Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)

Part 11

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La prima operazione che facesse l'arcivescovo di Magonza tostochè s'avvicinò ad Ancona, fu quella di devastarne il territorio, facendo svellere le viti, gli ulivi, ed ogni altro albero fruttifero, e distruggendo tutto quanto poteva servire d'alimento agli uomini. Da principio cercarono gli Anconitani di opporsi a tanta ruina, ma non sentendosi abbastanza forti per mantenersi in campagna, perchè era assai limitata la popolazione della città, e di questa ancora parte trovavasi lontana per oggetti di commercio, si videro costretti a ridursi entro le mura, dopo aver sofferto qualche perdita.

Ancona era mal provveduta di vittovaglie, sì perchè il raccolto del precedente anno non fu abbondante, come perchè gli abitanti non credendosi minacciati d'assedio vicino, aspettavano il prossimo raccolto per riempire i loro granai. Ma la presente messe fu distrutta dal fuoco nemico senza che gli Anconitani potessero mettere nulla in salvo, ed il porto era chiuso dalla flotta veneziana, onde a mezza estate incominciarono a soffrire la fame. N'ebbe avviso l'arcivescovo, il quale, quantunque avesse già accostato alle mura e baliste e torri movibili, aveva però evitato ogni incontro, nè tentato verun assalto contro la città. Supponendo adesso di trovare i cittadini indeboliti dalla fame, fece suonare la carica, ed avanzar l'armata fin sotto le mura per dare un generale assalto. I cittadini riuniti dal martellare delle campane uscirono contro ai nemici combattendo valorosamente. La flotta veneziana approfittando del tumulto s'accostò alla città per isbarcare la truppa sulla spiaggia; ma avendo i consoli opposte loro le compagnie del porto, continuarono col rimanente della milizia a combattere contro gl'imperiali, che furono respinti fino al di là delle loro macchine, senza che però ardissero incendiarle, venendo difese dagli arcieri che gettavano una grandine di freccie e di sassi. Ciò vedendo una vedova nominata Stamura, prese un legno acceso, e lanciandosi verso le torri in mezzo alle freccie, non si ritirò finchè non fu sicura che il fuoco appiccato alle macchine non poteva più essere spento. Incendiate tutte le macchine d'assedio, i Tedeschi battuti allontanaronsi dalla città, e gli Anconitani levarono dal campo molti cavalli, di cui nutrironsi alcun tempo. Anche i Veneziani furono costretti di ritirarsi colla perdita di molti uomini, resa più grande pochi giorni dopo. Gli Anconitani, approfittando di un vento di mare gagliardissimo, fecero tagliare da alcuni palombari le gomene delle ancore, e s'impadronirono di sette navi portate dal vento sulla spiaggia della città[204].

[204] _Boncompagni Obsidio Anconae c. 4. p. 931._

Malgrado questi passaggieri avvenimenti, la situazione degli Anconitani diventava ogni giorno peggiore. Cercarono perciò di far la pace coi loro nemici; e fecero offrire a Cristiano una grossa somma d'oro perchè levasse l'assedio; ma questi rispose che aveva giurato di non accordare capitolazione, e che non rimaneva loro verun altro partito che di darsi essi e la città a discrezione.

Il deputato fu ammesso a render conto della sua missione in presenza dei consoli e del consiglio generale; i quali avanti di nulla risolvere incaricarono dodici uomini probi di prender conoscenza in tutta la città de' viveri che ancora rimanevano e di darne conto all'assemblea. A fronte dell'estrema diligenza adoperata dai delegati non solo nelle case dei cittadini, ma ancora ne' ripostigli delle chiese, non trovarono che sei sacchi di frumento e nove sacchi di grano primaticcio[205]. Pochi giorni avanti erasi fatta ricerca di uovi per medicare le ferite, e non se ne trovarono dodici in tutta la città, che allora aveva dodici mila abitanti d'ambo i sessi.

[205] L'autore dice due, e tre moggia. La misura attuale d'Ancona si chiama rubbia, e pesa seicento quaranta libbre di dodici once. Ho supposto che sia l'antico moggio.

All'indomani i dodici delegati esposero all'assemblea il risultato delle loro ricerche, cui i cittadini non risposero che coi gemiti. Sembrava omai impossibile a tutti il poter sottrarsi all'infelice loro destino; e molti proponevano d'arrendersi, altri esser meglio morire combattendo che sopravvivere alla ruina della patria, quando un vecchio cieco di quasi cent'anni, appoggiandosi al suo bastone, si levò in mezzo dell'assemblea e disse: «Cittadini d'Ancona, io ero console di questa città quando il re Lotario l'assediò con una potente armata. Pretendeva ridurci in servitù; ma fu forzato di ritirarsi vergognosamente. Prima e dopo di lui altri re ed imperatori che assalirono la nostra patria, non ebbero miglior successo. Qual vergogna per noi se questa città che resistette alla loro potenza, cedesse ora ad un prete, ed un vescovo trionfasse dei nostri soldati? Rammentate, o cittadini, la mala fede de' nemici e l'odio de' Tedeschi contro il nome latino: non vi sovviene più di Milano che Federico ha poc'anzi distrutto malgrado le contrarie promesse? e tenete per fermo che la vostra dedizione all'arcivescovo di Magonza sarebbe il maggiore de' vostri mali. Fate adunque un estremo sforzo per ottener soccorso dai vostri alleati; e, se non riesce, gettiamo in mare colle nostre mani tutte le nostre ricchezze per toglierle al vincitore, ed andiamo a morire combattendo valorosamente contro di lui[206].»

[206] _Boncompagni Obsidio Anconae c. 10. p. 933._ I discorsi che si attribuiscono ai personaggi storici sogliono considerarsi come verosimili invenzioni dello scrittore: ma quand'anche il presente fosse di Buoncompagni e non del vecchio cui viene attribuito, l'avversione che l'autore manifesta per la servitù dei preti non sarebbe meno notabile in un professore guelfo di Bologna, che in un abitante d'Ancona. Sono in un modo o nell'altro le opinioni di quel secolo, e poco monta il sapere chi le manifestasse. Ho abbreviato alquanto il discorso, senza farvi verun altro cambiamento.

Degli alleati d'Ancona che potessero soccorrerla in così pressanti strettezze, non eranvi che la contessa di Bertinoro della nobile famiglia de' Frangipani di Roma, padrona del ricco feudo di Bertinoro in Romagna[207], e Guglielmo degli Aderaldi di Marchesella, uno de' capi del partito guelfo in Ferrara. I cittadini d'Ancona scelsero tre gentiluomini, i quali montati sopra una barca con quanto danaro poteron raccogliere, furono abbastanza avveduti o fortunati per uscir dal porto bloccato dalla flotta veneziana.

[207] Il castello di Bertinoro, che già appartenne alla contessa Matilde, è posto tra Forlì e Cesena vicino a Forlimpopoli.

Intanto la fame non era omai più sopportabile; e consumati tutti i cibi salubri gli si sostituivano carni infette, cuoi, erbe selvatiche, ortiche di mare che strappavansi sotto agli scogli benchè si credessero velenose. Erano gli Anconitani in così misero stato ridotti che appena potevan reggersi in piedi e portar le armi, e soltanto quando erano chiamati dal martellar della campana, l'amor di patria e di libertà rendeva loro lo smarrito vigore, e lanciavansi tra i nemici con tanta forza ed ardire, che questi ne rimanevano sorpresi ed avviliti. Una gentildonna giovane e bella, recandosi con un fanciullo in braccio ch'ella allattava, presso a porta Balista, vide uno de' soldati di guardia giacente in terra, al quale chiedendo la nobil donna perchè rimanesse inattivo, risposele trovarsi in modo consumato dalla fame, che non credeva poter vivere più d'un'ora. «Sono già quindici giorni, soggiunse l'altra, che io non mangio che cuojo bollito, ed il latte incomincia a scemarsi; pure alzati, e se il mio seno ne contiene ancora, avvicina le tue labbra e ristorati per difendere la patria.» Il soldato scosso da queste parole alzò il capo e vergognandosi della generosa offerta della conosciuta gentildonna, presa la rotella e la spada si lanciò con tanto furore tra gli assedianti, che ne uccise quattro avanti di cadere sotto i loro colpi[208].

[208] _Boncomp. Obsidio Anconae c. 11, p. 37._

Gli Anconitani sostennero tante miserie con una costanza senza esempio, perchè da più giorni non avevano veruna notizia de' loro deputati. Giunti questi a Ferrara trovarono in Guglielmo Marchesella e nella contessa di Bertinoro due fedeli e zelanti amici. Il primo, non bastando il danaro portato dagli Anconitani per assoldare la truppa che credeva necessaria all'impresa, obbligò tutto il suo patrimonio ed il suo credito per una grossa somma presa a censo. Alle truppe di Marchesella la contessa aggiunse tutti i suoi vassalli; in modo che si formò un'armata di dodici coorti di cavalleria, cadauna di duecento uomini, e d'un corpo ancora più numeroso di pedoni; la quale s'avanzò all'istante per il territorio di Ravenna, da cui con uno stratagemma eransi fatti allontanare i nemici, che ne occupavano la strada. Il quarto giorno s'accampò sul monte di Falcognara, dalla di cui sommità scoprivasi in distanza di quattro miglia Ancona ed il magnifico suo golfo. Quando fu notte Guglielmo Marchesella ordinò ad ogni soldato di attaccare alla sua lancia due o tre lumi; poi discese alla loro testa il rovescio della montagna, facendo occupare alle sue genti la maggiore estensione possibile. Gli avamposti dell'arcivescovo, ingannati dalla quantità dei lumi, credettero l'armata più numerosa di quel ch'era veramente. L'arcivescovo stesso, spaventato dalle grida di gioja dei soldati, che facevan eco alle esortazioni di Guglielmo e della contessa, e dalle grida degli Anconitani che dal portico della cattedrale vedevano avanzarsi i loro liberatori, diede ordine di ritirarsi. La medesima notte trasportò il campo sulla prima montagna del Piceno, di dove, dopo poche ore di riposo, si rimise in cammino per entrare nel ducato di Spoleti. I Veneziani, vedendosi abbandonati dall'armata di terra, s'allontanarono dalla liberata città, i di cui cittadini, soccorsi dai loro fedeli alleati, approfittarono di quel subito terrore ch'erasi impadronito dei loro nemici, per introdurre in città tanta quantità di viveri che non avessero ad essere affamati da più lungo assedio. Guglielmo Marchesella lasciò presto Ancona per recarsi a Costantinopoli, ove da Manuele Comneno fu magnificamente ricevuto e splendidamente regalato per i soccorsi dati ai suoi protetti[209].

[209] _Boncompagni Obsidio Anconae c. 24. p. 944. — Joan. Cinnami Hist. l. VI, c. 12. p. 131. Bisan. Ven. t. XI._ — Il Cinnamo non parla che della contessa, e le attribuisce una compiuta vittoria sull'armata del prelato. — _Romuald. Salernit. Chron, p. 214._

In quest'anno finalmente furono ridotti a termine i grandi apparecchi di cui occupossi Federico nella lunga sua permanenza in Germania; ed i Lombardi seppero in ottobre, che l'imperatore attraversava le Alpi con un'armata non meno potente di quelle che aveva altre volte condotte contro di loro. Dopo aver superate le Alpi della Savoja, calò in Italia dal monte Cenisio e diede alle fiamme Susa posta a piè dell'Alpi per vendicarsi dell'umiliazione che vi aveva sofferta sei anni prima quando vi passò fuggiasco. Si diresse in seguito contro d'Asti, città da lungo tempo associata alla lega lombarda[210].

[210] _Vita Alex. III, a Card. Arrag. p. 463._

I confederati preferivano all'incertezza di una battaglia generale nella quale tutte le probabilità della vittoria erano per Federico, la lentezza degli assedj in cui le truppe allemanne spossavansi e s'annoiavano. Si ristrinsero perciò a mandare alcuni deputati ai cittadini d'Asti, esortandoli a difendersi coraggiosamente e promettendo loro che, quando stringesse il pericolo, farebbero avanzare un'armata in loro soccorso. Ma gli abitanti d'Asti, spaventati dal numero e dalla ferocia delle truppe condotte da Federico, e soprattutto temendo i Fiamminghi che formavano il nerbo della sua armata, si arresero, recandogli le chiave della città senza combattere.

Allora l'imperatore si mosse verso Alessandria, ove dovevano raggiungerlo le milizie pavesi e quelle del marchese di Monferrato. Intanto le piogge autunnali avevano a dismisura ingrossati i fiumi e ritardata la marcia dell'armata imperiale; lo che accrebbe il coraggio degli Alessandrini, che risguardarono quest'avvenimento come un soccorso del cielo.

Ma a fronte delle piogge, delle nevi e dei rigori dell'imminente inverno, malgrado il terreno fangoso, Federico s'accampò avanti Alessandria. Conobbe a colpo d'occhio che la sola difesa della città dopo il Tanaro, era la fossa che la circondava; non essendosi ancora innalzate nè mura nè torri per sostenere i baluardi, che formati essendo di fango e legati colla paglia, gli fecero dare il nome, che gli è rimasto fino ai nostri giorni di _Alessandria della paglia_[211]. Lusingavasi per ciò di poterla prendere d'assalto, sicchè dopo aver distribuite le macchine da guerra lungo i baluardi, fece suonar la carica: ma gli Alessandrini si difesero così valorosamente, che rispinsero gli assalitori fino al di là delle loro baliste, che furono prese ed abbruciate, mentre i tedeschi fuggivano disordinati verso il campo.

[211] _Romualdi Salern. Chron. p. 213._

Federico non si lasciò ributtare da questa perdita, risoluto di continuare fino all'estremo l'assedio d'una città fabbricata in onta sua. Invano cercarono i suoi generali di sconsigliarlo da un'impresa in cui dovevasi più combattere contro gli elementi che contro gli uomini: il freddo crebbe ben tosto a dismisura, mancarono i viveri al campo, e la diserzione facevasi ogni giorno maggiore. (1175) Egli solo non si scoraggiava, e quattro mesi continui di rigoroso inverno, sempre contrariato dalle inondazioni, dalla fame, dalle malattie, non lo rimossero dall'assedio che andava stringendo sempre più con maggior ardore. Niuno dei mezzi praticati per vincere le città fu da lui trascurato, e l'ultimo fu la mina. Egli fece aprire una galleria che avanzavasi sotto la città: questo lavoro assai malagevole in una stagione piovosa e più in un terreno pantanoso, fu malgrado l'estrema sua lunghezza continuato con tanto segreto, che gli Alessandrini non se ne avvidero che all'istante in cui le truppe imperiali uscivano dalla galleria nella pubblica piazza. Ma prima di questo avvenimento, gli Alessandrini, dopo un assedio di quattro mesi, avevano chiesto soccorso alla lega lombarda.

La dieta erasi adunata in Modena, ove fu appena informata dello stato d'Alessandria, che determinò di far levare l'assedio e di approvvisionarla. Ordinò pertanto di far marciare tutte le truppe delle repubbliche alleate, facendo tener dietro all'armata un convoglio di vittovaglie. Il contingente di tutte le città in cavalleria, in fanteria e danaro per far acquisto di viveri, fu tosto stabilito, ed i consoli di tutti i comuni ne giurarono l'esecuzione. A mezza quaresima l'armata alleata trovossi unita presso Piacenza, di dove si pose in cammino accompagnata da un convoglio di carri, mentre un altro convoglio di battelli rimontava le acque par raggiungerlo sulle rive del Tanaro. La domenica delle palme i confederati s'accamparono presso Tortona in distanza di sole dieci miglia dal quartier generale di Federico; il quale, avvertito del loro arrivo, e disperato[212] di veder andata a vuoto un'impresa cui sembrava attaccato il suo onore e la sua potenza, scese fino al tradimento. Egli offrì agli assediati una tregua per celebrare il venerdì santo, e mentre questi riposavansi sicuri sulla santità del giuramento, fece entrare a notte non molto innoltrata i suoi soldati nella città per la mina che aveva fatto aprire[213]. Per buona sorte le scolte repubblicane s'accorsero del tradimento, e chiamarono all'armi i cittadini. Lo sdegno accresceva le forze degli assediati. Tutti i Tedeschi entrati in città furono uccisi o forzati di precipitarsi dai bastioni, e coloro che trovavansi nella galleria della mina soffocati dal terreno che si fece smottare. Gli Alessandrini aprirono in seguito le porte, e gettandosi furibondi sulle truppe imperiali le fugarono, ed incenerirono la torre di legno preparata per attaccare le loro fortificazioni.

[212] _Sigonius de Regno Ital. Lib. XIV, p. 326._

[213] _Vita Alex. III p. 464 — Sire Raul p. 1292 — Romualdi Saler. Chron. p. 213 — Trist. Calchi Hist. patr. Lib. XII, p. 227 — Ottob. Scribæ Annal. Genuens. l. III, p. 552 — Olio de Sancto Blasio c. 25. p. 881._

Federico respinto dagli assediati, e minacciato dall'armata lombarda, non poteva più lusingarsi di ridurre Alessandria in suo potere; onde la susseguente notte fece metter fuoco al suo campo, ed il giorno di Pasqua s'avviò verso Pavia. I confederati erano accampati in luogo di poter impedirgli il passaggio, e la loro armata assai più numerosa dell'imperiale ne assicurava la disfatta ove fosse stata costretta di venire a battaglia. Ma Federico si credette guarentito dal rispetto che imprimeva ancora la dignità imperiale sull'animo di nemici poc'anzi suoi sudditi, persuadendosi che non lo avrebbero attaccato i primi, e l'avvenimento giustificò i suoi calcoli.

Quando i Lombardi videro le truppe imperiali avvicinarsi a bandiere spiegate, si disposero a sostenere l'urto de' Tedeschi, ma mentre credevano d'essere attaccati, videro i Tedeschi far alto, ed occuparsi come fossero amici a piantare il loro campo. I Lombardi esitarono un istante, e dubitando di farsi colpevoli di lesa maestà, se attaccavano il loro imperatore che s'avanzava confidentemente in mezzo a loro, lasciarono passare la giornata senza decidersi.

La susseguente mattina alcuni nobili, che non erano sospetti ad alcuna parte, si fecero a trattar di pace. L'imperatore rispose alle proposte loro, «che, salvi i diritti dell'Impero, era disposto di porre in arbitrio di giudici scelti dalle parti le contese che aveva co' suoi sudditi.» L'armata lombarda rispose dal canto suo, «che, salva la devozione dovuta alla chiesa romana, e la libertà per cui le città confederate avevano prese le armi, era disposta a sottomettersi al giudizio degli arbitri.» Furono in conseguenza nominati sei commissarj, ai quali le parti affidarono la decisione della loro contesa. I più principali dei Lombardi furono in seguito presentati all'imperatore, che li ricevette in un modo assai lusinghiero. Si convenne da ambo le parti di licenziare le armate; e l'imperatore s'affrettò di congedare la sua, ritirandosi col seguito delle sole guardie e della famiglia a Pavia ove si riposò dalle fatiche sostenute in una campagna d'inverno. I Lombardi presero la strada di Piacenza per restituirsi alle proprie case, e quando giunsero presso questa città si scontrarono nei Cremonesi che preceduti dai loro consoli s'avanzavano per raggiungerli[214].

[214] _Vita Alex. III, p. 465._

Erano i Cremonesi da lungo tempo rimproverati di lentezza negli affari della lega, e l'antica amicizia ch'ebbero coi Pavesi li ritraeva dall'entrare in battaglia contro di loro. Non pertanto quando seppero essersi conchiuso l'accordo senza di loro, vergognaronsi della propria lentezza; ed il popolo in particolare, temendo di essere a parte della vergogna del proprio governo, in un movimento di furore corse alle case dei consoli, e le smantellò, affidando a nuovi magistrati le redini del governo.

L'imperatore parve che si studiasse di accrescere i sospetti che la condotta dei Cremonesi poteva far nascere nell'animo de' confederati, indicando i loro consoli come _sopr'arbitri_, promettendo di rimettersi alla loro decisione quando non andassero d'accordo i sei conciliatori scelti nel campo di Tortona. I rettori che segnarono a nome della lega lombarda il compromesso fatto coll'imperatore, furono Ezzelino da Romano padre del feroce Ezzelino, ed Anselmo da Dovara, padre di Buoso, emulo e compagno di questo tiranno. È cosa veramente notabile che il primo trattato fatto coll'imperatore per guarentia della libertà dei comuni sia stato firmato a nome di questi dai genitori dei due più famosi capi del partito imperiale, dei due più feroci oppressori delle repubbliche[215].

[215] _Compromissum Federici I. et civitatum ap. Murat. Ant. Ital. Dissert. XLVIII, p. 275._

E perchè lo stesso trattato che doveva ristabilire la concordia tra l'Impero e le città lombarde rendesse altresì la pace alla Chiesa, Federico scrisse al papa di mandargli tre legati per trattare con lui, designandoglieli egli medesimo. Furono questi il vescovo di Porto, quello d'Ostia ed il cardinale di san Pietro _ad vincula_[216]. I quali prelati, muniti dei pieni poteri della Santa Sede, si portarono a Lodi ov'erasi adunata una dieta de' rettori delle città lombarde; ed in seguito passarono a Piacenza. Quando l'imperatore seppe ch'erano giunti nelle vicinanze di Pavia, gli fece invitare alla sua corte, ove onorevolmente li ricevette.

[216] _Romualdi Salern. Chronic. p. 214._

La prima loro udienza fu pubblica. Federico aveva fatto innalzare il suo trono sulla gran piazza di Pavia, ove, circondato da' suoi principi, rivolse la parola ai legati in lingua tedesca, invitandoli con gentili maniere ad esporre i motivi della loro missione. Intanto i Pavesi trovavansi riuniti in parlamento. Allorchè l'interprete ebbe tradotto il discorso dell'imperatore, il vescovo d'Ostia, avanzatosi in mezzo dell'assemblea, con aspri e duri modi non sempre stranieri agli ecclesiastici, dichiarò di non poter rendere all'imperatore il saluto finchè lo vedeva ostinarsi nello scisma e nell'impenitenza; quindi riandò tutta l'istoria delle sue persecuzioni verso la Chiesa, impiegando a vicenda le minacce e le preghiere per ridurlo a mutar condotta. Il popolo adunato applaudì questo discorso, e lo stesso Federico assicurò il legato, che, mosso dai patimenti de' fedeli, era disposto a grandi sagrificj per mettervi fine[217].

[217] _Vita Alex. II, a Card. Arrag. p. 466._

Dopo questa pubblica udienza, i legati ed i deputati lombardi ebbero frequenti conferenze collo stesso imperatore e co' suoi ministri, il cancelliere, il vescovo eletto di Colonia, ed il protonotaro. Essi dovevano procurare i vantaggi ancora del re di Sicilia e dell'imperatore di Costantinopoli; ma in fatto furono gli affari della Chiesa intorno ai quali rendevasi difficile ogni accomodamento, e che finalmente furon cagione che si rompessero i trattati. Lo storico d'Alessandro III assicura che Federico chiedeva alcune prerogative che non erano state mai accordate a verun laico, nè pure a Carlo Magno, o al grande Ottone: ma le pretese del papa erano a dismisura cresciute dopo questi due imperatori, e Federico non ridomandava nè meno tutti i privilegi di cui godettero i suoi predecessori. Ad ogni modo i legati protestarono che la loro coscienza e le leggi della Chiesa s'opponevano ai chiesti privilegi. Il congresso si ruppe bruscamente, e gli alleati ritornando alle loro case guastarono le campagne de' Pavesi, de' Comaschi e dei marchesi feudatarj. L'imperatore invece fece alcune incursioni nel territorio alessandrino, ma senza intraprendere colle sole milizie italiane l'assedio d'una città, innanzi alla quale le armate tedesche avevano perduta l'antica gloria.

Mentre ancora duravano le trattative, Federico aveva ordinata in Germania la leva d'una nuova armata, ed aveva pure invitato a prendere le armi Cristiano arcivescovo di Magonza suo vicario nella Toscana e nella Marca. Questo prelato alla testa delle truppe che lo avevano servito nell'assedio d'Ancona, investì il castello di san Casciano ove tenevano una guarnigione i Bolognesi composta di trecento cavalli, ed altrettanti fanti sotto il comando di Prendiparte, uno de' loro consoli. Due altri consoli, Bernardo Vediani e Pietro Garisendi, s'avanzarono contro Cristiano colle milizie bolognesi ed ausiliarie per costringerlo a levar l'assedio. Lo forzarono in fatti ad allontanarsi, ma caddero poco dopo in un'imboscata, e nel corso della campagna ebbero più volte la peggio.