano membri della lega. Prometteva all'imperatore di corrispondergli il _fodero_ reale quando entrava in Lombardia, di ristabilire i ponti e riparar le strade, tanto in occasione del suo arrivo, che del ritorno, e di preparargli un sufficiente mercato per l'approvigionamento della sua casa e dell'armata. Finalmente promettevano tutte le città di rinnovare ogni dieci anni il giuramento di fedeltà[244].
[244] In questo trattato furono comprese come confederate le città di Vercelli, Novara, Milano, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma e Piacenza. L'imperadore dichiarava sue alleate Pavia, Cremona, Como, Tortona, Asti, Cesarea ossia Alessandria, Genova ed Alba. Si lasciò Ferrara in libertà di dichiarare entro due mesi se accedeva al trattato, dal qual favore furono escluse Imola, Castro, san Cassiano, Bobbio, Gravedona, Feltre, Belluno e Ceneda. Venezia non fu nominata perchè, risguardandosi affatto indipendente dall'Impero, non volle con questo trattato sottoporsi alla più leggiere dipendenza.
In tale maniera ebbe fine la lunga contesa della libertà d'Italia; e le repubbliche lombarde, ch'ebbero fino a tal epoca una precaria esistenza, furono legalmente riconosciute e costituite.
CAPITOLO XII.
_Ultimi anni di Federico Barbarossa. — Suo figliuolo Enrico VI riunisce all'Impero il regno delle due Sicilie. — Tumulti eccitati dalla nobiltà nelle repubbliche italiane._
1183 = 1200.
Dopo la lunga e pericolosa guerra che con tanto valore avevano le repubbliche italiane sostenuta per la libertà, non gustarono i vantaggi che loro assicurava la pace di Costanza. Le civili discordie e le rivalità fra gli altri stati vicini sconvolsero ben tosto la pubblica tranquillità; l'autorità nazionale cadde in mano di una nobiltà prepotente, o di sanguinarj tiranni; e più d'una volta il furore delle fazioni ricondusse volontariamente le città a quella dipendenza, per sottrarsi dalla quale avevano versato torrenti di sangue.
Un popolo non può vantare una libera costituzione quando il suo governo non sia contenuto entro giusti limiti da un potere qualunque, che possa continuamente richiamarlo e sottometterlo al tribunale della pubblica opinione. D'uopo è che un sentimento di timore comprima le passioni del governante qualunque volta s'oppongono all'interesse dei governati; ma l'istituzione di un potere repressivo e forse la più difficil parte della legislazione repubblicana. Perciocchè se si stabilisce nello stato un nuovo potere d'un'autorità abbastanza grande per frenare il governo e per giudicarlo, questo stesso potere diventerà la molla principale del governo, onde sarà poi necessario di comprimerlo ugualmente perchè non degeneri in aperta tirannia. Se poi si vuol rendere il popolo depositario di questo poter compressivo, tostochè avrà l'autorità di mutare il governo, o di deporre i suoi magistrati, ridurrà la costituzione ad un'assoluta democrazia, la sua potenza diventerà tirannica, ed egli sarà il principal nemico della libertà.
Ma in tempo che le politiche combinazioni riescono d'ordinario inutili per istabilire un equilibrio manutentore della libertà, accade talvolta che quest'equilibrio sia il risultato d'estranee circostanze, e, per così dire, l'opera dell'accidente. E per tal modo un sommo pericolo nazionale, un eminente interesse comune ai governanti ed ai governati ha potuto alcune volte riunire i loro sforzi per il conseguimento del ben pubblico. In faccia a questo tacciono le private passioni, le rivalità non hanno occasione di manifestarsi, il popolo conosce il bisogno di essere governato da persone che uniscano ai talenti la virtù, e non accorda la sua confidenza che agli ottimi. Gli amministratori della repubblica sentono allora il bisogno di meritarsi questa confidenza onde poter mettere in opera tutta la forza nazionale contro l'imminente pericolo; allora la più grossolana ed imperfetta costituzione basta per contenere ne' giusti limiti i governanti e per rendere i cittadini docili, zelanti, disinteressati. I repubblicani italiani ebbero questi vantaggi finchè durò la guerra di Lombardia, e li perdettero dopo la pace di Costanza. Tosto che l'indipendenza delle città fu riconosciuta dall'imperatore, credette il popolo che fosse venuto il tempo di farsi render conto del potere dei gentiluomini che avevano fino a tal epoca amministrati i suoi affari con sommo patriottismo, valore ed avvedutezza: e quantunque questa nuova diffidenza cadesse sopra uomini cui tanto dovevano le repubbliche, non si deve però attribuirlo soltanto allo sviluppo dell'ambizione e della vanità dei plebei, nè accusarli d'ingratitudine. Cessati i pericoli che minacciavano le città, gl'interessi de' nobili e del popolo si separarono. I primi non avendo più di mira la pubblica difesa, eransi di nuovo abbandonati a progetti d'ingrandimento e d'ambizione. Ad una libertà divisa cogl'ignobili dovevano preferire un'indipendenza solitaria nei loro castelli; e desiderando procacciarsi il favore d'una potenza cui non volevano essere ubbidienti, preferivano l'imperatore al popolo. La quasi assoluta mancanza di storici contemporanei che scrivessero degli ultimi anni del secolo dodicesimo, non ci permette di sapere se prima si manifestasse la gelosia de' plebei, o l'ambizione de' nobili; tanto più che diversi furono in ogni città i motivi delle prime dissensioni, comechè per altro in ogni città queste passioni armassero l'un contro l'altro gli opposti partiti.
Quantunque ne sia incerta l'epoca, sappiamo che dopo la pace di Costanza i Milanesi fecero alcune mutazioni alla loro costituzione, separando con maggior precisione i suoi diversi poteri. Nel 1185, Federico Barbarossa aveva loro accordato il privilegio di nominare il podestà e di conferirgli coi soli suffragi del popolo il titolo e le prerogative di conte della loro città[245]. Privarono perciò degli attributi giudiziarj i loro consoli, dandogli allo straniero podestà, che nominavano ogni anno per essere nel tempo medesimo il depositario della forza pubblica. A questo magistrato spettava esclusivamente il diritto d'ordinare l'esecuzioni capitali, e per insegna di questo _poter di sangue_, che così allora si chiamava, il podestà era preceduto da un uomo che portava una spada sguainata. Dopo tal epoca v'ebbero in Milano tre diversi poteri, dell'arcivescovo, del podestà e dei consoli. Perchè il primo fu anticamente conte della città, venivano in suo nome pronunciate ancora tutte le sentenze, benchè attualmente non vi prendesse alcuna parte; erasi pure conservato all'arcivescovo il diritto di coniare le monete, di fissare ed alterare il valore della specie; come pure in suo nome e per suo conto esigevasi un pedaggio alle porte di Milano[246]. Quantunque gli fossero dalle leggi conservate queste prerogative, il popolo teneva aperti gli occhi sul suo prelato, pronto a scacciarlo dalla città qualunque volta s'accorgesse che avesse oltrepassati i limiti dei diritti conservatigli. Il podestà era, più che giudice, il generale del popolo, in di cui nome faceva la guerra ai nemici dell'ordine pubblico; ed anco l'amministrazione della giustizia era in sua mano affatto militare. Per ultimo i consoli erano depositari di tutti gli altri diritti governativi. In Milano erano dodici, e la loro adunanza formava il _consiglio di confidenza_[247], cui erano attribuite tutte le relazioni esteriori dello stato, le nomine degl'impiegati, l'amministrazione delle finanze, tutte in somma le più importanti attribuzioni della sovranità. Pretendevano i nobili che il consiglio avesse il diritto di nominare i consoli dell'anno seguente; e questa prerogativa fu la prima a risvegliare la gelosia de' plebei, onde si alterò la buona armonia dei due ordini. Il popolo emanò una legge che affidava il diritto di eleggere i consoli a cento elettori scelti dal consiglio generale tra gli artigiani della città, obbligando però questi elettori a prendere tutti i consoli nel corpo della nobiltà. Non era dunque ancora il possedimento delle magistrature che si contrastasse ai gentiluomini; si voleva solamente, che fossero gl'immediati rappresentanti della nazione. Ma più volte a dispetto dell'incontrastabile diritto dei cittadini i consoli regnanti s'arrogarono l'elezione dei loro successori.
[245] _Galv. Flam. Man. Flor. c. 215. Scr. Rer. Ital. XI, p. 655._
[246] _Galv. Flam. Man. Flor. c. 223. Scr. Rer. It. t. XI, p. 657._
[247] _Il consiglio di credenza._
Forse in un modo più preciso e conveniente aveva la repubblica di Bologna divisi i suoi poteri, comechè non sia facile il precisar l'epoca della costituzione di cui ci danno notizia i suoi storici[248]. L'autorità sovrana era in Bologna divisa fra tre consigli, i consoli ed il podestà. La città dividevasi in quattro tribù e quaranta elettori, scelti a sorte dieci in ogni tribù, eleggevano ogni anno, rispettivamente nella propria, i cittadini degni di formare i tre consigli. Tutti i cittadini giunti all'età di diciott'anni erano ammessi al consiglio generale, esclusi però i bassi artigiani e quelli ch'esercitavano una vile professione; il consiglio speciale era composto di seicento cittadini; e quello di confidenza, nel quale avevano luogo di pieno diritto tutti i giureconsulti di Bologna, di un numero assai minore. Tutte le decisioni di qualche importanza dovevano ricevere la sanzione da questi consigli, ma ne era riservata l'iniziativa ai soli consoli ed al podestà, o per lo meno un cittadino non poteva senza il loro assenso proporre un progetto e prender parte alla discussione. Il più delle volte le proposizioni fatte dai consoli si discutevano soltanto da quattro oratori che avevano l'incarico di parlare a nome del popolo; e gli altri consiglieri non avevano la parola e davano il loro voto con palle bianche e nere. A questa influenza dei magistrati sulle deliberazioni, la nobiltà, in onta d'una costituzione quasi democratica, andò lungo tempo debitrice della conservazione del suo potere. Il Ghirardacci, lo storico migliore di Bologna, non ritrovò sicure notizie intorno al modo con cui eleggevansi i consoli: il podestà nominavasi ogni anno in settembre in tal maniera. Fra i membri del consiglio generale e speciale estraevansi a sorte quaranta cittadini, che venivano rinchiusi assieme, e sotto pena di perdere il diritto d'elezione dovevano entro ventiquattr'ore aver fatta la nomina colla maggiorità di ventisette voti. Spesse volte i consigli indicavano agli elettori la città in cui dovevano prendere il podestà. Questo magistrato non poteva scegliersi tra i parenti di verun elettore fino al terzo grado, non poteva possedere beni stabili nel territorio della repubblica, doveva esser nobile, d'età non minore di trentasei anni, ed avere buon nome. Fatta la scelta, scrivevasi a nome del comune all'eletto per invitarlo a venire a prendere possesso della carica che gli era offerta, ed accettare l'onore che la repubblica gli faceva[249].
[248] _Il Sigonio de Reb. op. omn. t. III, ad an. ed il Ghirardacci l. II, p. 63_, riportano questa costituzione all'anno 1128. Tale epoca parmi anteriore assai all'origine di quasi tutte le istituzioni di cui parlano.
[249] Il Ghirardacci scrive che i consoli ed i pretori governavano a vicenda la repubblica e talvolta congiuntamente, e che l'ultimo aveva la stessa autorità dei consoli, ed inoltre le insegne del potere, cioè il cappello, lo stocco e lo scettro, e che dall'usare queste insegne di podestà venne ai pretori il nome di podestà. _N. d. T._
Somiglianti leggi press'a poco erano state fatte dalle altre città libere: in ogni luogo la costituzione aveva sofferto qualche cambiamento, e le contrarie pretese dei due opposti partiti che desideravano introdurvene di più grandi, eransi già apertamente manifestate. Le generali rivoluzioni dell'Impero tennero alcuni anni sospesi questi umori, che si svilupparono nuovamente con terribili sintomi quando gl'imperatori ed i papi, venuti tra loro a nuove contese, si procacciarono in tutte le città il favore delle fazioni da loro tenute vive.