Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)

Part 21

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I crociati, dopo aver sofferta una burrasca, scoprirono una terra, che subito attaccarono, persuasi che fosse l'isola di Majorica. Essi gettaronsi sugli abitanti delle coste, che misero in fuga, o fecero prigionieri. Non tardarono per altro a rilevare da questi ultimi che avevano sbarcato sulle rive di Catalogna, e che devastavano le campagne de' Cristiani. Allora, deposte le armi, si sdrajarono lungo la spiaggia del mare affatto scoraggiati, e perduta ogni speranza di approdare alle isole Baleari[385]. La lunga dimora che dovettero fare in Catalogna, ritenutivi dai venti contrarj, non tornò inutile, perchè si associarono in questa guerra sacra Raimondo, conte di Barcellona, Guglielmo, conte di Mompellieri, Emerì, conte di Narbona, ed altri signori di Francia e di Spagna. Costretti in appresso dalla cattiva stagione a differire la spedizione al susseguente anno, si ritirarono paghi d'avere agguerriti i soldati, ed accresciuti i confederati[386].

[385] _Laurent. Vernens. Poema l. I. p. 115._

[386] _Id. lib. II. p. 118._

(1114) In aprile del 1114 la flotta crociata approdò finalmente ad Ivica, rendendosi dopo un sanguinoso incontro padrona dell'isola. Passò in seguito a Majorica ove intraprese l'assedio della città che dà il nome all'isola, la quale, dopo un anno di ostinata difesa, cadde in potere de' Pisani (1115) nelle feste di Pasqua del 1115 malgrado la coraggiosa resistenza del re saraceno e dei molti alleati chiamati a difenderla. Il re morì combattendo, ed il suo successore fatto prigioniero fu condotto a Pisa trionfalmente colle immense ricchezze della sottomessa isola[387].

[387] _Laur. Ver. Poema l. VI. et seq. p. 129._

Tornavano i Pisani dalle isole Baleari, quando papa Gelasio II, perseguitato da Enrico V, avendo abbandonato Roma per ripararsi in Francia, si fermò alcun tempo in Pisa da cui sperava di essere potentemente soccorso. Questo papa discendeva dall'illustre famiglia pisana de' Gaetani, onde per riconoscere i ricevuti beneficj, o per amor di patria, dichiarò i vescovi corsi suffraganei della Chiesa metropolitana di Pisa. Vero è che fino del 1092 il prelato di Pisa aveva il titolo di arcivescovo, ma pare che non avesse verun vescovo suffraganeo. Il popolo festeggiò la recente dignità conferita al metropolitano; ed i consoli ed i senatori condussero pomposamente il loro pastore nell'isola di Corsica per ricevere il giuramento d'ubbidienza e di fedeltà dai vescovi, e per consacrarne le chiese. I rivali della repubblica, e più di tutti i Genovesi, concepirono per tale avvenimento una gelosia proporzionata all'alta importanza che vollero darvi i Pisani[388].

[388] _Gest. triumph. Pisan. t. VI. p. 105. Bernard. Marangoni Cron. di Pisa p. 362._

(1119) La guerra che si dichiarò del 1119 tra le due repubbliche fu provocata da questa gelosia. Se prestiam fede a Caffaro, i Genovesi attaccarono porto pisano con ottanta galere e quattro grandi navi cariche di macchine militari. Portava la flotta ventidue mila uomini da sbarco, cinque mila de' quali armati di corazza e di caschetti di ferro[389]. I Pisani non ricordano questo armamento veramente prodigioso, essendo l'opera di una sola città. Ambedue le nazioni si chiamarono vittoriose nella prima campagna, e nello spazio di quattordici anni che durò la guerra, si bilanciarono i vantaggi in modo da accrescerne l'emulazione, senza soddisfarne le speranze. Furono prese a vicenda molte navi, bruciate o colate a fondo; saccheggiati varj castelli e villaggi posti lungo le coste, altri incendiati e distrutti; periti in tante battaglie i più valorosi cittadini; non pertanto il commercio delle due repubbliche non prosperò mai tanto, nè la marina fu in altri tempi più attiva.

[389] _Caffar. Ann. Genuens. l. I. p. 254._

(1133) Finalmente l'anno 1133, Innocenzo II, ch'erasi rifugiato a Pisa, s'intromise per trattar di pace tra le nemiche nazioni, che lo avevano ugualmente soccorso contro l'antipapa Anacleto. E perchè l'innalzamento dell'arcivescovo di Pisa aveva destata la gelosia de' Genovesi, il papa accordò la stessa dignità al loro vescovo, sottraendo la loro Chiesa al metropolita di Milano, ed elevandola al rango di arcivescovile. Volle pure che non fosse priva di vescovi suffaganei, ed eresse due vescovadi nelle due riviere soggette; rimanendo quelli di Sardegna subordinati alla chiesa pisana, e quelli di Corsica alla genovese ed alla pisana[390].

[390] _Baron. An. Eccl. ad an. 1132. § 6. — Ubertus Folieta Hist. Gen. lib. I. p. 249._

Nel tempo di questa lunga guerra, e forse prima, i feudatarj della repubblica pisana in Sardegna si erano affatto sottratti alla suprema sua signoria, e dichiarati sovrani. Quelli di Cagliari, Sassari, Logodoro ed Arborea usurparonsi perfino poco dopo il titolo di re; altri, come i Visconti di Gallura ed i Sismondi d'Oleastro, rinunciando alla vanità dei titoli, non si erano resi meno indipendenti[391]. In questi tempi all'incirca i Visconti ed i Sismondi si allearono colla repubblica di Genova, e n'ebbero la cittadinanza. Un ramo della famiglia Sismondi, dimenticando i doveri di cittadino, ed i sacri legami che l'univano a Pisa, si stabilì in Genova, e da questo ramo discendono i Sismondi Mascula, console l'anno 1146, e Corso, console ed ambasciatore di Genova presso Federico II l'anno 1164[392]. Un altro ramo della stessa famiglia era però rimasto fedele alla repubblica pisana, la quale con un importante acquisto contribuì a chiudere agli stranieri il territorio della repubblica, ed a liberare i suoi porti da una dannosa rivalità. I Corsi erano governati in nome dell'impero dal marchese Alberto, che si era dichiarato indipendente; e questi possedeva pure un terzo del castello di Livorno, il di cui porto, quantunque non ancora ingrandito e fortificato dall'arte, era non pertanto di grandissima importanza, sia per la sua vicinanza al porto pisano, quanto per essere posto in mezzo al territorio della repubblica tra la capitale e le inferiori valli della Maremma. Del 1146 questo paese fu dato a titolo di feudo a due fratelli Sismondi, come apparisce dall'atto che ancora conservasi nell'archivio di Pisa, e che Muratori pubblicò[393].

[391] Fu allora senza dubbio ch'essi presero per stemma quello de' loro feudi, lasciando quello di famiglia.

[392] _Caffaro Ann. Genuens. l. I. p. 161. — Ubertus Cancell. Ann. Gen. lib. II. p. 292._

[393] _Antiqu It. Mœd. Aevi t. III. Diss. LXIV. p. 1161._

Il territorio pisano stendevasi lungo il mare da Lerici fino a Piombino; ma non tutta questa contrada era immediatamente soggetta a Pisa; perchè i villaggi e castelli posti sulle due rive di Lerici, Viareggio, Massa, Piombino e Grosseto, eransi soltanto posti sotto la sua protezione, ed acconsentito che le loro milizie guerreggiassero sotto gli stendardi di assai più potente repubblica ch'esse non erano; sottomettendosi alle decisioni de' consoli pisani nelle loro quistioni, invece di deciderle colle armi. Nello stesso modo avevano i Genovesi ridotto nella loro dipendenza non solo la vallata della Polsevera, e le altre che circondano la città, ma inoltre tutte le piccole città delle due Riviere, Lavagna, Ventimiglia, Savona, Albenga[394]. E le due repubbliche tenevano queste terre press'a poco in quella dipendenza in cui Roma teneva gli alleati del Lazio.

[394] _Caffaro An. Gen. l. I. p. 259._

Le tre repubbliche marittime trovavansi quindi avanti la metà del dodicesimo secolo alla testa di tre piccole confederazioni formate dai Veneziani delle libere città dell'Illirico, dai Pisani di quelle delle Maremme, e dai Genovesi di quelle delle Riviere. Tutte tre eransi assicurate un tale predominio sopra alleati acquistati quasi colla forza, che già li risguardavano come soggetti. È per altro notabile, che qualche residuo di libera costituzione presso le piccole città secondò l'energia delle grandi, e contribuì a dilatarne la potenza ed a renderla più stabile.

Di queste tre confederazioni la meno prospera era la pisana, non avendo quella repubblica potuto stendere la sua protezione che verso le Maremme, provincia assai fertile, ma malsana[395], che per l'influenza della libertà era stata guadagnata alla coltura, ma che non poteva però mai acquistare una troppo numerosa popolazione, o dare alla repubblica robusti soldati ed esperimentati marinai. Dagli altri due lati, e nell'interno delle terre lo stato pisano veniva rinserrato da quelli di Lucca e di Fiorenza, città abbastanza forti per opporsi ad ogni suo progetto d'ingrandimento. Lucca fu la prima a dar consistenza al suo governo riducendo sotto di sè le vallate vicine; per cui fino nel secolo undecimo trovavasi in guerra con Pisa. Fiorenza per l'opposto era in allora alleata dei Pisani, e Giovanni Villani, storico fiorentino, pretende che i suoi concittadini venissero a custodir Pisa mentre quegli abitanti trovavansi occupati in una spedizione marittima. Aggiunse che i Fiorentini s'accamparono due miglia fuori di Pisa per difenderli dai Lucchesi, avendo proibito sotto pena di morte ai soldati l'ingresso in città per timore che i vecchi e le femmine, rimasti soli in guardia delle mura, non dubitassero della loro fede[396].

[395] Il vocabolo di maremma abbreviato dal latino _maritima_ viene dato a tutte le parti della Toscana poste lungo il mare dalle alpi liguri fino al Serchio, e da Cecina fino allo stato della Chiesa. Tutto questo paese è malsano assai, ma non tutto paludoso, comprendendo al contrario diverse colline spesso prive di acqua.

[396] _Gio. Vill. St. Fior. l. IV. c. 30. t. XIII. p. 123._

L'anno 1133 in cui i Pisani pacificaronsi coi Genovesi, volendo far cosa grata a papa Innocenzo, ed all'imperator Lotario, spedirono la loro flotta nel regno di Napoli contro il re Ruggiero e l'antipapa Anacleto. Noi abbiamo già parlato nel precedente capitolo di questa gloriosa spedizione illustrata dalla scoperta delle Pandette e dalla ruina d'Amalfi.

CAPITOLO VI.

_Tutte le città italiane incominciano a reggersi a comune avanti il dodicesimo secolo._

Abbiamo condotta la storia dell'Impero e della Chiesa fino al principio del dodicesimo secolo; e ripigliando in seguito separatamente quella delle repubbliche nate avanti quest'epoca, si descrissero, come lo permettevano l'oscurità di que' primi secoli, le rivoluzioni di Roma, di Napoli, d'Amalfi, di Venezia, di Pisa e di Genova. Ma nel secolo dodicesimo tutte le città incominciarono a reggersi a comune, e perciò nel susseguente capitolo le vedremo tutte vestir forme e carattere repubblicano, e tutte dispiegare le passioni proprie di tale governo. Le rivoluzioni d'Italia, di cui si è dato uno schizzo, e lo sviluppo che diedero al carattere nazionale, ci prepararono a contemplare i movimenti delle città per rendersi indipendenti: ma quest'ultima rivoluzione non può presentarsi allo sguardo dei lettori[397]. Quantunque l'origine de' governi repubblicani, ed i progressi loro, siano un argomento degno della nostra curiosità ed assai vario ed interessante, non possiamo darne una sufficiente idea ai nostri lettori per esserci ignote tutte le particolari circostanze; ed appena può sollevarsi leggiermente il velo che coprirà per sempre questa prima epoca delle città libere. L'Italia settentrionale quasi non ebbe istorici nei secoli decimo ed undecimo; onde per far conoscere le contese di Enrico colla santa sede fummo costretti di appigliarci ai racconti degli scrittori tedeschi assai più completi e circostanziati a quest'epoca, di quelli degl'Italiani. Se avvenimenti di così grande importanza, che dovevano ne' posteriori tempi eccitare tanto interessamento, non trovarono scrittori che ne perpetuassero la memoria, non è da stupirsi che lo stabilimento ed i progressi delle municipalità oscure, le quali procuravano di nascondere al pubblico l'indipendenza che andavano sordamente acquistando, non siano stati registrati in veruna storia. I borghesi rendevansi liberi appropriandosi a poco a poco le prerogative de' principi; combattevano gli abusi con quelle armi medesime che gli avevano introdotti; usurpavano la libertà nella stessa maniera che i gentiluomini avevano acquistata la tirannia; e perchè procuravano di nascondere a' principi, interessati alla loro servitù, i prosperi successi, così non permisero che se ne tramandasse la memoria ai posteri. All'ombra del silenzio andavan sempre introducendosi nuovi privilegi favoreggiati dal tempo; e prima che se ne contestasse il diritto, potevano difenderli coll'uso costante di molte generazioni.

[397] La debolezza degl'imperatori d'Oriente, ed il timore ch'essi avevano de' Saraceni, non permettevano loro di pensare alle cose dell'Italia meridionale, come le guerre della Germania impedirono ad alcuni imperatori occidentali di prendersi cura delle città dell'alta Italia. In tale stato di cose i grandi feudatarj, rendendosi affatto indipendenti, andarono a poco a poco aggravando il giogo delle città, le quali avendo incominciato a far esperimento delle proprie forze, giunsero a scuotere il giogo de' loro tiranni, ed a farsi libere. In mezzo però alla loro libertà, e quantunque in guerra talvolta cogl'imperatori, non cessarono di riconoscerne l'alta supremazia, anche quando erano vittoriose; come apparisce chiaramente dalla pace di Costanza, che riconoscendo la libertà delle repubbliche lombarde, non le dissoggettava affatto dall'impero. N. d. T.

Ma quando le città credettero d'aver acquistata maggior considerazione, cominciarono pure a desiderare maggiore celebrità; ed allora ebbero storici che sforzaronsi di sparger lume sulla prima loro origine, e talvolta di nobilitarle col racconto di favolose tradizioni. Le scritture di questi storici sono tanto più aride, in quanto che vissero ancor essi in tempi assai rimoti; e le cronache del dodicesimo e del tredicesimo secolo, alle quali, allorchè mancano scrittori contemporanei, dobbiamo prestar fede, si contentano, quando rimontano oltre al decimo secolo, d'indicare ogni anno la morte d'un vescovo o d'un santo, la fabbrica di una chiesa, o l'invasione d'un popolo barbaro. Una frase loro basta per descrivere un avvenimento, e questa frase è d'ordinario così insignificante, quanto per sè stesso il fatto isolato.

Col soccorso degli storici stranieri, e sopra tutto dei documenti estratti dagli archivj de' conventi e delle famiglie, i dotti del passato secolo ottennero non pertanto di potere scrivere la storia delle proprie città nel decimo ed undecimo secolo, in modo di appagare la curiosità de' loro concittadini, e la vanità de' loro nobili, ai quali somministrano prove, se non di virtuose opere dei loro antenati, almeno della loro esistenza: ma tali storie cessano d'essere interessanti quand'escono dalle mura della propria città[398]. Sono inoltre in qualche maniera intermittenti, se può farsi uso di tale espressione, perchè gli avvenimenti abbastanza circostanziati non si presentano che ad intervalli assai lontani, duranti i quali nulla troviamo che fermar possa la nostra attenzione. Rinunciando adunque ai particolari storici di ogni città i minuti racconti, ci limiteremo ad indicare con alcuni tratti generali ciò che appartiene alle città di Lombardia, della Venezia e della Toscana; i primi elementi di una costituzione repubblicana nella formazione dei loro municipj, il primo acquisto dei diritti di guerra e di pace, il primo impulso dato all'industria ed al commercio, le prime loro contese colla nobiltà, ed il primo ricevimento in seno alle nascenti repubbliche, di questa classe straniera che comunicò alla plebe cui si associava il proprio lustro, e che procurò alle città maggiore considerazione nelle diete dell'impero.

[398] Ciò deve intendersi della generalità, essendovene alcune scritte abbastanza filosoficamente, ed interessanti ancora per i forestieri.

Il primo diritto acquistato dalle città, che diventasse loro utile per conseguire l'indipendenza, fu, come abbiamo altrove osservato, quello di circondarsi di mura per difendersi nel nono secolo, ed in principio del decimo, dalle rapine degli Ungari e dei Saraceni. I Germani e gli Sciti avevano estrema avversione per le città chiuse, risguardandole come prigioni. Perciò in tutti i paesi da loro conquistati avevano spianate le fortificazioni delle città, le quali chiamavansi fortunate quando non vedevano arse le case, e massacrati o dispersi gli abitanti. E per tal motivo tutte le fortificazioni furono distrutte nel regno dei Lombardi, e non si permise di rialzarne di nuove senza l'espresso assenso del re, cui spettava la difesa del regno.

Di qui accadde, senza dubbio, che nei posteriori tempi le città aperte e rovinate dalle incursioni dei barbari, dovettero ricorrere al monarca per ottenere la facoltà di difendersi. Fu sempre in virtù d'una carta dei re, o degl'imperatori, che le città rifecero le proprie mura, e queste carte, accordate prima con difficoltà, s'andarono moltiplicando nel nono e decimo secolo in tal modo, che ben tosto non solo le città, ma non v'ebbe quasi monastero, borgata o castello, che non avesse in forza d'un diploma imperiale ottenuto il diritto di fortificarsi[399].

[399] Molti di questi diplomi vengono riportati dal Muratori nelle Antichità; e fra gli altri, due di Berengario I del 911 e 912. _t. II. p. 467, et 469._

Allorchè le città poteron difendersi da loro medesime, cominciarono ad acquistare il sentimento della propria importanza; e quando formarono un corpo politico, la principale loro cura fu quella di accrescerne i privilegi. Pure fino al regno del grande Ottone, a fronte degli aperti vantaggi delle fortificazioni, le città, trovandosi abbandonate dai nobili che ne potevano accrescere il lustro, furono invece impoverite dalle frequenti contribuzioni imposte dai barbari, e più ancora dai disordini dell'anarchia, o di un cattivo governo. Niun cittadino poteva distinguersi; non colle lettere affatto neglette, non colla nascita che presso la plebe non aveva splendore, non colle ricchezze possedute dai soli nobili, non col commercio allora quasi nullo, non infine coi militari talenti e col valore che non avevano occasione di far conoscere: e per tal modo erano le città a tale epoca avvolte in una profonda oscurità.

Abbiamo già veduto che sotto il regno d'Ottone I, e colla sua protezione, la maggior parte delle città si diedero un governo municipale fondato nella confidenza e nella scelta del popolo. Esse ebbero in ogni tempo alcuni magistrati popolari chiamati dalle leggi lombarde _schultheis_, e dalle franche _scabini_; i quali formavano il consiglio del conte delle città, e ne rappresentavano la plebe: ma quando Ottone I permise ai cittadini di darsi un'amministrazione più libera, abbandonate queste istituzioni settentrionali, procurarono di costituirsi dietro il modello della repubblica romana e delle sue colonie, per quanto glielo permettevano le imperfette nozioni della storia[400].

[400] _Murat. antiq. Ital. dissert. XLV. et XLVI. tom. IV._

Da principio tutte le città preposero alla loro amministrazione due consoli annuali eletti coi suffragi del popolo. Principale loro incumbenza fu quella di render giustizia ai loro concittadini; perciò che la divisione dei poteri e l'indipendenza dell'ordine giudiziario, cui si dà somma importanza ne' vasti stati, non fu nè conosciuta nè ricercata dalle piccole repubbliche. La più importante funzione del governo d'un piccolo popolo è quella di giudicare. Questo ha poche leggi, che difficilmente vengono alterate, poche pubbliche entrate, poche spese e pochi impieghi da distribuire. Non abbisogna di capi cui affidare il poter legislativo o esecutivo, ch'egli stesso esercita direttamente, ma ne abbisogna per reprimere i disordini, punire i delitti e decidere le contese de' cittadini. Ne' secoli di mezzo le funzioni di generale erano sempre accoppiate a quelle di giudice. Coloro che turbavano lo stato al di fuori, o internamente coi loro delitti, erano ugualmente considerati nemici della società, e lo stesso capo doveva dirigere la forza pubblica contro gli uni e contro gli altri. Come i duchi prima, poi i conti d'ogni città, erano stati ad un tempo e generali e giudici, così i consoli che presero il loro luogo, ne esercitarono ancora le incumbenze. Quando il re o l'imperatore radunava l'_host_, e le milizie delle città ricevevano l'ordine di seguire il monarca in un'impresa; o pure quando per le prescrizioni del diritto feudale una città vendicava un'offesa particolare con una guerra privata, i consoli marciavano alla testa de' loro concittadini, e comandavan loro nel campo.

Altra funzione de' consoli era quella di convocare e presedere i consigli della repubblica. D'ordinario eranvi due consigli in ogni città, oltre il consiglio generale di tutto il popolo. Il primo era poco numeroso, e propriamente destinato a coadiuvare i consoli in quelle funzioni che credevansi troppo importanti per confidarle ad altri magistrati. Chiamavasi questo corpo il consiglio di _credenza_, vale a dire consiglio di confidenza, o consiglio segreto. Era questo incaricato dell'amministrazione delle finanze della città, di sopravegliare i consoli, e di tutte le relazioni esteriori dello stato. Un altro corpo, composto di cento consiglieri o più, aveva in molte città il nome di senato, di gran consiglio, di consiglio speciale, o di consiglio del popolo. Nel senato disponevansi i decreti che dovevano proporsi alle deliberazioni del popolo che radunavasi in assemblea generale sulla pubblica piazza al suono della grossa campana, ed era chiamata parlamento. L'assemblea del popolo era sovrana, ed i magistrati la consultavano nelle più importanti occasioni: ma in quasi tutte le città la legge non permetteva che si assoggettasse alcun atto alla deliberazione dell'assemblea del popolo, prima che il consiglio di credenza ed il senato avessero dato il loro assenso al proposto progetto[401].

[401] _Antiq. Ital. t. IV. dissert. XLV et XLVI._

Le città dividevansi in quattro o sei quartieri, che d'ordinario avevano il nome della porta più vicina, perchè gli abitanti del quartiere erano specialmente incaricati della difesa della loro porta e delle mura dipendenti. Questa divisione era ad un tempo civile e militare. Molte città coll'andar del tempo accrebbero il numero de' loro consoli, onde ve ne fosse uno per quartiere, che sceglievasi tra gli abitanti dello stesso quartiere. L'elezione del consiglio di credenza e del senato ripartivasi nella stessa maniera, cosicchè eravi nella costituzione delle città una mescolanza di sistema rappresentativo.