Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)
Part 23
Alcuni scrittori dell'Italia meridionale che fiorirono nel decimo e nell'undecimo secolo, meritano pure distinta ricordanza. L'anonimo di Salerno, Gaufrido Malaterra, Alessandro di Telesa e Falco di Benevento si fanno tutti leggere con interesse. Gli storici dell'attuale regno di Napoli conservarono per lo spazio di più secoli una notabile superiorità sul resto dell'Italia; la quale si fa pure sentire quando confrontasi il poema di Guglielmo il Pugliese intorno alle conquiste de' Normanni cogli altri poemi storici di cui abbonda quest'età più d'ogn'altra[414]. I poemi storici d'un secolo barbaro sono i più nojosi e ributtanti documenti che ci è forza di leggere per pescarvi i fatti storici. Lo scrittore incapace di porre ne' suoi scritti vera poesia, pare che non siasi presa la cura di dare un ordine simmetrico alle sue parole, che per ispogliare d'ogni armonia il suo stile e togliere la libertà ai suoi pensieri. Giammai dice quello che vorrebbe dire, nè mai soddisfa con quello che dice: e siccome pare aver presa cura d'escludere i numeri ed i nomi proprj da' suoi versi, o d'esprimere gli uni e gli altri in un modo classico, non parla che con enigmi, e fa tanto penare per intenderlo, quanto è il dispetto che si prova del pochissimo che s'impara quando si è inteso.
[414] _I principali poemi storici dal X al XII secolo sono: Donizo: Vita Comitis. Mathildis. t. V, p. 335. — Magister Moses, de Laudibus Bergomi t. V, p. 521. — Laurent. Verniens. Rer. Pisanar. t. VI, p. 111. — Panegir, Berengarii Augus. apud Leibnitz. t. I. — Guilelmus Appulus de Gestis Normann. t. V, p. 245. — Cumanus de excidio Novo Comi t. V, p. 399. — Guntherus in Ligurino. Edit. Basileæ 1569. — Benzo Albensis, Panegyricus Henrici IV apud Menchenium Scriptorum German. t. I._
Tutti i primi storici dell'Italia erano o prelati o monaci. Soltanto nell'undecimo secolo alcuni laici cominciarono altresì a scrivere la storia, quando i progressi dell'agiatezza nelle città diedero opportunità d'applicarsi agli studj, quando l'influenza che i cittadini andavano acquistando nel governo dello stato fece loro prendere maggiore interessamento ai pubblici affari. I due primi storici delle città sono Arnolfo e Landolfo il vecchio di Milano, che ambedue vissero verso la metà del secolo XI, quando vi s'agitavano le dispute intorno al matrimonio dei preti. O sia per conto dell'esattezza, o per l'interesse della loro narrazione, non meritano troppo onorevole ricordanza; ma la natura medesima della loro storia è una prova della crescente importanza delle città, comprendendo i tempi delle prime contese tra la nobiltà ed il popolo; contese che modificarono la costituzione delle nuove repubbliche.
Abbiam già parlato nel secondo capitolo della lite de' valvassori, o gentiluomini coll'arcivescovo Eriberto e la plebe milanese, ed abbiamo detto che terminò del 1039 all'epoca della morte di Corrado, in forza delle nuove leggi promulgate da questo imperatore intorno ai feudi. Le città lombarde approfittarono assai di questa pace, perchè molti gentiluomini, e specialmente i meno potenti, domandarono ed ottennero la cittadinanza delle più vicine città, ponendosi essi ed i loro feudi sotto la protezione di queste recenti comuni, le quali meglio d'ogni altro membro dello stato sapevano far rispettare i loro amici. I gentiluomini con tali adozioni acquistaronsi una patria, che il regno lombardo, nella sua attuale dissoluzione, non poteva loro offrire; ed in ricompensa le città ebbero distinti cittadini, ne' quali il valore sembrava ereditario, e che collo splendore della loro nascita, e col loro desiderio della gloria resero illustri gli altri cittadini divenuti loro eguali.
Merita d'essere considerata la condotta delle nuove repubbliche verso i conti _rurali_, ed i gentiluomini del loro territorio. Molti di questi non avevano voluto seco allearsi, o ricevere il diritto di cittadinanza. I poderi delle città erano chiusi entro queste piccole sovranità; e siccome la loro popolazione andava crescendo, se non avessero potuto liberamente commerciare in campagna coi vassalli del conti _rurali_ sarebbero ben tosto rimasti esposti alla fame. Conveniva perciò che si guardassero d'indisporre con soverchia alterigia, o troppo alte pretese i signori, perchè se questi si fossero collegati contro le città, le avrebbero esposte ai più grandi pericoli, tanto più che per la loro posizione potevano temporeggiare e tirar la guerra in lungo. Dai loro castelli piombavano sui viaggiatori ed i mercanti per ispogliarli; o pure guastavano le diocesi delle città fin presso alle porte, mentre i borghesi, quantunque più forti, erano dal bisogno richiamati alle loro giornaliere occupazioni, e non potevano tenersi lungo tempo in campagna. Non era per anco abbastanza perfezionata l'arte degli assedj perchè potessero forzare i gentiluomini ne' loro castelli; ed i signori, chiusi nelle torri fabbricate sopra scoscese rupi e circondati soltanto dalla loro famiglia, e da un piccolo numero di scudieri al loro soldo, sfidavano tutta la ferocia delle più potenti armate.
Le repubbliche cercavano perciò di conciliarsi l'affetto dei conti _rurali_ ammettendoli alla loro cittadinanza, ed affidando loro i principali impieghi dello stato. Pure qualunque volta i signori abusavano de' loro vantaggi, ed i cittadini avevano cagione di lagnarsi delle loro esazioni, la repubblica abbracciava caldamente la causa d'ogni suo membro, nè deponeva le armi finchè il gentiluomo, che l'aveva offeso, non fosse umiliato.
Il popolo milanese dividevasi in sei tribù, ognuna delle quali prendeva il nome da una delle porte della città; e poichè i nobili vennero ammessi a partecipare dei diritti di cittadinanza, eransi posti nell'esclusivo possesso dell'ufficio di capitani delle porte, di consoli e di capi delle milizie. Quei medesimi che pure non erano rivestiti d'alcun impiego, assicurati della protezione de' magistrati, che tutti appartenevano alla loro casta, trattarono con insultante arroganza gli artigiani e le inferiori classi del popolo. Nel 1041 un gentiluomo osò di bel mezzogiorno bastonare in istrada un plebeo; e la causa di questo oscuro plebeo diventò all'istante quella di tutto il popolo. Un altro nobile, chiamato Lanzone, forse popolare per ambizione, s'offerse capo ai cittadini irritati; e la sua offerta fu ricevuta a piene mani da coloro che desideravano d'umiliare la nobiltà, orgogliosi d'avere un nobile alla loro testa: tanta forza ha sullo spirito umano il pregiudizio favorevole alla nascita! Lanzone fu fatto capo del consiglio di credenza; nuovi consoli si elessero nella classe de' plebei, e le milizie sotto i loro ordini attaccarono successivamente le torri e le fortezze che i gentiluomini avevano alzate entro le mura della città, e di dove ridevansi del potere de' tribunali: molte di queste fortezze sostennero un regolare assedio prima d'essere spianate; furonvi nelle strade molti sanguinosi incontri per difenderle; ma finalmente i nobili troppo inferiori di forze, e sempre battuti, furono forzati a sortire assieme dalla città colle loro famiglie, ed a lasciare in mano del popolo le loro torri e case fortificate, che vennero distrutte lo stesso giorno[415].
[415] _Arnulph Hist. Mediol. lib. II, c. 18, t., IV, p. 19._
I nobili, circondati dai campagnuoli loro vassalli, trovarono fuori delle mura il vantaggio del numero, ed intrapresero il blocco della città che continuarono pel corso di alcuni anni. Lanzone, sempre alla testa del partito del popolo, risolvette alla fine di portarsi in Germania per ottenere la protezione di Enrico III. Quel monarca che non vedeva senza inquietudine rendersi le città indipendenti, accolse con piacere quest'occasione per ristabilire la propria autorità in Milano. Offerse perciò a Lanzone quattromila cavalli, e chiese caldamente che fossero ricevuti in città. Lanzone, tornato a Milano, annunciò questo soccorso al popolo onde rilevarne il coraggio abbattuto dalla fame; ma il popolo s'accorse che la vendetta d'una fazione riduceva la sua patria nell'antica dipendenza. Entrò in trattative coi capi della nobiltà, e facendo loro sentire il comune pericolo, li ridusse finalmente a segnare una pace che loro lasciava una parte del governo della città senza escluderne affatto il popolo[416].
[416] _Landulph Sen. Hist. Med. l. II, c. 26, p. 86._
Dopo questa guerra fino a quella di Como, che formerà l'argomento del susseguente capitolo, ci si presenta un vuoto nella storia delle repubbliche lombarde e di tutte le città dell'alta Italia. È questo uno spazio di settant'anni, ne' quali questa infelice contrada fu il teatro delle più strane rivoluzioni e delle più accanite guerre; duranti le quali tutti gli scrittori contemporanei non fanno verun cenno intorno allo stato politico delle città. La guerra delle investiture e delle vicende degl'imperatori e dei papi venne ampiamente descritta, ma da autori quasi tutti tedeschi. Questi grandi avvenimenti fissavano soli la loro attenzione, e mancando a quest'epoca le città di storici, ci è forza di raccogliere con avidità la sterile e faticosa narrazione del giovane Landolfo[417], scrittore milanese, gli è vero e contemporaneo, ma che invece di scrivere la storia della sua patria, ne dà quelle delle vessazioni da lui sofferte pel godimento d'un miserabile beneficio, delle dispute cogli eretici nicolaiti e de' fastidiosi intrighi del clero milanese. I nostri lettori ci sapranno buon grado d'aver abbandonata così nojosa guida, per trasportarli d'un salto fino al secolo XII, ad un tempo in cui gli autori contemporanei incominciando ad essere meno sterili, potremo noi medesimi scrivere la storia, invece d'essere costretti a scorrerla sommariamente.
[417] _Landulph. Jun. sive de Sancto Paulo Hist. Med. t. V. Rer. Ital._
Ma prima di procedere più avanti fermiamoci un istante ad osservare lo spazio già percorso. La rivoluzione creatrice di nuove nazioni e di uomini nuovi era compiuta. Come la terra, riscaldata dopo il diluvio dai raggi del sole, s'agitava per un ignoto principio di vita fino nelle profonde sue viscere[418]: così gl'Italiani posti in movimento, ed animati dai primi successi, sorgevano dall'inerzia; e l'intera nazione, lasciata l'antica rozzezza, s'ingentiliva col commercio, colle arti, colle liberali istituzioni d'ogni maniera e con una forma di governo più conforme al presente suo stato. Perduti in mezzo ad un ammasso di fatti troppo imperfettamente conosciuti, abbiam forse lasciato sfuggire quello spirito intollerante d'ogni freno che animava la massa della popolazione, quando ogni marchese, ogni prelato, facendosi giudice del proprio principe, pesava al tribunale della propria coscienza i diritti dell'Impero e della Chiesa, e si determinava per il partito de' papi o de' Cesari; quando ogni gentiluomo, ogni cavaliere, disprezzando una subalterna esistenza, cercava nelle sue fortezze, ne' suoi vassalli, nel proprio coraggio una sicurezza di cui si sdegnava di andar debitore ai superiori o alle leggi: quando ogni città, fidata alle sole sue forze, al reciproco sussidio, bastava a sè medesima, e sfidava il rimanente dell'universo. Pareva che una mano invisibile, una mano benefica avesse sparsi nello stesso tempo in tutti i cuori i sentimenti della dignità dell'uomo e della sua naturale indipendenza. Nè questi semi erano sparsi sulla sola Italia, ma su tutta l'Europa: i principj liberali avanzavansi lentamente bensì, ma con moto uniforme dal mezzogiorno al settentrione. L'Italia e la Spagna ne diedero l'esempio, e le seguirono ben tosto la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Inghilterra.
[418]
_Cætera diversis tellus animalia formis_ _Sponte sua peperit, postquam vetus humor ab igne_ _Percaluit solis, cœnumque undæque paludes_ _Intumuere æstu, fœcundaque semina rerum_ _Vivaci nutrita solo, ceu matris in alvo_ _Creverunt, faciemque aliquam cepere morando._ Ovid. Metam. l. I. v. 416.
Le prime istituzioni liberali furono portate dal Nord ai tralignati Romani. Questo movimento retrogrado dal Mezzogiorno al Nord nello sviluppo del sistema repubblicano è un fenomeno costante ed assai notabile. Abbiamo veduto in Italia, Napoli, Gaeta, Amalfi, e la stessa Roma, precedere tutte le altre città; nella Spagna fino dal secolo nono, i valorosi guerrieri, che fondarono il regno di Soprarbia, avevano stabilito tra il re ed il popolo un giudice intermedio, il primo modello del giustiziere degli Aragonesi[419]; e nel 1115 Alfonso I, il conquistatore di Saragozza, aveva accordato ai borghesi della sua capitale i diritti e la libertà dei gentiluomini, ossia _infançone_[420]. Le città della Svizzera e della Germania non incominciarono a conoscere la libertà che negli ultimi anni del dodicesimo secolo; e quelle della Francia e dell'Inghilterra acquistarono ancora più tardi i diritti di comunità.
[419] _Hieronym. Blancœ Aragon. Rer. t. III. Hisp. Illust. p. 588._
[420] _Ibid. Privilegium Reg. Alfonsi Bellatoris p. 640._
La forza individuale e la forza sociale devono precedere le altre qualità necessarie all'acquisto della libertà. Queste due qualità hanno una diversa origine, anzi sembrano derivare da opposti principj; pochissime nazioni furono abbastanza fortunate per possederle equilibrate. La forza individuale, quella confidenza nei proprj mezzi, quella costanza che fa disprezzare i pericoli personali, e la forza straniera quando è ingiusta; quella determinazione di non seguire che i dettami della propria coscienza e de' proprj lumi, sono qualità e virtù del selvaggio. Con questa gli abitanti della Germania e della Scandinavia si stabilirono ne' paesi meridionali; recarono seco l'indipendenza; e quando costituirono nazioni, non seppero mai ridursi a dar loro legami abbastanza forti per tenerli uniti. I loro stessi principj dovevano naturalmente produrre gli effetti che produssero, la libera fierezza di tutti i cavalieri, ma in pari tempo la disunione loro, e l'opinione de' conquistatori, che per essere liberi era d'uopo essere principi.
Per l'opposto la forza sociale non poteva nascere che nelle città, e le città che sono l'opera de' popoli civilizzati non esistevano che ne' paesi meridionali. Credendo gli Scandinavi che non potessero gli uomini vivere riuniti senza diventare schiavi, facevansi un dovere di distruggere le città; e quelle che diedero in Italia l'esempio di quella forza sociale, di cui i barbari non ne conoscevano l'esistenza, eransi quasi prodigiosamente sottratte alle loro devastazioni, o s'erano rialzate dalle proprie ruine.
La forza sociale è riposta nel totale sacrificio dell'individuo alla società di cui è membro. Quest'abrogazione di sè medesimo, è fondata, non v'ha dubbio, sul pieno convincimento che il bene comune è quello degl'individui; ma il solo calcolo non condurrà mai il cittadino all'intero sacrificio che da lui domanda la patria: invano gli si dimostrerà che mille volte l'utile della patria è stato anco il suo; nell'istante del suo pericolo personale l'utile patrio cessa d'influire sulla sua prosperità. V'ebbe dunque nell'unione sociale alcun più nobile motivo d'un contratto tra i privati interessi: è la virtù, non l'egoismo, che riunisce l'uomo alla patria: è la riconoscenza de' ricevuti beneficj che ci lega agli amici, ai fratelli; la filiale e religiosa riverenza che ci lega alla patria, a quell'essere sovrumano che la nostra imaginazione pone tra Dio e gli uomini; la tendenza dell'anima all'immortalità che associa la nostra esistenza ai secoli passati, ed ai secoli futuri, e ci costituisce depositarj della gloria dei nostri antenati e dalla prosperità dei nostri discendenti.
I popoli settentrionali non conoscevano che una libertà senza patria; mentre quelli del Mezzogiorno avevano una patria senza libertà. Gli uni e gli altri dovevano rimanere stranieri alla più alta virtù umana, al sacrificio di sè medesimo: i primi non dovevano tale sacrificio a veruna persona: i secondi non possedevano tanta virtù per farlo. L'eroismo degli Scandinavi e quello degli eroi di Ossian era di uno strano carattere, perchè non aveva alcuno scopo: il guerriero affrontava la morte, senza sacrificarsi nè alla patria, nè alla memoria de' suoi padri, nè alla prosperità de' suoi figli[421]; la sua gloria era tutta personale. Al Mezzodì per lo contrario si conobbe lo scopo dei sacrificj prima che si avesse il coraggio di sacrificarsi: ogni cittadino sentiva ciò che doveva alla città natale, alla città in cui riposavano le ceneri de' suoi antenati, le di cui mura proteggerebbero la sua posterità. Così nella grande mescolanza delle nazioni il Settentrione ed il Mezzodì offrirono le virtù rispettive. I popoli conquistatori l'energia, i conquistati la sociabilità. Dovevano gli ultimi, caduti nell'estrema corruzione, essere rigenerati prima d'essere ammessi a dare alcun esempio, ad insegnare alcuna virtù. Intanto l'affetto loro per i luoghi che gli avevano veduti nascere, per il nome che portavano, per i compagni, i di cui padri erano stati associati ai loro padri, coi di cui figliuoli sarebbero associati i loro figliuoli, quest'affetto era un'antica eredità di Roma; e non mancava loro che la libertà per sentirne di nuovo tutto il prezzo. In mezzo alle calamità che affliggevano i popoli d'Italia, tutti gli avvenimenti osservati a certa distanza, parvero diretti allo stesso scopo, e preparar quel periodo di gloria e di libertà che doveva aprirsi agl'Italiani nel dodicesimo secolo.
[421] L'esistenza della repubblica d'Islanda dal IX al XIII secolo s'oppone a quest'osservazione sull'origine dello spirito sociale nelle sole città. Io non conosco abbastanza la storia delle repubbliche d'Islanda per dare una sufficiente contezza della loro esistenza. Si può non per tanto comprendere che sotto un cielo di ferro, in un clima tanto nemico, gl'individui sono troppo deboli per non unirsi subito in società; che quantunque sianvi state in Islanda poche città, le calde sorgenti delle radici dell'Ecla ed i porti più proprj alla navigazione ed alla pesca, dovevano essere punti di riunione ove gli uomini imparavano tosto ad amarsi ed a trattarsi come fratelli.
La conquista dei Lombardi, trinciando l'Italia, e formando d'una sola provincia molte nuove nazioni, avvicinò la patria al cittadino; il Romano s'unì al Romano, il Greco al Greco, e diversi stati indipendenti da Napoli fino a Venezia acquistarono di quest'epoca la loro libertà.
Le conquiste di Carlo Magno, ed il regno de' suoi successori ritardarono la civiltà; ma distruggendo la monarchia lombarda, ed accrescendone la disorganizzazione, i Carlovingi resero più necessaria una nuova organizzazione, e fecero le città lombarde partecipi dei vantaggi che le buone istituzioni municipali procuravano da lungo tempo a Napoli, Amalfi e Venezia.
I guasti degli Ungari e de' Saraceni, e la desolazione che sparsero in tutte le province, resero necessaria l'istituzione delle milizie, l'innalzamento delle mura, ed il popolo nuovamente depositario della forza nazionale.
Prima che la distrutta monarchia facesse luogo ai governi municipali, l'anarchia era generale. Il grande Ottone scese dall'Allemagna in Italia per essere il legislatore d'una nazione, di cui avrebbe dovuto essere soltanto il padrone; e le nuove istituzioni da lui proclamate attestano la sua saggezza ed il suo perfetto disinteressamento.
Nè i disordini dei papi del X secolo, nè l'ambiziose mire di quelli dell'XI riuscirono inutili agl'Italiani; i primi rallentarono le catene della superstizione di que' tempi; i secondi colla sanguinosa lite sostenuta contro l'impero, diedero opportunità al popolo di far valere i suoi servigi, dichiarandosi per coloro che già furono suoi padroni, non come suddito, ma come zelante alleato.
E per tal modo nel piano generale della provvidenza di cui non è permesso all'uomo di comprendere l'economia, nasce spesse volte il bene dal male, e le disgrazie pubbliche possono essere forriere d'una[422] riforma universale. Non disperiamo dunque giammai dei principj e delle virtù che formano la nobile eredità dell'umana specie; e quand'ancora le vedessimo poste in dimenticanza, o furiosamente attaccate, confidiamo nel lento lavoro de' secoli, persuasi che l'eterne verità sopravvivendo ai loro nemici, rinasceranno nel cuore dell'uomo quand'anche non restasse sulla faccia della terra verun monumento per attestare l'antica loro esistenza, ed il culto che fu loro reso.
[422] Qui l'autore con molta dignità accenna quelle rivoluzioni dei governi, che sono il necessario effetto dell'allontanamento loro dalla rispettiva istituzione. Ammessi con Aristotele tre sole qualità di governi, il monarchico, quello degli ottimati ed il democratico, le nazioni non passano giammai dall'uno all'altro di salto, ma bensì provando i mali che accompagnano il corrompimento loro, o la rispettiva sconvenienza al paese ed ai costumi. Perciocchè come una sterile e ristretta regione verrebbe esposta ad insopportabili aggravj se dovesse provvedere allo splendore di regia corte; così in ampio e fertile territorio e tra il lusso e la disuguaglianza infinita delle ricchezze de' privati mal può provare la frugalità repubblicana.
FINE DEL TOMO I.
TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO I.
INTRODUZIONE _pag._ v
CAPITOLO I. _Mescolanza degl'Italiani coi popoli del settentrione dopo il regno di Odoacre fino a quello d'Ottone il grande 476-961_ 1
_Anno_
476 Caduta dell'impero d'Occidente 8 476-493 Regno d'Odoacre 9 489 Discesa degli Ostrogoti in Italia 10 489-526 Regno di Teodorico re degli Ostrogoti _ivi_ 526-553 Successori di Teodorico; abbassamento e caduta del regno degli Ostrogoti 11 553-567 L'Italia sottomessa a Giustiniano 12 568 Alboino, re de' Lombardi, entra in Italia 14 Divisione dell'Italia in molti stati indipendenti _ivi_ 568-774 Regno de' Lombardi 15 755-774 I principi francesi proteggono i papi contro i re lombardi 20 774 Carlo Magno conquista la Lombardia _ivi_ 800 Carlo Magno ristabilisce l'impero d'Occidente 21 774-814 Regno di Carlo Magno 22 888 Rapida decadenza dei successori di Carlo Magno 26 888 Deposizione di Carlo il grosso, potenza de' grandi feudatarj _ivi_ 888-894 Rivalità di Berengario e di Guido. Berengario, marchese del Friuli, e Guido, marchese di Spoleto, di disputar la corona 31 888-924 Regno di Berengario I 34 827-950 Invasioni dei popoli nomadi del Nord e del Mezzogiorno 35 900-950 Invasione degli Ungari _ivi_ 827-851 Conquista della Sicilia fatta dai Saraceni 38 891-896 Stabilimento dei Saraceni nella Liguria 39 850-950 Le città si fortificano, e le milizie dei borghesi si formano per opporsi ai barbari 41 921 Congiure contro Berengario I 45 924 Morte di Berengario I 46 926-947 Regno tirannico di Ugo, conte di Provenza 47 940 Fuga in Germania di Berengario marchese d'Ivrea, o II 52 945 Berengario II ritorna in Italia con l'ajuto d'Ottone I 53 950-966 Regno di Berengario II, sue guerre con Ottone I 55 961 Incoronazione d'Ottone I come imperatore 57