Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)
Part 9
Ne' tempi della barbarie, mentre l'ignoranza rende la fede più costante, le passioni indomabili e feroci distruggono affatto la morale. Le stragi, i tradimenti, gli spergiuri sono avvenimenti comuni nella storia di quegli uomini cui il nono ed il decimo secolo accordarono il nome di _Grande_. Ma dopo così enormi delitti, una magnifica penitenza attestava la religione ed il pentimento del colpevole. L'ambizione del clero mostrò ai grandi delinquenti una ignota strada per espiare i loro delitti, e far dimenticare i loro furori; e questa fu quella delle donazioni alla chiesa per la salvezza dell'anima del donatore[148]. Pipino e Carlo Magno avevano con somiglianti liberalità gittati i fondamenti della potenza papale: comecchè essi non avessero soltanto arricchita la santa sede, ma ancora l'arcivescovo di Ravenna in maniera di poter gareggiare col papa, e poco meno anche l'arcivescovo di Milano, e molti monasteri. Tutti i loro successori ne imitarono l'esempio, ed i principali baroni, seguendo la pratica de' loro sovrani, fecero pagare ai loro eredi i misfatti che avevano commessi: per lo che avanti il dodicesimo secolo abbiamo più atti di donazioni fatte alle chiese, che di contratti di qualunque altro genere presi cumulativamente. Di modo che quando Ottone il grande entrò in Italia, le più ricche città, le province più popolate venivano possedute dal clero; mentre i grandi feudi laici erano spenti o divisi. Di quest'epoca i principali e più potenti sovrani ecclesiastici erano il patriarca di Aquilea, gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, i vescovi di Piacenza, di Lodi, d'Asti, di Bergamo, di Novara, di Torino, l'abbate di monte Cassino, il più potente signore del ducato di Benevento, che fino all'età nostra conservò il titolo di primo barone del regno di Napoli, e l'abbate di Farfa nella Sabina[149]. Inoltre la maggior parte de' vescovi avevano acquistato, in forza di un atto di qualche re o gran signore, la giurisdizione della città in cui risiedevano, e non eravi un solo vescovo, un solo monastero dell'un sesso o dell'altro, che in alcun territorio o villaggio non possedesse diritti feudali.
[148] _Pro remedio animae meæ_, e simili, era la più usitata formola con cui i grandi delinquenti colla donazione di poche terre a qualche chiesa o monastero presumevano d'avere ampiamente soddisfatto alla divina ed umana giustizia per gli assassinj commessi nel lungo corso della loro vita; di modo che le più ricche donazioni sono d'ordinario un sicuro testimonio della scellerata memoria del donatore; come le donazioni non meno frequenti _propter nimiam sui corporis dulcedinem mihi praestitam_ fatte dai principi alle loro amiche colla maggiore pubblicità, ne attestano la scostumatezza. N. d. T.
[149] _Murat. Antiq. Ital. diss. LXXI. t. V. p. 56._
Alla podestà temporale erano uniti quei doveri che allontanarono affatto gli ecclesiastici dalle primitive loro funzioni. Quando un vescovo, un abbate era conte d'una città, sotto questo titolo riuniva la prerogativa di giudice e di generale; essendo incaricato del governo civile del contado in tempo di pace, e della sua difesa in tempo di guerra. Come castellani, gli ecclesiastici credevansi permesso di sostenere un assedio assai prima che ardissero di porsi in campo alla testa di un'armata. Ma nel secolo nono avevano già appreso a marciare contro il nemico. L'imperatore Luigi II lo ordinò loro nel decreto che pubblicò per l'impresa di Benevento l'anno 866[150]: e lo stesso papa Giovanni X guidò l'anno 915 le truppe della lega ch'egli aveva riunite contro i Saraceni.
[150] Questo bando viene riferito da Camillo Pellegrino. _Hist. princ. Longob. t. II. p. I. p. 265._
I tre Carlovingi, spinti da quello spirito religioso che gli aveva indotti ad arricchire il clero, credettero di santificare l'amministrazione de' loro stati, fidandola agli ecclesiastici. Il cancelliere, il principale ufficiale della corona, era quasi sempre un prelato[151], ed i vescovi e gli abbati intervenivano al consiglio del re ed agli stati della nazione. Durante il regno di Pipino, e parte di quello di Lotario, Adelardo abbate di Corbia ed il monaco Wala suo fratello furono i veri sovrani d'Italia. Dopo costoro altri ecclesiastici occuparono in consiglio il loro luogo; e fu osservato, che non rifiutaronsi di dirigere le guerre snaturate che i figli di Luigi il buono fecero al padre. Il favore del sovrano, il potere, le ricchezze corruppero in ogni tempo coloro che le possedevano, e non era da supporsi che il clero sarebbesi conservato incorrotto, quando si fosse riflettuto che a quell'epoca lo spirito della religione cristiana era guasto affatto dalla più grossolana superstizione; che i di lei ministri, scelti tra i secolari, dovevano essere partecipi dei vizj del secolo; che i grandi signori erano solleciti di collocare tra il clero alcuno de' loro figli, perchè la fortuna farebbe che in tale stato servisse loro d'appoggio; che invece di far ammaestrare nelle lettere ecclesiastiche questi nuovi canditati della Chiesa, venivano, come giovani cavalieri, addestrati al maneggio delle armi e dei cavalli; che l'avidità con cui si spogliavano le chiese dei loro beni, uguagliava la profusione con cui erano state arricchite; che il re Ugo non era stato il primo a provvedere a forza di beneficj ecclesiastici i suoi sicarj ed i suoi bastardi; e finalmente molti sovrani deposti, molti grandi signori ch'erano incorsi nella disgrazia de' loro superiori, venivano forzati a ricevere la tonsura; onde il corpo del clero composto di così fatta gente non poteva possedere le virtù proprie del suo stato. A torto si è voluto opporre alla santità della religione la disordinata vita del clero del nono e decimo secolo, quando appena sarebbe bastato un miracolo per santificare gl'impuri elementi di cui era di que' tempi composto il clero.
[151] Gli ecclesiastici erano di que' tempi le sole persone che sapessero poc'o tanto leggere e scrivere, onde non è maraviglia se loro venivano affidati gl'impieghi che richiedevano di saper leggere e scrivere. N. d. T.
Abbiamo un'assai circostanziata storia de' papi contemporanei degl'imperatori Carlovingi. Tale storia scritta da un bibliotecario della corte romana, è generalmente parziale per i papi[152]. Lo scandalo cominciò soltanto in sul declinare del secolo nono. Ma prima di osservare la Chiesa lordata dalla dissolutezza di alcuni giovinastri, vuole la giustizia che ci fermiamo all'epoca più onorevole del pontificato di Leone IV.
[152] Le vite dei pontefici furono scritte da Anastasio bibliotecario fino alla morte di Niccolò primo accaduta l'anno 867. Le vite d'altri pontefici fino all'889 furono aggiunte da un altro bibliotecario detto Guglielmo. Da quest'epoca fino al 1050, in cui comincia la raccolta del cardinal d'Arragona, avvi un vuoto che non è stato possibile di riempire.
Poco dopo la morte di Carlo Magno non tardarono i Saraceni ad accorgersi della debolezza della sua immensa monarchia, e cominciarono a saccheggiare le province marittime dell'Italia. Papa Gregorio IV era stato costretto l'anno 833 a fortificare contro di loro la città d'Ostia[153]; che pure non impedì loro di rovinare le città littorali, per lo che gli abitanti di Civitavecchia dovettero salvarsi nelle foreste; e l'audacia de' Saraceni crebbe a segno, che nell'847 osarono di tentar l'assedio della stessa Roma, saccheggiando le basiliche di s. Pietro in Vaticano e di s. Paolo, poste fuori delle mura. Nella stessa epoca morì papa Sergio II, onde i Romani, per non trovarsi senza capo, in così difficili circostanze, elessero papa Leone IV prete romano, uomo di somma riputazione, e lo consacrarono senza aspettare l'approvazione dell'imperatore[154]. Quantunque i Saraceni si fossero già allontanati da Roma, Leone, volendo assicurarsi da ogni insulto, fece rifabbricare le muraglie della città, ed accrescerne le fortificazioni. Il monte Vaticano, che fin allora era fuori del circondario di Roma, fu cinto di mura, e dal suo nome chiamato la _città Leonina_[155]. Rifece Civitavecchia rovinata dai Saraceni[156], e coll'ajuto delle repubbliche di Napoli, di Amalfi e di Gaeta, che sotto la protezione greca eransi rese libere, attaccò una nuova flotta saracena, obbligandola a ritirarsi con grave perdita. A queste gloriose azioni i suoi biografi aggiungono il racconto di alcuni miracoli, uno de' quali rese la memoria di Leone IV più illustre, che la fondazione della città cui diede il proprio nome. Il borgo dei Sassoni che prolungavasi tra la città Leonina ed il quartiere di Transtevere fu in parte consumato da un terribile incendio arrestato dalle preghiere di Leone[157]: argomento della egregia opera di Raffaello conosciuta sotto il nome dell'incendio di Borgo, che vedesi nella quarta stanza del Vaticano.
[153] _Anast. Bibl. in vita Greg. IV. p. 206._
[154] Vita Leon. IV. Anast. Bibl. _p. 231_.
[155] _Ibid. p. 240._
[156] _Ibid. p. 245._
[157] Vita Leon. IV. Anast. Bibl. _p. 233_.
Dalla deposizione dell'ultimo monarca Carlovingio fino al regno d'Ottone il grande, l'autorità dei principi che portarono momentaneamente il titolo d'imperatore, fu sempre vacillante e controversa. Frattanto Roma non facendo parte del regno d'Italia, ed essendo dipendente soltanto dall'impero, allorchè vacava l'impero ricuperava la sua indipendenza, o a dir meglio ricadeva sotto il giogo dell'oligarchia inquieta de' suoi nobili. Tra costoro quello che poteva occupare il trono pontificio, otteneva col favore delle ricchezze della Chiesa una grandissima preponderanza su tutti gli altri, ed era risguardato come capo della repubblica. Vero è che l'elezione doveva farsi coi suffragi riuniti del clero e del popolo[158]; ma il clero era quasi tutto militare, e si presumeva che la voce dei grandi dovesse rappresentare quella della nazione; era perciò a supporsi che i voti della nobiltà si riunirebbero a favore del più valoroso del loro corpo, del più accorto, e fors'anco del più elegante dei giovani ambiziosi che aspiravano alla tiara, piuttosto che a qualche prete commendevole per la sua santità, ma incapace d'intrighi[159]. In mezzo all'universale degradamento le dame romane non avevano perduto l'avvenenza ed i talenti delle antiche matrone, ed erano perciò assai potenti. Anzi non ebbero mai le donne tanto credito presso alcun governo, quanto n'ebbero le romane nel decimo secolo. Sarebbesi detto che la bellezza erasi usurpati tutti i diritti dell'impero.
[158] _A cunctis sacerdotibus, seu proceribus, et omni clero, nec non et optimatibus, vel cuncto populo romano. Anast. bibl. in Leon. III p. 195._
[159] Il ritratto che fa Anastasio di papa Adriano I. indica le qualità che d'ordinario fissavano i suffragi. _Vir valde praeclarus, et nobilissimi generis prosapia ortus, atque potentissimis Romanis parentibus editus; elegans, et nimis persona decorabilis, constans etiam, ec. In Adr. I. p. 179._
Due celebri patrizie, Teodora e sua figliuola Marozia, furono sessant'anni assolute arbitre di quella tiara, che poc'anni dopo, tre Enrichi alla testa delle armate tedesche non hanno potuto togliere ai loro nemici.
Teodora, nata da illustre famiglia, possedeva immense ricchezze e varie rocche: gli archi trionfali ed i solidissimi sepolcri degli antichi Romani ridotti in fortezze dai gentiluomini erano custoditi dai suoi soldati; ed in oltre disponeva a sua voglia degli amanti ch'ella aveva non pochi tra i nobili romani. Il lodevol uso ch'essa fece di questa specie d'impero, fu quello di far cessare la scandalosa guerra che tenevano viva in Roma due opposte fazioni. Erasi veduto Stefano VI, succeduto l'anno 896 a papa Formoso, far diseppellire il cadavere del suo predecessore, sottomettere innanzi ad un concilio il morto corpo ad un ridicolo interrogatorio, condannarlo, farlo mutilare, indi gettarlo nel Tevere[160]. Dopo tal epoca i susseguenti pontefici ora dell'uno ora dell'altro partito avevano a vicenda annullati gli atti de' loro predecessori. La stessa Teodora era della fazione nemica di Formoso, e sua figliuola Marozia, l'amante di Sergio III, uno de' di lui persecutori. Ma poichè Teodora ebbe cogli artificj e colla galanteria sottomessi i grandi ed il clero, i costumi della corte di Roma diventarono se non più puri, almeno più dolci.
[160] _Luitp. Ticin. Hist. l. I. c. 8. p. 480._ — _Amalricus Augerius vitae pont. t. III. p. II. p. 317._ — _Frodoar. poema de Romanis pontif. Ib. p. 318._
Teodora innamoratasi d'un giovane ecclesiastico, chiamato Giovanni, gli ottenne da prima il vescovado di Bologna, poi l'arcivescovado di Ravenna; e finalmente disperata per averlo, elevandolo a tale dignità, allontanato da se, s'adoperò in modo presso i gentiluomini ed il clero, che il fortunato amico fu col nome di Giovanni X innalzato sul trono pontificio[161]. L'amore o la riconoscenza di questo papa verso la sua benefattrice scandalizzarono il cardinal Baronio autore degli annali della Chiesa; pure Giovanni X non viene accusato nè di veleni, nè d'assassinj, nè di tradimenti; delitti enormi, che nella successiva età macchiarono più volte il trono papale. Giovanni X amministrò gli affari della chiesa con fermezza e con giustizia; seppe, per il comune vantaggio de' suoi concittadini, pacificare i principi rivali che dividevansi l'Italia, e gli stessi imperatori d'Oriente e d'Occidente; egli stesso condusse le armate contro i Saraceni accampati al Garigliano, ed in questa impresa acquistò la gloria di valoroso guerriero, professione più confacente al suo carattere, che quella di padre dei fedeli[162].
[161] _Liutp. Hist. l. II. t. II. p. 440._ Il Baronio ed il Pagi, e tutti gli scrittori ecclesiastici ammisero come veridico il racconto di Luitprando vescovo di Cremona. Il solo Muratori ne dubitò ne' suoi Annali, appoggiato all'autorità degli epitaffi d'alcuni papi, e del panegirico che Frodoardo ha fatto di tutti i pontefici in quattro o cinque cattivi versi. Io darei la medesima fede ai sonetti che si fanno in Italia per nozze, ne' quali la nobiltà, il valore, l'amore, la bellezza, sono a tutti prodigati senza veruna parzialità.
[162] _Luitp. Hist. lib. II. c. 4. p. 441._ — _Leo Ostiensis Chronicon Monasterii Cassin. l. I. c. 52. t. IV. Rer. It. p. 325._
Quando Teodora strinse domestichezza con Giovanni, non era omai più nel fiore dell'età. Prima d'esserne amante, aveva maritata sua figliuola Marozia con Alberico marchese di Camerino, che dava alla famiglia della sua sposa un nuovo lustro per la proprietà d'un gran feudo vicino a Roma.
Intanto la storia non parla più di Teodora; per la di cui morte Giovanni X aveva forse ottenuta l'indipendenza del suo dominio. Alberico primo sposo di Marozia, che uno storico quasi contemporaneo dice console de' Romani[163], fu ucciso in una sedizione, e la vedova Marozia del 925 esercitava sopra i baroni di Roma quell'impero, ch'ebbe prima di lei Teodora. Solamente il papa, dopo essere stato l'amante della madre, non poteva sentir amore per la figliuola, la quale dal canto suo aveva estrema avversione per Giovanni X. Essa s'era impadronita per sorpresa della mole Adriana, oggi detta castel s. Angelo, torre massiccia, la più solida di tutti i monumenti dell'antica Roma, ch'era stata molto prima trasformata in fortezza. Posta sull'altra riva del Tevere all'estremità del ponte Elio, domina il passaggio tra il Vaticano ed il campo di Marte, il corso superiore del fiume, gl'ingressi in città dalla banda della Toscana, e di tutta l'Italia settentrionale: tal che questo castello ne' tempi di mezzo, siccome ne' tempi presenti, viene risguardato come la chiave di Roma. Quando si fu ben fortificata nella mole Adriana, Marozia offrì la sua mano a Guido duca di Toscana; di modo che colle loro forze riunite i due sposi, trovandosi quasi sovrani di Roma, fecero ammazzare un fratello di Giovanni X, ch'era nella sua più intima confidenza, rinchiusero lo stesso papa in una prigione, in cui cessò ben tosto di vivere, e fecero successivamente eleggere a quell'eminente dignità due loro creature[164].
[163] _Leo Ostiensis Chron. Monast. Cassinensis l. I. c. 61. p. 353._
[164] _Luitp. Hist. l. III. c. 12. p. 450._
Del 931 Marozia, rimasta vedova la seconda volta, fu non pertanto in Roma abbastanza potente per riporre sulla santa sede Giovanni XI suo secondo figliuolo, nella fresca età di ventun'anni, cui la maldicenza diceva figliuolo di papa Sergio. Questo papa fu assai maltrattato dall'annalista ecclesiastico[165], benchè in un regno di cinque anni non potesse rendersi colpevole di verun delitto o mancanza; perchè ridotto alle sole funzioni ecclesiastiche, non esercitò un solo istante il potere allora annesso alla sua sede.
[165] _Baron. Ann. Eccles. ad annum 931._
La stessa Marozia erasene resa padrona; onde Ugo re di Provenza, che di que' tempi bramava di consolidare il suo nuovo dominio di Lombardia, non isdegnò di ricercare l'alleanza d'una femmina che doveva soltanto alla galanteria la sua potenza. Di fatti Marozia sposò Ugo in terze nozze, quantunque fratello uterino di Guido suo secondo marito: ma questa unione non corrispose alle speranze concepite dagli ambiziosi sposi. Pochi giorni dopo il matrimonio, levatosi Ugo da tavola, osò dare uno schiaffo ad un figlio di Marozia del primo letto, il quale chiamavasi Alberico come il padre, perchè, presentandogli la brocca, gli aveva con mal garbo versata l'acqua sulle mani. Sdegnato Alberico per tanta ingiuria, chiamò i suoi concittadini a prendere le armi, ed a scuotere il giogo d'un barbaro. Ugo, costretto di salvarsi colla fuga, non potè mai più rientrare in Roma, e Marozia terminò i suoi giorni in un monastero[166].
[166] _Luitp, Hist. l. III. c. 12. p. 450._
E per tal modo i Romani, scosso ad un tempo il giogo dei papi, delle femmine e dei re, lusingaronsi d'aver ricuperata la libertà dell'antica Roma; e richiamarono il nome di repubblica, poichè videro un console alla loro testa, prendendo Alberico indifferentemente il titolo di console o di patrizio. Alberico intanto era un padrone che, avendo saputo attaccare i Romani alla propria causa, li teneva in armi per l'indipendenza della patria; e forse, nello stato in cui li trovò, la sua amministrazione era la più confacente alla loro gloria. Conservò ventidue anni il favore che si era acquistato del popolo romano, e morendo lasciò quasi ereditario il principato di Roma a suo figlio Ottavio in età di soli diciassett'anni. Nominò fin che visse successivamente diversi papi, che tenne sempre sotto l'assoluta sua dipendenza; e quando morì l'ultimo di questi, che gli era sopravvissuto due anni, Ottaviano, ch'era prete, suppose di assicurare la propria autorità aggiungendovi la potenza spirituale, e si fece consacrare pontefice col nome di Giovanni XII: e dalle sue mani Ottone il grande ricevette la corona imperiale.
Sembrerà cosa strana, senza dubbio, che nel decimo secolo, secolo dell'ignoranza e della superstizione, il poter dei papi rovinasse così subitamente; e non si vorrà credere che l'epoca, e la cagione principale dell'abbassamento del potere sacerdotale fosse appunto la donazione fatta da Carlo Magno alla santa sede. I papi, diventati in forza di tale donazione sovrani, o per lo meno grandi feudatarj, dovevano soggiacere alle stesse cagioni di deperimento, che sordamente attentano alla potenza di tutti i monarchi e grandi signori. Non erasi ancora ritrovata l'arte non ignota agli antichi d'esercitare un assoluto potere sopra città lontane, di modo che tutte le città rendevansi indipendenti. Scorgesi qualche traccia della protezione che i papi accordavano talvolta alle città della Pentapoli e dell'Emilia, di cui avevano ottenuta la restituzione alla repubblica; ma non trovasi verun documento che dimostri che il papa le governasse. Convien dunque dire che non le città, ma le possessioni territoriali, i feudi ed i dominj formavano le ricchezze del papa, ed il pregio delle donazioni de' Carlovingi.
Frattanto i papi per trarre profitto da questi possessi territoriali, gli avevano infeudati sotto un canone militare. Una nobiltà armata rimpiazzò gli antichi vassalli plebei, che coltivavano i medesimi dominj, ma che non avrebbero saputo difenderli: nè si previde allora ciò che il governo de' preti doveva temere dallo spirito altiero, indipendente, bellicoso dei gentiluomini.
In sul finire del nono secolo, i papi erano al colmo di quella specie di potere ch'essi eransi acquistato colle loro proprietà; la nuova milizia che avevano di fresco formata ne' loro dominj, aveva ancora presenti i ricevuti beneficj, e sforzavasi d'accrescere il credito de' suoi benefattori. Al suo valore, all'illimitato suo attaccamento, dovettero i papi la preponderanza ottenuta nella repubblica romana nell'epoca appunto in cui erano i più potenti baroni del ducato. Ma le rivalità di Sergio e di Formoso divisero questa nobiltà in due fazioni; i gentiluomini rimasero attaccati a quella delle due emule case da cui avevano ricevuti i beneficj; e quando la fazione di Sergio trionfò, la dignità pontificia fu resa quasi ereditaria nella famiglia di Teodora, di Marozia, di Alberico; ed i cavalieri consacrarono la loro riconoscenza a questa famiglia che gli aveva beneficati, tosto che si credettero sciolti da ogni legame verso gli sconosciuti, che potevano in appresso occupare la cattedra di S. Pietro.
Intanto la città di Roma, poi ch'ebbe scosso il giogo dell'impero d'Oriente, conservò sempre le forme, se non lo spirito d'una repubblica. Il papa non aveva entro Roma altro potere che quello che nasceva dal rispetto religioso dovuto al suo carattere, e dal timore delle censure della Chiesa. Sotto l'amministrazione d'Alberico i diritti del popolo venivano rispettati, e mantenute le assemblee periodiche. Vero è che l'uomo, che assicurava alla nazione l'indipendenza, era troppo potente per lasciarla libera; ma quand'egli morì, suo figlio Ottaviano ereditò bensì le sue possessioni ed i suoi diritti, ma non l'illimitato potere, che la sola riconoscenza accordava a suo padre.
Nello stesso tempo che il popolo innalzò Ottaviano, ossia Giovanni XII, alla dignità papale, affidò le incumbenze amministrative ad un prefetto della città, cui diede per colleghi e consiglieri i consoli annali, incaricando della tutela dei propri interessi dodici tribuni o decurioni, i quali rappresentavano i rispettivi quartieri di Roma[167]. Allora si operò sul carattere nazionale una più importante rivoluzione, che quella che aveva variate le magistrature. Alla morte del _gran console_ si vide rinascere lo spirito pubblico, ed il popolo manifestò il desiderio di circoscrivere l'autorità arbitraria e di metter fine alle sue usurpazioni. Questo spirito impegnò i Romani in un'ardita, ma disuguale lotta cogl'imperatori ed i papi; lotta che si protrasse quasi per tutto lo spazio che abbraccia la presente storia.
[167] L'anno 996 esistevano già da più anni queste diverse magistrature. _Baron. Annal. Eccles. ad an. 966. — Amalricus Augerius in vita Joh. XIII. p. 329 — Pandulp. Pisan., et Catalog. Papar. in eund. p. 329 — 332. Rer. It. t. III. p. II._