Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)

Part 3

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[32] I Normanni avevano già commesse alcune piraterie su le coste quando ancor vivea Carlo Magno, ma non incominciarono a saccheggiare la Francia che dell'836 e 837, quando devastarono la Frisia e l'isola di Walcheren. _An. Bert. p. 523. Herm. Cont. Chr. p. 229. apud Struv. Scr. Germ. t. I._ — I Saraceni cominciarono a saccheggiare le coste d'Italia l'anno 839. Carlo Magno era morto in gennajo dell'814.

Vero è che i successori di Carlo Magno furono tutti uomini senza talenti; ma tale è pure l'ordinario andamento delle cose, e non era da supporsi che il conquistatore dell'Europa, il fondatore d'una nuova dinastia, dopo un regno glorioso di quarant'anni, avesse in oltre un successore erede de' suoi talenti e delle sue virtù. Se ciò fosse accaduto, se due o tre uomini come Carlo Magno avessero successivamente occupato il trono dei Franchi, la monarchia universale sarebbesi probabilmente mantenuta; ma l'Europa avrebbe perdute le prerogative che la distinguono: sarebbesi forse più presto civilizzata, ma sarebbe ancora rimasta in seguito _stazionaria_ come la China, senza energia, senza forza, senza genio, senza virtù.

Effettivamente Carlo Magno figurò solo sulla scena del suo secolo; i suoi Paladini non esistono che ne' romanzi; tra i suoi contemporanei, e nella susseguente generazione, non sorse verun personaggio distinto. Il secolo che lo precedette non mancò di grandi uomini; e tutti i popoli soggiogati da Carlo, ebbero, come i Lombardi, capi meritevoli di essere registrati nella storia. Almeno prima di lui la metà della specie umana non era subordinata ad un solo capo, nè mossa dal capriccio d'un solo uomo.

(814 = 888) Morì Carlo l'anno 814, e la sua famiglia non conservò che settantatre anni la monarchia da lui fondata. Dopo alcuni regni vergognosi e miserabili, Carlo il Grosso, l'ultimo de' Carlovingi, fu deposto in novembre dell'ottocento ottanta sette, e morì due mesi appresso. La storia de' Carlovingi non appartiene all'Italia, ma a tutta l'Europa; e noi abbiamo la fortuna di poterci dispensare dal tenerle dietro in mezzo alle scandalose guerre de' figliuoli contro il padre, de' fratelli contro i fratelli, che ne formano la principale orditura. Durante questo periodo di tempo l'Italia fu alquanto meno infelice degli altri regni subordinati ai successori di Carlo, perchè governata ventisei anni da Lodovico II principe virtuoso, nè senza talenti, nè privo di bravura[33]; e fu appunto specialmente sotto il di lui regno, che l'esempio del valor francese fece rinascere l'amore delle armi, e la riputazione della milizia italiana. Le campagne d'Italia incominciarono allora a ripopolarsi, e le città desolate dalle precedenti invasioni ricuperano i loro abitanti[34].

[33] Luigi II fu associato alla corona l'anno 849, od 850, da suo padre Lotario figlio di Luigi il buono. Morì in agosto dell'anno 875.

[34] I monarchi d'Italia della razza Carlovingia furono:

Pipino sotto Carlo Magno 781=810. Bernardo figlio di Pipino 812=818. Luigi il buono imperatore 814=840. Lotario suo figliuolo 820=855. Luigi II figliuolo di Lotario 849=875. Carlo II il Calvo 875=877. Carlomanno figliuolo di Luigi I di Germania 877=879. Carlo il Grosso suo fratello 879=888.

Sotto il debole governo de' Carlovingi il patto sociale perdette ogni forza: i re nelle guerre di famiglia furono obbligati di comperare i soccorsi dei loro sudditi coll'accordar privilegi che resero nulla l'autorità reale. Occupati nella difesa degli stati contro i nemici stranieri, o resi deboli dalle loro guerre civili, eransi lasciati pregiudicare in tutte le loro prerogative, sicchè appena ne' vasti loro stati rimaneva qualche città o castello che non avesse un altro padrone. Le province appartenevano ai duchi o marchesi, le metropoli ai vescovi, le altre città ai conti; il re era senza autorità, quantunque i suoi diritti non fossero mai passati in mano dei popoli.

(888) Gli avvenimenti ch'ebbero luogo dopo la deposizione di Carlo il Grosso vogliono essere più attentamente considerati in quanto che si avvicinano all'origine delle repubbliche. Appartengono in oltre più strettamente alla nazione italiana che si trovò allora di nuovo governata da un monarca italiano. Le rivoluzioni del trono, accadute nel periodo di sessantatre anni dall'espulsione dei Carlovingi fino all'incoronazione d'Ottone di Sassonia, posero in movimento, fissarono il carattere nazionale, e svilupparono quella tendenza alla libertà repubblicana, che ben tosto vedremo prender piede nelle città.

I Lombardi avevano divisa la loro monarchia in 30 principali feudi col titolo di ducato, de' quali dovremo parlare con maggiore estensione nel seguente capitolo, ove tratteremo del sistema feudale. Sotto la dinastia de' Carlovingi furono i feudi ridotti a minor numero, non già, per quanto sembra, in forza di alcuna legge, ma o col riunire più feudi sotto un solo padrone, oppure dividendo un ducato in molte contee. Perciò, allorchè fu deposto Carlo il Grosso, non eranvi in Italia che cinque o sei grandi signori a portata di comandare alla nazione e di disputarsi il trono. I grandi feudi di cui erano proprietarj, avevano quasi tutti indifferentemente il titolo di ducato o di marchesato. Il vocabolo di _Mart_ indicava presso i Franchi ed i Tedeschi i confini degli stati; ed in fatto i soli grandi ducati conservati erano posti alle frontiere dell'Italia, affinchè il loro signore potesse, ancora senza essere soccorso dal monarca, difendere il regno dalle straniere invasioni.

Il più potente de' grandi feudi d'Italia era quello di Benevento, fondato da Zenone l'anno 568, e formato di quasi tutte le province che oggi appartengono al regno di Napoli. Nel quarto capitolo, tracciando la storia delle repubbliche dell'Italia meridionale che furono sempre in guerra coi duchi di Benevento, dovremo con qualche accuratezza tener dietro alla loro dinastia. Nel nono secolo erasi questo ducato diviso in tre principati indipendenti, Benevento, Salerno e Capoa, che poi s'indebolirono reciprocamente con ostinata guerra. È cosa notabile, che que' signori non facessero mai alcun tentativo per ottenere la corona d'Italia.

Uguale moderazione manifestò Adalberto conte di Lucca e marchese di Toscana. Quel signore possedeva la bella provincia, che pare dalla natura destinata a formare uno stato indipendente, avendola con una linea di montagne separata dal resto dell'Italia. Fino ai tempi di Carlo Magno trovansi memorie di certo Bonifacio duca di Toscana[35]. I suoi discendenti continuarono a governare quella provincia un secolo e mezzo, e la loro corte aveva credito d'essere la più splendida e magnifica delle feudali.

[35] _Muratori Annali d'Italia all'anno 813_. La famiglia di Bonifacio marchese di Toscana, di cui fu ultima erede la celebre contessa Matilde, è stata l'argomento delle più diligenti ricerche di Muratori e di Fontanini. _Memorie della contessa Matilde_.

Di questi tempi venivano spogliati dei loro feudi i marchesi di Fermo e di Camerino, i quali governavano le due piccole province che ancora adesso chiamansi le Marche, e che altra volta erano i confini che i Lombardi dovevano difendere dalle aggressioni dei Greci. Il marchese d'Ivrea possedeva una provincia del Piemonte, che altra volta formava la barriera de' Lombardi contro i Franchi: ma due più potenti principi disputaronsi soli la corona; Berengario marchese del Friuli, ossia della Marca Trivigiana, e Guido marchese di Spoleti, ossia dell'Umbria. Gli stati del primo stendevansi dalle Alpi Giulie fino all'Adige: a lui spettava la custodia del passaggio delle Alpi, il solo che dia facile accesso in Italia, e quello in fatti per cui eranvi entrati tutti i popoli barbari nelle precedenti invasioni. Berengario discendeva dall'antica famiglia dei duchi Lombardi del Friuli; e poichè Carlo Magno s'impadronì dell'Italia, questa famiglia aveva contratto parentado colla casa imperiale. Berengario era figliuolo del duca Eberardo e di Gisla sua consorte figliuola di Luigi il buono[36].

[36] _Annali di Muratori all'anno 877. t. VII. p. 215. Hadr. Valesii Berengarius Augustus, Scrip. Italic. t. II. p. 376._

D'altra parte Guido duca di Spoleti aveva aggiunte ai suoi dominj le Marche meno considerabili di Fermo e di Camerino, e Guido I suo Avo, approfittando delle guerre civili ond'era travagliato lo stato di Benevento, ne aveva acquistata gran parte, o più tosto erasene impadronito a tradimento[37]. Guido, da tale conquista reso uno de' più potenti principi, era originario Francese, ed alleato della real casa de' Carlovingi, come che non se ne conosca il modo. Dopo avere assoggettata la Chiesa Romana a molti tributi, erasi riconciliato, ed era stato adottato da Papa Stefano V. Oltre la rivalità di potenza, Berengario e Guido avevano altro particolar motivo di vicendevole odio. Guido poc'anni prima era stato per ordine di Carlo il Grosso messo al bando dell'Impero[38], e Berengario aveva accettato il non agevole incarico di muovergli guerra, e spogliarlo de' suoi stati[39]. Questi due principi, pari in potenza, aspirarono al regno d'Italia tostochè l'impero di Carlo Magno s'andava dividendo fra diversi padroni. Imperciocchè lo stesso anno che Arnolfo, bastardo della razza Carlovingia, impadronivasi della Germania, Luigi, figliuolo di Bosone, faceva lo stesso del regno d'Arles; Rodolfo, figlio di Corrado, dell'alta Borgogna, ed Eude, conte di Parigi, della Francia occidentale.

[37] Nell'anno 853. _Erchempertus Hist. Princ. Long. apud Camillum Pellegrin. c. 17. Rer. Ital. t. II. p. 241_.

[38] Si ritiene la frase straniera perchè comunemente adottata per indicare la proscrizione dall'impero.

[39] L'anno 883. _Annales Bertiniani t. II. p. 570_.

Siccome tutti i principi d'Europa risguardavansi allora quali principi francesi, tutte le guerre prodotte da questo smembramento assunsero il carattere di guerre civili; guerre promosse dalla sola ambizione de' grandi, cui il popolo non prende veruno interesse. Di qui ebbe origine, in mezzo ad una nazione valorosa, la strana debolezza della monarchia, e quella dissoluzione sociale che doveva alla fine ridurre tutte le città a provvedere alla propria difesa ed a governarsi da loro.

(888 = 894) Intanto Berengario e Guido andavano sollecitando l'assemblea degli stati, o più tosto i vescovi d'Italia, a dar loro la corona. Questi due principi, a vicenda vincitori e vinti, comperarono, allorchè ebbe luogo qualche rivoluzione, i voti degli elettori con novelle concessioni; e si videro spogliare la corona di tutti i suoi privilegi, senz'aver perciò ottenuto il sicuro appoggio dei loro partigiani. I feudatarj abbracciavano sempre la parte del vinto, perchè il vincitore richiedeva ubbidienza; lo che pareva loro cosa dura ed obbrobriosa[40].

[40] Guido morì l'anno 894, dopo aver portato quattro anni il titolo d'imperatore. Lamberto suo figlio ereditò le sue pretensioni, e portò il titolo d'imperatore fino all'anno 898 in cui morì a Marengo, ucciso alla caccia.

(888 = 894) In sessant'anni che durarono le guerre civili, Berengario regnò trentasei anni, prima col titolo di re d'Italia, e gli ultimi nove con quello d'imperatore; il quale, dopo aver domati i principi della casa di Spoleti suoi primarj rivali, rivolse le armi contro gli altri competitori, che gli suscitarono i suoi sudditi, Luigi di Provenza e Rodolfo di Borgogna; onde la lotta che sostener dovette per il trono, durò quanto il suo regno; «imperciocchè, osserva uno storico quasi contemporaneo[41], gl'Italiani vogliono aver sempre due padroni onde contener l'uno col terrore dell'altro[42].»

[41] _Luitpr. Ticin. Historia lib. I. c. 20. Rer. Ital. t. II. p. 431._

[42] I sovrani che disputaronsi il trono d'Italia dopo la deposizione di Carlo il Grosso fino ad Ottone il grande, sono i seguenti:

_re_, _imp._, _mort._

Berengario duca del Friuli 888 915 924 Guido duca di Spoleti 889 891 894 Lamberto figlio di Guido 892 892 898 Arnolfo re di Germania — 896 899 Luigi III re di Provenza 900 901 915 Rodolfo re della Borgogna transjurana 921 — 937 Ugo conte duca di Provenza 926 — 947 Lotario figlio di Ugo 931 — 950 Berengario II marchese d'Ivrea 950 — 966 Adalberto figlio di Berengario 950 — — Ottone il grande re di German. 951 962 973

Il regno di Berengario, reso celebre dalle guerre civili dell'Italia, fu pure l'epoca sventurata dell'invasione dei popoli nomadi del nord e del mezzogiorno, gli Ungari ed i Saraceni, che pel corso di cinquant'anni continuarono le loro devastazioni, cambiando i costumi degl'Italiani coll'obbligarli ad adottare un nuovo sistema di difesa.

(888 = 924) La debolezza di Luigi, figliuolo d'Arnolfo re di Germania, aprì le porte della Germania e dell'Italia agli Ungari, nazione barbara ancor pagana, che, uscita come gli Unni dai deserti della Scizia, ne aveva seguite le tracce per la rovina degli Occidentali, spopolando le province, e forzando i Greci, i Bulgari, i Tedeschi, a redimersi dalle loro devastazioni con vergognosi tributi. Questi feroci popoli furono principale cagione che si prestasse fede all'opinione dell'avvicinamento della fine del mondo; ed i teologi discussero gravemente la quistione, se questi popoli erano coloro che la scrittura indicava coi nomi di Gog e Magog[43]. Pareva che questi barbari si compiacessero di versare il sangue umano, e non avessero le loro irruzioni altro oggetto che quello di distruggere. Scorsero l'Italia e la Germania fino alle loro estremità, incendiando le città aperte, e lasciando ovunque orribili tracce del loro passaggio. Ma quantunque l'Europa rimanesse quasi affatto abbandonata al loro furore, non fecero veruna stabile conquista: quell'armata che aveva portato la desolazione a traverso dell'Italia fino a Capoa, ed a traverso dell'Allemagna fino a San Gallo, dopo essersi dissetata di sangue, si affrettava, senza che niuno la sforzasse, di rinselvarsi nelle foreste della Pannonia, trasportandovi le ricche spoglie che aveva raccolte[44].

[43] Una dissertazione su quest'argomento si conservava MS. nel monastero della Novalese, citata dal Denina. _Rivol. d'Ital. lib. XI. c. 2. t. II. p. 13._

[44] Veggansi intorno a queste invasioni _Murat. ant. Ital. Med. Aevi Dis. I. t. I. p. 22. — XXI. t. II. p. 149. — XL. t. III. p. 675. — Luit. Tic. Hist. lib. I. c. 5. p. 428. lib. II. c. 2. e 4. p. 434. — Sigonius de regno Ital. l. VI. p. 149._

Quando accadde la prima invasione degli Ungari l'anno 900, Berengario, cui era perfino ignoto il nome di questo popolo, e che lo vedeva avanzarsi fin sotto le mura di Pavia dopo aver rovinata la Marca Trivigiana, riuniva frettolosamente tutti i vassalli della corona, e formava un'armata tre volte più numerosa di quella dei barbari, contro de' quali si mosse. Gli Ungari spaventati, e non conoscendo ancora il paese, ritiraronsi fino al di là della Brenta, facendo nello stesso tempo offerte di pace, e chiedendo la permissione di ritornare senza ostacolo ai loro focolari non portando con loro le prede che avevano fatte. Ma Berengario, lusingato di poterli castigare in modo che più non pensassero ad invadere i suoi stati, li forzò di venire a battaglia. Egli non aveva abbastanza calcolata l'energia che suol dare la disperazione, nè le segrete discordie che indebolivano il suo esercito, e fu pienamente disfatto. Gli Ungari vittoriosi rientrarono nelle province interne dell'Italia, che corsero senza incontrar resistenza; perciò che la disfatta di Berengario aveva scoraggiata di maniera tutta l'Italia, che verun capitano non ardiva porsi a fronte di così feroci nemici[45].

[45] Luitp. Ticin. Hist. _l. II. c. 5. e 6. p. 436._

Prima di quest'epoca i Saraceni, altri barbari non meno feroci, eransi già fortificati alle due estremità d'Italia. Avevano costoro dall'827 all'851 tolta ai Greci la Sicilia[46]. Erano di là passati nel regno di Napoli, ov'eransi stabiliti dopo l'839; e verso i tempi in cui Berengario salì sul trono, avevano occupate altre terre de' Latini, e procuratisi nuovi asili. Avevano in particolare fortificato un castello, o accampamento sul Garigliano, di dove facevano frequenti scorrerie nella Terra di lavoro e nella campagna di Roma fino alle porte di quest'antica capitale del mondo.

[46] I Saraceni sbarcarono su le coste della Sicilia in luglio dell'827, come abbiamo dalla cronaca Arabico Siciliana di Cambridge, _t. I. p. II. R. Ital. p. 245._ — Nell'anno 851 presero la città d'Enna in cui s'era rifugiato, come nel più sicuro luogo dell'isola, il Prefetto Greco. _Chronol. Ismael. Alemuja dad. Regis. Amani ib. p. 251._ — Non pertanto rimasero tuttavia ai Greci poche fortezze fino alla fine dello stesso secolo.

Altri Saraceni di diversa setta saccheggiavano il Piemonte. Una barca di corsari musulmani sortiti dalla Spagna aveva fatto naufragio a Frassineto presso di Nizza sulle frontiere della Liguria e della Provenza. Questa barca, se crediamo allo storico Luitprando, era montata da soli venti soldati, che invece di scoraggiarsi, approfittando delle scoscese rupi su cui erano stati gettati dalla burrasca, vi si fortificarono[47]. Le prime trincee non furono che siepi di spine: ma trovarono questo loro asilo abbastanza sicuro per farlo centro delle nuove piraterie sulle coste e villaggi vicini. I pirati della loro nazione, avvertiti dai segni esposti, popolarono ben tosto il nuovo stabilimento in modo, che osarono di avanzarsi fino nelle pianure del Piemonte, saccheggiando Acqui: e traversando una volta il monte s. Bernardo, s'impadronirono della città di s. Maurizio nel Vallese.

[47] Dall'861 all'896. _Luitp. Hist. lib. I. c. I. p. 425._

I Saraceni e gli Ungari tenevano lo stesso metodo di far la guerra. Sì gli uni che gli altri non avevano che cavalleria leggiere, che batteva il paese a piccoli squadroni senza tentare conquiste, e senza occuparsi mai di difendersi alle spalle, o di assicurarsi la comunicazione col grosso dell'armata. Non si prendevano maggior pensiere dei viveri e dei foraggi, di cui provvedevansi ovunque colla violenza. La rapidità della marcia dava loro infinito vantaggio sulla cavalleria pesante de' gentiluomini, e sulle milizie a piedi delle città. E siccome non cercavano di combattere, ma di rubare, evitavano possibilmente di scontrarsi coi nemici. Non avendo altra patria che il piccolo loro accampamento, invece di ritirarsi in faccia a forze superiori, avanzavano il nemico in velocità, e si portavano sul di dietro a saccheggiar le province che avrebbe dovuto coprire. Nè i re, nè i grandi Feudatarj avevan perduto un palmo dei loro stati; ma in mezzo ai loro dominj, un nemico che non potevano mai raggiungere, saccheggiava, quando una e quando l'altra, tutte le loro province.

Gli Ungari spinsero talvolta le loro scorrerie fino a Capoa e fino ad Otranto, talchè scontraronsi talvolta coi Saraceni. Frattanto questi popoli nomadi dividevansi l'Italia; desolando (900 = 924) i primi tutto il paese al nord del Tevere, gli altri tutte le contrade al mezzodì di questo fiume.

Le guerre degli Ungari e dei Saraceni influirono immediatamente sulla libertà delle città. Prima di queste incursioni erano in Italia quasi tutte aperte e senza difesa; non prendevano veruna parte nel governo, nè avevano milizie; ed i borghigiani godevano di troppo scarsa considerazione perchè potessero credere d'avere una patria. Ma quando furono ridotti a doversi difendere colle proprie forze contro un assassinio, che stendevasi a tutta la contrada, senza che alcuna armata, alcun ordine pubblico pensasse a reprimerlo; trovandosi abbandonati, innalzarono a principio le mura, poi formarono le milizie, ed in seguito le magistrature[48]. Le inferiori classi del popolo furono ancor esse chiamate a parte della milizia e del governo, ed allora acquistarono quella energia di carattere, che doveva farli tra poco cittadini.

[48] I Modonesi, fra gli altri, cinsero la loro città di mura verso l'anno 900, e questi versi che trovansi in un vecchio codice della cattedrale dovevano essere scritti sopra un muro:

_Non contra dominos erectus corda serenos_ _Sed cives proprios cupiens defendere tectos._ _Ant. It. Dis. I. p. 21_.

Per altro i popoli nomadi non influirono che colle loro ostilità a formare il carattere degl'Italiani, non mai coll'unione loro o coll'esempio. Gli Ungari che venivano creduti più rassomiglianti alle fiere che agli uomini, ispiravano troppo orrore e spavento, perchè alcuno pensasse ad imitarli, o ardisse di legarsi in amicizia[49]. Dall'altra parte i Saraceni, colonia militare dei mori d'Affrica, non si rassomigliavano in verun modo ai sudditi civilizzati dei Califfi. Coloro che desolarono le campagne d'Italia erano il rifiuto della nazione, non conoscevano che l'arte della guerra, o per dir meglio dell'assassinio, ed i loro costumi erano ancora più lontani dalla civiltà orientale, che dai costumi de' cristiani ch'essi attaccavano. Dopo due secoli la scuola di Salerno, il commercio col levante dei Pisani, de' Genovesi, de' Veneziani, e le crociate, procurarono agl'Italiani ed alla loro letteratura una leggiere tinta orientale: ma non fu che a questa più recente epoca che si manifestò il gusto arabo. Le bande erranti degl'Ismaeliti non v'ebbero alcuna parte: nulla avevan esse di romanzesco o di religioso, nulla che potesse lasciare profonde tracce nello spirito dei popoli.

[49] Gli Ungari ed i Turchi, che altra volta formavano un solo popolo, si supponeva aver avuto origine dall'unione d'un mago e d'una lupa. Essi compiacevansi che fosse data credenza a questa mostruosa origine per accrescere lo spavento che ispiravano. Tale tradizione si è conservata nelle frontiere della Turchia tra i cristiani sudditi dell'Austria.

Il regno di Berengario, cui doveva immediatamente tener dietro una rivoluzione, fu il più alto periodo della disorganizzazione dell'ordine sociale. Pure questo principe non era nè di talenti sprovveduto, nè senza virtù[50]. Benchè avesse più volte comperata la pace coll'oro, aveva altresì spesse volte saputo conquistarla colle armi: le sue imprese contro gli Ungari ed i Saraceni, benchè d'ordinario infelici, sono una prova dei suoi talenti militari e del suo coraggio, come della niuna disciplina delle sue truppe. I feudatarj che prodigavano ai loro sovrani il titolo di tiranno, lo trovarono meno de' suoi rivali colpevole. Tra questi il solo Luigi conte o duca di Provenza fu da lui crudelmente trattato per delitto di fellonia. In altre occasioni diede frequenti prove di clemenza e di generosa fiducia verso i suoi nemici: ed un tratto di eroismo gli costò la vita.

[50] Il regno di Berengario è una delle più oscure epoche della storia d'Italia. Le guerre civili e straniere, e l'estrema confusione in cui era caduto lo stato, rendono difficilissimo il poter seguire l'ordine degli avvenimenti. Molti storici del quindicesimo secolo formarono di Berengario due diversi principi, contando tre monarchi di tal nome invece di due. Conservasi fatto in onore di Berengario un poema in barbara lingua latina, che gli fu intitolato il giorno dell'incoronazione. _Anonymi Carm. Paneg. de Laud. Bereng. Aug. Ser. Rer. It. t. II. p. 386._ Sonovi pure i due primi libri della storia di Luitprando, scrittore della generazione seguente.