Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)

Part 18

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Poc'anni sono la repubblica di Venezia era il più antico stato d'Europa. La stessa nazione sempre indipendente, sempre libera, fu tranquilla spettatrice delle rivoluzioni dell'universo; vide la lunga agonia e la fine dell'impero romano; in Occidente la nascita dell'impero francese quando Clodoveo conquistò le Gallie; l'innalzamento e la caduta degli Ostrogoti in Italia, dei Visigoti in Ispagna, dei Lombardi che succedettero ai primi, dei Saraceni che spossessarono i secondi. Vide nascere l'impero de' Califfi, minacciare la totale invasione della terra, poi dividersi e distruggersi. Alleata per più secoli degl'imperatori Bizantini, li soccorse a vicenda, e gli oppresse; levò de' trofei alla loro capitale; ne divise le province, ed aggiunse a' suoi titoli quello di padrone _d'un quarto e mezzo_ dell'impero romano. Essa ha veduto cadere quest'impero, ed alzarsi sulle sue rovine il feroce Musulmano; finalmente vide abbattuta la monarchia francese[337]; e sola irremovibile quest'orgogliosa repubblica contemplò i regni e le nazioni passare innanzi a lei. Dopo tutte le altre dovette anch'essa succumbere alla legge universale; ed il governo veneto che legava il presente al passato, ed univa le due epoche della civilizzazione del mondo, cessò ancor esso di esistere.

[337] L'autore scriveva nel 1808.

Alla natura del paese che abitarono i Veneziani devesi ascrivere la cagione della lunga loro indipendenza. Il golfo Adriatico riceve nella sua parte superiore tutte le acque che scendono dalle Alpi verso mezzodì, dal Po che trae origine sul pendio meridionale delle montagne di Provenza, fino all'Isonzo che nasce in quelle della Carniola. La foce del più meridionale di questi fiumi non è lontana più di trenta leghe da quella del più settentrionale; ed in questo spazio il mare riceve ancora l'Adige, la Brenta, la Piave, la Livenza, il Tagliamento, ed un infinito numero d'altri minori fiumi. Tutti nella stagione piovosa strascinan seco enormi masse di melma e di ghiaja, in guisa che il golfo che le riceve, colmato poc'a poco dai loro depositi, non è più mare, ma non è ancora terra, e si chiama laguna, sotto il qual nome si comprende uno spazio di venti o trenta miglia dalla riva. La laguna, vasta estensione di bassi fondi, e di fango coperto d'uno o due piedi d'acqua, che i più leggeri battelli possono a pena attraversare, viene divisa da canali scavati, non v'ha dubbio, dai fiumi che si scaricano in mare, ma in seguito conservati dall'opera degli uomini per l'interesse del commercio. Questi canali sono strade aperte ai grandi navigli, abbondanti di sicuri ancoraggi: il mare che si rompe impetuosamente contro i _murazzi_ e le lunghe e strette isole che circondano la laguna, è sempre in calma oltre questi limiti, nè i venti possono sommover l'onde ove non sonovi profondi abissi. Ma i tortuosi intralciati canali della laguna formano un impenetrabile labirinto per i piloti non istrutti da lungo studio, e dall'esperienza dei loro andirivieni. In mezzo ai bassi fondi alzansi alcune centinaja d'isolette che incominciano al mezzogiorno di Chiozza presso alle foci del Po e dell'Adige, e stendonsi senza interrompimento fino a Grado oltre le bocche dell'Isonzo. Alcune non sono divise che da stretti canali, come quelle su cui è fabbricata Venezia, altre dominano la laguna a ragguardevoli distanze, quasi bastioni avanzati per difendere gli approcci di terra ferma. Tali isole non sono generalmente suscettibili di grande coltivazione, ma così vantaggiosamente situate per la pesca, per la fabbricazione del sale che vi si raccoglie quasi senza travaglio in alcuni bassi fondi chiamati _estuari_, per la navigazione e pel commercio; e coloro che le abitano hanno tanta facilità di commerciare con semplici barche con tutte le città della Lombardia, coi porti dell'Istria, della Dalmazia, della Romagna, che questo Arcipelago dovette in ogni tempo essere popolato da uomini industriosi. Le isole veneziane non sono meno sicure che comode, fortificate ugualmente contro gl'insulti de' pirati e contro le armate de' conquistatori; non sono attaccabili nè per terra nè per mare, e non possono cadere in mano de' nemici che per tradimento de' proprj abitanti.

Il dotto conte Figliasi provò nelle sue memorie sui Veneti[338], che dai più rimoti tempi questa nazione che occupava il paese detto poi Stati veneti di terra ferma, abitava pure le isole sparse lungo le coste, e che di là ebbe origine il nome di _Venezia prima e seconda_, applicandosi la prima al continente, la seconda alle isole ed alle lagune. Ne' tempi dei Pelasgi e degli Etruschi, abitando i primi Veneti una contrada fertile e deliziosa, dedicavansi all'agricoltura, i secondi posti in mezzo ai canali, alla foce de' fiumi, ed a portata delle isole greche, e delle feconde campagne dell'Italia, consacravansi alla navigazione ed al commercio. Gli uni e gli altri si sottomisero ai Romani non molto avanti la seconda guerra Punica; ma non fu che dopo la vittoria ottenuta da Mario sui Cimbri che il loro paese fu ridotto in provincia romana.

[338] _Mem. dei Ven. primi e sec. del C. Figliasi t. VI._

Sotto il governo degl'imperatori la prima Venezia fu per le sue sventure rammentata più volte dagli storici. Ricca, fertile, popolata, presentava agli ambiziosi una preda che si divisero spesso in tempo delle guerre civili. Questa provincia chiudeva l'Italia dal lato per cui poteva essere invaso l'Impero dalle nazioni germaniche, scita e schiavona. Allorchè quest'impero incominciò ad essere debole, tutte le volte che venivano forzate le barriere del Danubio, i barbari non tardavano a piombare sopra la Venezia, ed a desolarla colle loro stragi. La provincia marittima occupavasi della pesca, delle saline, del commercio, ed i Romani risguardavano gli abitanti come indegni della dignità della storia, e perciò li lasciavano nell'oscurità, come la loro umile condizione non invitava i conquistatori al saccheggio, al massacro, alle devastazioni.

Questa oscurità valeva al certo molto più che il tristo splendore di Padova e di Verona. Fu un tempo in cui gli abitanti di queste città, altra volta così opulenti, ma effemminate, deboli, aperte a tutte le invasioni, sentirono vivamente quanto fosse crudele la loro sorte in confronto di quella degli isolani, malgrado le privazioni e la vita laboriosa degli ultimi. I popoli Nomadi che invasero l'impero, associarono alle loro conquiste una ferocia che la nostra immaginazione sa appena concepire. Essi non s'appagavano di appropriarsi col saccheggio tutto ciò che potevano togliere ai sudditi di Roma, ma sembra che si proponessero di rendere le contrade che invadevano affatto simili ai deserti di dove erano usciti. Gl'incendi distruggevano i villaggi e le città, e la carnificina degli uomini, delle donne, dei fanciulli cancellava le generazioni.

In questa guisa esercitò Attila il suo furore sulle città d'Aquilea, Concordia, Oderzo, Altino e Padova. Ma la fama annunciatrice delle sue crudeltà lo precedette, e quegli abitanti della prima Venezia ch'ebbero tempo di fuggire, si ripararono nella seconda. Uomini, donne, vecchi e fanciulli, tutti si salvavano nelle isole. Nel mezzo di quelle che oggidì copre Venezia colle portentose sue case, eravi la borgata di Rialto, che diede asilo alla maggior parte de' fuorusciti, che poi cresciuti a dismisura si sparsero in tutte le altre isole, coprendosi con capanne fatte all'infretta finchè passasse la burrasca sterminatrice[339].

[339] _Const. Porphir. de Adm. Imp. Par. II. c. 28. p. 70. Biz. Venet. t. XXII. Andreae Danduli Chr. l. V. c. 5. t. XII. Rer. Ital. — Marin Sanuto istoria dei duchi di Venez. p. 405. t. XXII. Rer. Ital. Andrea Navagero storia veneziana, p. 926. t. XXIII. — Storia civile veneta di Vettor Sandi, l. I. c. 2. t. I. p. 14._

Poichè Attila si ritirò nella Pannonia, tutti quelli che non avevano portato nel loro ricovero verun mezzo di sussistenza, s'affrettarono di ritornare alle antiche loro abitazioni: e sopra tutto gli agricoltori richiamati dai loro campi, dall'amore del suolo natale, dai bisogni della famiglia, tornarono a coltivare le campagne; ma i grandi proprietarj, i nobili romani, coloro tutti, che colle proprie ricchezze avevano potuto procurarsi nelle isole i comodi della vita, e che rinvennero in quest'asilo la sicurezza non iscompagnata dall'agiatezza, si astennero dall'abbandonare la recente dimora, per rifabbricarsi le ancora fumanti case sempre minacciate da nuove orde di barbari. Vero è che i loro possedimenti continentali ricevevano danno dalla loro lontananza; ma seguendo l'esempio de' loro ospiti cercarono di supplirvi col commercio e colla navigazione. In tal maniera abbiam veduto a' dì nostri una nobiltà rovinata dedicarsi a quella mercatura, che senza degradarsi non avrebbe avanti potuto esercitare. I disastri delle province rendevano il commercio più necessario e più lucroso. I Veneziani dovevano moltiplicare il loro travaglio per somministrare agli abitanti delle città incendiate le cose necessarie alla rifabbricazione delle loro case, e le vittovaglie fino al nuovo raccolto. Un assai maggior numero di marinai e d'artigiani poteva impiegarsi nel commercio, onde della popolazione povera ma industriosa ch'erasi rifugiata nelle isole, la miglior parte fu ritenuta in questo asilo coll'allettamento di maggior lucro, e col godimento di una sicurezza che non poteva trovarsi altrove. Con ciò s'andò formando in mezzo alle lagune una nuova nazione risultante dall'unione forzata de' Veneti primi ai secondi; una nazione di nobili, d'operai laboriosi, e di marinai, i quali tutti dovevano vivere non dei prodotti della terra, ma di quelli di un'industria attiva e crescente.

Pare che la piccola città di Rialto ricevesse i consoli, o i tribuni che formavano il governo municipale di Padova: ma Padova era incendiata, ed i nobili, i cittadini più potenti, eransi riparati nella seconda Venezia, e nulla poteva lusingarli a riprendere un soggiorno che la forza non poteva assicurare, niun particolare vantaggio rendere volontario. La nuova repubblica faceva bensì parte dell'impero romano, ma quest'impero impotente, non sussisteva omai più che di nome, disponendone i barbari, benchè ricevessero ancora come una distinzione onorevole i titoli delle sue magistrature. Ogni provincia, ogni straniera popolazione posta nell'interno dell'impero poteva senza contrasto far valere la propria indipendenza. Ella ne aveva il diritto tosto che sentivasi abbastanza forte per resistere alle aggressioni de' barbari; e quantunque i provinciali d'origine romana non avessero affatto dimenticata l'affezione ed il rispetto dovuto all'antico nome di Roma, trovavansi però felici di potere scuotere il giogo d'un governo oppressivo e tirannico; di liberarsi dalle eccessive tasse che non soccorrevano per altro alla miseria del fisco; di sottrarsi all'odiosa sorte delle milizie, che non provvedevano alla vergognosa impotenza delle armate. I Veneziani adunque rimasero liberi allorchè l'invasione di Attila li ridusse a fondare un nuovo stato; e le disastrose incursioni dei Vandali, degli Eruli, degli Ostrogoti, resero loro sempre più cara la libertà.

Abbiam già avuto opportunità di osservare che, fino agli ultimi tempi dell'impero romano, il governo municipale si conservò democratico. L'assemblea popolare di ogni città decideva dei comuni interessi, e sanzionava le leggi locali. Le stesse assemblee nominavano pure i magistrati annuali incaricati delle funzioni di giudici; ed è probabile opinione che lungo tempo avanti l'invasione d'Attila questi magistrati avessero già il titolo di tribuni. Accresciutasi la popolazione di molte migliaia di fuorusciti, tutte le principali isole ebbero il proprio tribuno nominato dagli abitanti. Questi tribuni riunivansi alcune volte per deliberare intorno ai comuni interessi della Venezia marittima; ma la principale loro incumbenza era quella di giudicare ed amministrare il popolo conformemente alle istruzioni che da lui ricevevano nelle generali assemblee d'ogni isola[340]. In tal maniera la nascente repubblica senza l'opera d'un legislatore, senza rivoluzioni, e quasi senza deliberare, si trovò regolata da una libera costituzione.

[340] _Vettor Sandi storia civile, l. I. c. 2. e 3._

Quell'ombra d'impero che il patrizio Oreste aveva conservato, innalzando Augustolo sul trono, fu distrutta da Odoacre come una pompa inutile e dispendiosa; ed i legami che potevano ancora unir Venezia a Roma, mentre conservavasi l'impero, furono distrutti da questa rivoluzione. Per altro allorchè Teodorico fondò il regno degli Ostrogoti, i Romani riconciliaronsi alquanto col giogo d'un barbaro virtuoso e saggio; ed i Veneziani vissero in pace con lui, e forse i servigi importanti che gli resero, possono essere risguardati come un indizio di dipendenza. Il più antico documento della repubblica è la lettera da Cassiodoro, segretario di Teodorico, diretta ai Veneziani in nome del re d'Italia[341]. Il retore per dar risalto alla sua eloquenza dimentica l'argomento della lettera, e descrive ai medesimi Veneziani, cui è diretta, la strana apparenza del loro paese, l'industria, l'attività, l'eguaglianza, la libertà, e le buone loro costumanze.

[341] Questa lettera, che tra le lettere di Cassiodoro è la 24. del XII. libro, fu inserita nella maggior parte delle storie veneziane; in quella dell'abbate Laugier, _l. I. p. 149._ nella cronaca di Dandolo, _l. V. c. 10. p. 88._, ed in Sandi con alcune osservazioni, _t. I. p. 86. della storia civile._

Dopo aver fatta conoscere la fondazione della repubblica di Venezia, passeremo a scegliere nella sua storia della prima età de' mezzi tempi i più importanti avvenimenti, che di quando in quando contribuirono alla formazione del carattere nazionale, a modificare la costituzione dello stato, oppure ad accrescere l'influenza del nuovo popolo sul rimanente dell'Italia. Sarebbe straniera al nostro istituto una regolare e circostanziata storia de' tempi anteriori al dodicesimo secolo; altronde tale è la secchezza e l'oscurità degli storici rispetto a que' tempi, che siamo forzati di passare rapidamente sulla storia de' secoli di cui ci offrono così confuse ed incerte notizie.

(518 = 627) A' tempi dell'imperatore d'Oriente, Giustino il vecchio, gli Schiavoni, seguendo la strada tenuta dalle altre barbare nazioni che invasero l'impero, entrarono nella Dalmazia, e vi si stabilirono. Ma come quel paese, più volte saccheggiato, non bastava a saziare la loro avidità, approfittarono dei numerosi porti di mare della fresca loro conquista, ed adottando le costumanze degli antichi Illirici, di cui avevano occupato il paese, si diedero alla pirateria. I Veneziani che coprivano costantemente quel mare con deboli barche, rimanevano più degli altri esposti ai loro insulti; ma una vita attiva, e l'abitudine di sprezzare i pericoli del mare avevano rinforzato il loro coraggio. Quei medesimi popoli ch'eran fuggiti come vili armenti innanzi ai conquistatori del Nord, armarono i loro piccoli navigli per farsi incontro agli stessi nemici a molta distanza dalle loro abitazioni: gli attaccarono senza timore, e gli sconfissero, assicurando la libertà dei mari; e la rivalità che manifestossi tra queste due nazioni marittime, e le frequenti loro guerre, che terminarono colla sommissione di tutta la Dalmazia, accrebbero l'energia de' Veneziani; li costrinsero ad aggiungere il valore all'industria, e furono la principale cagione della futura loro grandezza. Questa prima guerra incominciata avanti il regno di Giustiniano, viene riportata siccome una delle testimonianze dell'antichità della loro indipendenza[342].

[342] _Vettor Sandi storia civile veneta, l. I. p. 65. — Dandolus Chronic. l. V. c. 7. p. 84._

(558) Quarant'anni dopo, la discesa de' Lombardi in Italia apportò alle isole veneziane un doppio vantaggio; non solo perchè obbligò nuovamente gli abitanti del continente a procacciarsi salvezza in queste isole, ma perchè gli ottenne altresì un clero indipendente. Il patriarca d'Aquilea venne a stabilirsi in Grado, ove fondò la sua nuova cattedrale; il vescovo d'Oderso si trasferì in Eraclea fabbricata dai suoi compatrioti; quello d'Altino portò la sua sede a Torcello; quello di Concordia a Caorle, e quello di Padova a Malamocco. E perchè i Lombardi stabilirono un clero arriano in tutte le città continentali di cui si resero padroni, e perchè lo scisma tra le chiese delle due comunioni produsse una sanguinosa guerra tra i patriarchi di Aquilea e di Grado, i vescovi ch'eransi rifugiati nelle isole non pensarono più ad abbandonarle[343].

[343] _Vettor Sandi l. I. c. 3. § 4. p. 82. — Chr. Danduli l. V. c. 12. e l. VI c. I. p. 95._

La costituzione delle città e delle isole veneziane poteva considerarsi come federativa; ma i poteri de' magistrati e quelli della nazione, i diritti della lega e quelli dei popoli legati, non erano bastantemente definiti, perchè così fatta costituzione assicurasse ad un tempo l'interna tranquillità dello stato, e potente lo rendesse al di fuori. I tribuni si abbandonarono alla loro ambizione, le città alle discordie e gelosie di vicinanza, mentre i Lombardi dalla parte del continente, e gli Schiavoni da quella del mare approfittavano di queste contese, di questo stato di anarchia. Pareva che la repubblica fosse affatto prossima all'estrema sua rovina: se non che un popolo libero ed energico ha in sè medesimo i principj della sua salute: una rivoluzione che dovrebbe indebolirlo, il più delle volte gli rende di là a poco un nuovo vigore.

(697) L'anno 697 si convocò ad Eraclea una generale adunanza di tutti i membri dello stato, ed i nobili trovaronsi riuniti al clero ed ai cittadini. Colà, dietro proposizione del patriarca di Grado, la nazione risolvette di darsi un capo, che col titolo di duca o doge fosse incaricato del comando delle forze comuni contro gli esterni nemici, e contro i faziosi dell'interno; il quale, superiore ai tribuni delle isole riunite, potesse con mano ferma troncare le loro discordie e punirne le usurpazioni. Ma da questo secolo d'ignoranza non si poteva sperare una costituzione abilmente bilanciata. I Veneziani, volendo essere liberi, riservaronsi le loro assemblee generali, la di cui sovranità s'era universalmente riconosciuta; volendo essere potenti, diedero al capo dello stato tutti gli attributi di un monarca. Egli nominava a tutte le cariche, ammetteva o rifiutava gli avvisi de' suoi consiglieri scelti da lui medesimo, trattava solo la pace e la guerra, ed infine la sua autorità non aveva limiti. Paolo Luca Anafesto d'Eraclea fu il primo che la nazione decorasse di così sublime dignità[344].

[344] _Dand. Chron. l. VII. c. 1. p. 127. Marin Sanuto storia dei duchi di Venez. p. 443. — Navagero storia veneziana p. 933. — Vettor Sandi storia civile veneta l. I. c. 4. p. 94. — Laugier hist. de Venise l. II. p. 189._

Per alcun tempo non ebbero i Veneziani motivo di pentirsi della nuova forma data al loro governo. Anafesto ristabilì l'interna tranquillità, respinse gli Schiavoni, e forzò i Lombardi a riconoscere l'indipendenza della repubblica ed i confini del suo territorio. Il suo successore ne seguì le tracce, ma non così il terzo, che mal soffrendo gli ostacoli che talvolta contrariavano la sua volontà, volle rendersi assoluto signore dello stato, e diede principio ad una funesta lotta col popolo. In questa lite, in cui le ingiuste usurpazioni erano respinte da feroci insurrezioni, perdettero la vita il presente doge ed altri suoi successori. Nel tempo che Venezia era lacerata da questa contesa, il dominio lombardo in Italia fu abbattuto, e rimpiazzato da quello dei Carlovingi[345].

[345] _Dand. Chron. l. VII. c. 5. et seq. p. 134._

I Veneziani non odiavano meno i Franchi degli Unni, degli Ostrogoti, o dei Lombardi. Da tutti questi popoli le province dell'impero erano state ugualmente rovinate. Gloriavansi i Veneziani d'essere discendenti dai soli Romani, e davano alla loro repubblica il nome di figliuola primogenita della repubblica di Roma[346]. Isolati ed indipendenti in mezzo alle popolazioni della stessa origine fatte schiave, prodigavano il nome di barbari agli stranieri che opprimevano l'Italia; ed i soli Greci, inciviliti al par di loro ed attaccati ugualmente al nome ed alla gloria di Roma, venivano risguardati come degni della loro alleanza. Prendevano perciò parte alle loro prosperità, e gli assistevano colle loro forze, come da loro chiedevano essi protezione nelle proprie avversità, confondendosi, per così dire, innanzi ai loro occhi gli ufficj della benevolenza con quelli del dovere: e se i Veneziani rifiutarono d'essere sudditi, vollero almeno essere fedeli alleati dell'impero di Costantinopoli[347].

[346] Benchè la nazione veneziana non si formasse di Romani propriamente detti, ma d'Italiani, ben fondata era la pretesa loro; perciocchè ebbe origine quando sussisteva ancora l'impero, ed ella si compose tutta di cittadini romani d'origine italiana, senza mescolanza di stranieri.

[347] Queste dilicate distinzioni non devonsi ricercare tra gli scrittori bizantini. Costantino Porfirogeneta fa dire ai Veneziani, che sempre sono stati, e vogliono essere sempre schiavi dell'impero d'Oriente. _De administ. Imp. p. II. p. 70. Edit. Venet. t. XXII._

Pipino, figliuolo di Carlo Magno, formò l'ardito progetto di allargare il suo nuovo regno con pregiudizio di Niceforo imperatore d'Oriente: sperava di levargli la Dalmazia e l'Istria, ed aveva saputo far entrare ne' suoi interessi Obelerio allora doge regnante di Venezia, cui la corte francese accordava molti favori. Ma questo magistrato non solo non potè ridurre i Veneziani a prender parte ad una lite tanto contraria alle loro inclinazioni, ma non potè pure impedire che l'assemblea generale convocata a Malamocco non facesse a Pipino conoscere il rifiuto delle sue offerte, e le relazioni della nazione coi Greci. Di ciò offeso il principe, rivolse le sue armi contro i Veneziani, bruciando loro le due città di Eraclea e d'Aquilea, la prima delle quali era stata alcun tempo la capitale della repubblica fino all'epoca in cui Teodato quarto doge trasferì la sede del governo a Malamocco[348]. Nè andò molto che, credendosi nuovamente provocato, fece allestire una flotta a Ravenna, e provvedutala di truppe da sbarco, s'impadronì di Chiozza e di Palestina, indi approdò all'isola d'Albiola separata da un angusto canale da Malamocco. In così difficile circostanza Angelo Participazio, uno de' principali cittadini[349], consigliò i suoi compatrioti ad abbandonare le mura della capitale, ed a trasportare a Rialto tutte le loro ricchezze, essendo la sua situazione più forte assai per essere quest'isola propriamente nel centro della laguna. I vascelli di Pipino tentarono d'inseguirli, ma le barche leggieri dei Veneziani, fuggendo innanzi a loro, seppero attirarli sopra bassi fondi, ove, non potendo nella discesa della marea manovrare, furono attaccati con vantaggio, ed abbruciati quasi tutti, o presi dai Veneziani. Pipino, sdegnato ed umiliato, incenerì le città di cui erasi impadronito, e ritirossi a Ravenna. Poco dopo i due imperi si pacificarono, ed i Veneziani furono compresi nell'accordo come fedeli a quello d'Oriente[350].

[348] _Dandolus Chron. l. VII. c. 15. p. 153._

[349] La sua casa mutò nome nel decimo, o nell'undecimo secolo, prendendo quello di Badoero: essa sussiste ancora.

[350] _Dand. Chron. l. VII. c. 15. p. 23. p. 158. — Vettor Sandi l. II. c. 4. p. 253. e c. 5. p. 259._