Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)
Part 4
(921) Berengario aveva felicemente terminata una lunga guerra civile, e per la prima volta la pace regnava ne' suoi stati. Guido figliuolo d'Adelberto marchese di Toscana, un altro Adelberto marchese d'Ivrea, Lamberto arcivescovo di Milano, Olderico conte del Palazzo e maggiordomo del re, Gilberto potente conte, non sappiamo di quali stati; tutti da Berengario colmati di beneficj, e che erano a lui debitori del rango o della sede che occupavano, o del perdono de' loro delitti, congiurarono contro la sua vita. Offrirono la sua corona a Rodolfo re della Borgogna transjurana, e lo invitarono a scendere in Italia. Berengario, informato della cospirazione, credette di disarmare coi beneficj i suoi nemici. Guido duca di Toscana, e Berta sua madre, caduti poc'anzi in suo potere, ebbero tosto la libertà. Adelberto e Gilberto furono fatti prigionieri da una banda di Ungari assoldati da Berengario; il primo seppe deludere l'altrui vigilanza, e fuggì; ma l'altro dovette la propria salvezza soltanto alla clemenza del re. Berengario marciò in seguito contro Rodolfo, e lo vinse: ma reso dalla vittoria meno cauto, fu colto in un'imboscata, ed interamente sconfitto. Allora Berengario fu costretto di ritirarsi in Verona, ov'erasi più volte rifugiato prima. L'inseguirono i congiurati, e persuasero certo Flamberto nobile Veronese, cui l'imperatore aveva tenuto un figlio a battesimo, ad assassinarlo.
(924) N'ebbe sentore a tempo, e chiamato innanzi a sè quel signore, gli ricordò il proprio affetto, i beneficj accordatigli, l'enormità del delitto, e lo scarso vantaggio che doveva ripromettersene: quindi presa in mano una coppa d'oro: «Questa coppa, diss'egli, sia tra di noi il pegno dell'obblìo del vostro fallo e del vostro ritorno alla virtù: prendetela, e risovvenitevi che il vostro imperatore è il padrino di vostro figlio.» La stessa notte per mostrare d'essere superiore ad ogni sospetto, invece di rinserrarsi nel suo palazzo ch'era fortificato, andò a dormire senza guardie in una casetta posta in mezzo de' giardini. La mattina susseguente quando Berengario portavasi alla chiesa, gli si fece incontro Flamberto con alcuni uomini armati, fingendo di volerlo abbracciare, e lo pugnalò vilmente[51]. L'istoria non ci fece conoscere le cagioni di così feroce odio e di tanta ingratitudine; solamente c'informa che il primo e forse il più grande degl'imperatori italiani non rimase lungo tempo invendicato. Milone, conte di Verona, accorse in suo ajuto, troppo tardi per difenderlo, abbastanza a tempo per tagliare a pezzi i suoi assassini.
[51] _Luitp. Hist. lib. II. c. 16. — 20, p. 440. e seguenti._
Nè i talenti, nè le virtù d'un sovrano potevano in questo sventurato secolo contribuire efficacemente alla prosperità dello stato: l'abitudine all'insubordinazione, il monarca senza mezzi di repressione, i vassalli, deboli contro i nemici, e forti contro il proprio re, il corpo sociale in dissoluzione, tutto era disordine e confusione. La perfidia e la violenza avrebbero potuto mantenere un tiranno su quel trono da cui doveva cadere un eroe.
Forse un tiranno era allora necessario alla nazione italiana per farle sentire il bisogno di una costituzione libera. La debolezza e l'insufficienza del potere cui era soggetta, facevanle desiderare un governo fermo e vigoroso che la sollevasse dall'anarchia. Ella conosceva i mali presenti dell'anarchia, e non quelli del governo che desiderava; tal che non potendo paragonare gli uni agli altri, non s'accorgeva che, ad uguale distanza dal dispotismo e dalla licenza, doveva chiedere la libertà. Due anni dopo la morte di Berengario (926) si vide montar sul trono de' Lombardi un uomo che ridusse alla più umiliante sommissione quegli altieri feudatarj già rivali del suo predecessore, e sostituì alla debolezza delle leggi la più sfrontata tirannia.
Costui era Ugo conte o duca di Provenza, cui gl'Italiani destinarono la corona dopo averla tolta a Rodolfo di Borgogna[52]. Ugo era fratello uterino d'Ermengardo marchese d'Ivrea, e di Lamberto marchese di Toscana. Egli non ebbe più i rivali de' suoi predecessori nei duchi di Spoleti e del Friuli, le di cui famiglie eransi estinte, o erano state spogliate de' loro feudi nel tempo stesso che perdettero la corona. I nobili inferiori, di cui sapeva mantener viva la vicendevole gelosia, onde l'uno dopo l'altro isolatamente opprimerli, non potevano far argine alla sua ambizione. Vero è che Ugo cercò invano, come vedremo in altro capitolo, di guadagnarsi un appoggio in Roma, sposando la famosa Marozia che n'era l'arbitra; ma la sua politica fu coronata da un più grande successo in Lombardia. Dirigendo costantemente i suoi attacchi contro le più distinte famiglie de' suoi stati, sacrificò l'un dopo l'altro senza pietà tutti i grandi che potevano dargli sospetto, non perdonando neppure a coloro che lo avevano fatto re, come suo fratello Lamberto marchese di Toscana[53], e suo nipote Anscarro figliuolo d'Ermengardo marchese di Spoleti e di Camerino[54]. Non risparmiava nemmeno i suoi clienti, che ben tosto trovava troppo potenti per vivere sotto di lui, e gli spogliava poco dopo averli arricchiti.
[52] _Luitp. Hist. lib. III. c. 3. p. 445._
[53] _Ibid. p. 451._
[54] _Ibid. l. V. c. 2. p. 461._
Nè i vescovi erano meglio trattati dei duchi, cacciando dalle loro sedi coloro che non sapevano guadagnarsi la sua confidenza, e sostituendo loro Borgognoni e Provenzali, che non avendo che il suo appoggio, erano necessariamente da lui solo dipendenti[55]. Molti suoi bastardi furono inoltre innalzati alle prime dignità della chiesa, o provveduti di entrate ecclesiastiche, come di abbazie le sue amanti. Insomma il patrimonio ecclesiastico era in sua mano l'oggetto d'uno scandaloso commercio, che gli fruttava immense ricchezze. Mentre i grandi ed il clero erano ridotti a così grande avvilimento, i signori, i conti, i comandanti delle città, non dovevano sperare d'essere più dolcemente trattati. Il diritto di successione ne' feudi, comecchè non si appoggiasse ad una legge dell'impero, era però sanzionato dall'uso di due secoli. Molti feudatarj del regno di Ugo erano stati investiti de' loro feudi sotto il regno di Carlo Magno, ed anche sotto quella de' re Lombardi, rimontando i diritti di taluno fino all'epoca dello stabilimento della nazione lombarda in Italia. Ugo non ebbe verun riguardo a questo tacito diritto, che, a dir vero, era contraddetto dalle formole legali d'investitura, e si arrogò la facoltà di dare e togliere i feudi, non solamente dopo la morte del beneficiato, ma anche in vita.
[55] _Ibid, lib. IV. c. 3. p. 452._ — _Arnulph. Mediol. Hist. lib. I. c. 3. 4. Rer. Ital. t. IV. p. 8._
Il solo ordine della nazione che forse non si lagnava, era il popolo, non perchè meno maltrattato degli altri, ma perchè le sue sofferenze riputavansi cose di così leggiere importanza, che gli storici non credettero prezzo dell'opera il farne memoria. Ci dicono soltanto, come essendosi Ugo impadronito di Frassineto, invece di cacciare da' suoi stati i Saraceni che occupavano questa fortezza, li trapiantò nella Marca Trivigiana onde chiudessero il passaggio ai Tedeschi; e che per farsegli più affezionati, si astenne dal reprimere le loro violenze e saccheggi[56].
[56] _Luitp. Hist. l. V. c. 7. p. 464._ — _Sigon. de Reg. Ital. lib. VI. p. 160._
Sotto il licenzioso regno di Berengario e de' suoi predecessori, la libertà cui pretendevano gl'Italiani non trovavasi garantita da un potere nazionale indipendente da quello dei re. Il trono era il solo centro dell'autorità, cui per altro i popoli non erano attaccati da verun legame. Nè era per la forza della loro costituzione che i Lombardi fossero liberi, ma bensì per la sua debolezza. Da che il tiranno ebbe successivamente abbattuti i grandi feudatarj, ed innalzate le sue creature ai più ricchi beneficj della chiesa, la nazione si trovò schiava senza combattere. Per mancanza d'organizzazione politica, e non già di carattere, non aveva in sè medesima sufficiente appoggio per rialzarsi. Erale necessaria un'impulsione straniera, ed un soccorso straniero per abbattere l'usurpatore.
Tale soccorso le fu dato dalla Germania. A quest'epoca, per la prima volta, gl'interessi delle due nazioni e delle due monarchie si frammischiarono, e tale unione portò un re sassone sul trono di Lombardia.
Di quanti feudatarj ebbe l'Italia, un solo di questi tempi possedeva ancora l'eredità paterna, non per favore del sovrano, ma per la sua nascita, e per l'amore de' suoi soggetti: era questi Berengario marchese d'Ivrea, e nipote dal lato materno dell'imperatore di questo nome. La zia di Berengario Ermengarda era sorella di Ugo dai suoi maneggi portato sul trono d'Italia: onde per un residuo di riconoscenza per sua sorella, e per la fresca giovinezza del marchese, Ugo gli aveva lasciata la vita ed il governo d'Ivrea. Per altro, da che s'accorse che gli occhi degl'Italiani erano verso di lui rivolti (940), comprese ch'era tempo di perderlo; e tutto dispone per rapirlo colla sua sposa e per abbacinarlo. Berengario avvertitone segretamente, fugge con Gilla sua consorte, cui l'avanzata gravidanza non impedì di valicare il san Bernardo, che il tiranno credeva chiuso ancora dai ghiacci[57].
[57] _Luitp. Hist. lib. V. cap. 4. p. 462._
Ottone il grande regnava allora in Germania; il più potente come il più magnanimo de' principi ch'eransi divise le spoglie dell'impero de' Carlovingi. Le virtù sembravano ereditarie nella sua famiglia. Suo avo Ottone, duca di Sassonia, era stato dalla dieta l'anno 912 dichiarato re di Germania, ed egli aveva rifiutato tale onorificenza[58]. Suo padre Enrico I, chiamato l'uccellatore, aveva otto anni dopo accettata la medesima dignità offertagli dai voti unanimi de' Franchi, dei Bavari, de' Turingi, de' Sassoni; ed egli ne giustificò la scelta con un regno glorioso per le continue vittorie riportate sui Danesi, gli Slavi, e gli Ungari[59]. Ottone il grande che montò sul trono l'anno 937 proseguiva prosperamente la guerra contro i pagani, e le sue vittorie chiudevano agli Ungari la strada dell'Occidente che avevano saccheggiato sì lungo tempo. Il generoso monarca accolse alla sua corte il marchese d'Ivrea, permettendogli di riunire presso di lui gl'Italiani malcontenti; e senza soccorrerlo direttamente, gli permise di preparare quant'era necessario per abbattere il trono di Ugo.
[58] _Contin. Chron. Regimonis lib. II. apud Istruv. Ser. Ler. t. I. p. 101. — Herm. Cont. Chron. ib. p. 257._
[59] _Sigeberti Gemblacensis Chronog. apud Struvium t. 1. p. 811. an. 934._
(945) Infatti la rivoluzione si eseguì colle sole armi italiane. Berengario, seguito dalla sua piccola armata, calò in Lombardia attraversando la Marca Trivigiana, avendogli facilitato il passaggio delle Alpi e delle foreste il malcontento dei popoli. Di mano in mano ch'egli avanzava s'andò rinforzando talmente la sua armata, che Ugo non osò di affrontarla. Il marchese d'Ivrea convocò a Milano gli stati del regno, facendoli arbitri tra l'antico ed il nuovo monarca. Quell'illustre assemblea sentì d'aver ricuperata l'indipendenza, e per conservarla sforzossi di stabilire l'equilibrio dei poteri tra i due pretendenti al trono. Riconobbe re Lotario figliuolo di Ugo, e confidò poi l'intera amministrazione del regno a Berengario[60].
[60] _Luit. Hist. lib. V. c. 12 e 13. p. 466._
Non era possibile che le cose rimanessero lungo tempo in tale stato: vi si opponeva la mal soddisfatta ambizione di Berengario, il quale considerando che Lotario non aveva meritato col di lui padre l'odio degli Italiani, e che sua consorte Adelaide era adorata dai sudditi, aveva giusta cagione di temere che la confidenza degl'Italiani s'accrescerebbe ogni giorno per Lotario con suo pregiudizio: e Berengario fu creduto colpevole d'aver avvelenato il giovane re per non rimanere esposto all'incostanza del favor popolare[61]. Morto Lotario, chiese per suo figliuolo la mano della vedova Adelaide, e cercò, ma inutilmente, colle minacce e col trattarla duramente, di ridurla al suo volere. Egli non s'avvide che non era più il tempo di poter assicurare il dominio coi delitti, avendo egli col suo esempio avvertiti gl'Italiani, che trovavasi oltre monti un vendicatore dei delitti dei re lombardi. I popoli avevano veduta senza interesse l'incoronazione di Berengario, i prelati sentivano pietà d'Adelaide, i grandi temevano un despota nel re senza rivali. Di comune accordo ebbero ricorso ad Ottone il grande, supplicandolo di liberar l'Italia da quello stesso re, ch'erasi presentato come suo liberatore.
[61] _Luit. ibid. c. 4. p. 463._ — _Frodoardi Chron. apud Murat. Ann. ad an. 950. t. 8. p. 58._ — La storia di Luitprando termina a questa rivoluzione; ciò che lascia in una perfetta oscurità il breve regno di Berengario II.
(951) Il grande Ottone entrò di fatti in Italia l'anno 951. La regina Adelaide che dal castello posto sul lago di Garda in cui era custodita strettamente, aveva potuto rifugiarsi nella fortezza di Canossa, divenne sposa d'Ottone, e fu dopo morte ascritta al ruolo de' beati. Giunto Ottone a Pavia senz'ostacolo, vi fu coronato re de' Lombardi; ma, richiamato in Germania dopo pochi mesi dalle guerre civili e dalle invasioni straniere, Berengario ne approfittò per pacificarsi con un rivale così forte. Egli si presentò in Augusta ad una dieta di Tedeschi con suo figliuolo Adelberto, che aveva pure il titolo di re de' Lombardi, e fece omaggio della sua corona ad Ottone, che riconobbe per suo superiore; fece cessione della Marca Trivigiana, e con ciò del passaggio d'Italia ad un duca tedesco; e sotto la protezione del re sassone regnò ancora qualche tempo in Lombardia[62].
[62] _Contin. Regin. Chron. l. II. p, 106. Scrip. Ser. Struvii. t. I. — Herm. Contr. Chron. p. 261. ib, — Sigeberti Gemblacensis Chronog. p. 815. ib._
Ma mentre Ottone ristabiliva la pace in Allemagna, e batteva sul Lech gli Ungari in modo che non furono più in grado di pensare nè alla Germania nè all'Italia, i signori italiani lo dichiaravano arbitro di tutte le controversie col loro re. Avevano essi, o credevano d'avere giusti motivi di querelarsi; onde Ottone, mosso dalle loro preghiere, e da quelle del papa, dopo aver loro mandato in soccorso uno de' suoi figliuoli, del 961 intraprese egli medesimo per la seconda volta la conquista d'Italia. Niun ostacolo s'oppose alla sua marcia. Dopo essere stato di nuovo incoronato a Pavia, ricevette in Roma la corona dell'impero dalle mani di Papa Giovanni XII; e con un lungo assedio prese in fine la fortezza di s. Leo al conte di Montefeltero, ove fece suoi prigionieri Berengario e sua moglie, che mandò a Bamberga, ove quest'illustri esiliati terminarono i loro giorni. Costrinse il loro figlio Adelberto a rifuggirsi presso i Greci, e consumò la riunione dell'Italia all'impero germanico.
Veruna rivoluzione non ebbe mai una più notabile influenza sul carattere d'una nazione, sulla sua costituzione, e sui futuri destini, quanto l'unione delle due corone di Germania e di Lombardia n'ebbe su gl'Italiani. Se i monumenti storici del decimo e dell'undecimo secolo bastassero per ordire da quest'epoca l'istoria delle città italiane, è dal regno degli Ottoni che io vi avrei dato cominciamento: imperciocchè le città riconobbero dalla munificenza e dalla politica di questi principi la loro costituzione municipale, ed i primi germi dello spirito repubblicano. Fu l'allontanamento della corte sovrana che gli abituò all'indipendenza; e finalmente, dopo spenta la famiglia degli Ottoni, le guerre tra i principi che aspiravano alla corona addestrarono le città alle armi, dando loro facoltà di combattere sotto le proprie insegne. Forzati dall'aridità degli storici che ne servono di guida, a lasciare tra l'ombre questi tempi troppo imperfettamente conosciuti, proseguiremo ne' susseguenti capitoli ad indicare solamente l'influenza delle grandi rivoluzioni della monarchia sulla costituzione nazionale, ed i costumi del popolo. Raccoglieremo in seguito separatamente le poche notizie che ne rimangono intorno ad alcune repubbliche, la di cui libertà risale ai tempi di cui abbiamo ora rapidamente percorsa la storia, e non incominceremo che col dodicesimo secolo ad analizzare l'interno ordine delle città, per seguitare da vicino e con circostanziato racconto i generosi loro slanci verso la libertà.
CAPITOLO II.
_Sistema feudale. — Governo del regno de' Lombardi; modificazioni occorse a questo governo dal 951 al 1039 sotto il regno di Ottone, d'Enrico II e di Corrado il Salico, imperatori d'Allemagna._
Le nazioni settentrionali essendosi mischiate cogl'Italiani, fecero rinascere in questo popolo il sentimento della dignità dell'uomo, l'amore della patria, il desiderio della libertà; ma in pari tempo gli avevano portato un sistema di governo affatto nuovo, e nozioni intorno ai diritti dell'uomo diverse affatto da quelle degli antichi. I diritti della patria erano più grandi presso i Romani ed i Greci; ma la feroce indipendenza individuale più assai rispettata presso i barbari. I popoli del mezzogiorno avevano incominciato ad essere liberi entro le città, ove riuniti nelle stesse mura, non tardarono a sentire fortemente ch'essi non formavano che un solo corpo, e che tutti i loro interessi erano comuni: per lo contrario i popoli dal settentrione s'erano mantenuti liberi nelle foreste, ed avvezzi a difendersi da sè medesimi, non cercarono in un'associazione affatto volontaria che quell'aumento di forze che potevano acquistare, senza nulla perdere della individuale indipendenza. Fino agli ultimi periodi delle nostre repubbliche, noi vedremo gli effetti delle idee portate dal Nord. L'ineguaglianza fra i cittadini, le diverse classi di uomini diversamente liberi, le associazioni per respingere una potenza oppressiva, e più di tutto il diritto di resistenza al governo, furono tutte conseguenze di quel sistema d'indipendenza, che in appresso si chiamò feudale, e che fu così frequentemente calunniato senza conoscerlo.
Tutte le nazioni settentrionali riconobbero l'esistenza d'una grandissima disuguaglianza tra i cittadini. La riconobbero, diss'io, non già che la stabilissero; perchè fu l'effetto delle loro conquiste, l'effetto inevitabile dello stato di proprietà. La loro costituzione, malgrado tanta disuguaglianza, assicurò ai cittadini una illimitata indipendenza. Ma per un abuso delle loro vittorie, abuso inseparabile dal loro stato di proprietà, non lasciarono veruna libertà agli uomini ch'essi non riconobbero cittadini.
L'eguaglianza o l'ineguaglianza tra i diversi ordini di cittadini in ogni nascente nazione quasi barbara è appoggiata necessariamente alla prima divisione delle proprietà territoriali. Una nazione quasi barbara non ha commercio, non ha capitali, non ha manifatture, e non può avere altre ricchezze che le terre ed i suoi prodotti. La sola terra alimenta gli uomini privi di commercio e di capitali; e gli uomini ubbidiscono costantemente a chiunque può disporre dei mezzi di vita e di godimento.
Talvolta una nazione senza rivoluzioni e senza conquiste giunse a quello stato d'imperfetta civilizzazione nella quale le terre vengono coltivate senza che il commercio o le arti abbiano fatto verun progresso: allora è presumibile che le terre sieno state da principio divise in parti pressochè uguali; o per lo meno, che verun individuo non avrà avuto dalla nazione una quantità di terreni affatto sproporzionata alle braccia che dovevano coltivarli. I poderi potranno essere più o meno estesi, ma non saranno mai province; e l'ineguaglianza tra i privati cittadini non sarà mai tale che renda gli uni necessariamente dipendenti dagli altri. I cittadini, benchè disuguali di fortune, non dimenticheranno ch'erano in origine uguali, e rimarranno tutti liberi. Tale è la storia degli stati dell'antica Italia e dell'antica Grecia, e la cagione per cui da' più rimoti tempi non v'ebbero in queste contrade che governi liberi. Ne' tempi presenti la distribuzione delle fortune nelle colonie dell'America settentrionale ha qualche rassomiglianza con questo primo stabilimento delle nazioni agricole: i proprietari delle piantagioni danno ai loro poderi assai maggior estensione, che non ne hanno i nostri, ma però sempre proporzionata alle forze della loro famiglia; onde esiste presso di loro una tal quale _bilancia territoriale_, per valermi dell'espressione d'Arrington, che contribuisce al mantenimento della libertà americana[63]. Per altro questa libertà poteva stabilirsi senza tale bilancia, poichè gli Americani hanno capitali _accumulati_, commercio, arti e mezzi di vivere indipendenti, ossiano poveri o pur ricchi.
[63] James Arrington repubblicano inglese, coetaneo di Carlo I e di Cromwel, autore di uno de' migliori libri sul governo, intitolato _Oceana_.
Ma questo equilibrio di proprietà territoriali può essere affatto distrutto da una conquista, le di cui conseguenze possono essere differentissime secondo che il popolo coltivatore sarà conquistato da un popolo pastorale o agricolo. Presso i popoli tartari l'accrescimento delle mandre è illimitato come le campagne della Tartaria. Lo stesso uomo possiede spesse volte tanta quantità di vacche, di pecore, di cavalli, che può mantenere al suo servigio alcune migliaja de' suoi paesani; ed in fatti tutta la sua ambizione si riduce a poter accrescere il numero de' domestici. E per tal modo, quantunque i Tartari siano liberi, l'autorità patriarcale è talmente da loro rispettata, che un capo di famiglia diventa facilmente un capo d'armata. Tali sono i capi, che seguiti dai loro pastori e dai loro domestici fecero in più riprese la conquista dell'Asia. Di mano in mano che conquistavano qualche provincia, la ponevano sotto un governo dispotico, quantunque essi non avessero tale governo. Ciò facevano essi, perchè il Kan di già proprietario di tutte le ricchezze della sua armata, credette di poter diventare ugualmente proprietario di tutto il territorio della nazione conquistata. Egli aveva fatto curare le sue gregge dai suoi figliuoli e da' suoi schiavi; dai medesimi farà coltivare i suoi nuovi terreni, e le sue forze gli sembravano proporzionate ai poderi che si arrogava. Si esaminino tutti i governi asiatici, e troveremo in tutti il sovrano riguardato quale proprietario di tutte le terre. Essendo in suo arbitrio, o de' suoi ministri, il ritenere, o l'escludere i coltivatori, questi sentono l'assoluta dipendenza verso il padrone che può loro negare il vitto; e quindi il diritto del monarca sulle terre diventa il più sicuro appoggio del suo dispotismo.
Ma può altresì accadere che un popolo agricolo venga conquistato da un popolo semibarbaro, ugualmente agricolo. Se il primo è schiavo ed eccessivamente corrotto, ed il secondo libero, il conquistatore può essere meno numeroso assai del vinto. In tale supposto i primi abuseranno del diritto di conquista, attribuendosi l'intera proprietà delle terre, e riducendo i vinti coltivatori dalla condizione di possidenti a quella di fermieri. Dopo che avranno trovato quest'espediente per dar valore ai loro dominj, niuna estensione di terreni sembrerà loro eccedente per farne un patrimonio: invaderanno una provincia come se formasse un solo podere, e per soddisfare alla propria avidità, non pensando che a farsi ricchi, diventeranno assai potenti. Per tal modo tutte le province dell'impero romano furono divise tra i barbari del Nord, ed i coltivatori, come vili mandre di schiavi, rimasero attaccati alle terre ch'essi coltivavano: per tal modo in tempi a noi più vicini gli Spagnuoli che conquistarono il Perù ed il Messico, ebbero l'intere province in patrimonio, non sembrando loro soverchio un podere di trenta leghe d'estensione quand'era popolato da più migliaja di coltivatori da lui dipendenti.