Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)
Part 7
_entrata_, _ritorno_, _morte_ Ottone I 961 962 1º 961 965 ... ... 2º 966 972 973 Ottone II 962 con suo padre 967) 1º 967 972 ... solo 973) 2º 980 ... 983 Ottone III 983 996 1º 996 996 ... ... 2º 997 1000 ... ... 3º 1000 ... 1002 Ardovino marchese d'Ivrea concorrente con Enrico II ... ... ... 1015 Enrico II 1004 1014 1º 1004 1004 ... ... 2º 1013 1014 ... ... 3º 1021 1022 1024 Corrado II 1024 1027 1º 1026 1027 ... ... 2º 1036 1038 1039
(973 = 983) Gli succedette suo figliuolo, nominato pure Ottone, che il padre aveva chiamato a parte dell'impero l'anno 967. Una guerra civile mossa contro di lui da Enrico il rissoso, duca di Baviera, obbligò il giovane Ottone a rimanere in Germania fino al 980. Passò dopo in Italia, ove morì del 988. Allorchè parleremo delle repubbliche marittime, e di quelle della Magna Grecia, dovremo dire alcuna cosa intorno alle guerre che nel corso del poco illustre suo regno ebbe Ottone II a sostenere contro le medesime.
(983 = 1002) Ottone morendo lasciava un fanciullo sotto la tutela di Teofania sua consorte, della propria madre Adelaide, e dell'arcivescovo di Colonia. Travagliato questo giovane principe, durante la sua età minorenne, dalle guerre civili ch'ebbe a sostenere contro il duca di Baviera Enrico il litigioso, non venne poi in Italia che del 996, ove morì nel fiore dell'età sua l'anno 1002. In esso, che fu Ottone III, si spense la famiglia di Sassonia, dopo aver posseduto quarantun'anni il regno unito dell'Italia e della Germania.
In questo spazio di tempo i principi della casa di Sassonia dimorarono venticinque anni fuori d'Italia, quantunque durante la loro assenza il governo generale della nazione rimanesse in qualche modo sospeso: imperciocchè non promulgavasi senza l'imperatore veruna legge criminale, non riunivasi l'assemblea della nazione, non eravi guerra pubblica, non leva d'uomini per l'impero, non tasse per il monarca. E siccome la sovranità nazionale non poteva restar inerte, così rifondevasi nelle province. I signori ed i prelati emanavano editti, le città leggi municipali. I feudatarj nominavano i giudici dei villaggi; il popolo i consoli ed i pretori nelle città. Ogni corpo si rivendicava il diritto di difendersi, ogni cittadino diventava soldato: per ultimo magistrati eletti dai loro eguali determinavano per le spese municipali una tassa quasi volontaria, ed un consiglio che veniva chiamato consiglio di confidenza, amministrava il danaro della città.
Il sentimento che i popoli attaccano all'idea astratta di patria, è composto dai sentimenti di riconoscenza per la protezione che accorda, d'affezione per le sue leggi e costumanze, e di partecipazione alla sua gloria. Ma lo stato era in modo diviso, che ogni cittadino non poteva conoscere se non la protezione dei magistrati della sua città; siccome non poteva conoscere che le leggi, le usanze e la gloria della sua città e delle di lei armi. Talchè abbandonando l'idea indeterminata di membro d'un impero che non conosceva, e col quale non aveva alcun rapporto che incomodo non fosse, ogni cittadino s'avvezzava a circoscrivere alla sua città l'idea di patria e tutta la sua patria. In tal maniera formossi nell'opinione degli uomini una strana rivoluzione, e fin qui senza esempio; imperciocchè quantunque la prosperità e la libertà siano state sempre il retaggio esclusivo delle piccole nazioni, come appartengono ai grandi stati il despotismo, i grandi abusi, i traviamenti dell'ambizione, le guerre senz'oggetto e le paci senza riposo; non erasi ancor veduto, e forse non si vedrà mai più un popolo rinunciare agli attributi di grande nazione, alla gloria attaccata ad un nome collettivo, alla grandezza, alla potenza, per cercare la libertà nello scioglimento del suo legame sociale.
La subordinazione feudale veniva scossa da ogni rivoluzione dell'impero in modo che più stranieri rendeva sempre gli uni agli altri i membri dello stato. La morte di Ottone III liberò le città dalla riconoscenza dovuta alla famiglia del grande Ottone, e la guerra civile, eccitata dall'elezione del suo successore, diede loro motivo d'esperimentare le proprie forze, e di conoscere che non avevano omai più bisogno d'un protettore straniero.
(1002) Saputasi in Germania la morte d'Ottone III, il marchese di Turingia, il duca di Germania, ed Enrico III, duca di Baviera figliuolo d'Enrico il rissoso, si disputarono la corona. Dopo una breve guerra civile, rimase all'ultimo ch'era nipote del fratello del grande Ottone, e fu coronato a Magonza sotto il nome d'Enrico II re di Germania[102]. Benchè non fosse per gl'Italiani che Enrico I, non contando questi Enrico l'uccellatore, il quale non fu loro re, noi indicheremo questo principe ed i suoi successori dello stesso nome col numero adoperato dai Tedeschi, per evitare la confusione d'un doppio numero.
[102] _Chron. Ditmari Epis. Merzepurgii l. V. p. 365. ap. Leibn. Scr. Brunsv. t. I._ — _Ann. Hildeghemenges. Ib. p. 721. an. 1002._ — _Her. Cont. Chr. p. 270._
Intanto la dieta de' signori italiani riunitasi in Pavia eleggeva re di Lombardia Arduino marchese d'Ivrea[103]. La convenzione dalla nazione italiana contratta colla casa di Sassonia non aveva più vigore dopo che questa famiglia aveva cessato di esistere; i regni d'Italia e di Germania erano affatto l'uno dall'altro indipendenti; e veruna legge obbligava ad affidarne l'amministrazione allo stesso monarca. A fronte di così evidenti ragioni l'elezione d'un re lombardo si risguardò dai Tedeschi come un atto di ribellione; per cui si disposero a riconquistare l'Italia: e continuando in questa loro strana pretensione, trattarono sempre gl'Italiani come un popolo nemico o ribelle, che dovevasi atterrire con rigorosi castighi, e tenere sotto il giogo. Gli Ottoni furono i protettori della libertà delle città, e gli Enrichi colla diffidente loro durezza sforzarono queste città medesime a rivolgere contro di loro quelle forze che avevano ricevute dalla libertà.
[103] Arnul_. Hist. Med. l. I. c. 14. et 15. t. IV. Rer. It. — Landul. Seni. His. Med. l. II. c. 19. p. 82._
Arduino era stato eletto in Pavia, e tanto bastava perchè i Milanesi si dichiarassero contro di lui; imperocchè Pavia e Milano si disputavano il primo rango tra le città lombarde, e sentivansi di già abbastanza forti ed indipendenti per potersi abbandonare alla vicendevole loro gelosia. A ciò s'aggiungeva che Arnolfo arcivescovo di Milano aveva particolar motivo d'essere scontento di Arduino. Egli arrivava dopo chiusa la dieta di Pavia, da una ambasceria a Costantinopoli, speditovi da Ottone III; onde risguardò come illegittima l'elezione d'un re senza l'intervento del primo prelato della nazione. (1004) Approfittando dei soccorsi dell'arcivescovo e della città di Milano, Enrico di Germania, riconosciuto re da una nuova dieta di Roncaglia, si affrettava di venire in Italia per la strada di Verona. Arduino, abbandonato dalle proprie truppe che si dispersero prima di misurarsi col nemico, si vide costretto di rifugiarsi nelle fortezze del suo marchesato; lasciando che il suo rivale s'avanzasse senza incontrare ostacoli fino a Pavia, ove ricevette dall'arcivescovo di Milano la corona d'Italia.
Lo stesso giorno dell'incoronazione, le indisciplinate truppe d'Enrico diedero nuove ragioni agli abitanti di Pavia d'attaccarsi al suo rivale. I Tedeschi riscaldati dal vino insultarono i cittadini in modo che trovaronsi costretti di reprimere colle armi gli oltraggi d'una soldatesca indisciplinata. Ad Enrico venne da' suoi cortigiani rappresentato questo tumulto siccome _un furor di plebaglia, e l'esplosione d'un'arroganza di schiavo_[104], che dovevasi reprimere colla forza; ma la ribellione era più estesa, ed il pericolo maggiore che non era annunciato. Enrico trovossi assediato nel palazzo che le sue guardie difendevano a stento. Per liberarlo, e sottomettere i Pavesi ribellati, non potendo, per essere state barricate le strade, avanzarsi la truppa d'Enrico accampata fuori di Pavia, mise il fuoco alla città. L'incendio allargandosi rapidamente favoriva il massacro; e la superba capitale dei Lombardi fu bentosto un mucchio di ruine sparse di sangue, da cui Enrico s'allontanò subito colla sua armata. Frattanto i Pavesi rifabbricarono la loro città; e consacrando le nuove mura, giurarono di vendicarsi dei Tedeschi; e proclamato di nuovo Arduino, dedicarono le loro armi e le fortune loro al rialzamento del suo trono[105].
[104] _Ditmarus Chron. l. VI. p. 377. Scrip. Br. t. I._
[105] _Arnulph. Med. lib. I. c. 16. p. 12._
Enrico, cui stava infinitamente più a cuore la conservazione della Germania, che l'apparenza di uno sterile potere in Italia, lasciò passare dieci anni senza portarvi di nuovo le sue armi. D'altra parte Arduino, mancante di truppe e di danaro, poco profitto ritraeva da' suoi talenti e dal suo coraggio. Vercelli, Novara, Pavia, e probabilmente quasi tutte le città del Piemonte riconoscevano i suoi diritti alla corona: ma queste città non potendo assoldare milizie, rifiutavansi di ricevere il re entro le sue mura per non ricevere col re le sue truppe indisciplinate, ed un potere dispotico. Arduino perciò riparavasi nelle fortezze del suo antico marchesato, e non rammentava ai popoli la sua dignità reale, se non con qualche donazione ai monasteri; soli documenti che siano a noi pervenuti del suo regno. Pareva che le città si fossero parzialmente incaricate di difendere i diritti dei due concorrenti. Milano attaccava frequentemente colle sue milizie i limitrofi vassalli di Arduino, mentre i cittadini pavesi guastavano il territorio milanese: tutti s'esercitavano nelle armi, tutti s'abbandonavano alla gelosia ond'erano animati verso i loro vicini, tutti s'accostumavano a non risguardare per loro patria che la propria città, ed adottavano il nome dei re piuttosto per giustificare le loro guerre, che per voglia che avessero di abbracciar la causa de' monarchi per cui apparentemente combattevano.
Enrico II fu in Italia nel 1003 e nel 1014, e ricevette a Roma la corona imperiale dalle mani di Benedetto VIII, senza che giammai si scontrasse colle armate di Arduino (1015). Ma dopo il ritorno d'Enrico in Germania, il re lombardo, sorpreso da grave malattia, depose spontaneamente le insegne reali, e si fece monaco nel monastero di Frutteria per prepararsi alla morte[106].
[106] _Mur. an. 1015. — Arn. Hist. Med. l. I. c. 16. p. 13._
Del 1024 gl'Italiani tentarono ancora di liberarsi dalla tedesca dipendenza, approfittando della mancanza del re, cui, per essere divisi i voti degli elettori, non veniva dato alcun successore. Perciò gl'Italiani offrirono successivamente la corona di Lombardia a Roberto re di Francia, ed a Guglielmo duca d'Aquitania[107]. Ma questi due principi, avendo saggiamente riflettuto alla debolezza della monarchia italiana, ai pericoli, ed alle spese che sarebbe loro costato l'acquisto d'un onore illusorio, rifiutarono un dono che avrebbe rovinati gli antichi loro sudditi. L'arcivescovo di Milano che aveva la direzione di questi trattati, risolvette di passare egli stesso in Germania e trattar la pace a nome della sua nazione con Corrado il Salico duca di Franconia, ch'era stato eletto da una dieta tedesca, ed il di cui nome va unito alle ultime leggi che compirono il sistema feudale[108].
[107] _Id. ad an. 1025. t. VIII. p. 557. — Notæ ad Arn. Med. l. II. c. p. 14._
[108] Questo Corrado II, per i Tedeschi, perchè ebbero un Corrado I dal 911 al 918, era primo per gl'Italiani.
(1024) Corrado II discendeva in linea femminina da Ottone il grande, lo che gli diede un titolo per aspirare alla corona. Il suo predecessore Enrico II era morto senza figliuoli; ed una delle virtù, che lo fece degno con Cunegonda sua moglie dell'onor degli altari, vuolsi che fosse la fedeltà con cui mantenne fino alla morte il voto di verginità emesso di consenso della sposa[109].
[109] _Leo Ostiensis Chron. Monac. Cassinensium, lib. II c. 46. p. 368._
(1026) Poichè Corrado ebbe pacificata la Germania, e stabilita la sua discesa in Italia, spedì, secondo l'usanza che di fresco era invalsa, deputati a prevenire tutte le città della sua venuta, chiedendo loro il giuramento di fedeltà, ed il pagamento delle tasse, che in questa sola circostanza erano devolute al tesoro reale. Tali imposte chiamavansi nel barbaro latino di que' tempi _federum_, _parata_, e _mazionaticum_. Il primo consisteva in una determinata quantità di vittovaglie destinate al mantenimento del re e della sua corte, che d'ordinario venivano rappresentate da una somma di danaro. Il secondo era un tributo col di cui prodotto riparavansi le strade ed i ponti de' fiumi che doveva attraversare il re. Il terzo serviva alle spese dell'alloggio de' cortigiani e dell'armata reale durante il loro viaggio[110].
[110] _Carol. Sigon. de Regno It. lib. VII. p. 175. — Alho Fris. de Gestis Frid. I. lib. II. c. 12. p. 709._
Corrado venne fino a Roncaglia, pianura posta in riva al Po presso a Piacenza, ove alla venuta degl'imperatori riunironsi sempre le diete italiche. Pareva che d'improvviso sorgesse una città in mezzo a deserta campagna. Piazze e strade tirate a filo separavano il padiglione reale, quelli de' signori, e dell'armata, ed una muraglia circondava tutti questi quartieri. I negozianti che vi accorrevano da ogni banda, costruivano le loro botteghe fuori delle mura, e formavano i sobborghi della città, che avevano l'aspetto d'una magnifica fiera. Il padiglione del re ergevasi nel centro del suo campo; innanzi al quale vedevasi appeso ad un'antenna uno scudo, cui tutti i feudatarj invitati dall'araldo facevano a vicenda la sentinella. La funzione di vegliare armati le prime notti teneva luogo di revista dell'armata, e gli assenti potevano essere condannati alla perdita del feudo, per non avere soddisfatto al loro dovere di accompagnare il re nella sua spedizione. I primi giorni della dieta erano dal re consacrati a decidere le cause private, onde tenersi in possesso dell'esercizio del potere giudiziario. Riceveva ne' susseguenti giorni le ambascerie delle città, regolandone i rapporti colla monarchia, e terminando le vicendevoli loro controversie. Finalmente negli ultimi giorni della dieta il re s'occupava degl'interessi de' signori, e delle quistioni attinenti ai feudi.
La dieta che del 1026 fu preseduta da Corrado il Salico viene indicata da alcuni storici quale epoca importantissima d'un cambiamento nella legislazione feudale, credendo che la prima costituzione che trovasi nel quinto libro dei feudi si promulgasse in quest'epoca[111]. Per la legge di Corrado il Salico tutti i beneficj militari furono dichiarati ereditarj di maschio in maschio; e si costrinsero i signori di rinunciare all'abusivo diritto di privare de' proprj feudi i loro vassalli; tranne il capo di fellonia, ed anche in allora dopo un giudizio de' loro pari. Poi ch'ebbe scorsa l'Italia, e rinnovate con pubbliche udienze ed importanti giudizj la memoria dell'autorità imperiale, Corrado ritornò colla sua armata in Germania.
[111] _Sigon. de Reg. l. VIII, ad an. p. 194. — Denin. Rivol. d'It. l. X. c. 2. p. 76._ — Può differirsi questa costituzione anche al 1037, e pare che questa sia l'opinione del Muratori. Ma è probabile che nella sua prima discesa in Italia Corrado regolasse con una legge un oggetto che da lungo tempo eccitava le lagnanze de' feudatarj.
Nè appena fu lontano, nuovi disordini mostrarono i vizj del sistema feudale, che questo monarca aveva inutilmente cercato di correggere.
(1027 = 1036) Le città del centro della Lombardia godevano, gli è vero, d'una libertà assai estesa, ed i grandi, e specialmente i prelati, avevano scosso il giogo dell'imperatore, ed emancipatisi quasi affatto dalla sua autorità: ma i gentiluomini, i capitani, i valvasori, che formavano l'ordine equestre, lungi dal partecipare della libertà degli altri ordini, vedevano peggiorata la loro condizione. Pareva che la nazione non formasse un solo corpo che nelle diete o udienze di Roncaglia; ma ancora a queste i gentiluomini intervenivano senza missione, senza privilegi, senza alcun appoggio per riclamare contro la soverchieria de' grandi feudatarj, o contro le usurpazioni delle città. Terminata la dieta, scioglievasi ancora lo stato, ed i signori de' castelli ritornavano ne' loro dominj per difendervisi, e farsi giustizia colle proprie armi e con quelle de' loro vassalli. Le campagne venivano affatto rovinate da queste guerre private, e tutto posto in estrema confusione.
Il ladroneccio che accompagnava le guerre della nobiltà, fu sotto Corrado più tosto sospeso che represso dalle ammonizioni di alcuni uomini pii, i quali pretendevano, e fors'anche credettero di buona fede, aver loro il cielo rivelato che Dio ordinava agli uomini d'ogni credenza una tregua di quattro giorni per settimana dopo la prima ora di giovedì fino alla prima ora del lunedì. Tutti gli uomini, per qualsiasi errore da loro commesso, dovevano in questi quattro giorni essere in libertà di occuparsi de' proprj affari; e guai a coloro che durante la _tregua di Dio_ facessero qualche vendetta contro i proprj nemici o contro quelli dello stato. Questa pace si predicò la prima volta l'anno 1033 dai vescovi d'Arles e di Lione, e nella stessa epoca fu introdotta in Italia[112]; ove non ebbe mai intera esecuzione. Erano gl'Italiani, fra tutti i cristiani, i meno superstiziosi, e meno degli altri disposti a prestar fede ad un ordine emanato dal cielo.
[112] _Landulp. Sen. l. II. c. 30. p. 90. — Ducangius in Glossario Latin. voce_ Treva.
Le private guerre dei gentiluomini furono in breve seguite da una guerra più generale ch'essi di comune accordo dichiararono ai prelati, ch'erano per lo più loro signori, ed in pari tempo agli abitanti delle città. I valvasori non potevano vedere senza gelosia questi uomini, nati loro eguali o inferiori, godere dell'autorità sovrana, i primi come principi, gli altri come repubblicani. Lagnavansi in ispecial modo dell'orgoglio d'Eriberto, arcivescovo di Milano, il quale senza avere verun rispetto alla costituzione di Corrado, spogliava de' suoi feudi qualunque de' suoi vassalli avesse la sventura di cadere nella sua disgrazia. Allorchè seppero che l'arcivescovo aveva ingiustamente oppresso un gentiluomo, tutti i vassalli della sede milanese presero ad un tempo le armi, ed il loro esempio fu seguito da tutti i gentiluomini della Lombardia[113]. Dall'altra parte i cittadini che erano stati soverchiati più volte dalla nobiltà, e che credevano partecipare della grandezza de' loro prelati, presero le armi per difenderli. La prima battaglia si diede nelle contrade di Milano, ove dopo un'ostinata resistenza i gentiluomini dovettero abbandonare la città. Ma giunti in campagna trovarono molti ausiliarj che si posero sotto le loro insegne; e la città di Lodi, invidiando la grandezza di Milano, dichiarossi a favore de' gentiluomini, i quali nella battaglia di Campo Malo ruppero i Milanesi (1035 = 1039) comandati dall'arcivescovo. Chiamato da questi disordini nuovamente in Italia, l'imperator Corrado convocò la dieta in Pavia, onde provvedere a tanti mali. Incominciò dall'ordinare l'arresto dell'arcivescovo Eriberto, e dei vescovi di Vercelli, di Cremona, di Piacenza[114], ed appoggiò caldamente le lagnanze dei valvasori; ma ogni sua pratica riuscì inutile al ristabilimento della pace. I prelati, fuggiti alle guardie imperiali, riguadagnarono le loro città, e trovarono i cittadini pronti ad armarsi per la loro difesa. Corrado volle inseguirli, e fu respinto dai Milanesi, e costretto di rinunciare all'assedio di quella città[115].
[113] _Anno 1035. Arnul. Hist. Med. l. II. c. 10. p. 16._
[114] _Sig. Gemblacens. Chron. p. 833. — Her. Cont. p. 279. — Annales Hildeshemens. p. 728._
[115] _Arn. Med. l. II. c. 13, p. 18. — Land. Serv. II. c. 25._
Ad accrescere la confusione prodotta da questa guerra civile s'aggiunse una nuova scissura. I gentiluomini insorti avevano pur essi dei vassalli con giurisdizione militare, che in allora chiamavansi _valvassini_, i quali tenevano schiavi, ossia servi attaccati alla _gleba_. Queste due classi di uomini, in tempo che gli altri ordini della società impugnavano le armi per l'indipendenza, si credettero ugualmente in diritto di riclamarla, e presero le armi contro i loro signori, chiedendo la libertà generale.
A quest'epoca tutti i ranghi della società trovaronsi in guerra gli uni contro gli altri: ma l'eccesso medesimo dell'anarchia produsse finalmente una pace vantaggiosa a tutta la nazione; i diritti di ciascun ordine furono stabiliti con precisione; la costituzione di Corrado intorno alla successione dei feudi fu adottata dalla nazione; quasi tutti gli schiavi furon posti in libertà; e soppresse o addolcite assai le più umilianti condizioni annesse alla dipendenza feudale[116]. Finalmente, bramando i gentiluomini di avere una patria, si determinarono quasi tutti di fars'inscrivere alla cittadinanza delle città vicine; ossia, per valermi della frase di quell'età, di raccomandare le persone ed i feudi loro alla protezione delle città. È assai verisimile che questa generale pacificazione si effettuasse l'anno 1039 nell'istante in cui le armate trovandosi a fronte in vicinanza di Milano, la notizia della morte di Corrado il Salico le consigliò a deporre le armi[117].
[116] _Const. Conv. Sal. Imp. l. V. tit. I. lib. Feudorum. — Cod. Longob. t. I. p. II., Rer. p. 177._
[117] _Arnul. lib. II. c. 16. p. 18._
CAPITOLO III.
_La chiesa e la repubblica romana nella prima metà de' mezzi tempi — Dissensioni tra i papi e gl'imperatori. — Regni di Enrico III, Enrico IV, ed Enrico V, dal 1039 al 1122. — Pace di Wormazia._
Tre principi della casa di Franconia, il figlio, il nipote ed il pronipote di Corrado il Salico, occuparono la sede imperiale dopo la morte di questo sovrano fino ai tempi in cui le repubbliche, che formano l'argomento di quest'opera, ebbero conseguita l'indipendenza; epoca in cui noi cominceremo a tener dietro alle particolarità della loro storia. Ma prima di descrivere compendiosamente i regni dei tre Enrichi di Franconia, convien rimontare alquanto a dietro, e far conoscere ai miei lettori qual fosse, al principio de' mezzi tempi, lo stato della Chiesa romana, che protetta dai tre primi Enrichi perseguitò gli ultimi due; quale lo stato della città di Roma, di cui gl'imperatori contrastarono ai papi la sovranità; mentre fino dal principio dell'età di mezzo si andava in silenzio formando una nuova repubblica romana, che talvolta tenne nella sua dipendenza i pontefici dominatori della cristianità.