Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)

Part 19

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Dopo quest'epoca Rialto rimase la capitale del nuovo stato, cui furono riunite col mezzo di ponti le sessanta isolette che lo circondavano, e sulle quali innalzasi oggi la città di Venezia. Il palazzo ducale fu eretto sulla piazza ove trovasi ancor al presente; ed il nome di Venezia, fin allora comune a tutta la repubblica, si ristrinse alla sola capitale. Vent'anni dopo si trasportò d'Alessandria in questa città il corpo di s. Marco. Raccontasi che i mercadanti, che tolsero questa reliquia alla chiesa d'Egitto, le sostituirono accortamente quelle di s. Claudio meno venerate. Dopo tale epoca s. Marco fu il patrono della repubblica: egli o il suo leone diventarono l'impronta delle sue monete e lo stendardo delle sue armate; ed il nome di s. Marco s'andò in modo identificando con quello dello stato, che più di quello della repubblica, più della ricordanza delle sue vittorie, scuote le orecchie veneziane, e fa cader le lagrime dagli occhi de' patrioti[351].

[351] _Dand. Chron. l. VIII. c. 2. p. 170._

(837 = 864) Verso la metà del nono secolo una lite manifestatasi fra alcune famiglie patrizie divise tutta la repubblica. Il popolo prese parte con furore ad una animosità probabilmente cagionata da sola rivalità di gloria; la cura dell'esterna difesa dello stato fu sacrificata all'insensato zelo delle parti, ed il mare Adriatico rimase esposto alle piraterie de' Saraceni e dei Narentini. I primi abitavano la Sicilia e l'Affrica, gli altri erano pirati della Dalmazia, che riunitisi nella città di Narenta, in fondo al golfo dello stesso nome, posto quasi in faccia d'Ancona, l'avevano fatta centro delle loro piraterie[352]. Un secolo più tardi altri pirati stabilironsi in alcune città dell'Istria, ed una ardita intrapresa richiamò su di loro l'attenzione e lo sdegno della repubblica.

[352] _Const. Porphir. de Admin. imp. p. II c. 36. p. 85. — Chron. Dand. l. VIII. c. 3. p. 172._

Per antica consuetudine i matrimonj de' nobili e de' principali cittadini celebravansi in Venezia lo stesso giorno nella medesima Chiesa. La vigilia della candellara in cui la repubblica dava la dote a dodici fanciulle, era il giorno consacrato a questa pubblica festa. Di buon mattino le gondole elegantemente ornate recavansi da tutti i quartieri della città all'isola d'Olivolo, o di Castello, posta ad una delle sue estremità, ove il capo del clero, allora vescovo, adesso patriarca, teneva la sua residenza. Gli sposi sbarcavano colle loro spose in mezzo al suono degli strumenti sulla piazza di Castello, e tutti i parenti e gli amici in abito di gala facevano loro corteggio. Vi si portavano in pompa i regali fatti alla sposa, ed il popolo affollato lungo la riva degli Schiavoni, ed in tutte le strade che guidano a Castello, seguiva senz'armi e senza alcun sospetto questa fastosa processione.

I pirati istriani, istrutti da lungo tempo di questa costumanza nazionale, ardirono di sorprendere gli sposi nella stessa città. Il quartiere al di là dell'arsenale affatto vicino d'Olivolo non era a tal epoca abitato, nè l'arsenale era ancora stato fabbricato. Gl'Istrioti si posero di notte in aguato presso quest'isola deserta, nascondendovisi colle loro barche. La mattina quando gli sposi furono nella Chiesa, e che seguiti da uomini, donne, fanciulli, assistevano ai divini uffici, attraversano il canale d'Olivolo, sbarcano armati sulla riva, entrano in Chiesa i corsari da tutte le porte nel medesimo tempo colle sciabole sguainate, e prendendo le desolate spose ai piedi dell'altare, le costringono a montar sulle barche a tal uopo disposte, e con loro rapiscono le gioje portate dai domestici; ed a forza di remi s'affrettano di riguadagnare i porti dell'Istria.

Il doge Pietro Candiano III, presente alla cerimonia, dividendo la rabbia e l'indignazione degli sposi, esce impetuosamente coi medesimi di Chiesa, e scorrendo i vicini quartieri, chiama ad alta voce il popolo alle armi ed alla vendetta. Gli abitanti di santa Maria Formosa riuniscono alcune navi, nelle quali, entrato il doge e gli sposi irritati, approfittano d'un vento favorevole, ed hanno la fortuna di sorprendere gl'Istrioti nelle lagune di Caorle. Un solo de' rapitori non si sottrasse alle vendette degli amanti e degli sposi furibondi: e lo stesso giorno le belle Veneziane furono condotte in trionfo alla Chiesa d'Olivolo. Una processione di giovanette, e la visita che il doge faceva ogni anno la vigilia della candellara alla parrocchiale di santa Maria Formosa, solennizzarono fino ai tempi della guerra di Chiozza la memoria di questo avvenimento[353].

[353] _Marin Sanuto stor. dei duchi di ven. p. 461. — Navas. stor. ven. p. 953. — Laugier hist. de Venise l. III. p. 296._

Ma il doge non si limitò a questo primo castigo; che si dispose a purgar il mare Adriatico dai corsari che l'infestavano, e venendo a morte, trasmise col trono ducale ai suoi successori questa importante impresa. Egli aveva già rese tributarie della repubblica le città di Capo d'Istria e di Narenta, ma la condotta ora sregolata e talvolta ambiziosa di suo figlio Pietro Candiano IV, le insultanti usurpazioni di questo principe, e la sua morte, funesto esempio della vendetta popolare[354], sospendettero per lo spazio di più anni le spedizioni de' Veneziani. Agitata da continue guerre civili, non riebbe Venezia l'interna tranquillità che in sul finire del decimo secolo, ed allora, uscendo dalle lagune con poderose forze, gettò nelle province d'oltre mare i fondamenti di quell'impero che conservò fino ai nostri giorni.

[354] _Chron. Dand. l. VII. c. 14. p. 206._

Allorchè Teodosio divise le province romane, assegnò la costa orientale dell'Adriatico all'impero di Costantinopoli; ma questa divisione fu ben tosto dalla potenza dei barbari distrutta. Alcuni conquistatori di razza schiavona, occupando l'Illirico colle loro genti, vi fondarono due regni indipendenti e nemici di Bizanzo, quello della Croazia al Nord, e l'altro della Dalmazia al Mezzogiorno. I Greci che non avevano potuto conservare sotto il loro dominio che alcune città marittime, e non avevano abbastanza truppe per formarne la guarnigione, ricorsero per difenderle allo stesso metodo, di cui abbiamo veduto che si valsero ancora nel regno di Napoli, cioè di accordare agli abitanti il diritto di armarsi, e quello di eleggersi le proprie magistrature. Dopo avere in tal modo loro data una patria, ed ispirato il desiderio di difenderla, si credettero a ragione scaricati dal debito di proteggerle[355]. Le città marittime dell'Istria dipendenti dall'impero d'Occidente non eran meno libere delle prime; e per tal modo la costa illirica dall'una all'altra estremità era sparsa di nascenti repubbliche, e quasi sempre in guerra coi barbari.

[355] _Const. Porphir. de adm. imp. p. II. c. 29. p. 71. et seq._ — Questa è l'epoca della prima indipendenza di Ragusi. Veggasi intorno all'origine di questa repubblica, ed intorno alle sue forze militari, una nota curiosa del Raguseo Banduri: _Animadversiones in lib. de administratione imper. p. 36. t. XXII. Bis._

Tra questi i più pericolosi nemici delle città marittime erano i Narentini, popolo di razza schiavona, che dopo essersi impadronito d'un porto di mare, infestava colle sue piraterie tutto l'Adriatico. Fortissima era la città di Narenta e sicuro il suo porto; e trovandosi tra la Dalmazia e la Croazia, reclutava facilmente ne' due regni i suoi soldati. I suoi migliori guerrieri erano destinati ad equipaggiare le flotte che corseggiavano l'Adriatico: lucrosa professione, che in un secolo barbaro non era disonorante. Tutte le piccole repubbliche danneggiate da costoro erano separatamente troppo deboli per reprimerli; onde convennero di collegarsi per mettere a dovere i Narentini, e perchè fidavansi principalmente alla potenza della repubblica veneziana, ebbero l'imprudenza di farla capo della lega, comperando i suoi soccorsi e la sua protezione coll'accordarle quelle prerogative che dovevano ben tosto porle a sua discrezione. S'incominciarono le trattative col doge Pietro Orseolo II, e si convenne che i magistrati delle città presterebbero fede ed omaggio alla repubblica, e le loro truppe marcerebbero sotto i suoi stendardi contro il comune nemico[356].

[356] _Chron. Dand. l. IX. c. 1. p. 223._

(997) L'anno 997 mosse da Venezia la più gran flotta che avesse fin allora armato la repubblica. Passò prima a Pola, una delle più potenti città dell'Istria, e vi ricevette gli omaggi di Parenzo, di Trieste, di Giustinopoli o Capo d'Istria, di Pirano, Isola, Emone, Rovigno, Umago, e per dirlo in una parola, di tutte le città dell'Istria. Colà riunì pure alla sua flotta i rinforzi delle città alleate; indi passò a Zara, la più antica alleata de' Veneziani in Dalmazia, e vi ricevette ugualmente gli omaggi delle città di quella contrada, Salone, Sebenigo, Spalatro, Fran, None, Belgrado, Almissa e Ragusi; e le isole di Coronata, Pago, Ossero, Lissa, Brazza, Arbo e Cherzo seguirono l'esempio delle prime, e tranne le due isole di Corzola e di Lezinia, che, più tosto che rinunciare alla loro indipendenza, s'allearono coi Narentini, tutte le città illiriche riconobbero volontariamente la supremazia de' Veneziani.

Il doge portò da prima le sue forze contro queste due isole, le quali sotto certi riguardi chiudevano il golfo di Narenta, ed avendole sottomesse dopo la più viva resistenza, pose a ferro ed a sangue tutto il paese de' Narentini, e non accordò loro una vergognosa pace che dopo averli ridotti a tanta debolezza, che non poterono mai più rifarsi[357].

[357] _Chron. Dand. l. IX. c. 1. p. 227. — Navas. stor. venez. p. 957. — Marin Sanuto vita dei dogi di Venez. p. 467. — Vett. Sandi stor. civile venez. l. II. c. 9. p. 325._

La presa di Narenta fu per Venezia cosa meno vantaggiosa assai dell'alleanza cui aveva dato motivo. Le associazioni dei deboli coi forti sono sempre pericolose; e le città vinte e le vincitrici furono dai Veneziani ridotte ben tosto alla medesima condizione. Pretori o podestà tolti dal corpo della nobiltà furono mandati a governarle, ed il doge prese il titolo di duca di Venezia e di Dalmazia.

Mentre Venezia stendeva il suo dominio sulla costa orientale del golfo Adriatico, e poneva i fondamenti di quell'alta potenza cui non tardò a conseguire, due città del mar Tirreno, Pisa e Genova, cominciavano a scuotere il giogo che avevano lungo tempo sofferto, e sviluppavano i primi germogli di quella potenza che doveva in appresso contrappesare quella di Venezia, e con una lunga e sanguinosa rivalità rendere gl'Italiani degni dell'impero del mare.

(980) Quando Ottone II meditava la conquista della Magna Grecia aveva fatto chiedere a Pisa un soccorso di navi per portare la guerra nelle due Sicilie; e questo fatto è il primo che ne mostri la grandezza d'una città che nel dodicesimo secolo ottenne prima di molte altre l'indipendenza ed un governo consolare[358]. La foce dell'Arno, meno che non lo è a' dì nostri ingombrata di arena, formava per i leggeri vascelli usati allora un porto ugualmente difeso dalle burrasche e dagl'insulti de' corsari. La navigazione ed il commercio erano già da qualche tempo l'oggetto che più occupava gl'industriosi Pisani. In tempo che tutte le isole del mediterraneo erano occupate dai Saraceni quasi sempre nemici, quando ancora i Veneziani e gli Amalfitani, gelosi dell'impero del mare, cercavano di escluderne gli altri popoli, le intraprese marittime richiedevano forse più coraggio, che industria. Queste risvegliarono il valore della gioventù pisana, e loro ispirarono l'amore dell'indipendenza. Nell'età di Solone erasi già osservato che gli uomini di mare sono degli altri più fieri e più entusiasti per la libertà. Quest'osservazione verificossi nelle città anseatiche ed in Atene, e spiega pure l'antica prosperità di Pisa, e la rimota origine della sua indipendenza. Le ricchezze acquistate col commercio si versarono ben tosto sulle vicine campagne: il Delta dell'Arno, quella fertile pianura oggi mezzo incolta, fu asciugata e trasformata in giardini; il porto pisano e quello di Livorno si aprirono alle galere, ed i molti gentiluomini che abitavano le colline dalla valle di Nievole fino all'Ombrone, chiesero ed ottennero la cittadinanza pisana, e la protezione della repubblica.

[358] Anco un secolo prima trovasi un indizio del commercio e della crescente popolazione di Pisa. L'anonimo Salernitano racconta che l'anno 871, quando Guaffero, principe di Salerno, preparavasi a sostener l'assedio minacciato dai Saraceni, affidò la difesa di una parte dei muri di Salerno a due mila Toscani, che trovavansi in questa città. Questi erano, a non dubitarne, Pisani, giacchè più tardi assai cominciarono le altre città toscane a dedicarsi al commercio, o ad aver marina. _Anon. Saler. Paralip. t. II. p. II. c. III. p. 256._

Le sette più antiche famiglie di Pisa che formarono alcun tempo un ordine separato di quella nobiltà, fanno risalire la loro venuta in Toscana fino ai tempi della discesa in Italia d'Ottone il rosso. A sette baroni dell'impero si attribuì l'origine di queste sette famiglie; cioè Visconti, Godimari, Orlandi, Verchionesi, Gualandi, Sismondi e Lanfranchi[359]. I tre ultimi erano figliuoli dello stesso padre, da taluno chiamato Lanfranco Duodi, e gentiluomo di Bologna; per cui lo storico di Pisa Marangoni contandoli per una sola famiglia ne aggiunge altre due Ripafratta e Gaetani[360]. Pare che costoro spediti fossero a Pisa del 982, perchè questa città mandasse le sue galere per ajutarlo nell'impresa di Calabria, che l'imperatore voleva fare. Mentre stavano occupati in questa missione, Ottone morì. Sedotti dalla bellezza del cielo e dalla fertilità dell'Etruria, determinarono di rimanervi, ed ottennero dai Pisani il diritto di cittadinanza, e da quel vescovo l'infeudazione di alcuni castelli o poderi. I cognomi delle famiglie non usavansi ancora nel decimo ed undecimo secolo, ma la pratica costante di dare al nipote il nome dell'avo suppliva a tale mancanza, e serviva a distinguere i casati; e questo nome d'affezione che si riproduceva ogni seconda generazione, diventò nel susseguente secolo il cognome della famiglia. In tal maniera i sette baroni d'Ottone II trasmisero il loro nome a sette famiglie pisane, che furono lungo tempo le principali della fazione nobile e ghibellina. Più volte perseguitate e cacciate in esiglio, non per questo rimasero meno affezionate alla patria ed alla sua libertà fino all'epoca fatale della caduta di Pisa[361].

[359] Tutti gli autori pisani non vanno d'accordo rispetto al nome di queste famiglie; ed alcuni fanno entrare in questo ruolo le Benetti e le Sardi. _Raineri Sardo, Trattato dell'origine delle famiglie pisane. — Libro della Cancel. Comun. di Pisa, contenente gli stemmi e distinzioni di diverse famiglie pisane, f. 135, 137._ Io non conosco questi due libri che dagli estratti mandatimi. — _Comment. Const. Cajetani II. t. III. Rer. Ital. — Bernardi Marangoni Scrip. Etr. t. I. p. 316._

[360] Il Gaetani non ammette questa origine della sua famiglia, facendola per l'opposto venire da Gaeta, cui attribuisce tutte le vittorie di quei duchi, i quali essendo elettivi non dovettero appartenere ad una sola famiglia. _Comment. in Vit. Gelasii II t. III. Rer. Ital. p. 410._

[361] Siccome la tradizione dell'origine di queste sette famiglie non è appoggiata ad autori contemporanei, potrebbe supporsi inventata dai genealogisti per compiacere la vanità di alcuni nobili, se la storia non ci somministrasse ne' cinquant'anni che succedono a quest'epoca i nomi di tutti questi gentiluomini, e se molte autentiche scritture non attestassero la loro esistenza ed il loro potere fino negli ultimi anni dell'undecimo secolo. _Veggasi Murat. Antiq. Ital Med. Aevi LXIV. p. 1104 — 1161._

Nello stesso tempo che questa città metteva a profitto il fertile territorio dell'Arno, e le ricche pianure che la circondavano, Genova situata sopra sterili montagne, fra scogli privi di verzura, e presso un mare da cui par che fuggano i pesci, e non avendo altro vantaggio che quello di un porto vasto e sicuro, Genova si occupava con ugual ardore del commercio e della navigazione: le arti medesime le procuravano le medesime ricchezze, e le sterili sue montagne la separavano dalla sede dell'impero e da' suoi oppressori. Questa era rimasta sotto il dominio de' Greci lungo tempo dopo la prima invasione lombarda; ed anche allorquando venne in potere de' Lombardi, ne rimase in modo separata, che trovandosi mal guardata dai suoi nuovi padroni, l'anno 936 fu saccheggiata dai Saraceni. Ma in sul finire dello stesso secolo la propria popolazione inclinata alla milizia la guarentiva da somiglianti sciagure[362].

[362] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. I. p. 225. Apud Graevium Scrip. Ital. t. I._

Pisa non pertanto continuò ad essere alcun tempo più florida e popolosa. Le sue imprese non chiudevansi entro i ristretti confini della Toscana; ma i Saraceni, la Spagna, l'Affrica, la Grecia appresero dai Pisani a rispettare il valore italiano, e l'energia d'una nascente nazione.

I Pisani mantenevano relazioni commerciali coi Greci della Calabria, ed avevan banco ne' principali loro porti. In quella provincia i sudditi dell'impero orientale, snervati da lunga servitù, non sapevano difendere le terre loro e le persone dalle aggressioni de' Musulmani. Una colonia di Mori, stabilitasi in quella provincia, insultava le città e devastava le campagne senza trovar resistenza. I mercadanti e viaggiatori pisani mal soffrivano gli oltraggi fatti agli amici ed al nome cristiano, e desideravano di porvi riparo: perchè di ritorno in patria eccitarono i proprj concittadini a prendere le armi contro gl'infedeli. Il loro entusiasmo si propagò in tutte le classi del popolo; e tutta la gioventù montò sulle navi, che spiegarono le vele per la Calabria ove dovevansi assalire i Saraceni.

Intanto un re moro, chiamato Muset, erasi impadronito della Sardegna, posta quasi in faccia di Pisa, e vi aveva stabilita una colonia di corsari (1005). Ebbe questi avviso che la più valorosa gente di Pisa erasi impegnata in quell'impresa cavalleresca, lasciando la città quasi senza difesa. Le sue galere entrarono una notte nella foce dell'Arno, e rimontarono il fiume quasi fino all'anteriore sobborgo della città. Gli abitanti risvegliati da orribili grida, conobbero ad un tempo l'incendio delle loro case, e lo sbarco de' nemici. Tutti fuggivano in tanta trepidazione alla campagna, e sola una donna della famiglia Sismondi, chiamata Cinzica, invece di seguire i fuggitivi, corse al palazzo de' consoli a traverso de' Musulmani medesimi che occupavano la strada lung'Arno, ed il ponte che univano il sobborgo alla città. Annunciò ai magistrati il pericolo della patria, e fece suonare la campana d'allarme del palazzo, alla quale risposero le altre della città; onde risvegliatisi i cittadini accorsero alla vendetta; ma i Saraceni, temendo l'urto delle milizie repubblicane, rimontarono a precipizio sulle loro navi, ed uscirono dalla foce dall'Arno. Cinzica ebbe una statua nel distrutto sobborgo, che, rifabbricato di nuovo, assunse il di lei nome[363].

[363] _Tronci Ann. Pis. ad an. 1105. — Bern. Marangoni Cronaca di Pisa p. 318._ Il Muratori dubita di questo avvenimento, perchè il nome di Chinzica essendo arabo, per quanto egli crede, è più probabile che si desse ad un quartiere d'Arabi, che ad una Cristiana. Ma il Muratori s'inganna. Il vocabolo Chinzica è tedesco e non arabo. Un luogo chiamato Chinzica presso Fulda viene ricordato in molte carte di quell'abbadia. _Antiqu. Fuldens. lib. I. p. 409, 507, 508 ec. t. III. Rer. Germ. Struvii._ E Cinzica Sismondi aveva sicuramente ricevuto nascendo una di quelle voglie _Hennzeichen_ che aveva motivato il suo nome. Tutti i nomi delle sette grandi famiglie di Pisa hanno un'etimologia tedesca.

Intanto la flotta spedita in Calabria aveva avuti prosperi successi contro i Saraceni ch'erano stati obbligati di concentrarsi in Reggio per difendere questa città da loro posseduta, nelle di cui vicinanze furono pur battuti dai valorosi Pisani avanti che la flotta abbandonasse il mare siciliano[364].

[364] _Ann. Antiq. Pis. t. VI. Rer. It. p. 108 e 168._

Appena rientrati nel porto di Pisa seppero i vittoriosi guerrieri che i corsari sardi avevano insultata la loro patria, e giurarono di vendicarla; ma la guerra che ardeva tra Lucca e Pisa, ed altre cagioni a noi sconosciute, protrassero la spedizione che meditavano, finchè un nuovo attentato dei Mori di Spagna, sbarcati l'anno 1012 sulle loro coste, li costrinse a punire tanta insolenza[365]. Papa Benedetto VIII aveva spedito un legato per eccitarli alla guerra, e fu probabilmente il pontefice che propose un'alleanza tra Pisa e Genova, riunendo le armi delle repubbliche rivali contro il comune nemico. Muset vide atterrito avanzarsi su la Sardegna la più potente flotta che da molti secoli avesse corso il mar Tirreno. Invano tentò d'impedire lo sbarco delle truppe, le quali rinforzate dai Cristiani dell'isola, lo attaccarono su tutti i punti, e lo sconfissero in modo che dovette a precipizio abbandonare la sua conquista, valendosi per la fuga delle navi che aveva allestite per corseggiare il Mediterraneo.

[365] _Ib. — Bernardo Marangoni p. 316._

Ma l'antica rivalità non tardò a gittar la discordia tra i vincitori quando si venne alla divisione della preda. I Genovesi che in principio della guerra non osavano di sperare così prosperi avvenimenti, avevano domandato le spoglie per loro, lasciando ai Pisani le terre spogliate che conquisterebbero. A fronte però di tutto il rigore adoperato nell'impadronirsi di quanto presero ai Saraceni, videro con estremo rammarico che la parte loro era troppo lontana dal valore del regno che rimaneva in potere dei rivali alleati[366]. Cercavano quindi di deviare dalle stabilite condizioni, e procedettero con tale insistenza, che i Pisani ricorsero alle armi per far eseguire il trattato, scacciando dalla Sardegna coloro che gli avevano ajutati ad impadronirsene. Pare che questa contesa non iscoppiasse che l'anno 1021, allorchè Muset aveva già perdute le ultime sue fortezze e le nuove truppe che aveva egli stesso condotte di Spagna[367].

[366] _Benvenuti Imol. Comment. ad Dantis Comœd. Antiqu. It. Medii Aevi t. I. p. 1089._

[367] _Bern. Marangoni Cron. di Pisa p. 320. — Ubertus Folieta Gennens. Hist. l. I. p. 236._

Per altro il re moro lusingavasi ancora di riavere la Sardegna; ed ogni primavera veniva con una nuova flotta ad insultare le guarnigioni della repubblica, o a tentar di sorprenderle. I Pisani, dopo avere lungo tempo combattute queste squadre sulle coste dell'isola, risolvettero di terminare una guerra incominciata diciott'anni avanti, attaccando i Saraceni nel proprio paese. Corsero vincitori le spiagge dell'Affrica insultando Cartagine, ed occupando Bona, l'antica Ippona di s. Agostino. Muset fu costretto a chieder la pace, e, ciò che più gli dolse, a mantenerla molti anni. Pure negli estremi periodi di sua vita volle di nuovo tentar la sorte, quando gli altri uomini non cercano che il riposo. Andò a chieder soccorso ai Mori di Spagna; e di là dirizzando le vele verso la Sardegna, sorprese le guarnigioni pisane cui non diede quartiere, e s'impadronì, tranne Cagliari, di tutta l'isola[368].

[368] _Bern. Marang. Cron. p. 324._