Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)

Part 6

Chapter 63,594 wordsPublic domain

[84] Ignoro l'etimologia di questo vocabolo conservatosi nella lingua spagnuola, nella quale _aldea_ ed _aldeani_ significano un villaggio ed i villani. Veggasi _Murat., dissert. XV, t, 1 p. 841._

Finalmente gli schiavi componevano l'ultimo ordine della società, e la più bassa, siccome la più numerosa classe degli abitanti della campagna. La condizione loro non era in ogni luogo uguale; gli uni servi della gleba vivevano sulle terre che coltivavano col prodotto del proprio travaglio, corrispondendo l'eccedente ai loro padroni secondo certe precise regole sanzionate dall'uso: altri ridotti ad una dipendenza assoluta, non lavoravano che per i loro padroni, ed in virtù dei loro ordini, e da loro avevano il nutrimento[85].

[85] _Ant. Ital. med. ævi, dissert. XIV, t. 1._

Ma quantunque la condizione degli schiavi fosse assai dura, erano meno infelici degli schiavi romani in campagna, quando i costumi avevano incominciato a corrompersi. Molte leggi lombarde proteggono i servi contro l'ingiustizia o il soverchio rigore de' padroni; dichiarano libero il marito della donna sedotta dal padrone[86]; assicurano l'asilo delle chiese agli schiavi che vi si rifuggiassero[87]; e regolano le pene proporzionatamente ai commessi delitti, invece di abbandonarli all'arbitraria punizione del padrone. E siccome i signori conoscevano d'aver bisogno de' loro soggetti qualunque volta venivano attaccati, procuravano perciò di farsi amare, e li trattavano con dolcezza, onde aver soldati pronti a difenderli. La schiavitù delle campagne romane ai tempi degl'imperatori spopolò l'Italia, e la schiavitù delle stesse campagne sotto la nobiltà feudale non fece danno alla popolazione.

[86] _ Lex Luitprandi regis, lib. VI, § 87, p. 80._

[87] _Ibid. § 90, p. 81._

Le leggi lombarde obbligavano i vassalli a seguire alla guerra a proprie spese il loro signore, procurandosi del proprio il cavallo, le armi e le vittovaglie. Carlo Magno ordinò che quando l'armata fosse invitata ad entrare in campagna, ogni soldato si provvedesse di armi d'ogni genere, d'abiti per un anno, e di viveri fino alla nuova stagione. Vero è, quanto ai viveri, che i soldati introdussero ben tosto la costumanza di farli somministrare dalle campagne e dalle province che attraversavano; costumanza che divenne in seguito un diritto conosciuto sotto il vocabolo di fodero[88], il quale fu limitato nel trattato di pace di Costanza. Ogni uomo libero che ricusava di raggiungere l'armata incorreva nella multa di sessanta soldi (trentasei once d'argento), e non avendo di che pagarla, veniva ridotto in ischiavitù[89].

[88] _Futter_, foraggio, vittovaglia.

[89] _Capit. Cavr. M. in cod. Longob. § 35 p. 98._

Quantunque tutti gli uomini liberi dovessero recarsi all'armata, e che nelle pressanti circostanze la legge non eccetuasse che un solo maschio per ogni famiglia che n'avea più d'uno, il quale doveva ancora essere il più debole[90]; pure le armate erano d'ordinario, poco numerose. Forse la legge era male eseguita; forse il numero degli uomini liberi era assai limitato, sia rispetto al numero degli schiavi e dei villani che non prestavano servizio militare, come rispetto agli uomini troppo poveri per mantenersi il cavallo, per cui univansi due o tre famiglie per darne uno: finalmente può ancora supporsi che non si tenesse conto delle milizie a piedi delle città, quantunque facessero parte delle armate.

[90] _Const. Lod. II reg. Italiæ apud Camil. Pelleg., t, II, r. It. p. 264._

Il nome di soldato si dava esclusivamente al cavaliere, il quale doveva essere coperto di pesante armatura; doveva portar un caschetto, la collana, la corrazza, stivaletti di ferro, ed un largo scudo. Combatteva colla lancia, colla spada, collo stocco e coll'ascia, che la cavalleria in appresso abbandonò. Il cavaliere, il giorno della battaglia, montava il cavallo di battaglia; ma nelle marcie servivasi del palafreno, che lasciava in mano dello scudiere quando doveva battersi. Secondo gli ordini di Carlo Magno i pedoni dovevano portare una lancia, uno scudo, un arco con due corde di cambio, e dodici freccie[91].

[91] Secondo capitolare dell'anno 813, § 9. _In capit. reg. Franc. Steph. Balutii, t. I, p. 508._

Le leggi dei Lombardi, dei Franchi e de' Tedeschi sottomettevano quasi tutte le cause al giudizio di Dio, ed il combattimento militare era la più comune forma di giudizio. È ben naturale che da questo stato di guerra giudiziaria, i gentiluomini passassero a private guerre frequentissime. Quand'erano stati ingiuriati, le stesse leggi loro acconsentivano di chiederne soddisfacimento, ed alla loro nimistà, una volta dichiarata, davasi il nome di _faida_[92]. Le leggi non gl'imponevano che il dovere di rinunciare alla vendetta quando veniva loro pagato il compenso pecuniario dell'ingiuria ricevuta. Tale pagamento chiamato _widrigild_[93] doveva farsi _cessante faida_; ma se alcuna delle parti rifiutavasi di pagare o di ricevere il prezzo dell'ingiuria, si prolungava la contesa, e le due famiglie restavano in guerra[94].

[92] _Fehde_ inimicizia, guerra, sfida in tedesco; _Feud_, guerra, oppure odio di famiglia in inglese.

[93] _Bidergeld_, argento dato contro, o argento di compenso.

[94] _Rotharis, leges in cod. Longob. § 45 et 74, p. 21. 22_. Per altro Carlo Magno erasi arrogato il diritto di obbligare a dare e ricevere il prezzo della faida, ma spesse volte i nobili vi si rifiutavano. _Capitul. anni 779 apud Balut. § 22 t. I, p. 198._

La nobiltà trovavasi divisa da infiniti litigi di tal sorte; poichè quasi tutti i gentiluomini preferivano ad un componimento amichevole la decisione delle armi. Per tal motivo specialmente si prendevano grandissima cura di tenere i loro vassalli esercitati nel maneggio delle armi ed affezionati alla loro persona: e perchè i servi non potevano entrare nella milizia, i loro padroni trovavano spesse volte conveniente di affrancarli ed innalzarli al rango d'_uomini di masnada_ o d'_Arimanni_.

Tale era all'epoca della sua istituzione il sistema feudale, un miscuglio di barbarie e di libertà, di disciplina e d'indipendenza, la quale in singolar modo contribuiva a rendere ad ogni uomo il sentimento della propria dignità ed energia che sviluppa le virtù pubbliche, e quella fierezza che le mantiene. La schiavitù de' coltivatori era, non v'ha dubbio, la parte odiosa di questo sistema; ma dobbiamo risovvenirsi che fu stabilito, allorchè la più assoluta e vergognosa schiavitù formava parte del sistema e dei costumi di tutte le nazioni incivilite; che gli schiavi romani che coltivavano la terra, dovettero chiamarsi felici diventando servi della _gleba_; e che il vassallaggio fu la scala per cui le più abbiette classi del popolo passarono dalla schiavitù antica all'attuale loro libertà.

Nel sistema feudale il legame sociale era assai debole, pure sufficiente, finchè durò nelle piccole popolazioni che l'avevano adottato lo spirito nazionale. Un'origine ed una gloria comune, un nome nazionale caro a tutti i cittadini, leggi ammesse dal comun consenso, spesso portate dall'estremità della Germania, e che costituivano il più nobil titolo della eredità di ogni guerriero, strinsero, finchè i popoli rimasero indipendenti, i legami che univano i Lombardi, i Bavari, i Franchi salici ed i Franchi ripuarj. L'ambizione di Carlo Magno, che li riunì tutti sotto la sua vasta monarchia, fu la prima cagione della prossima scomposizione. L'uomo che appartiene all'impero del mondo non ha più patria, nè sentimento nazionale. Per alcun tempo i governatori hanno potuto essere sedotti dallo splendore delle conquiste del loro re, e sentire il solletico delle vittorie, che pure distruggevano ogni speranza di felicità: ma il vergognoso regno dei discendenti di Carlo Magno fece cadere questa illusione, ed i popoli conobbero allora tutti assieme, che l'impero d'Occidente non era una patria, o se pure lo era, era tale da non far loro provare che dolore e vergogna, per essere esposta alle continue umiliazioni dei Saraceni, degli Ungari, degli Avari, degli Slavi, dei Normanni, dei Danesi, i quali tutti erano divenuti potentissimi per il debole impero de' figli di Carlo Magno[95].

[95] Niuna distanza assicurava dalle incursioni de' Normanni. La città di Luni, capitale della Lunigiana, tra la Toscana e la Liguria, fu distrutta l'anno 867 da questa gente del settentrione. _Ant. Ital. dissert. I, p. 25._ E stando ad una cronaca, o _jaga_ islandese, sembra che fossero i figli di Ragner Lodbrog quelli che in tal modo guastarono l'Italia, e che avevano pure determinato di bruciar Roma se un viaggiatore, esagerando loro la distanza di questa città, non li faceva rinunciare al progetto.

Per le nazioni incivilite e corrotte, la perdita dello spirito pubblico è una specie di morte nazionale, riducendo gli uomini a quello stato di avvilimento in cui i Greci ed i Romani si trovarono sotto gli ultimi imperatori. Ma in una nazione ancora piena d'energia, e dove un principio di vita anima tutto, quando s'estingue lo spirito pubblico, diventa maggiore il vigor individuale, che conserva ancora la dignità dell'umana natura in mezzo alle sventure dello stato. Nello stesso tempo in cui venti Saraceni osarono fondare una colonia nemica a Frassineto, posto nel centro dell'impero di Carlo Magno, i baroni che lo circondavano erano bravi soldati, e tutta la sua nazione bellicosissima. Ma l'abbassamento dello spirito pubblico, la disunione di tutti i membri dell'impero, le guerre civili, o a meglio dire private tra i signori dei castelli, infine la diffidenza e la gelosia di ogni villaggio per il villaggio vicino, rendevano la nazione incapace di far resistenza ai nemici. Il disordine era cresciuto a segno che i paesani non ardivano uscire dalle loro muraglie per seminare i campi, le raccolte venivano distrutte o portate via dai nemici, le strade rese impraticabili dal ladroneccio.

Nel sesto secolo tutti gli ordini della nazione, separatamente considerati, erano scontenti del legame che gli univa. Allorchè un principe ambizioso occupava il trono, aveva costume di dividere tra i suoi favoriti i grandi feudi, come fossero impieghi civili, lo che gravemente offendeva i principali signori: le città forzate di difendersi da sè medesime contro le incursioni de' barbari, circondaronsi di mura, addestrarono le loro milizie, e terminarono col disprezzare un governo incapace di proteggerle: i gentiluomini, stanchi d'un servizio rovinoso, paventavano i messaggieri del re, che non chiamavanli che a fazioni militari senza gloria, ed a diete senza libertà: per ultimo i paesani, oppressi dai loro signori e tormentati dalle rapine delle guerre private, rifiutavano una patria che non gli aveva in conto di cittadini. Di mezzo a tanta anarchia eransi formate alcune parziali società per la comune difesa; ed i capi politici indipendenti esistenti in seno alla nazione, e la formazione loro, dovevano affrettare lo scioglimento di quel legame sociale che le recenti associazioni rendevano inutile. Nello stato ordinario della società, quantunque l'autorità sovrana sia onerosa a coloro che ne sostengono il peso, tutti non pertanto temono gli effetti dell'anarchia, e sentono come sarebbero esposti ad ingiuste aggressioni, quanto deboli e sventurati, se un'autorità protettrice, se una forza superiore a quella degl'individui, non reprimesse le violenze, e non conservasse l'ordine fra gli opposti interessi che sogliono produrre fra gli uomini incessanti motivi di querele. Ma quando la società accoglie nel suo seno varie parziali associazioni, nè i capi, nè i membri temono più le conseguenze dell'anarchia.

Un duca di Spoleti o del Friuli risguardava il re d'Italia quale oppressore, che si arrogava il diritto di usurpare l'eredità ai suoi figliuoli, di dividere le sue entrate, di porre limiti alla sua autorità; un geloso nemico, che non potendo sempre opprimerlo colle proprie forze, procurava di rivolgere contro di lui quelle de' vicini; che per nuocergli univa l'astuzia alla violenza; ma che in veruna circostanza accorreva in sua difesa, o gli era in qualsiasi modo utile.

Perciò i grandi feudatarj non risguardavano più la caduta del trono con quell'inquieto timore che in noi produce un'imminente rivoluzione, di cui non si possono calcolare gli effetti: al contrario essi erano a portata di conoscere perfettamente i risultati di tale cambiamento. Conoscevano ugualmente le forze proprie e quelle de' loro vicini; vedevano di poter dividere tutte le prerogative dell'autorità reale, e tutte le spoglie del trono; che senza pericolo di disordine o d'anarchia, avrebbero anzi conseguito maggior sicurezza, l'indipendenza e più illimitato potere.

Nè l'interesse de' sudditi era in tal caso in opposizione con quello de' loro padroni, perchè il monarca non gli aveva mai salvati dalle vessazioni del duca o del marchese, nè alla deposizione loro avevano mai dato motivo le lagnanze del popolo: e quando i soggetti sono lasciati in balìa de' loro padroni, è a desiderarsi che la signoria sia ereditaria, affinchè i padroni sieno più interessati alla conservazione ed alla prosperità della medesima. L'autorità d'un signore temporario non era perciò più limitata, e quand'era destituito, gli era il più delle volte surrogato un uomo di minor condizione, che la povertà rendeva più avido e più oneroso ai sudditi.

Doveva inoltre sembrar più agevole ai sudditi de' magnati il limitare l'autorità di un piccolo principe, che quella d'un gran re; di reprimere le vessazioni d'un uomo che non aveva che le forze dei proprj sudditi, piuttosto che quelle d'un sovrano che, adoperando la politica dei despoti, valevasi dei sudditi d'una provincia per incatenare quelli di un'altra.

Sembrerà strano che con tali disposizioni gl'Italiani non deponessero Berengario II, e non abolissero l'autorità reale, invece di chiamare Ottone dagli estremi confini dell'Allemagna, e sottomettersi a lui: ma eranvi due altri ordini della nazione, che, quantunque mal soddisfatti, credevano non pertanto di dover sostenere il trono. Le città non potevano chiamare in loro soccorso che i re, i quali per altro non le proteggevano: esse soffrivano tutti i mali dell'anarchia, e non avevano ancora abbastanza di forze per provvedere alla propria sicurezza; onde i cittadini antiveggenti dovevano desiderare che si sottraessero lentamente all'impero, piuttosto che ricuperare tutto ad un tratto quell'indipendenza che non avrebbero potuto difendere. Altronde anco i gentiluomini e la nobiltà di secondo rango temevano ugualmente quello scioglimento della monarchia che gli avrebbe posti in arbitrio de' magnati limitrofi, amando meglio d'ubbidire ad un re, che ad altri nobili ch'essi credevano loro eguali.

(961) La concessione della corona imperiale agli Alemanni garantì a tutti gli ordini della nazione quel grado d'indipendenza che si conveniva alla sua situazione ed alle sue forze; (961 = 965) facilitò lo scioglimento pacifico del legame sociale, e l'erezione, nell'interno dello stato, d'una quantità di piccole popolazioni che diventarono libere tosto che non ebbero più bisogno della protezione del monarca. Il regno d'Ottone fu al di fuori illustrato dalle vittorie, internamente dallo stabilimento di una costituzione proporzionata allo spirito del secolo ed al bisogno della nazione.

Ben più che a Carlo Magno si conviene ad Ottone il nome di grand'uomo; e se non altro il suo regno contribuì efficacemente alla prosperità de' popoli a lui sottomessi. Carlo ebbe l'ambizione de' conquistatori, e, per ingrandire l'impero, distrusse collo spirito nazionale il vigore dei popoli vinti. Ottone non fu meno vittorioso di Carlo, ma Ottone trionfò dei nemici dei popoli ridotti a civiltà, e degli aggressori che guastavano le province dell'impero colle loro scorrerie. Egli non cercò di estendere i limiti dell'impero, e non s'arrogò che i poteri necessari per proteggere i suoi sudditi; e dopo aver data la pace alle sue province, preparò i popoli a poter un giorno essere indipendenti.

La costituzione che Ottone il grande diede agl'Italiani, poi ch'ebbe conquistato tutto il regno di Berengario, era di tutte la migliore per conservare al monarca, obbligato di trattenersi lungo tempo ne' suoi stati di Germania, la sua autorità. Prima della fatale invenzione delle truppe di linea, prima di scoprire che uomini liberi potevano ridursi a vendere la loro volontà e le loro braccia per un miserabile salario, il despotismo non poteva avere regolare e durevole stabilimento. Fin ch'era in luogo, l'ascendente d'un grand'uomo faceva piegare ogni cosa alle sue volontà, e ciò con tanto maggiore facilità, quanto più grande era nei popoli il dovere della riconoscenza; ma tosto che s'allontanava, l'interesse personale ripigliava il suo predominio sul cuore d'ogni individuo, e l'obbedienza del soggetto si proporzionava esattamente al beneficio che sperava di conseguire dall'ordine pubblico.

Ottone aveva condotto in Italia una grande armata, ma quest'armata era feudataria. Ogni ufficiale era tenuto, in virtù della sua baronia, di servire al re per un determinato tempo, ed ogni cavaliere doveva per tutto questo tempo seguire il suo barone da cui aveva ricevuto il feudo. Ultimata la spedizione, l'armata voleva ed aveva il diritto di ritornare ai suoi focolari. Se Ottone avesse voluto stabilire in Italia un gran signore con una ragguardevole forza, non poteva farlo che dandogli terre per lui e per i suoi vassalli, e spogliando gli abitanti d'un'intera provincia delle loro proprietà: tirannica misura che, senza procurargli assai fedeli vassalli, gli faceva tanti implacabili nemici. Se poi si accontentava di provvedere le province di governatori stranieri senza cambiarne gli abitanti, siccome i governatori non avrebbero avuto altra forza che quella dei loro soggetti, così non potevano sperare d'essere ubbiditi se non facendosi amare, e finchè i loro ordini non si opponessero all'interesse dei vassalli. Per ultimo se Ottone si fidava ai baroni italiani, si poneva, allontanandosi, in loro balìa più che non lo fossero i suoi predecessori.

Ma Ottone era potente e glorioso; e ne' quattr'anni ch'egli aveva impiegati alla testa d'una poderosa armata a sottomettere il regno lombardo, egli aveva con mano forte preso lo scettro, e sempre trionfato de' barbari, e represse le ribellioni de' sudditi e di suo figlio medesimo[96]. Sempre caro a' suoi soldati, fu rispettato dal clero, benchè si fosse valso dei primi per comprimerlo, deponendo due pontefici, e riducendo la Chiesa nella sua dipendenza. Accrescevano la sua potenza la fermezza del suo carattere, e la costanza irremovibile delle sue risoluzioni che tendevano sempre a grandi cose. Pure con sì grandi mezzi non avrebbe ancora potuto arrogarsi un'autorità dispotica, senza esporsi a perderla all'istante che ripasserebbe le alpi. Fu troppo savio, e troppo grande per farne soltanto l'esperimento; egli si valse all'opposto della medesima sua potenza per gettare i fondamenti della libertà.

[96] Lodolfo suo figliuolo del primo letto, che si ribellò l'anno 953, dopo essersi pacificato col padre morì l'anno 957 in Italia, che voleva conquistare.

Le città erano state fino a' quei tempi governate dai loro conti, che d'ordinario erano pure i loro vescovi: questi signori essendo quasi tutti italiani dovevano per conseguenza essere poco ben affetti all'imperatore. Non li rimosse Ottone, non ne ristrinse pure formalmente le prerogative, ma favorì gli abitanti delle città a dilatare le loro immunità con pregiudizio delle prerogative signorili. Il conte, come il re, non aveva truppe sotto i suoi ordini, onde per dar esecuzione ai suoi voleri in una città assai popolata, ed avvezza alle armi, era forzato o di guadagnarsi l'affetto de' cittadini col rinunciare ad alcune prerogative, oppure d'invocare l'autorità del re che non era disposto a favorirlo.

Le città in certo qual modo abbandonate a sè medesime, si diedero, di consenso del re, un governo municipale[97]. Tali costituzioni si stabilirono durante il regno d'Ottone il grande e de' suoi successori, senza opposizione, senza tumulto, ma altresì senza una carta che ne attesti la legittimità: quindi l'antichità loro non è comprovata che dalla prescrizione sempre in progresso allegata dalle città, qualunque volta vennero richiamati in dubbio i loro privilegi.

[97] Nel 6.º capitolo si parlerà dell'origine dei municipj.

I nuovi municipj conservarono per Ottone il grande loro benefattore la debita riconoscenza, che non venne meno finchè durò la di lui famiglia: ma quando l'ultimo degli Ottoni morì senza figliuoli, trovandosi per tale avvenimento sciolti dai vincoli che gli univano alla casa di Sassonia, scossero interamente il giogo tedesco.

Per altro Ottone il grande negl'intervalli che dimorava fuori d'Italia non lasciò depositarie del suo potere le sole città: poichè aveva investiti varj signori tedeschi, ed alcuni italiani che gli avevano dato sicure prove d'attaccamento, dei feudi più importanti, del marchesato di Verona e del Friuli, e del ducato di Carintia. Enrico duca di Baviera suo fratello, onde avere in ogni tempo libero l'ingresso d'Italia[98], creò il marchesato d'Este in favore d'Oberto, uno dei gentiluomini che lo avevano assistito contro di Berengario; ne instituì un altro che comprendeva le diocesi di Modena e di Reggio per Alberto Azzone bisavo della contessa Matilde, quello che aveva accolta nella sua fortezza di Canossa l'imperatrice Adelaide[99]. Per ultimo creò il marchesato di Monferrato per suo genero Almarano[100]. Alle città italiane riuscì utile questa sostituzione degli stranieri e nuovi feudatarj agli antichi. Il potere de' nuovi signori era vacillante ed incerto; i loro vassalli ne erano gelosi, e lungi dal difenderli, cercavano di spogliarli dei loro diritti; i vicini non si movevano per soccorrerli, ed ogni giorno perdevano qualcuna delle loro prerogative. Abbandonarono quindi le città, e si ridussero ne' loro castelli, ove credevansi più sicuri, ma trovaronsi per tal modo, rispetto al potere, ridotti alla condizione de' gentiluomini, comecchè conservassero la superiorità del rango.

[98] _Contin reg. chr. Germ. l. II, p. 106 apud Struvium scr. Germ. t. I._

[99] _Donizo Vit. nat. lib. I c. I. Script. It. V, p. 349._

[100] _Benvenuti de s. Gregorio hist. Monfer. t. XXIII, p. 325._ — _Guichen, hist. genolog. di Savoja l. V, tavola III ed VIII._ — _Sigon. ad ann. 967, lib. VII._

Vedremo nel susseguente capitolo quali furono le differenze ch'ebbe Ottone il grande colla Chiesa[101]; e vedremo altrove i motivi della lunga guerra ch'egli e suo figliuolo sostennero contro i Greci per il possedimento della Calabria e del ducato di Benevento. Questi sono i soli avvenimenti del regno di Ottone in Italia, di cui gli storici abbianci conservata distinta memoria. Dopo aver consumata la conquista del regno lombardo, Ottone era tornato in Germania l'anno 965. Ripassò in Italia l'anno susseguente, e risedette successivamente in Ravenna, in Pavia, in Roma, in Capoa fino al 972; nel quale anno rivide la Germania, ove morì presso a Maddeburgo il giorno 7 di maggio l'anno 978.

[101] Una tavola cronologica del regno dei primi imperatori tedeschi e delle loro spedizioni in Italia parmi necessaria per far conoscere quanto poco influissero nel governo di questa contrada, e per supplire alla brevità della mia narrazione.

EPOCHE DEL REGNO DELLA CORONA SPEDIZIONE IN ITALIA. IMPERIALE. IN ITALIA.