Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 12

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(1176) Intanto Wicman arcivescovo di Maddeburgo, Filippo arcivescovo di Colonia, e tutti i vescovi e principi di Germania cui Federico erasi diretto, avevano adunati i loro vassalli, ed erano preparati a soccorrerlo. Si mossero nella seguente primavera, e perchè la strada dell'Adige era guardata dai Veronesi, s'avanzavano attraversando il paese dei Grigioni per l'Engadina e la contea di Chiavenna fino al lago di Como. Quando l'imperatore fu avvisato del loro arrivo in Italia, partì segretamente da Pavia, ed attraversando sconosciuto il territorio milanese, venne a riceverli a Como. Postosi alla loro testa in sul finire di maggio, andò contro il castello di Legnano nel contado del Seprio. I Comaschi militavano sotto le sue bandiere, e le milizie dei Pavesi e del marchese di Monferrato disponevansi a raggiungerlo.

I Milanesi che trovavansi i primi esposti alle offese, mostravano una straordinaria energia. Fino in gennajo avevano fatto rinnovare il giuramento che gli univa alle altre città lombarde, ed assicurava loro i comuni soccorsi. Avevano formate alcune coorti di cavalleria scelta, una delle quali chiamata _della morte_ era composta di novecento soldati che avevano giurato di morire per la patria piuttosto che ritirarsi; l'altra detta del _Carroccio_ era formata di trecento giovani delle principali famiglie, i quali con uguale giuramento eransi vincolati alla difesa del palladio della loro patria. Gli altri cittadini divisi in sei battaglioni seguivano le bandiere delle sei porte, e dovevano combattere sotto gli ufficiali del proprio quartiere[218].

[218] _Sigon. de Reg. Ital. l. XIV, p. 330. — Galv. Flamma Manip. Flor. c. 205, p. 650. — Romualdi Salern. Chron. t. VII, p. 215._

Il sabato 29 maggio i Milanesi ebbero avviso che l'imperatore non era più di quindici miglia lontano dalla loro città. Benchè dei soccorsi che aspettavano dai confederati non avessero avuto ancora che le milizie piacentine ed alcune centurie scelte di Verona, di Brescia, di Novara e di Vercelli, fecero sortire il carroccio dalla città e si mossero contro di Federico prendendo la strada che da Milano conduce al Lago maggiore. Fermatisi presso Barano nella pianura che divide l'Olona dal Ticino, staccarono settecento cavalli per riconoscere il nemico; i quali non tardarono a scontrarsi in trecento Tedeschi seguiti a poca distanza dal grosso dell'armata. Essi li caricarono con vigore, ma dovettero ripiegare bruscamente verso il loro Carroccio trovandosi addosso tutta l'armata di Federico. I Milanesi vedendo avanzarsi contro di loro a galoppo la cavalleria tedesca, gittaronsi in ginocchio e fecero la loro preghiera ad alla voce a Dio, a s. Pietro, ed a s. Ambrogio; indi spiegando i loro stendardi si mossero arditamente contro i nemici. La compagnia del carroccio piegò un istante, e le truppe imperiali vi s'avvicinarono tanto, che s'incominciò a temere che cadesse nelle loro mani: perchè vedendolo la compagnia della morte, ripetendo ad alta voce e con entusiasmo il giuramento fatto di morire per la patria, gettaronsi con tanto impeto sulle truppe allemanne che atterrarono lo stendardo imperiale. Federico stesso che combatteva nella prima linea fu rovesciato da cavallo, e posta in fuga la colonna da lui comandata ed inseguita dai Lombardi per lo spazio d'otto miglia. I fuggiaschi che non caddero sotto le loro spade, dovettero precipitarsi nel Ticino, o rendersi prigionieri. Quasi tutti i Comaschi perirono sul campo, o perdettero la libertà per essere contro di loro più vivo l'odio de' Lombardi, che li risguardavano quali traditori della causa comune. Tutte le più ricche spoglie del campo rimasero ai vincitori, i quali per colmo della loro gloria seppero ben tosto, che Federico non trovavasi coi soldati fuggiaschi, che i suoi fedeli avevano cercata in vano la sua persona o il suo cadavere, e che l'imperatrice rimasta a Pavia, omai più non dubitando della di lui perdita, aveva vestito il corrotto[219].

[219] _Vita Alex. III, a Car. Ar. 467. — Sire Raul p. 1192. — Otto de Sancto Blas. Chron. c. 13. p. 882. — Corradi Abbatis Usperg. Chron. p. 297. Edit. Basil. 1569. — Baron. ad an. § 17. — Trist. Calchi Hist. Patr. l. XII, p. 278._

Ma Federico non era stato ucciso nella battaglia di Legnano, come supponevasi, e dopo pochi giorni ricomparve a Pavia, solo, avvilito, diviso da quella florida armata con cui credeva di soggiogare l'Italia, e che ora valicava disordinata le Alpi per salvarsi dal ferro italiano. Abbandonato sul campo di battaglia tra i suoi nemici, sottraendosi alle loro ricerche, ottenne dopo molti stenti di ricoverarsi nella sola città ancora fedele.

Erano già decorsi ventidue anni da che questo monarca aveva la prima volta devastato il territorio milanese, e, durante questo lungo intervallo, aveva successivamente condotte o chiamate in Italia sette formidabili armate dal fondo della Germania[220]. Per lo meno un mezzo milione d'uomini aveva prese le armi a suo favore e sparsi torrenti di sangue; ma dopo vittorie più strepitose che utili terminò coll'essere disfatto in distanza di poche miglia dal luogo in cui ottenne le prime vittorie. I pontefici romani avevano contro di lui provocate le vendette del cielo; ed i suoi partigiani vedevano nelle proprie e nelle sue sventure la mano di Dio. Non gli rimaneva dunque altro partito che quello della pace, e Federico la ricercò di buona fede.

[220] Federico fece la prima impresa d'Italia in ottobre del 1154, la seconda in luglio del 1158. L'imperatrice gli condusse una terza armata per l'assedio di Crema in luglio del 1159. I principi allemanni scesero in Italia colla quarta l'anno 1161, che fu quella che distrusse Milano. Del 1166 Federico alla testa d'una quinta armata s'avanzò fino a Roma e perdette le sue truppe per la febbre _maremmana_, si consumò quasi tutta la sesta armata nell'assedio d'Alessandria, e la settima finalmente fu battuta dai Milanesi a Legnano l'anno 1176.

Spedì dunque al papa gli arcivescovi di Maddeburgo, di Magonza e di Worms, per entrare con lui in negoziazioni. Giunti alla città d'Anagni, ove allora risiedeva il pontefice, vennero ammessi in pieno concistoro. In questa prima udienza Alessandro dichiarò loro in termini positivi, ch'egli non separerebbe giammai la sua causa da quella dei Lombardi, del re di Sicilia e dell'imperatore d'Oriente. Non pertanto nelle segreta conferenze isolò poc'a poco i suoi interessi da quelli de' confederati.

Siccome Federico non pretendeva più dal papa nuovi privilegi, le trattative diventavano semplicissime, nè ammettevano ulteriori difficoltà. Gli si chiedeva che abiurasse lo scisma e gli antipapi da lui nominati; e rispetto a ciò Federico chiedeva che dopo l'abiura anche i prelati addetti alla sua fazione fossero ammessi in grazia della Santa Sede e riconfermati nelle loro cariche. Tali articoli furono ben tosto accettati dalle parti[221]. Non era così facile l'accordare gl'interessi dell'imperatore con quelli de' Lombardi; per discutere i quali il papa prometteva di passare in Lombardia, ove avrebbe presieduto all'adunanza delle città confederate. Ed in pendenza di queste trattative le parti stipularono una tregua generale per tutta l'Italia.

[221] _Vita Alex. III, p. 467._

Se l'imperatore avesse prima adottata la via delle amichevoli trattative, non avrebbe sofferte le ultime traversie, nè perduta quella somma influenza che poteva esercitare sulle repubbliche italiane. Si può vederne la prova nell'apertura delle conferenze. I repubblicani non ardivano negare gli antichi diritti dell'Impero; ed erano contenuti da un natural rispetto verso le persone e verso le leggi, che loro vietavano di segnare i confini dell'autorità di colui contro il quale avevano però osato di combattere e di sconfiggerlo. Quando Federico cessò d'essere il loro nemico, fu ancora il loro monarca. Aveva in ogni città dei partigiani e specialmente tra i gentiluomini, che dichiaravansi i protettori delle prerogative imperiali; e la vanità, l'ambizione, l'avarizia non erano pienamente soddisfatte che coi favori della corte. I partigiani di Federico adoperavansi destramente per risvegliare fra i popoli le sopite gelosie che in addietro dividevano le città, onde staccare alcune comuni dalla confederazione.

I Cremonesi furono i primi a sciogliersi da quel legame che aveva salvata la Lombardia. Erano stati in ogni tempo nemici dei Milanesi, ed alleati dei Pavesi: arbitrarie vessazioni gli avevano staccati dal partito imperiale, ed uniti alla lega, ma col tempo indebolitasi la memoria delle ricevute offese, il loro odio si spense: all'epoca dell'assedio d'Alessandria i Cremonesi erano già stati notati di poco zelo. Federico offerse loro la riconferma dei loro privilegi, di non prender parte all'elezione de' consoli e di accordar loro parzialmente tutto ciò che i confederati chiedevano per tutte le città, a condizione che ritornassero all'antico partito, fidandosi al loro protettore, al loro amico che loro stendeva le braccia[222].

[222] _Vita Alex. III, p. 469. — Istoria di Cremona d'Ant. Campi pittore ed archit. Cremon. dedicata a Filippo IV d'Austria verso il fine del I libro, p. 24. — Romual. Salern. Chron. p. 217._

I Cremonesi accettarono le offerte di Federico e soscrissero un atto d'alleanza, che il loro storico Campi estrasse dagli archivj della città. Dichiararono subito ai Lombardi che rinunciavano alla federazione, essendo garantiti dal loro nuovo alleato di essere potentemente soccorsi qualunque volta la lega tentasse di punire la loro mala fede. I Tortonesi ne seguirono l'esempio; onde le altre città ed il papa se ne sdegnarono e temettero a ragione che potesse avere le più triste conseguenze.

(1177) Intanto il papa erasi imbarcato sulle galere del re di Sicilia coll'arcivescovo di Salerno e col conte d'Andria che questo monarca spediva in qualità di ambasciatori al congresso[223]. La tempesta gli spinse sulle coste della Dalmazia a Zara[224], città non ancora visitata da verun papa, per cui non isbarcarono a Venezia che il giorno 24 di marzo. Il papa fu alloggiato nel monastero di san Nicolò _del Lido_. Benchè non a Venezia, ma in Bologna dovesse tenersi il congresso, ciò null'ostante quando l'imperatore, che trovandosi a Cesena, seppe l'arrivo del papa a Venezia, gli rimandò i medesimi commissarj, che avevano già trattato con lui, ad oggetto di fargli sentire come avendo Cristiano arcivescovo di Magonza suo arcicancelliere fatta una sanguinosa guerra ai Bolognesi, non potrebbe fermarsi in quelle città per i maneggi di pace, senza risvegliare la loro animosità contro di lui.

[223] Uno degli ambasciatori, Romualdo arcivescovo di Salerno, storico da noi rammentato più volte con lode, ci ha lasciata una assai circostanziata ed interessantissima relazione del suo viaggio e della sua missione. Siamo ben fortunati d'averla, perchè all'epoca presente ci abbandonano quasi tutte le guide che fin qui diressero la nostra narrazione. Questa relazione che comincia nella cronaca di Romualdo _t. VII, p. 217_, viene ancora riportata negli Annali del Baronio all'anno 1177.

[224] Il soggiorno del pontefice a Zara risguardato senza dubbio come una specie d'esiglio, diede motivo cento cinquant'anni più tardi all'invenzione d'un favoloso racconto, ripetuto poi ciecamente da tutti gli storici del quattordicesimo e quindicesimo secolo. Si disse che il papa, salvandosi sul mare adriatico dallo sdegno di Federico, venne travestito a procacciarsi un asilo in Venezia; dove, dopo alcuni mesi che vi esercitava in un'isoletta la professione di giardiniere, fu riconosciuto. Allora il doge ed il senato si affrettarono di rendergli i più grandi onori; e venuto a riclamarlo con una potente flotta Ottone figliuolo di Federico, i Veneziani lo sconfissero e fecero prigioniero. Che per tale avvenimento Federico risolse di far la pace; e che ricevuto in Venezia, quando s'accostò per baciare il piede al papa, questi glielo pose bruscamente sul capo, pronunciando queste parole: _Ambulabis super aspidem et basiliscum et conculcabis leonem et draconem_: cui l'imperatore rispose: _non tibi sed Petro_, ed il papa replicò: _et mihi, et Petro_. — _Vita Alex. III, ex Amalrico Augerio Scrip. Rer. It. t. III, p. II, p. 373. — Gio. Villani l. V, c. III. — Malavolti Istoria di Siena p. I, l. III, p. 34. — Corio storia di Milano p. I, p. 60. — Il Baronio che smentisce questo racconto ad an. § 4 e segu._ Questo romanzo caro ai Veneziani fu illustrato dai più celebri pittori, che ne fecero l'argomento dei quadri che adornano la magnifica sala del gran consiglio della repubblica. Si mostravano non senza orgoglio agli imperatori che visitavano il palazzo di san Marco.

La scelta del luogo in cui si aprirebbero le conferenze, era difficile e diede argomento a lunghe discussioni. I Lombardi offerivano l'alternativa tra Bologna, Piacenza, Ferrara e Padova, tutte città della lega, e perciò sospette agl'imperiali. I Tedeschi invece proponevano Pavia o Ravenna per lo stesso titolo di parzialità sospette ai Lombardi, perchè la prima era sempre stata loro nemica, e l'altra aveva di fresco rinunciato alla lega per fare separatamente la pace coll'imperatore. Finalmente fu proposta Venezia i di cui interessi erano affatto separati da quelli della lega lombarda. Vero è che da principio aveva presa parte alla confederazione, e in appresso, senz'essersi formalmente rappacificata coll'imperatore, aveva di concerto colle truppe imperiali spedita una flotta all'assedio d'Ancona. Poteva perciò risguardarsi come naturale, onde i Lombardi furono contenti di aprirvi le conferenze coi deputati imperiali, a condizione per altro che il doge ed il popolo di Venezia prometterebbero con giuramento di non ricevere nella loro città l'imperatore avanti che fosse segnata la pace. Temevasi che assistendo questo principe ad una dieta, rispetto alle persone che la componevano, rassomigliante a quella di Roncaglia, vi ricuperasse colla sua presenza tutte le prerogative ch'egli si era colà usurpate; e che in cambio di ricever la legge, terminasse col darla egli all'assemblea[225].

[225] Il Muratori ne conservò, disser. XLVIII, p. 277, il documento intorno al quale aprirono questa discussione intitolata: _Petizione preliminare indirizzata a nostro signore l'imperatore dai rettori di Lombardia, Marca, Venezia e Romagna_.

Il congresso s'aprì dunque in Venezia verso la metà di maggio. I principi tedeschi, i principali prelati di Lombardia, i rettori delle città, i marchesi ed i conti si radunarono in presenza del popolo. I confederati vollero che s'incominciassero le trattative colla difficile quistione dei diritti signorili controversi tra le città ed il monarca. Essi domandavano che i diritti dell'Impero sulle città fossero stabiliti in conformità di quelli ch'erano in uso ai tempi d'Enrico V, e volevano in oltre che nel caso di disparere in ordine alla loro estensione si stesse al giuramento che darebbero i consoli d'ogni città rispetto alla pratica locale. D'altra parte convenivano espressamente intorno alla prestazione del _fodero_ reale, o diritto di approvigionamento per l'imperatore e suo seguito in occasione del suo passaggio; alla _pavata_ o tributo per rifar le strade quando l'imperatore andava a Roma a prendere la corona imperiale, al diritto di _spedizione_ ossia marcia dei vassalli sotto le bandiere imperiali. Domandavano in compenso, che l'imperatore riconoscesse formalmente il diritto d'essere governati dai consoli da loro scelti, che annullasse qualunque carta accordata in pregiudizio dei loro privilegi, che sanzionasse la prerogativa di mantenere ed accrescere le fortificazioni della propria città, che accordasse un'assoluta amnistia del passato, che gli autorizzasse a mantenere la confederazione lombarda, lasciando in loro arbitrio il riconfermarla con mutui giuramenti quando loro piacesse, non escluso pure il giuramento di difendersi contro l'imperatore o suoi successori, qualunque volta il monarca movesse guerra alla Chiesa, o ad alcuna delle città federate. Chiedevano ancora che l'imperatore confermasse le sentenze pronunciate dai giudici durante la guerra, che i prigionieri fossero vicendevolmente restituiti senza prezzo, e per ultimo che le possessioni feudali e regali fossero mantenute _in statu quo_ secondo le antiche costumanze attestate dai consoli.

Ben diverse erano le pretese dell'imperatore nel modo che furono proposte a Venezia da Cristiano arcivescovo di Magonza. Lasciava in arbitrio de' Lombardi lo scegliere una di queste proposizioni: cioè di stare alla sentenza pronunciata contro di loro in Roncaglia l'anno 1158 dai giudici di Bologna, o di prendere per regola dei diritti rispettivi quelli ch'erano in vigore sotto il regno d'Enrico IV[226].

[226] _Baron. ad an. §. 78. — Romuald. Archiep. Saler. Chron. p. 225._

Il console di Milano Gherardo de' Pesci che assisteva alle conferenze, e che aveva presa la parola per i Lombardi, protestò a nome de' confederati contro la sentenza dei giudici bolognesi, che era, com'egli diceva, un editto dell'imperatore, e non un giudizio tra le due parti. Rispetto alla seconda proposizione oppose, che Enrico IV, il fautore d'uno scisma, ed il nemico dei più illustri pontefici, non era altrimenti un re, ma un tiranno; talchè non potevansi distinguere tra le sue azioni quelle che procedevano dalla violenza del suo carattere da quelle che erano conformi alle reali prerogative. Dopo ciò discese alla proposizione che avevano già fatta i Lombardi, val a dire, di regolare i reciproci diritti dietro le costumanze ricevute duranti i regni di Enrico V, di Lotario, e di Corrado[227].

[227] _Sire Raul p. 1192, 1193 — Baron. ad an. 1177, §. 82, 85 — Romualdus Salernit. Chron. p. 225._ — Abbiamo, è vero, uno storico lombardo contemporaneo, Sicardo vescovo di Cremona, ma egli parlò di questo negoziato, e della guerra che lo precedette, senza circostanziare i fatti particolari che non avremo motivo di citarlo altra volta. Intorno a questo trattato veggasi _Sic. Chron. t. VII p. 602_.

Tutti gli storici lombardi, tranne Sire Raul, ci mancano a quest'epoca, ed anche questo non consacrò più di dieci linee intorno alle conferenze di Venezia, dimodochè siamo costretti di consultare gli scrittori ecclesiastici, nei quali era ben naturale che venissero ommesse tutte le ragioni delle lagnanze accennate da Sire Raul contro Alessandro per aver mancato alla fede data ai Lombardi, ed essersi riconciliato coll'imperatore senza provvedere alla loro sicurezza. Per lo contrario, se dobbiamo dar fede a Romualdo di Salerno che assistette a queste conferenze come ambasciatore del re di Sicilia, Federico non acconsentì alla tregua che il papa proponeva per accomodamento, se non quando il papa gli accordò il godimento per quindici anni dell'eredità della contessa Matilde[228].

[228] _Sire Raul, p. 1192-1193 — Romualdus Salernit., p. 223 — Baron. §. 82, 85._

Ad ogni modo sembrava che una tregua potesse essere il solo mezzo di dar la pace all'Italia, poichè non era possibile di convenire intorno alle opposte pretese e conchiudere un trattato definitivo. Alessandro propose perciò una tregua di quindici anni col re di Sicilia, e soltanto di sei coi Lombardi. Federico, senza rifiutarvisi positivamente, chiedeva d'avvicinarsi al congresso per facilitarne i trattati. Di consenso del papa abbandonò la Pomposa, delizioso palazzo in cui faceva la sua dimora presso Ravenna, per istabilirsi a Chiozza; ma quando si seppe essere arrivato in questa città posta nella laguna alla distanza di sole quindici miglia da Venezia, quei Veneziani che favorivano la sua parte, importunavano il Doge perchè lo ricevesse nella capitale; rimostrando non potersi senza indecenza lasciare il capo dell'Impero esigliato in una miserabile bicocca; che avendo Alessandro acconsentito che venisse fin là, non aveva più ragione d'impedire ch'essi soddisfacessero al dover loro, accogliendolo in una maniera conforme alla sua dignità[229]. Federico, avvisato di questi movimenti, ricusò a bella prima di sottoscrivere i due trattati che gli si presentarono; ma quando seppe che il papa e gli ambasciatori siciliani per timore della sua venuta disponevansi ad abbandonare Venezia, approvò gli articoli convenuti dai suoi plenipotenziari. Il giorno 6 luglio, il conte Enrico di Dessau giurò, per parte dell'imperatore ed in suo nome, una pace perpetua colla Chiesa, una pace di quindici anni col re di Sicilia, ed una tregua di sei anni da incominciarsi il primo agosto seguente coi Lombardi[230]. Durante questa tregua, i beni e le persone dei membri della lega dovevano godere ne' domini imperiali di una piena sicurezza e degli avvantaggi che vi si godono in tempo di pace; ed a vicenda le stesse immunità venivano accordate ai sudditi dell'imperatore nelle terre de' Lombardi. I consoli ed i consigli di credenza così delle città confederate, come di quelle che stavano per l'imperatore, dovettero giurare nella pubblica assemblea, ed a nome del popolo, che osserverebbero la tregua, e non farebbero ingiuria nè alle persone nè alle proprietà.

[229] _Romualdi Salern. Chron. p. 226._

[230] _Baron. Ann. §. 29 — Instrumentum treguæ apud. Murat. Antiq. Ital. disser. XLVIII, p. 283._

Fu ancora convenuto che ogni città dei due partiti nominerebbe due arbitri _Treguari_, ossia difensori della tregua, che avrebbero il carico di terminare le contese che potessero aver luogo tra i membri delle opposte parti, cosicchè per particolari ingiurie niuna persona potrebbe avanti che siano terminati sei anni di tregua farsi ragione colle armi.

Finalmente l'imperatore rinunciava in tal tempo al diritto di chiedere il giuramento di fedeltà da verun membro della lega[231].

[231] La tregua si dichiarò comune, da una parte a Federico ed al suo partito, cioè Cremona, Pavia Genova, Tortona, Asti, Alba, Torino, Ivrea, Ventimiglia, Savona, Albenga, Casal sant'Evaso, Monvelio, Imola, Faenza, Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Rimini, Castrocaro, i marchesi di Monferrato, Vasto e Bosco, ed i conti di Biandrate e di Lomellina. Dall'altra parte alla società dei Lombardi, composta a quest'epoca di Venezia, Treviso, Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Ferrara, Mantova, Bergamo, Lodi, Milano, Como, Novara, Vercelli, Alessandria, Carnesino, Belmonte, Piacenza, Bobbio, Reggio, Modena, Bologna, il marchese Malaspina e gli uomini di S. Cassano e di Doccia.