Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 02 (of 16)
Part 10
Nel sortire dall'assemblea marciò, alla testa delle truppe de' vassalli intervenuti, sulle terre di Milano, devastando quella parte di territorio che confinava con quello di Pavia, cioè i distretti di Rosate, d'Abbiategrasso, di Corbetta, di Magenta, ed i paesi posti sulla riva sinistra del Ticino. Le città confederate, prevenute del decreto di proscrizione, radunarono ancor esse un'assemblea, nella quale si obbligarono vicendevolmente a scacciar dall'Italia colui che aveva voluto ridurle a vergognosa servitù. Fissarono in Lodi un corpo di cavalleria bresciana e bergamasca; un altro in Piacenza di Cremonesi e Parmigiani; i quali tosto che seppero invaso dalla truppa imperiale il territorio milanese si avanzarono di concerto colle milizie di Milano per attaccarla[188]. Ma Federico non osò di avventurare una battaglia con gente inferiore di numero ai nemici e di dubbia fede. Egli non aveva che pochissimi soldati tedeschi, perchè quelli che sopravvissero all'epidemia, credendo d'essere stati salvati per particolare favore del cielo, o avevano rinunciato al mondo ed abbracciata la vita monastica, o languivano ancora negli spedali, o vivevano dispersi nella Germania. Colle milizie pavesi e comasche non altro proponendosi l'imperatore, che d'arricchire i suoi partigiani colle spoglie de' villaggi nemici, si ritirò all'avvicinarsi delle truppe della lega al di là dei ponti che i Pavesi avevano gettati sul Ticino e sul Po, ed andò a foraggiare sul territorio piacentino.
[188] _Vita Alex. III, p. 460. — Contin. Acerbi Mor. 1155.-1159. — Trist. Calchi Hist. l. XI, p. 271._
Continuando lo stesso metodo di guerreggiare tutto l'inverno, non tardò ad accorgersi che, invece d'agguerrire con queste piccole scaramuccie i suoi soldati, andava perdendo in faccia ai medesimi tutta la sua riputazione, non essendo permesso ad un imperatore il retrocedere ad ogni istante in presenza di coloro ch'egli trattava da ribelli. (1168) Risolse perciò di passare in Germania nel mese di marzo 1168, ed eseguì con tanta segretezza la presa risoluzione, che i Lombardi stessi che militavano sotto di lui, non ebbero sentore della sua partenza che quando trovavasi già fuori d'Italia nelle terre del conte Umberto di Savoja. Passando per Susa quegli abitanti lo sforzarono a rilasciare tutti gli ostaggi che aveva seco presi, e non gli permisero d'innoltrarsi sulle montagne finchè non ebbero piena contezza, che niuno dei trenta cavalieri o poco più che lo accompagnavano, apparteneva all'Italia[189].
[189] _Baron. An. 1168, § 75.-78. Epist. Johannis Saresberensis ad Sanctum Thomam l. II, ep. 62. In Codice Vaticano._
Il partito imperiale tenuto in piedi soltanto dal coraggio e dai talenti militari di Federico, cadde affatto dopo la sua partenza. I confederati ne approfittarono per attaccare il castello di Biandrate, che presero e distrussero, dopo aver liberati molti ostaggi che v'erano detenuti. Allora gli abitanti di Novara, di Vercelli, di Como, i feudatarj di Belforte e del Seprio domandarono caldamente d'essere ammessi nella lega lombarda, abiurando il partito imperiale[190]. Fecero lo stesso Asti e Tortona: ed il marchese Obizzo Malaspina, che in principio della guerra aveva combattuto per la libertà, approfittò della ricordanza degli antichi servigi, per far dimenticare quelli che aveva di fresco prestati a Federico, ed entrò anch'esso nella lega lombarda[191].
[190] _Contin. Acerbi Mor. p. 1139._ Qui termina il racconto di questo storico, che malgrado la sua parzialità ci riusciva molto utile.
[191] Questo trattato viene riportato dal Muratori nella _diss. XLVIII, t. IV, p. 263_.
E per tal modo non si mantenevano fedeli al partito imperiale che la città di Pavia ed il marchese Guglielmo di Monferrato. O sia che i confederati non si credessero abbastanza forti per ridurli colla forza, o che le vecchie alleanze di molti di loro ne arrestassero le armi, i confederati si astennero dall'usare la violenza per sottometterli, e si limitarono a ridurli in istato di non poter nuocere ai federati, fabbricando fra loro una città soggetta alla lega, che tagliasse la comunicazione fra i due territorj. Per colorire questo progetto tutte le truppe di Cremona, Milano e Piacenza portaronsi al confine dei due stati tra l'alto Monferrato ed il territorio pavese oltre Po, ed in quella vasta e magnifica pianura scelsero un luogo fortificato dalla natura al confluente del Tanaro e della Bormida, due de' più grossi fiumi che scendono dalle montagne poste alla destra del Po. Questi torrenti di un andamento affatto irregolare, non presentano da per tutto una linea insormontabile alle armate, perchè non ugualmente profondi, pure i loro _guadi_ non essendo frequenti nè stabili, e l'ingrossamento delle loro acque accadendo ogni anno nella stagione in cui i Tedeschi sogliono stare in campagna, potevano formare una bastante difesa. Altronde la terra argillosa di quel territorio e profondamente penetrata dall'acqua, si oppone in tempo d'inverno alla marcia de' soldati, ed al collocamento del campo; e nella state gl'immensi strati di ghiaja che i fiumi lasciano scoperti, privi affatto di cespugli e d'arbusti, oltre l'insoffribile calore che tramandano quando sono percossi dal sole, espongono da pertutto ai dardi lanciati dalle mura le truppe che osassero d'avvicinarsi. In questo luogo distante venticinque miglia all'ovest-sud-ovest da Pavia, quindici miglia al nord da Acqui, venticinque al sud da Novara, quindici all'oriente da Asti e quaranta da Milano, i Lombardi fondarono una città destinata a perpetuare la memoria del loro coraggio e del loro zelo per la causa della religione e della libertà; la quale città dal nome del capo della lega, e padre dei fedeli fu chiamata Alessandria. Per renderla più sicura fu circondata di larga fossa in cui si fecero entrare le acque dei vicini fiumi; e per farla ad un tempo potente per ricchezze e per gente, vi traslocarono gli abitanti de' vicini villaggi di Marengo, Garaundia, Berguglio, Unilla e Solestia; ai quali costruirono sufficienti case, e permisero di darsi un governo libero e repubblicano. Gli ammisero inoltre a partecipare di tutti i privilegi per cui i Lombardi avevano prese le armi, e determinarono il papa a fondare in favor loro un nuovo vescovado. Dopo un anno gli Alessandrini misero in campagna quindici mila combattenti di ogni arma[192].
[192] _Vita Alex. III, a card. Arag. p. 460. — Otto de s. Blas. c. 22, p. 880. — Benv. de s. Georg. Hist. Montifter. p. 345. t. XXIII, Rer. Ital. — Trist. Calchi Hist. Patr. l. XI, p. 272. — Oberti Cancel. Ann. Genuenses l. II, p. 324._
CAPITOLO XI.
_Natura della lega lombarda. — Guerre dell'arcivescovo Cristiano luogotenente dell'imperatore contro le città libere. — Assedio d'Ancona. — Federico respinto avanti Alessandria, e battuto a Lignago; tregua di Venezia; pace di Costanza._
1168 = 1183.
Tutti gli affari della lega lombarda prosperavano; l'imperatore era stato vergognosamente scacciato dall'Italia ed abbassati i suoi partigiani, e tranne una sola città, ed un solo gentiluomo, avevano tutti dovuto abbandonare il partito reale ed abbracciar quello delle repubbliche. Milano e Tortona, che Federico aveva voluto distruggere, rialzavansi più floride che mai dalle loro ruine; ed una nuova città, fondata in onta del suo potere, gli chiudeva la marca del Piemonte, la sola che, dopo la lega della marca veronese, gli rimaneva aperta: finalmente quantunque egli dividesse tra i suoi figli l'eredità de' commilitoni che aveva perduti nella fatale impresa di Roma, infiniti ostacoli incontrava nell'allestimento d'una nuova armata che lo mettevano fuor di speranza di vincere la triplice alleanza che gli opponevano la religione, la libertà ed il clima.
Da ambo le parti consumaronsi sei anni in approvigionamenti per nuove guerre. Momento importante, momento unico nella successione de' secoli, in cui l'Italia poteva fondare una repubblica federativa; momento sgraziatamente perduto perchè non produsse che una lega passaggiera, una semplice coalizione.
La circostanza singolarmente favorevole per formare un governo federativo è quella di popoli liberi minacciati da potente invasione. Dove regna la libertà, il principio della forza è l'amor di patria; e quest'amore non è mai così appassionato, nè ricerca l'anima più profondamente che allorquando la patria trovasi chiusa entro stretti limiti, ed entro il ricinto delle stesse mura vi presenta la culla della vostra infanzia, i testimonj, i compagni, i rivali tra i quali dovete distinguervi nella carriera che unica vi è aperta, infine l'intero stato, di cui voi ne dividete la sovranità coi vostri concittadini. Nelle piccole repubbliche ognuno si sforza di elevarsi fino al più alto grado cui può giungere l'uomo; e nelle repubbliche federate finchè la libertà è minacciata da potente nemico, ogni piccolo stato che la compone spiega tutta l'energia di cui è suscettibile. Non lentezza nelle deliberazioni, non esitanza nelle misure, perchè un sommo interesse maggiore d'ogni altro riunisce tutti gli animi. È forza difendersi, vincere, rispingere l'invasione, spezzare il giogo del dispotismo. L'entusiasmo, la di cui potenza è sempre superiore a quella d'un governo, comunque forte si creda, riunisce gli stati separati, e dà un centro d'azione, un centro di potenza a quell'ammasso di repubbliche che risguardavasi come sì debole. Le fazioni che sovente dividono le città, si calmano quando possono riuscir dannose alla indipendenza nazionale; o se si agitano ancora, i loro movimenti rimangono stranieri all'amministrazione generale, ed allora poco importa che trionfi l'una fazione o l'altra, perchè la massa del popolo si dirigerà sempre verso lo stesso scopo. Le federazioni che mancano d'unione e di forza allorchè trattasi di conquistare lontane province, fino dalla loro nascita sono eminentemente energiche per difendere la loro libertà[193].
[193] Il nostro autore avrebbe dovuto avvertire l'enorme disuguaglianza delle città componenti la lega e la ricchezza del loro territorio, potentissimi ostacoli al mantenimento di un governo federativo. _N. d. T._
Se diamo un'occhiata alla storia di tutte le federazioni, non ne incontreremo una sola che nata non sia nell'istante di dover respingere l'attacco d'un oppressore; niuna che non abbia trionfato di nemici infinitamente superiori in numero ed in forze. I re macedoni furono vinti dagli Ateniesi, il duca d'Austria dagli Svizzeri, Filippo re di Spagna dagli Olandesi, Giorgio III d'Inghilterra dagli Americani. L'esempio de' Lombardi è ancora più notabile; non ebbero bisogno d'una federazione, ma bastò loro una semplice lega mal organizzata per iscuotere il giogo del più valoroso e potente imperator d'Occidente. Tanto è vero che ne' piccoli stati in cui il sentimento della patria ha tutto il suo vigore, l'amore della libertà è un'arma vittoriosa contro il despotismo.
Una repubblica federativa in Lombardia non poteva trionfare di Federico Barbarossa che nel modo medesimo con cui trionfò la _società lombarda_; ma la prima dopo il suo trionfo avrebbe saputo meglio preservarsi dalle fazioni, dalle guerre senz'oggetto, dalla corruzione, o dalla tirannia: con una costituzione federativa l'Italia sarebbesi mantenuta libera, e le sue porte non sarebbero rimaste sempre aperte ai conquistatori che si fan giuoco della felicità de' popoli.
Ma il concepimento d'una costituzione federativa è una delle più elevate ed astratte idee che possa produrre lo studio delle combinazioni politiche. Non è quindi maraviglia che uomini appena civilizzati non abbiano potuto afferrarla; che uomini che abborrivano il legame sociale cui erano stati subordinati, uomini che confondevano l'idea della loro salvezza con quella dell'indipendenza della propria città, non volessero ad alcun patto limitare questa indipendenza e rigettassero il pensiero di subordinare alle decisioni di un congresso straniero la pace, la guerra, le imposte, le spese, nel tempo stesso che ricuperavano appunto il diritto di regolare da se medesimi tutti questi oggetti. Dobbiamo compiangerli che non abbiano saputo approfittare più vantaggiosamente della loro situazione, ma dobbiamo ancora scusarli se non seppero innalzarsi a quelle idee che sfuggono talvolta alle meditazioni de' popoli assai più illuminati.
Troppo mancò alla lega lombarda perchè possa risguardarsi come una repubblica federativa, il di cui governo centrale dirizza le relazioni esterne, e ne mantiene la dignità; che anzi si troverà mancante, considerandola solamente come semplice coalizione. Da alcuni atti originali di adesione alla società lombarda, che ci sono stati conservati, vediamo che i confederati promettevano soltanto di non far pace o tregua coll'imperadore e suoi partigiani e di non rallentare la guerra contro di lui senza l'assenso di tutti[194]; promettendo, se Federico scendesse ancora in Italia, d'impugnare le armi contro di lui e contro i suoi aderenti finchè venisse forzato a ripassar in Germania.
[194] _Murat. Diss. XLVIII, p. 265, 266._ — Nella formola del giuramento trovansi queste parole: _neque pacem, neque treguam, neque guerram recruditam cum imperatore faciam_.
Niuna convenzione determinava il numero de' soldati che ogni città doveva all'armata confederata, perchè si suppose che ciascuna adoprerebbe tutte le sue forze per respingere il comune nemico; che quando una delle città più esposte agli attentati del nemico chiederebbe il soccorso delle altre, e si manderebbero tutti i soldati di cui potrebbero disporre senza pericolo. La lega non pensò pure a formare un tesoro pubblico, ed i federati non si obbligavano che all'eventuale contribuzione destinata a rifare i danni della guerra, nel caso che qualche città, soggiacesse alle armi imperiali.
La lega mancava pure di adunanze regolari, alle quali supplivano accidentali unioni dei consoli e dei podestà delle città, che adunavansi per prendere qualche deliberazione in comune, che poi, ritornando alla rispettiva città, assoggettavano all'approvazione de' loro concittadini. I membri del congresso avevano il titolo di rettori dell'associazione delle città, e sceglievano tra di loro un presidente[195].
[195] Giuramento del reggente dell'associazione delle città in gennajo 1176. _Murat. Ant. It. Diss. XLVIII, p. 269._
Nell'assenza dell'imperatore la lega acquistò maggior consistenza, e stendendosi al mezzogiorno d'Italia ricevette i giuramenti delle città della Romagna, Ravenna, Rimini, Imola e Forlì; le quali per altro non sostennero mai con molto zelo la guerra della libertà.
L'imperatore intanto non rimaneva affatto inerte; e, mentre andava allestendo una nuova armata per invadere la Lombardia, cercava con segrete pratiche di separare gli alleati che voleva attaccare. Si provò pure d'entrare in privati trattati col papa, o con Guglielmo re di Sicilia, o con ciascuna delle città; ma tutte le proposizioni che miravano ad isolar gli alleati, furono costantemente rigettate. (1171) Spedì in appresso ai suoi aderenti in Italia, per tenerli a se devoti, Cristiano arcivescovo eletto di Magonza e cancelliere dell'Impero. Questo prelato guerriero attraversò la Lombardia con tanta rapidità, che non si pensò pure ad impedirne la marcia; e giunto in Toscana prese parte nelle guerre di quelle città, strettamente collegandosi con quelle del partito imperiale; ed in tal modo ottenne di formarsi colle loro milizie una ragguardevole armata dipendente da' suoi voleri.
Intanto i Pisani ed i Genovesi continuavano a farsi un'arrabbiata guerra, e la loro discordia aveva divisa tutta la Toscana. Fino del 1169 i Genovesi avevano guadagnata Lucca al loro partito, ed in appresso contrassero pure alleanza con Siena e Pistoja e col conte Guido Guerra il più potente feudatario della Toscana[196]. I Pisani invece eransi collegati con Fiorenza e con Prato, ed essendosi avveduti che l'arcivescovo Cristiano, rappresentante dell'imperatore d'Occidente in Italia, stava per i loro nemici, si rivolsero a Manuele Comneno imperatore d'Oriente, che abbracciava con piacere tutte le occasioni di acquistar credito presso i Latini. Essi spedirono deputati a Costantinopoli, e Manuele ne spedì a loro; ed un'alleanza onorevole e vantaggiosa alla repubblica fu il frutto delle loro pratiche. L'imperator Greco rese ai Pisani le franchigie di cui godevano ne' porti del suo impero, e si obbligò per quindici anni a pagare ogni anno alla città di Pisa cinquecento bisanti d'oro, e due tappeti di seta e quaranta bisanti ed un tappeto al suo arcivescovo[197]. Poteva risguardarsi il danaro come una pensione pagata da uno stato potente ad un debole, ma quella del tappeto, o stoffa di seta è una condizione più straordinaria, un tributo in apparenza umiliante per chi lo dà, glorioso per chi lo riceve; e reca sorpresa che i ministri imperiali lo accordassero. Pure gli ambasciatori greci che dimoravano in Pisa, ammessi in piena adunanza del popolo, convalidarono col loro giuramento questa nuova alleanza.
[196] Intorno ai dominj ed alla successione dei conti Guido veggansi le _ricerche di Fr. Idelfonso da s. Luigi. Delizie degli eruditi toscani t. VIII, p. 89 e 195_.
[197] _Breviar. Pisanae Hist. Rer. Ital. t. VI, p. 186._
Quando Cristiano seppe che i Pisani avevano fatto questo trattato, s'indispose più che prima contro di loro; pure, dissimulando il suo mal contento, visitò come ambasciatore di Federico la città di Pisa, siccome quelle di Genova e di Lucca offrendo (1172) l'arbitramento del suo padrone per decidere le loro liti; ma i Pisani che dovevano aver sospetta la sua imparzialità, ricusarono l'offerta, onde l'arcivescovo adirato li pose al bando dell'Impero, spogliandoli in pari tempo del diritto di battere danaro e della sovranità dell'isola di Sardegna.
(1178) In luglio del susseguente anno, Cristiano finse di voler ristabilire la concordia tra le comuni toscane, onde levò il bando pubblicato contro di Pisa, ed essendosi portato in questa città, stabilì avanti al di lei parlamento, ed alla presenza dei consoli delle città rivali, i preliminari di una pace, della quale fece giurare l'osservanza a tutti i consoli presenti. Non molto dopo convocò un'altra dieta a s. Ginasio in Val d'Arno inferiore, ad oggetto, dicev'egli, di dar l'ultima mano al trattato; ma quando v'arrivarono i magistrati di Pisa e di Fiorenza, lì fece arrestare e chiudere in una carcere[198].
[198] _Cron. di Bern. Marangoni p. 436. Brev. Pis. Hist. t. VI, p. 187._
Siccome Pisa e Fiorenza non eransi ancora dichiarate contro l'imperatore, nè avevano presa parte alla lega lombarda, avrebbe dovuto risguardarsi come ingiusta ed impolitica la condotta di Cristiano, il quale moltiplicava senza necessità i nemici del suo padrone[199]; pure ottenne l'intento che si era proposto, perchè obbligò gli alleati dell'Impero a porsi senza riserva sotto la sua dipendenza, ed a sostenere più vigorosamente ciò che prima non era che una privata contesa. S'egli si fosse limitato all'ufficio di mediatore, sarebbe rimasto senza credito e senza forze: fatto capo di partito, fu posto alla testa d'una potente armata, che allestirono i Pistojesi, i Sienesi, i Lucchesi ed i gentiluomini della Toscana, dell'Ombria e della Romagna; e con quest'armata si fece a devastare il territorio fiorentino.
[199] Le Cronache di Pisa accusano Cristiano d'essersi lasciato guadagnare dall'oro de' Lucchesi.
Non tardarono i Pisani a spedire in soccorso dei loro alleati duecento venticinque cavalli sotto il comando di due consoli; e facendo ad un tempo una gagliarda diversione nel territorio lucchese, richiamarono i Lucchesi a difendere il loro paese. Il 17 agosto a Ponte fosco, ed il 28 a Monte calvoli furono i Pisani vittoriosi dei loro nemici: ma non furono ugualmente fortunati in mare, ove perdettero in un incontro avuto colla flotta genovese più galere che i loro nemici[200].
[200] _Brev. Pisanae Hist. p. 188. An. Genuens. t. II, p. 347. e seguenti._
Quantunque in questa prima campagna l'arcivescovo Cristiano non riportasse alcun segnalato vantaggio, disciplinò la sua armata e la rinforzò assoldando molti soldati tedeschi che, rimasti in Italia dopo la ritirata di Federico, non tardarono a raggiungere gli stendardi imperiali. In principio del susseguente anno Cristiano condusse le sue truppe ad un'impresa di maggiore importanza.
Quantunque la città d'Ancona non avesse presa parte nella lega lombarda, era diventata esosa all'imperatore Federico ponendosi sotto la protezione di Manuele Comneno. Possessori del miglior porto che forse abbia la costa orientale d'Italia, eransi gli Anconitani dedicati con tanto profitto al commercio di Levante, che i Veneziani, i quali pretendevano d'avere l'esclusivo dominio dell'Adriatico, eransi ingelositi della loro concorrenza. Vero è che la repubblica veneta aveva da principio dato il suo nome alla federazione lombarda, nè finora erasi riconciliata coll'imperatore d'Occidente[201]: ma ad ogni modo preponendo Cristiano a queste considerazioni l'interesse del suo padrone, allorchè risolse d'intraprendere l'assedio d'Ancona, approfittò della gelosia de' Veneziani, e fu potentemente soccorso[202].
[201] Eransi i Veneziani disgustati nel 1171 con Manuele Comneno, il quale prima di dichiarar loro la guerra aveva fatto arrestare tutti i negozianti veneti, e porre sotto custodia le loro mercanzie. Questa nuova lite li consigliò a cercar l'alleanza di Federico, abbandonando la lega lombarda amica di Manuele. _Jo. Cinnami Hist. l. VI, c. 10. p. 128._
[202] Boncompagno dotto Fiorentino, che fu il primo professore di belle lettere nell'università di Bologna, scrisse cinquant'anni più tardi una elegante relazione di quest'assedio. Probabilmente è questi lo scrittore indicato dal Sigonio col nome di Beno Fiorentino. _L. V, anno 1218._ Tale relazione trovasi nel _tom. VI, R. Ital. del Murat. p. 921_. sotto il titolo _Liber de obsidione Anconae auctore Magistro Boncompagno Florentino_.
Il primo giorno d'aprile del 1174 una flotta veneziana provveduta di baliste e di altre macchine guerresche entrò nel porto d'Ancona per assediar la città dalla banda del mare, mentre l'arcivescovo di Magonza s'avvicinava dall'altra parte alla testa di un'armata, che aveva ingrossata in Toscana nel precedente anno con reclute tedesche e recentemente colle milizie d'Osimo e dei feudatari della marca[203].
[203] _Boncomp. de obsid. Anconae p. 929._
Una diramazione delle montagne del Piceno forma il promontorio su cui è fabbricata la città d'Ancona. Questo promontorio s'avanza nell'Adriatico da ponente a levante, e ripiegandosi presso all'estremità verso settentrione forma un vasto seno intorno al quale s'alza la città a guisa d'anfiteatro lungo un ripido pendìo dal livello del mare fino alla bipartita sommità della montagna. Una delle sommità trovasi adesso occupata da un convento di cappuccini, l'altra dalla chiesa cattedrale, dal di cui porticato vedonsi a destra le nevose montagne della Dalmazia, a sinistra la ridente svariata costa dell'Emilia, mentre il sole sembra nascere e coricarsi nelle onde. Il rovescio della montagna dalla banda dell'alto mare è tanto scosceso, che rende inutili le fortificazioni dell'arte. Di verso terra la città è accessibile da un solo lato; e la stessa porta conduce a Sinigaglia posta a settentrione, come a Recanati che trovasi a mezzogiorno, ed oggi a Loreto che allora non esisteva. Apresi questa porta sopra un angusto piano fra il porto e le montagne, colle quali si comunica per mezzo di una seconda porta. L'apertura del porto verso settentrione viene in parte chiuso da un antico molo, lavoro romano, ornato da un arco trionfale eretto in onore di Trajano; ma la bocca del porto è tuttavia troppo larga tanto per assicurare le navi dai colpi di vento, che la città dalle aggressioni nemiche. Le galee veneziane ne approfittarono e vennero a dar fondo in faccia allo sbarco della città.