Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)

Part 20

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A fronte di tanta costanza che la repubblica pisana manifestò nella guerra contro i Mori, diede in fine segni di scoraggiamento. Il popolo snervato da lunghe e dispendiose imprese, spaventato dal massacro della fresca gioventù che formava le guarnigioni sarde, era estremamente abbattuta; ma la nobiltà che credevasi in ispecial modo interessata a difendere l'onore di Pisa, rianimò l'ardore de' suoi soldati. Per possedere ancora la Sardegna bisognava riconquistarla, e la repubblica si dispose a farlo. Tutti i gentiluomini suoi vassalli contribuirono uomini e navi; e le cronache ricordano particolarmente i Gherardeschi, i Sismondi, i Sardi, i Cajetani. Le promisero soccorsi la repubblica di Genova, il marchese Malaspina di Lunigiana, il conte Bernardo Centilio di Mutica in Ispagna; offrendosi i due ultimi di andare in persona a questa guerra sacra. Gualduccio plebeo pisano, assai noto per i suoi militari talenti, che comandava la flotta alleata, seppe eseguire lo sbarco delle sue truppe presso Cagliari in presenza del nemico che l'assediava. Ben tosto si venne alle mani su la spiaggia medesima; e Muset, quantunque giunto oltre gli ottant'anni, fece prodigi di valore; ma i suoi Mori, esposti ad un tempo agli attacchi de' Pisani, alle frecce lanciate dalle navi, ed alle sortite degli abitanti di Cagliari conservatisi fedelissimi alla repubblica, si abbandonarono a disordinata fuga. Muset, doppiamente ferito, cadde da cavallo, e fatto prigioniere, fu condotto a Pisa ove morì tra i ferri, e tutta l'isola tornò in potere de' Cristiani. Gualduccio di consentimento della repubblica ne divise i distretti tra i confederati. I Gherardeschi ricevettero in feudo il circondario di Cagliari, i Sismondi Oleastro, i Sardi Arborea, i Cajetani Oriseto, i Genovesi Algaria, il conte di Mutica Sassari, ed i Malespina le montagne. Il rimanente dell'isola, compreso Cagliari, rimase sotto l'immediata giurisdizione di Pisa[369].

[369] _Ann. Laur. Bonincontri Miniatensis, frag. apud Mur. Scrip. Rer. Ital t. III. part. I. p. 421._ Questo frammento viene riportato nelle note alla vita di P. Gelasio II. Gli Annali di Loren. Bonincontri non furono stampati interamente, e soltanto la parte posteriore al 1360. _Rer. Ital. t. XXI. Præf. Murat. ad Bonincontrum._

Nell'undecimo secolo la repubblica di Venezia non prese parte alla gloria di cui si coprì quella di Pisa colle sue imprese contro gl'infedeli, perchè tormentata da civili dissenzioni smorzava contro di sè medesima la sua energia. Due fazioni si combattevano con furore nel suo seno i Morosini ed i Caloprini, sia che questi nomi appartenessero prima a due illustri famiglie della repubblica, o pure che queste famiglie adottassero in appresso il soprannome irrisorio che davansi gli opposti partiti[370]. Una privata querela aveva loro poste le armi in mano; ma perchè tra le persone violenti e valorose, credevasi cosa vile l'abbandonare ai tribunali la difesa del proprio onore, i risentimenti di due individui divisero le due famiglie, e ben tosto furono cagione d'una guerra civile. La prima offesa erasi confusa colla moltitudine delle susseguenti, e si nasceva, e si avea nemici soltanto per il nome che si portava. Queste contese ebbero fine avanti che terminasse il secolo undecimo[371], ed in principio del dodicesimo le città marittime di Pisa, Genova e Venezia, di già abbastanza potenti per essere meno invidiose, separarono i loro interessi da quelli dell'Italia, e passarono a procacciarsi gloria, ricchezze, possanza ne' paesi degl'infedeli. Accadde fatalmente che in così lontani paesi si trovarono in concorrenza, e la rivalità di gloria facendo loro dimenticare la comunione degl'interessi, macchiarono più volte di sangue italiano i mari e le spiagge dell'Asia.

[370] Questi nomi sono greci Μωροζεινοι e καλοπρηνες, che pronunciando secondo i moderni greci si direbbe Moroxini e Caloprinis: cioè gli ospiti o i compagni degli sciocchi, e le persone che si prostrano assai. Forse questi soprannomi equivalgono a quelli di adulatori e storditi, che davansi le parti nemiche; e forse sono più antichi della contesa, ed erano già a quell'epoca cambiati in nomi di famiglia.

[371] _Andreæ Danduli Chron. l. IX. c. 2 et seq. p. 238._

In questa oscura epoca in cui la storia delle repubbliche non è composta che di pochi avvenimenti isolati, affidati per accidente a scritture estranee all'argomento; o assai posteriori; quella di Genova ha un grandissimo vantaggio sulle altre, essendosi conservata la sua cronaca composta da Caffaro, uno de' principali suoi magistrati. Questa cronaca presentavasi ogni anno ai consoli in pieno consiglio, e quando il senato l'aveva approvata si riponeva ne' pubblici archivj. Incomincia col 1101, epoca in cui Caffaro serviva sulla flotta, e viene continuata fino al 1164 in cui lo scrittore morì in età di ottantasei anni. Dopo la sua morte si continuò da varj pubblici storici fino al 1294. Quantunque tali racconti pecchino apertamente di parzialità, siccome destinati a lusingare i magistrati ed il popolo, per onore dei quali scrivevansi, si può agevolmente separare ciò che gli autori accordarono all'amor proprio de' Genovesi; ed in allora, malgrado la sua parzialità, non lascia questa storia d'essere il più curioso ed istruttivo documento di quei secoli.

La cosa più meritevole d'attenzione è ciò che risguarda il governo di Genova in que' tempi e le sue rivoluzioni. I supremi magistrati avevano in Genova, siccome nelle altre repubbliche, il titolo di consoli; ma variarono nel numero e nella durata. Ne' primi anni del dodicesimo secolo furono alternativamente ora sei, ora quattro, rimanendo sempre tre o quattro in ufficio. Del 1122 la durata del consolato si ristrinse ad un anno, e nel 1130 furono divise le incumbenze di questi magistrati per farne due ufficj distinti. Allora si chiamarono _consoli del comune_ i quattro o sei capi della repubblica, che, nominati ogni anno dal popolo, erano incaricati del potere esecutivo, e specialmente del mantenimento della polizia, dell'esecuzione degli ordini criminali, della corrispondenza colle potenze straniere, del comando delle forze di terra o di mare, ed ancora delle lontane spedizioni. Questi consoli, sortendo di carica, rendevano conto al popolo in una generale assemblea dell'impiego del danaro dello stato[372].

[372] _Caffaro An. Gen. Scrip., Rer. It. t. VI. p. 284._

Altri magistrati talvolta di ugual numero, talvolta in numero assai maggiore, si crearono lo stesso anno col titolo di _consoli alle liti_ per essere i supremi giudici della repubblica. La divisione del popolo in sette compagnie, e della città in sette quartieri, serviva in pari tempo a classificare gli elettori, ed a limitare la giurisdizione dei giudici, perciocchè ogni giudice eleggevasi dalla compagnia ch'egli doveva giudicare. In appresso furono formati due tribunali, uno per la città, l'altro per il sobborgo; e l'anno 1179 venne stabilito che il difensore potrebbe richiamare l'instante a quello dei due tribunali ch'egli sceglieva[373]. Tanto i primi che i secondi consoli rimanevano in carica un anno.

[373] _Ottobonus Scriba Annal. Genuensium lib. III. p. 355._

In certe occasioni, e dietro domanda del popolo, la repubblica nominava i correttori delle leggi. Questi commissarj in numero non maggiore di dodici o quindici erano depositarj del potere legislativo[374]. Gl'Italiani lungi dal formare di questo potere una proprietà del popolo, lo risguardavano quale attributo della giurisprudenza, e ne abbandonarono l'esercizio ai giurisperiti, i quali eransi ciecamente sottomessi alle decisioni fondate nelle massime della scuola e nell'autorità di Giustiniano. In generale lo studio del diritto era separato dalle incumbenze amministrative, di modo che i legisti non avevano un interesse di corporazione per abusare della confidenza del popolo, o per renderlo schiavo; ma la legislazione romana ed imperiale aveva loro comunicato un cotal carattere servile, per cui in tutto il corso delle dispute tra le repubbliche e l'impero, favoreggiarono il dispotismo contro la libertà.

[374] _Id. ib._

Eravi in Genova un consiglio o senato che doveva assistere i consoli; ma i poteri di tal corpo dovevano essere assai ristretti, poichè due o tre sole volte viene rammentato nella storia[375]. Il popolo riunito _in parlamento_ sulla pubblica piazza prendeva parte all'amministrazione dello stato, ricevendo i conti de' magistrati, e deliberando intorno ai comuni interessi nelle più importanti occasioni[376].

[375] _Caffar. ad init. hist. Obertus Cancell. lib. II. Annal. Gennen. p. 342._

[376] _Caffar. lib. I. p. 284. — Ottob. Scriba lib. III. p. 304._

Questa costituzione era semplice, ma sufficiente per tutelare la libertà del popolo, per interessarlo vivamente ne' pubblici affari, e per affezionarlo alla patria in ragione della parte che gli dava nel governo. L'elezione de' magistrati, il conto che rendevano dell'amministrazione, le deliberazioni della piazza pubblica, facevano ogni giorno sentire ai cittadini che gli affari dello stato erano i loro affari, che il privato loro interesse era quello della comunità. La salvaguardia dell'ordine pubblico contro l'anarchia e la turbolenza democratica, affidavasi ai costumi ed all'abitudine di rispettare il rango de' magistrati, piuttosto che alle leggi. I consoli erano tutti o quasi tutti gentiluomini. E perchè quest'ordine erasi mostrato il protettore del popolo contro gl'imperatori ed i grandi, il popolo riconoscente gli aveva affidati tutti i suoi diritti; onde le liste del consolato presentano i nomi illustri degli Spinola, dei Doria, dei Ruffo, dei Fornaro, dei Negri, dei Serra, dei Picamiglio, ec. Felice la repubblica in cui il popolo ha un illimitato diritto d'elezione, e dove ciò null'ostante i nobili sono degni de' suoi suffragi!

La storia di Genova non deve separarsi da quella di Pisa: queste due repubbliche, di costumi, di potenza, di governo quasi uguali, cominciarono assai presto a mostrarsi rivali, seguitando a combattersi finchè Pisa succumbette dopo una lotta di molti secoli. Ma agli occhi della posterità, Pisa rimasta nelle tenebre della storia, non sostiene il confronto di Genova con quella gloria con cui seppero sostenerla i suoi guerrieri colle armi. Del periodo di cui parliamo, i soli documenti che siano rimasti di questa città, sono una declamazione sui trionfi, un poema mezzo barbaro intorno alla guerra di Majorica, e due sterili e spezzate cronache[377]: di modo che conviene prendere dai documenti de' suoi nemici il racconto delle vittorie e delle disfatte. Gli storici veneziani sono ancora più poveri, non avendone di più antichi del doge Andrea Dandolo, che fioriva verso la metà del quattordicesimo secolo, e che non può essere creduto a chiusi occhi rispetto ai fatti anteriori assai all'epoca in cui visse[378].

[377] _Chronica Varia Pisana t. VI. Rer. It._

[378] _Chronica Danduli t. XII. Rer. Ital._ — Sandi autore della Storia civile di Venezia ebbe sott'occhio più manoscritti, cui per altro accordò poca confidenza. Gli archivj della cancelleria, ove consultò moltissimi antichi documenti meritano intera fede.

Le tre repubbliche presero ugualmente parte alle imprese de' Cristiani in Terra Santa. Mentre per gli altri popoli la guerra sacra non è che un episodio della storia, è forse il più importante avvenimento di que' tempi per le repubbliche marittime. La posizione di Venezia era la più opportuna per quel passaggio, e vi si prestò con molto zelo. I Turchi avevano nell'Asia invase le province e le città ove la repubblica faceva il più lucroso commercio, e minacciavano di spingere ancor più lontano le loro conquiste, soggiogando i Greci ed i Saraceni; ed in allora non sarebbe rimasto ai Veneziani alcun mercato libero in tutto il Levante. Nè ciò solo dovevano temere; ma di veder in breve attaccati i loro dominj divenuti frontiera degli stati ottomani. Trasportarono perciò con estrema prontezza, non iscompagnata per altro da conveniente profitto, i crociati sulle coste dell'Asia, ove incaricandosi dell'approvvisionamento delle armate, ed esercitando simultaneamente la milizia ed il commercio, riportarono a Venezia i più ricchi carichi con quelle flotte medesime con cui avevano fatto tremare gl'infedeli. Assicurano gli storici della repubblica, che la flotta che accompagnò la prima crociata era composta di duecento vascelli, e comandata dal figlio del nuovo doge Vital Michieli, il quale, prima di giungere al suo destino, diede sulle coste di Rodi una sanguinosa battaglia alla flotta pisana. Questi due popoli acciecati dalla gelosia dimenticarono d'essere Cristiani, Italiani e crociati, per non ascoltare che le private loro animosità. I Veneziani occuparono in seguito Smirne, che abbandonarono al saccheggio, e facilitarono all'armata terrestre l'acquisto di Jaffa o Joppe[379].

[379] _Andreæ Danduli Chronicon lib. IX. c. 10. p. 256._

In agosto del susseguente anno i Genovesi mandarono in Oriente ventotto galere e sei vascelli con truppe da sbarco sotto il comando d'un console della repubblica. Lo storico Caffaro era del numero de' guerrieri imbarcati. Nel tempo stesso anche i Pisani fecero partire una, flotta di cento vascelli capitanati dal loro arcivescovo Daimberto, che fu poi patriarca di Gerusalemme. Queste due flotte svernarono a Laodicea, e mantennero le province marittime ubbidienti ai Latini nell'istante in cui la morte del buon re Goffredo di _Bouillon_ metteva in pericolo il nuovo suo regno.

(1101) La vegnente primavera i Genovesi coi Pisani ed altri crociati intrapresero l'assedio di Cesarea. I repubblicani, portando al campo i liberi usi della loro patria, prima di dar l'assalto alle mura di Cesarea, unirono i cittadini in parlamento per consultare di ciò che far dovevano quando dopo pochi istanti tornerebbero al rango di soldati. Daimberto fu il primo a parlare e come profeta e come soldato; esortò i suoi cittadini a ricevere la mattina susseguente la santa comunione, e poichè fossero muniti di questo pegno della celeste protezione, ad avanzarsi fin presso alle mura, attaccandole colle sole scale delle galere, senza perder tempo a preparare altre macchine d'assedio, promettendo loro in nome del cielo, che Dio li farebbe quello stesso giorno padroni della città. Il console genovese Malio prese in seguito la parola, ed appoggiò colla sua eloquenza guerriera le profetiche esortazioni del prelato pisano. Le più calde acclamazioni manifestarono l'entusiasmo del popolo, che il susseguente giorno andò coraggiosamente all'assalto appoggiando alle mura le scale navali. Il console genovese colla spada in mano fu il primo che salisse sulla sommità delle mura, ove si sostenne alcun tempo solo contro gli sforzi de' nemici, finchè raggiunto da' suoi soldati potè rovesciare i Musulmani, e prendere la città che fu abbandonata al saccheggio. La preda, secondo l'antica usanza delle armate romane, fu divisa dai consoli; un quindicesimo fu posto in serbo per i marinai rimasti alla custodia delle galere, una porzione fu levata per i magistrati e per gli uffiziali, ed ogni semplice soldato ricevette quarantotto soldi d'argento, circa cento settanta franchi, e due libbre di pepe. Dopo così segnalata vittoria spiegarono le vele per ritornare ne' porti della loro patria[380].

[380] _Caffaro Ann. Genuens. p. 248. 253. — Gesta triumphalia per Pisanos facta p, 100. — Chron, Pis. p. 168. t. VI. Rer. It._

Se le città italiane resero importantissimi servigi ai crociati, seppero altresì chiedere in compenso utili privilegi ne' paesi di nuova conquista. Con un diploma accordato ai Veneziani l'anno 1130, Baldovino II, re di Gerusalemme, promette loro in tutte le città del regno latino un quartiere indipendente, nel quale vi sarebbe una chiesa, una piazza, un bagno, un forno ed un molino. I gabellieri non potevano entrarvi, nè porre ostacoli alla libertà del loro commercio[381]. I Veneziani nel proprio quartiere erano sottomessi soltanto alle leggi patrie, ed ai magistrati eletti da loro medesimi, in guisa che in mezzo al regno di Gerusalemme formavano delle piccole colonie repubblicane alleate per sua difesa, ma indipendenti dalle sue leggi.

[381] _Diploma apud Murat. Antiq. It. t. II. p. 919._ Questo diploma conferma i precedenti privilegi accordati ai Veneziani da Baldovino I, e dalla reggenza del regno in tempo della prigionia di Baldovino II.

Perchè i soccorsi de' Pisani furono più utili, e fors'anco più disinteressati che quelli de' Veneziani, eran loro stati accordati assai prima gli stessi privilegi da tutti i principi latini. Il generoso Tancredi, l'eroe del Tasso, che nel 1108 succedette a Raimondo nel principato d'Antiochia, accordò ai Pisani un quartiere in Antiochia ed in Laodicea, inoltre il libero uso de' suoi porti, come lo avevano i suoi sudditi. Questi privilegi vennero poi confermati ed ampliati da Amauri l'anno 1169, e da Baldovino IV l'anno 1182, amendue re di Gerusalemme, da Boemondo III, principe d'Antiochia, l'anno 1170, da Raimondo, conte di Tripoli l'anno 1187[382].

[382] Questi diplomi sono tutti prodotti dal Muratori _t. II. p. 905 e seguenti. Antiq. Italic. Med. Aevi_.

Intanto le moltiplicate relazioni dei Veneziani coi crociati del regno di Gerusalemme diedero luogo ben tosto a disgusti tra essi ed i Greci. I crociati avevano portato in Oriente quel disprezzo che i popoli barbari hanno quasi sempre per i più inciviliti: non rispettavano le pubbliche costumanze, violavano le leggi, offendevano la religione dei Greci colle superstizioni e col fanatismo, e quando la pubblica autorità voleva reprimere i loro eccessi, se ne appellavano alla propria spada, e versavano il sangue di que' Cristiani che dicevano di soccorrere. I Comneni che avevano invocato prima di tutti l'appoggio degli Occidentali, e che si vollero tenere risponsabili di tutte l'esazioni degli ufficiali subalterni, delle frodi de' mercadanti loro sudditi, e per fino della inclemenza delle stagioni, furono ben tosto costretti di porsi in guardia contro i Latini, e talvolta di prendere l'armi contro di loro. I Veneziani che fino a tal epoca colla rispettosa loro condotta avevano dato luogo di dubitare, se fossero sudditi o alleati dell'impero di Bizanzio, resi orgogliosi dai prosperi avvenimenti, e volendo imitare i crociati loro nuovi alleati, rinunciarono bruscamente all'antico sistema di rispettosa deferenza. Giovanni Comneno, detto Calojano, uno de' più valorosi guerrieri, e de' più virtuosi imperatori che occupassero il trono di Bizanzio (1124), ordinò che fossero poste in sequestro tutte le navi veneziane che trovavansi ne' suoi porti, finchè la repubblica soddisfacesse alle lagnanze provocate dalla condotta de' suoi cittadini. Il doge Domenico Michieli che comandava allora una flotta che aveva di fresco conquistato Tiro con molta gloria, la condusse innanzi a Rodi, e dopo aver presa questa città d'assalto, l'abbandonò al saccheggio. Passò inseguito a Scio (1125), di cui si rese padrone, e vi svernò la flotta. Nella susseguente primavera saccheggiò le isole di Samo, di Mitilene, di Andres. Facili erano tali successi e poco gloriosi, perchè i Greci, dopo l'indebolimento de' Saraceni, non avendo che temere dalla banda del mare, avevano trascurate le fortificazioni delle loro isole, e, ritirate le guarnigioni e gli uomini atti alle armi per opporli al Turco sul Continente. Vero è che la repubblica di Venezia raccolse molti allori sul territorio dell'impero greco, ma ella deve, assai più che gli altri popoli crociati, rimproverarsi d'averne occasionata la caduta. La nazione greca era bensì corrotta dal lungo dispotismo che l'opprimeva, ed aveva da gran tempo perduta quell'energia, quello spirito vitale che conserva gli stati, e lega gli uomini al destino della loro patria; ma una felice combinazione aveva portata sul trono di Costantinopoli una valorosa famiglia; l'amor delle lettere veniva incoraggiato dai Comneni, come quello della milizia, perchè i principj cavallereschi de' crociati eransi sparsi nella nazione. Sembrava inoltre che i Greci incominciassero ad attingere dallo studio degli antichi l'amore della patria e della libertà; che se può accadere, che una nazione sia rigenerata da' suoi padroni, la nazione greca era assai prossima a questa felice rivoluzione; di modo che, abbandonata affatto a sè medesima, o bastantemente soccorsa, avrebbe in breve trionfato dei Turchi, il di cui guerriero fanatismo non poteva essere di lunga durata. Ma i Latini, pericolosi ugualmente ed amici e nemici, ruinarono i Greci nel loro passaggio; saccheggiarono le città, massacrarono gli abitanti, ne distrussero le mura e le fortificazioni, e s'impadronirono della loro capitale. Per ultimo quando abbandonarono l'Oriente come nemici, lasciarono l'impero talmente spossato, che fu agevol preda de' Musulmani.

Breve fu questa prima guerra de' Veneziani contro i Greci. Il doge Michieli, rientrando nell'Adriatico, prese agli Ungaresi Spalatro e Trau, che questi avevano conquistato nella Dalmazia; ma morì non molto dopo nella sua capitale[383]. La guerra ch'egli aveva fatta ai Greci fu dimenticata, cosicchè quando Manuele Comneno fu vent'anni dopo assalito da Ruggiero, re di Sicilia, domandò ajuto ai Veneziani, i quali fecero una vigorosa diversione sulle terre del suo nemico.

[383] _Dand. Chron. l. IX. c. 12. p. 272._

Mentre i Veneziani accrescevano le loro relazioni coi crociati di Gerusalemme, cui erano sempre necessarj i sussidj degli Occidentali, i Pisani risolvettero di liberare il mar Tirreno dalle piraterie dei Musulmani. Nazaredech, re di Majorica, corseggiava continuamente le coste della Francia e dell'Italia, ed era comune opinione (1113) che languissero nelle sue carceri ventimila Cristiani. Pietro, arcivescovo di Pisa, approfittando della circostanza della festa di Pasqua, in cui gli abitanti delle vicine campagne accorrevano a Pisa per ricevervi la benedizione vescovile, presentò loro alla porta del tempio la croce, gli esortò con impetuosa eloquenza in nome del Dio dei Cristiani a liberare i loro fratelli che gemevano nelle prigioni degl'infedeli, ed erano continuamente esposti a rinegare la fede. Alcuni vecchi, che, essendo giovani, avevano militato nell'impresa della Sardegna, ed avevano trionfato sui Saraceni di Bona e d'Almeria, applaudirono alla voce del loro prelato, e ripetendo il racconto mille volte udito delle loro imprese, esortarono la nascente generazione a conservare la gloria di Pisa, ed a fare in modo che nuovi trionfi facessero dimenticare i passati. Il loro entusiasmo si comunica alla gioventù che prende la croce; ed il popolo sceglie dodici capitani, cui viene affidata la cura dell'impresa, dei preparativi di guerra e delle alleanze[384].

[384] _Laur. Vernensis rerum a Pis. in Major. gestor. Poema t. VI. Rer. Ital p. 111. — Ber. Marang. Cron. di Pisa p. 340._

Parte della state fu consacrata ad allestire la flotta e le macchine guerresche; nel qual tempo giunsero a Pisa i soccorsi de' Lucchesi e di Roma: e Pasquale, nunzio del papa, venne espressamente a Pisa per benedire la flotta che fece vela in sul cominciar d'agosto, il giorno di s. Sisto, in cui i Pisani festeggiavano una vittoria ottenuta sui Saraceni affricani nel precedente secolo. I crociati passarono prima in Sardegna tanto per avere più accertate notizie, come per ricevere i soccorsi de' feudatarj che i Pisani avevano in quell'isola. Di là, dopo quindici giorni di riposo, si diressero verso le isole Baleari; breve tragitto, ma non iscompagnato da' pericoli e da difficoltà in tempo che non si conosceva la bussola, e si avevano carte assai imperfette.