Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)

Part 8

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Non è facil cosa il render ragione dei motivi che dissuasero i Lombardi dall'occupar Roma quando Alboino conquistò il rimanente dell'Italia. Le città marittime potevan essere agevolmente soccorse dai Greci di Costantinopoli; Ravenna, Venezia e Comacchio erano difese dalle paludi che le circondavano; Napoli, Gaeta, Amalfi, e le città della Calabria, dalle montagne; ma Roma era posta in un paese affatto aperto. I Lombardi, padroni dei ducati di Toscana, Spoleti e Benevento, chiudevano tra i loro dominj l'antica capitale del mondo, che, difesa dalla lunga muraglia che Aureliano aveva innalzata per comprendere nella città il campo Marzio, presentava un circondario immenso, che la popolazione di Roma, estenuata da continue disgrazie, non era in grado di difendere. Gl'imperatori greci, o per debolezza o per timore di cimentare l'onore delle loro armi, non vi tenevano più guernigione. Affidavano il governo della città ad un prefetto, di poi chiamato duca, che dipendeva dall'esarca di Ravenna, onde gli storici greci, vergognandosi forse di confessare che i loro sovrani lasciavano l'Italia abbandonata, s'astennero dal parlare di Roma pel corso di due secoli, dal principio fino alla fine della dominazione lombarda[118].

[118] Teofilatto Simocatta che vivea ne' tempi dell'invasione lombarda, scrisse la storia del regno di Maurizio dall'anno 582 fino al 602, tenendo dietro alle più minute particolarità, senza che nella sua storia si trovi, per quanto io sappia, una sola volta il nome de' Lombardi, di Roma, o d'Italia. _Scrip. Byzan. t. III._ Dopo di costui, pel corso di quasi quattro secoli, i Greci non ebbero alcuno storico, ma soltanto alcuni aridissimi cronisti.

Ad ogni modo Roma non fu giammai occupata dai Lombardi, ed i fuorusciti delle altre province d'Italia, venuti a cercare asilo in questa città, ne accrebbero poi la popolazione, e la resero capace di opporsi colle proprie forze agli attacchi de' successori d'Alboino. I papi incoraggiavano i Romani a difendere la loro patria, ed a mantenersi fedeli ai sovrani di Costantinopoli[119]. Erano i papi nominati dal clero, dal senato e dal popolo romano; ma non potevano essere consacrati senza il formale consentimento dell'imperatore d'Oriente[120]. Essi mantenevano sempre due _apocrisiarj_, o nunzj alla corte di Costantinopoli, ed a quella dell'esarca di Ravenna, per assicurare il sovrano della loro dipendenza, per provvedere di comun accordo alla difesa di Roma, e per la regolare amministrazione della Chiesa.

[119] Finchè lo credettero utile all'ingrandimento della loro sede ed alla personale loro considerazione. Ma quando trovarono del loro interesse il sottrarla alla sudditanza de' Greci, non si fecero scrupolo di darla in mano ai Franchi. N. d. T.

[120] I Romani si dispensarono una sola volta dal chiedere l'assenso imperiale, e fu in occasione dell'elezione di Pelagio II l'anno 577, perchè la città era in modo circondata dai Lombardi, che non poteva aver comunicazione con Costantinopoli. _Anast. Bibl. in vita Pelagii II. t. III. Rer. Ital. p. 133._

I Romani, vedendosi trascurati dagl'imperatori, s'andavano sempre più affezionando ai papi, che di questi tempi erano anch'essi quasi sempre romani, e per le loro virtù rispettabilissimi. Risguardavasi la difesa di Roma come una guerra religiosa, perchè i Lombardi erano tutti o arriani, o ancora pagani; ed i papi per proteggere le chiese ed i conventi contro la profanazione de' barbari, impiegavano le ricchezze della chiesa di cui erano amministratori, e le elemosine che ricevevano dalla carità de' fedeli occidentali: di maniera che il crescente potere del papi sulla città di Roma aveva per fondamento due titoli troppo rispettabili, le virtù ed i beneficj.

Poche storie sono così oscure come quella di Roma e delle province che i Greci possedettero in Italia fino al regno di Carlo Magno, perchè nè i Romani nè i Greci ebbero di que' tempi alcuno scrittore delle cose loro. Le vite dei papi sono opera del secolo nono, e più tosto fatte per edificazione de' fedeli, che per istruire gli storici[121].

[121] Le vite dei papi furono raccolte da Anastasio bibliotecario, che morì avanti l'anno 882. Si chiama _liber pontificalis_ questa raccolta, che fu pure attribuita a papa Damaso II. Fu probabilmente l'opera di molti scrittori. Veggansi intorno a tal libro le dissertazioni d'Emmanuele Schelestrat, e di Giovanni Ciampini. _Script. Ital. t. III. p. 1._

Con tutto ciò in tal periodo di tempi si consumò una rivoluzione ch'ebbe la più durevole influenza non solo sulla sorte di Roma, ma su quella di tutto l'Occidente. La riforma, e se così amiamo chiamarla, l'eresia degl'Iconoclasti alienò l'animo de' sudditi latini dai loro sovrani, impegnò i papi a distruggere l'autorità che gl'imperatori avevano in Roma, e fu la principal causa dell'indipendenza della città e della sovranità della Chiesa.

La pura e filosofica religione di Gesù Cristo aveva fino dai primi secoli della sua esistenza sofferte grandissime alterazioni, e per il degradamento del popolo che la professava, e per la perdita d'ogni virtù pubblica, e per la corruzione dello spirito e del gusto. Le sottigliezze de' filosofi e l'ignoranza de' plebei avevano pure ugualmente contribuito ad alterarne la semplicità, facendo rientrare il paganesimo tutto intero in quella religione che sembrava averlo distrutto[122].

[122] Ciò deve intendersi sanamente rispetto a molte ceremonie, agli abiti, ed a certe opinioni specialmente de' platonici e degli eclettici, che si trovarono, o si suppose di trovarle conformi alle dottrine evangeliche. N. d. T.

Il più notabile cambiamento che soffrì il cristianesimo ebbe origine dalla pretesa scoperta di un'imagine di Gesù Cristo, poscia della Vergine, che si attribuirono a celeste artefice, da che non vi aveva avuta parte la mano di alcun uomo. Tali imagini ch'ebbero il loro nome da questa circostanza[123], dopo essere state l'opera del miracolo, non tardarono a farne ancor esse. Vittorie riportate sui nemici dello stato e della religione; i Persiani respinti dalle mura di Edessa; infermità risanate, e tutto ciò che può essere soltanto attribuito alla divinità, fu l'opera loro. Ben tosto si attribuì la stessa possanza ad altre imagini, comechè non ne fosse contestata, come delle prime, la celeste origine: e la religione cristiana, che per più titoli poteva essere incolpata d'avere retrogradato verso il politeismo, trovossi per quest'ultimo passo cambiata in vera idolatria[124]. Si riguardarono le statue e le imagini come aventi nella materia di cui erano formate qualche cosa di divino; ed ebbero forse più onori per sè medesime che presso i pagani, indipendentemente dall'oggetto rappresentato[125].

[123] Αχειροποίητος, fatto senza ajuto delle mani.

[124] Coloro che amano le belle arti, non incolperanno giammai la Chiesa d'aver permesso il culto ragionevole e preso in buon senso delle sacre imagini, cui l'Italia deve in gran parte il rinnovamento delle arti. N. d. T.

[125] Dai Cristiani ignoranti; non altrimenti.

Intanto quasi nella medesima epoca un popolo barbaro ricevette da un ambizioso conquistatore un nuovo sistema di teismo. L'islamismo più d'ogni altra religione appoggiavasi sulla dottrina dell'umanità, e della spiritualità di Dio; onde i Musulmani manifestarono sempre un eguale orrore per l'associazione della creatura al culto dovuto soltanto al creatore, e per la rappresentazione sotto forme materiali dell'Essere, che i sensi non possono concepire, che lo spirito non può misurare. I Musulmani rimproverarono i Cristiani d'idolatria, rivolsero contro di loro gli argomenti ed il ridicolo, di cui gli antichi apologisti cristiani eransi utilmente serviti contro i pagani; e questa controversia diventava tanto più umiliante per gli Ortodossi, in quanto che la loro professione di fede trovavasi in aperta contraddizione colla pratica, e che l'odio del nome d'idolatra era ancor vivo nel loro cuore quando essi medesimi meritavano di più il nome d'idolatri[126].

[126] Ειδωλα λατρεῖν vuol dire prostrarsi innanzi alle rassomiglianze. Il rimprovero adunque formato dall'unione di questi due vocaboli, non è già che gl'idolatri tengano le pietre o i marmi in luogo di Dei, ma solamente per imagini della divinità, alle quali rendono un culto.

I Musulmani fecero ancor di più per disingannare i Cristiani, li vinsero. Il _Labano_ miracoloso dovette fuggire innanzi a loro, ed Edessa fu presa a dispetto della sua trionfante imagine. Essi distrussero i quadri e le reliquie coll'altare che le portava, dimostrando l'impotenza dei pretesi agenti della divinità, dei santi, degli angeli, dei semidei de' cattolici e delle loro imagini[127].

[127] Jejud, nono Califfo della razza degli Ommiadi, fece distruggere tutte le imagini della Siria nel 719 o in quel contorno, e precisamente nell'epoca in cui cominciava lo scisma degl'Iconoclasti. Quindi gli Ortodossi rimproveravano i Settarj di seguir l'esempio de' Saraceni e degli Ebrei. _Trag. Mon. Johann. Jerosolym. Sc. Byzant. t. XVI. p. 235._

Queste disfatte avevano già da qualche tempo scossa alquanto la credenza del popolo, allorchè una razza di montanari, che nell'Asia minore conservava la sua indipendenza[128], l'amore delle armi, ed una religione più vicina all'antico cristianesimo, ottenne di porre sul trono di Costantinopoli uno de' suoi capi. Fu questi Leone l'Isaurico, o l'iconoclasta, il quale segnalò il suo regno coi più violenti attacchi contro le recenti superstizioni, il culto cioè delle imagini, ed i progressi del monachismo. Quantunque provasse ancora in Oriente una resistenza che pose il suo trono in pericolo, è certo che una assai ragguardevole porzione del popolo professava le opinioni di Leone, il quale aggiungeva al vigore del suo carattere una grande abilità[129]. L'Occidente era in pari tempo più addetto al culto delle imagini, e più indipendente dall'imperatore. I Romani rifiutaronsi assolutamente di sottomettersi agli editti di Leone, ed il papa d'allora, Gregorio II, dopo avere tentato invano di richiamare gl'iconoclasti alla credenza della Chiesa, autorizzò i Romani a rifiutare all'imperatore i consueti tributi[130][131]. Intanto Ravenna e tutte le città dell'Esarcato aprivano le porte a Luitprando re de' Lombardi, di modo che non restavano più dell'Italia, sotto il dominio dell'impero orientale, fuorchè le città marittime della magna Grecia.

[128] L'Isauria faceva parte della Cilicia.

[129] Del regno di Leone l'Isaurico e de' suoi successori iconoclasti non sappiamo che quanto ne scrisse Teofane, il quale fu perseguitato da questa setta. _Theop. Chronog. t. VI. Byz. p. 260. e seguenti._ Cedreno si ristrinse a copiare, od a compendiare Teofane, _t. VII. Biz. p. 355_.

[130] _Theop. in Chronog. p. 269. ad an. 9. imp. — Georgii Cedreni Hist. Compend. p. 358._

[131] Lascio che il lettore istrutto giudichi se il dissenso da una opinione religiosa giustificar possa la defezione di Gregorio II dal legittimo sovrano. Il totale abbandono in cui la corte di Costantinopoli lasciava le sue città d'Italia poteva somministrar loro un più onesto titolo di procacciarsi un miglior protettore. N. d. T.

Gregorio II erasi in varie circostanze fatto conoscere il protettore della sua greggia, l'aveva difesa contro le invasioni de' Lombardi, parte coll'opinione di santità che gli dava grandissimo favore presso Luitprando, parte coi tesori della Chiesa ch'egli seppe utilmente impiegare nell'assoldar truppe. Sottraendosi all'ubbidienza di Leone l'Isaurico, Gregorio accusò Marino duca di Roma, e Paolo esarca di Ravenna d'aver tentato per ordine del loro principe di farlo assassinare[132]; e senza scacciarli da Roma li privò d'ogni autorità. E per tal modo mediante la sua influenza, e col consenso del re de' Lombardi, si stabilì in Roma verso l'anno 726 un simulacro di repubblica, che sussistette oscuramente dopo il regno di Leone Isaurico fino alla distruzione del regno lombardo, ed all'incoronazione di Carlo Magno.

[132] _Vita Greg. II ex Anastas. Biblioth. t. III. Rer. Ital. p. 1. p. 156._

Fu specialmente durante il pontificato di Gregorio III dal 731 al 741 che la repubblica romana sotto l'influenza del papa si governò come stato indipendente. Allora si videro i nobili, i consoli ed il popolo associarsi ad un concilio che condannava gl'iconoclasti: allora i Romani rialzarono le loro mura, fortificarono Civitavecchia, fecero alleanza coi duchi di Benevento e di Spoleti contro Luitprando re dei Lombardi, e finalmente stipularono con quest'ultimo un trattato in nome del ducato romano[133].

[133] _Vita Greg. III ex lib. Pont. Anast. bibl. t. III. Rer. Ital. p. 158. Vita s. Zachariae ib. p. 161._

Si domanderà forse qual era il governo di questa repubblica o ducato; ma ciò non è facile a sapersi, perchè i Romani ed il papa cercavano di evitare ogni dimostrazione o positiva dichiarazione, onde non alienare assolutamente l'imperatore, cui pure prestarono ajuto per ricuperare l'Esarcato di Ravenna; e dopo di aver rimandato in Sicilia il patrizio destinato a governarli, ricevettero nuovamente in diverse occasioni gli ufficiali della corte di Costantinopoli, reclamarono la loro protezione contro i Lombardi, e chiesero, quantunque inutilmente, truppe a Costantino Copronimo per difendersi. Dal suo canto l'imperatore pareva disposto a contentarsi di un'ombra di potere, ed a scaricarsi senza strepito della difesa di una città, per la sua posizione difficile a difendersi. Il papa come capo della Chiesa, come padre dei fedeli, godeva di un altissimo credito e presso i cittadini, e presso i nemici dello stato. Veniva spesso accordato alla santità del suo carattere quello che sarebbesi rifiutato alle prerogative del suo rango. Finalmente i nobili romani avevano imparato dai Lombardi loro vicini a far rispettare la loro indipendenza, ed avevano terminato col non ubbidire nè all'imperatore, nè al papa, nè al proprio senato. Come padroni de' castelli possedevano essi tutto il territorio del ducato di Roma, e quando dimoravano nella capitale si risguardavano quali principi superiori alle leggi; ed il loro potere era proporzionato al numero de' loro vassalli e satelliti. Di mezzo a tale conflitto di giurisdizione, il papa capo del clero, patriarca di tutto l'Occidente, depositario dei tesori del cielo, che facilmente cambiava con quelli della terra, il papa si mostrava il solo difensore del popolo, il solo pacificatore delle discordie de' grandi. I progressi dell'ignoranza avevano accresciuta la sua potenza; egli era diventato quasi un semidio in terra specialmente pei barbari di fresco convertiti, e lontani dalla sua persona; formava centro di tutta la Chiesa, e solo egli poteva far in modo che nazioni lontane, il di cui popolo ne conosceva appena il nome, dessero prova del loro cristianesimo colla carità verso i Romani. La condotta de' pontefici ispirava rispetto, siccome i loro beneficj meritavano la riconoscenza. Forse eran essi superstiziosi, ma questa debolezza si trasforma in virtù in faccia ai popoli ugualmente superstiziosi: di costumi puri e severi, nè il lusso, nè la possanza gli avevano ancora corrotti.

Gregorio III fu il primo che invocò la protezione de' Francesi a favore della Chiesa e della repubblica romana; egli chiese a Carlo Marcello, maestro del palazzo, soccorso contro Luitprando[134]. Quest'esempio fu seguito dagli altri papi qualunque volta i Lombardi minacciavano l'indipendenza di Roma. Oltre le lettere dei papi, ne esiste una dello stesso Apostolo s. Pietro, che papa Stefano II indirizzò a Pipino, Carlo e Carlomanno, ed a tutta l'universalità de' Francesi per riporre la Chiesa di Dio ed il popolo sotto la speciale loro protezione[135].

[134] L'anno 741. Veggansi le prime due lettere del codice Carolino, _t. III. p. II. Rer. Ital. p. 75 e 77_.

[135] La terza lettera del codice Carolino _p. 92_.

In compenso di tale protezione i papi accordarono alcune grazie ai re di Francia. Zaccaria approvò la traslazione della corona di Francia da Childerico a Pipino[136], e Stefano II incoronò quest'ultimo a Parigi l'anno 764[137]. In appresso il medesimo papa elevò al rango di patrizj romani Pipino, ed i suoi due figliuoli; ed a nome della Chiesa, de' duchi, conti, tribuni, popolo ed armata di Roma, gli scrisse per impegnarlo a difendere contro Astolfo una città di cui erano creati magistrati[138].

[136] _Amalrici Augerii Vitae Pont. Rom. t. III. p. II. p. 78._ — _Frodoardus de Pont. Rom. poema ib. p. 79._

[137] _Anast. Bibl. Vita Stefani III. t. III. p. I. p. 168._ Lo stesso papa vien chiamato da quest'autore Stefano III, e dagli altri II.

[138] Lettere 4. 5. e seguenti del cod. Carol. p. 96.

I papi avevano lo stesso diritto di nominare un patrizio romano, come di trasferire da una ad un'altra famiglia la corona di Francia. Il patrizio era un ufficiale nominato dagl'imperatori greci: uno risiedeva in Sicilia, ed un altro d'ordinario in Roma, ov'erano capi del governo. Ma forse Pipino aveva un miglior titolo alla dignità reale nell'elezione del popolo francese, che al patriziato in quella del popolo romano; ma nella pericolosa situazione in cui trovavasi il popolo di Roma, poteva il papa scusarsi se a qualunque prezzo gli assicurava un protettore. Intanto queste trattative corruppero i pontefici, i quali dando ai Carlovingi diritti ch'essi medesimi non avevano, ricevevano in compenso terre e ricchezze delle quali i Carlovingi non avevano diritto di disporre. Pipino costrinse Astolfo, re de' Lombardi, a restituire l'Esarcato e la Pentapoli non già all'imperatore di Costantinopoli cui appartenevano, e che faceva riclamare dai suoi ministri, ma bensì a s. Pietro, alla Chiesa romana rappresentata dai suoi pontefici, ed alla repubblica. Pare che lo storico di Stefano II adoperasse quest'ultimo vocabolo per indicare il governo di Roma e delle province, che dopo essersi staccate dall'impero greco rimanevano indipendenti; imperciocchè lo storico termina l'elogio di questo pontefice con tali parole: «il quale coll'ajuto di Dio dilatò le frontiere della repubblica e del popolo sovrano, che formava la greggia confidata alle sue cure[139].»

[139] _Annuente Deo rempublicam dilatans, et universam Dominicam plebem etc. Anast. Bibl. Vita Steph. III. t. III. p. 172. anno 755._

L'atto della donazione di Pipino non si è conservato, di maniera che non conosciamo con esattezza le condizioni di così fatta concessione, in forza della quale la Chiesa acquistò per la prima volta una dominazione temporale[140][141]. Ma la storia ne istruisce che tale donazione non ebbe mai effetto. Astolfo permise bensì che l'atto di donazione, e le chiavi delle città donate si deponessero sull'altare di s. Pietro; e varj ostaggi giunsero pure a Roma coll'inviato di Pipino; ma la Chiesa non ebbe il godimento della sovranità di queste province, ed abbiamo molte lettere dei papi nelle quali si lagnano che nè Astolfo, nè Desiderio suo successore non avevano ancora dato alla Chiesa ed alla repubblica romana il possesso delle città promesse[142], o pure che avendone accordata taluna, se l'erano all'istante ripresa. E quando in appresso, dietro le istanze della Chiesa, Desiderio lasciò queste città in libertà, invece d'essere governate dal papa, passarono sotto l'arcivescovo di Ravenna come rappresentante degli esarchi[143]: e finalmente allorchè, chiamato da Adriano, Carlomagno conquistò l'anno 774 il regno dei Lombardi, confermò la carta di donazione di suo padre senza però darle esecuzione; onde Adriano l'andava avvisando di dar esecuzione a quanto, per la salvezza dell'anima sua, aveva promesso di fare in favore della Chiesa e della repubblica de' Romani[144].

[140] La pretesa donazione di Costantino è stata con tanta evidenza distrutta, che il nostro storico ha potuto, senza renderne ragione, chiamar prima quella di Pipino. N. d. T.

[141] Il _liber pontificalis_ ne dà i nomi delle città cedute, cioè Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Iesi, Forlimpopoli, Forlì, castel Sussubio, Montefeltro, Acceraggio, monte di Lucaro, Cera, castel San-Mariano, Bobbio, Urbino, Cagli, Luceolo, Gubbio e Comacchio. _Anast. Bibl. p. 171._

[142] _Ecclesia sancta Dei et respubblica Romanorum. Epist. 7. 8. et 9. cod. Caral. p. 104. etc._

[143] _Agnelli lib. pontif. p. II, in vita Sergii archiepiscopi c. 4. t. II. Rer. Ital. p. 174._

[144] _Codex Carolinus epistola 69. p. 213., et passim._

Ma se le donazioni delle sovranità fatte da Pipino, Carlomagno e Luigi il buono, si ridussero a semplici atti d'ostentazione, che que' principi non ebbero mai intenzione d'eseguire, essi però arricchirono la Chiesa con più utili beneficenze, dandole _l'utile dominio_ di una parte dell'Esarcato e della Pentapoli, cioè i frutti e le rendite delle terre, mentre la sovranità delle stesse province era riservata alla repubblica romana, al patrizio, e per ultimo all'imperator d'Occidente. Altronde all'utile dominio veniva pure annessa l'ubbidienza di moltissimi vassalli, talchè il papa, che già da gran tempo veniva risguardato come il primo cittadino di Roma, diventò pure il primo e più potente barone[145].

[145] Costantino Porfirogeneta nel decimo secolo dice che i papi erano sovrani di Roma. _De Thematibus, l. II. Th. 10. p. 22_. Ρώμη ἰδιοκρατορίαν ἔχειν, καὶ δεοπόζεθαι κυρίως, παρά τινος κατὰ καιρὸν Πάπα; pure ancora nel decimo secolo non era il papa che il più potente signore di Roma.

Le dignità che danno potere e ricchezze diventano l'oggetto dei desiderj degli ambiziosi, e ben tosto loro preda. Dopo le prime donazioni di Pipino si videro aspirare alla cattedra dì s. Pietro persone affatto diverse da quegli austeri sacerdoti che l'avevano fino a quei tempi occupata, e gli annali della Chiesa incominciarono a macchiarsi dei delitti del capo dei Cristiani. Due fratelli Stefano II, e Paolo I, ch'ebbero successivamente il papato dal 762 al 766, vengono accusati dagli storici della chiesa di Ravenna d'ingiustizia, di rapina, di crudeltà[146]. Dopo la morte di Paolo, un antipapa s'impadronì colle armi della sede pontificia; il legittimo papa Stefano III ebbe parte all'assassinio di alcuni de' principali dignitarj della sua chiesa[147]; e tutto il clero adottò le abitudini ed i feroci costumi dei gentiluomini del suo secolo.

[146] _Agnellus in lib. pont, vita Sergii. t. II. p. 172._

[147] _Vit. Steph. III. in Anas. Bib. p. 174._ — _Vita Stadr. p. 180._