Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)
Part 16
Dai servigi di Guaimaro passarono i Normanni sotto le insegne di Michele Paflagone, imperatore di Costantinopoli. Il greco Patrizio Meniace che faceva in Calabria grandi apparecchi per riprendere la Sicilia agli Arabi, allora divisi da una guerra civile, assoldò i tre figli maggiori di Tancredi, Guglielmo braccio di ferro, Dragone, ed Umfredo con trecento Normanni[295]. Questa spedizione che doveva riconciliare i Normanni coi Greci, fu invece cagione dell'intera loro separazione; perciocchè i Normanni conobbero più da vicino la viltà, la venale cupidigia e la dissimulazione de' Greci. Poco dopo essi s'unirono al lombardo Ardoino, il quale servendo con loro nell'armata di Maniace, e mostrandosi valoroso soldato, fu non pertanto da quel generale di vilissimi schiavi che più non avevano sentimento d'onore, percosso col bastone in presenza delle sue truppe per cagione di un cavallo che gli si voleva rapire. I Normanni non fecero travedere la loro indignazione finchè non furono dai vascelli greci portati al di qua dello stretto: ma poichè trovaronsi sulle coste d'Italia, convennero di riunirsi in Aversa il giorno di Natale del 1041, chiamandovi ancora il lombardo Ardoino; il quale, soffiando nel cuor de' Normanni l'implacabile suo odio, li determinò ad attaccare le province dell'impero d'Oriente ed a conquistare per sè medesimi ciò che i Greci possedevano ancora nella Puglia e nella Calabria. Così ardita intrapresa veniva resa meno difficile da una rivoluzione, che avendo posto sul trono di Costantinopoli un nemico di Maniace, forzò questi a ribellarsi, e per tal modo a lasciar le province greche quasi senza difesa. I Normanni si assoggettarono a dodici capi scelti da loro, cui diedero il titolo di conti; affidando ad Ardoino il supremo comando della piccola loro armata, accresciuta di trecento uomini che gli diede Rainolfo conte d'Aversa. Avanzatisi nell'interno della Paglia, occuparono Melfi, che gli aprì le porte senza opporre veruna resistenza; presero in seguito Venosa, Ascoli e Lavello, ed in tre successive battaglie trionfarono tre volte dei Greci. Rinforzaronsi poi con nuove alleanze, e per ricompensarli de' ricevuti soccorsi, accordarono l'onore del comando a due altri capi Atenolfo ed Argiro; il primo de' quali, essendo fratello del duca di Benevento, gli aveva procurato il soccorso de' Lombardi, mentre Argiro, ricchissimo cittadino di Bari e figliuolo dell'illustre Melo, li favoreggiò col suo credito presso i Pugliesi e presso i partigiani che aveva suo padre nelle greche città. In questa guerra il valore e l'intrepidezza spesso appoggiate dall'astuzia e dall'intrigo stavano dal lato de' Normanni: i Greci all'opposto erano vili, disuniti, scoraggiati. Quasi tutta la Puglia fu conquistata in due anni, e nel 1042 divisa tra i conquistatori. Melfi dichiarata capitale dei loro stati, rimase proprietà comune d'Ardoino e di Guglielmo braccio di ferro, capo dei Normanni: i loro dodici conti ebbero altrettante città, Siponto, Ascoli, Venosa, Lavello, Monopoli, Trani, Cannes, Montepiloto, Trigento, Aceranza, Sant'Arcangelo e Minerbino. E per tal modo si formò nella Puglia una specie di repubblica militare ed oligarchica[296].
[295] _Leo Ost. l. II. c. 67. p. 387. — Cedr. Comp. Hist. p. 577. — An. Borr. cum notis Camilli Pellegrini p. 150._
[296] _Leo Ost, lib. II. c. 67. p. 389. — Gauf. Malaterra Hist, Sicula l. I. c. 9 et 10. p. 551. — Guilel. App. l. I. p. 257._
Benchè i Normanni avessero scelto a loro capo Guglielmo braccio di ferro, degnavansi poche volte di eseguirne gli ordini; viveano essi coi soli prodotti del saccheggio, e non essendo legati da veruna convenzione, piuttosto che la guerra, esercitavano il ladroneccio alla testa de' loro satelliti. I conventi, le chiese, e quegli stessi luoghi santi che furono poc'anzi l'oggetto dei loro pellegrinaggi, non isfuggivano alle loro rapine[297]: di modo che tanti replicati insulti riunirono finalmente contro di loro i vicini potentati.
[297] Racconta Leone Ostiense, che essendosi i Normanni impadroniti di molte possessioni di Monte Cassino, e di due fortezze s. Vittore e s. Andrea, ogni giorno riceveasi da loro qualche oltraggio, onde l'abbate del monastero era ridotto a tale, che aveva risoluto di abbandonare il monastero e stabilirsi al di là dei monti. All'improvviso lo stesso conte di questi Normanni, chiamato Rodolfo, o più tosto Rainolfo, giunse a Monte Cassino accompagnato da molti soldati, e si temeva che avesse intenzione di prendere l'abbate e d'ucciderlo, pure egli e le sue genti lasciarono, come vogliono le leggi ecclesiastiche, i loro cavalli e le armi fuori del tempio, in cui essi entrarono per pregare. Mentre stavano inginocchiati avanti all'altare maggiore, i frati serventi del monastero si avventarono ai loro cavalli, ed alle armi, chiusero le porte del tempio, e sonarono campana a martello. Gli abitanti della città accorsero armati di freccie, attaccarono i Normanni che non avevano che le spade per difendersi, e che invano imploravano il rispetto pei sacri luoghi, ch'essi avevano tante volte profanati. Quindici di loro furono ammazzati, il conte posto in prigione, e ricuperate colle forze tutte le possessioni di Monte Cassino, o restituite ai monaci come prezzo della liberazione di Rainolfo. _Chron. Mon. Cassin. l. II. c. 71. p. 390._
Leone IX formò la lega dei due imperi contro gli avventurieri normanni. Essendo anch'esso tedesco, riclamò i soccorsi dovuti da Enrico III, imperatore di Germania, ai popoli ed alla Chiesa, e n'ebbe cinquecento uomini d'arme che furono il nervo della sua armata. Pubblicò intanto come sacra la guerra che intraprendeva per la sicurezza dei popoli e delle chiese; e che sarebb'egli capo dell'armata, onde combattere piuttosto col soccorso del cielo, che coi mezzi umani. I Pugliesi, i Campani, gli Anconitani e quelli dello stato della Chiesa si riunirono sotto le sue insegne; e lo stesso fecero i Greci. Allora il santo pontefice con un'armata assai numerosa, ma priva di generale, diede principio alla sua spedizione con un pellegrinaggio a Monte Cassino per ottenere sulla sacra armata la benedizione del cielo[298].
[298] _Leo Ost. lib. II. c. 87. p. 402._
I Normanni opposero alla sacra armata truppe meglio agguerrite. Era già morto Guglielmo braccio di ferro, e Dragone a lui succeduto era stato di fresco ucciso dai rivoltosi[299]; ma Unfredo il terzo de' fratelli, e Roberto Guiscardo l'ultimo figliuolo del secondo letto di Manfredi di Hauteville potevano riguardarsi e principalmente l'ultimo siccome i più destri e più valorosi guerrieri d'Europa. Roberto Guiscardo giungeva allora dalla Puglia con un ragguardevole rinforzo di Normanni, e Riccardo conte d'Aversa della famiglia Drengot s'unì con tutte le forze di cui poteva disporre ai suoi patrioti, per dividerne i pericoli e la gloria. Benchè meno numerosi assai che le truppe del papa, i soldati normanni erano uomini costantemente esercitati nel mestiere della guerra, che quantunque divoti, erano per altro inaccessibili agli scrupoli[300].
[299] _Gaufredi Malaterræ l. I. c. 11 et 13. p. 552._
[300] _Guilelmus Appulus l. II. p. 260._
Ad ogni modo prima d'intraprendere le ostilità tentarono i Normanni di placare il pontefice, lasciando in suo arbitrio le condizioni, con cui potessero ottenere perdono. Ma Leone IX, che trovavasi spalleggiato dall'alleanza dei due imperi, e sicuro dei soccorsi del cielo, negava di venire a trattative prima che i Normanni sgombrassero per sempre l'Italia. Si venne dunque a battaglia presso di Civitella il giorno 18 giugno del 1053, e la vittoria rimase assai breve tempo dubbiosa; imperciocchè tutta quella timida plebaglia riunita sotto le insegne papali dalle prediche dei monaci, e di cui il papa aveva torto di credere d'aver fatto un'armata, fuggì al primo incontro. Rimasero fermi i Tedeschi, ma non essendo più di cinquecento, o come altri vogliono, settecento uomini d'arme; avviluppati dai Normanni, perirono quasi tutti sul campo di battaglia. Il papa che all'istante della disfatta erasi riparato in Civitella, dovette uscirne e rimanere senza difesa fuori delle porte, perchè gli abitanti non vollero esporsi al risentimento dell'armata vittoriosa.
I Normanni s'avanzarono verso di lui, e quando gli furono vicini si gittarono in ginocchio, e coprironsi di polvere implorando il suo perdono e la sua benedizione. Lo condussero nel loro campo, trattandolo sempre col più profondo rispetto: ma in mezzo a tante dimostrazioni di religiosa umiltà lo tennero alcun tempo prigioniero, sicchè potè persuadersi che ad un pontefice non si convengono le funzioni di generale d'armata. E come aveva prima creduto che il cielo lo avrebbe soccorso, credette allora che il cielo si fosse apertamente dichiarato contro di lui, e fece egli stesso i primi passi per riconciliarsi con quegli stessi uomini, contro i quali aveva predicato una specie di crociata. Per soddisfare alla loro domanda, e riporsi in libertà, accordò ai Normanni l'investitura in nome di s. Pietro, e come feudo della Chiesa, di tutto quanto avevano conquistato, e di quanto potessero ancora conquistare nella Puglia, nella Calabria e nella Sicilia[301].
[301] _Gaufredi Malaterræ l. I. c. 14. p. 553._
E per tal modo una disfatta diede alla santa sede ciò che ottenuto mai non avrebbe con una vittoria, e la debolezza d'un pontefice pio ed affatto ignaro della politica del mondo, conquistò quello che i più arditi suoi predecessori non avevano pur osato di tentare. Infeudando ai Normanni le province già possedute dai Greci e dai Lombardi, il papa se ne attribuiva la proprietà, comecchè niun diritto potesse allegare su le medesime, o formarne la più remota pretensione. Pure i Normanni chiesero tale investitura, perchè così credevano di sanzionare in faccia ai popoli superstiziosi i diritti meno sacri della forza e della conquista; ma infiniti vantaggi derivarono da questo trattato alla Chiesa; poichè dopo questa fatale investitura, il regno di Napoli rimase feudo di s. Pietro, non con altro fondamento che di un dono strappato colla forza ad un prete, che non sapeva pur egli d'avere alcun diritto sopra ciò che donava.
I Normanni approfittarono della vittoria per estendere il loro dominio a tutte le province comprese nell'infeudazione del papa. Unfredo soggiogò la Puglia: Roberto Guiscardo con pochi compagni andò in Calabria, ove fortificatosi nel castello di san Marco, faceva frequenti scorrerie nel territorio greco, più degne di un assassino, che di un conquistatore. Gli abitanti avevano abbandonati tutti i vicini villaggi; ed il maestro di casa di Guiscardo gli dava talvolta avviso che mancavano le provvisioni per l'indomani, nè aveva danaro per comperarne, e che, quand'anche ne avesse, non troverebbe a molte leghe di distanza chi gli vendesse alcuna cosa. Allora Guiscardo usciva dal suo forte, alcuna volta coi Normanni, altre volte con degli Schiavoni banditi ch'erano a lui accorsi da ogni banda, ed andava a saccheggiare i più lontani villaggi[302].
[302] _Gaufredi Malaterræ l. I. c. 16. p. 553._
Moriva Unfredo del 1057, onde Guiscardo lasciava il ladroneccio per impossessarsi del contado di Puglia. Chiamò allora di Lombardia Ruggero l'ultimo de' suoi fratelli, che stabilì in Calabria col titolo di conte perchè vi continuasse le sue conquiste: ma sia per avarizia, sia per gelosia, lo lasciò più ancora sprovveduto di danaro di quel che fosse stato egli medesimo; onde il giovane conte, che doveva pur essere il conquistatore della Sicilia, ed il padre de' suoi re, non avendo ricevuto da Roberto che un solo cavallo in premio de' suoi lunghi servigi, tornò in Puglia, e si fece a rubar cavalli, ed a spogliare i mercanti nelle vicinanze di Melfi. Egli stesso, poichè pervenne alla sovranità, ordinò al suo storico Gaufrido Malaterra di conservare la memoria di tali avventure, onde la posterità conoscesse da quale stato di miseria si fosse innalzato a così alto grado[303]. Ruggiero danneggiò pure i possedimenti di Guiscardo, e v'ebbe tra i Normanni una specie di guerra civile; se pure gl'insulti del giovane guerriero non debbono piuttosto risguardarsi quali attentati d'un capo d'assassini in guerra con tutta la società.
[303] _Gaufr. Malaterræ l. I. c. 25 et 26. p. 556._
Intanto Guiscardo, dopo aver soggiogata quasi tutta la Puglia, volendo estendere le sue conquiste alla Calabria, fu costretto di pacificarsi con suo fratello, cui nel 1060 affidò pure il comando di parte del suo esercito. Attaccarono di conserva e s'impadronirono di Reggio, poi di molte città della stessa provincia; per cui Roberto Guiscardo, trovando il titolo di conte inferiore alla presente sua condizione, s'intitolò di propria autorità duca di Puglia e di Calabria, titolo che gli fu alcun tempo dopo riconfermato da papa Niccolò II[304].
[304] _Gaufridus Malaterra l. I. c. 35. p. 553. — Guilelmus Appulus lib. II. p. 262._
Benchè avessero guerra coi due imperi, non interrompevano i Normanni il corso delle loro conquiste, non trovandosi spesse volte a fronte nè armate, nè generali. Enrico IV di Germania non era per anco uscito dalla sua lunga minorità, quando gli attentati dei papi misero in pericolo la sua corona. In Grecia Costantino duca, Romano Diogene e Michele duca, trovandosi l'un dopo l'altro impegnati nella più pericolosa guerra col Turco, non poterono distrarre le loro forze per soccorrere le province occidentali, che in tempo d'alcuni brevissimi intervalli di tregua. E già del 1061 più non rimanevano al Greci in Italia che Bari, Gallipoli, Taranto, Brindisi, Otranto e poche castella. Ruggiero che comandava a nome di suo fratello in Reggio di Calabria, approfittando delle difficili circostanze in cui trovavasi l'impero greco, e delle intestine divisioni de' Saraceni, formò l'ardito progetto di conquistare la Sicilia occupata da questi ultimi, mentre Guiscardo terminerebbe di scacciare i Greci dalla Calabria e dalla Puglia.
I Saraceni, tanto temuti due secoli prima, erano a tale stato di languore e d'impotenza ridotti, da provare essi medesimi quel terrore, che in altri tempi spargevano tra i loro vicini. L'entusiasmo religioso gli aveva fatti soldati, il tranquillo possesso delle loro conquiste ne aveva spento lo spirito guerriero. Educati in una religione voluttuosa, privi di patria, quantunque dimorassero ne' più bei paesi del mondo, dissiparono le ricchezze acquistate colle armi nel procurarsi i più grossolani piaceri, e si resero effeminati al paro delle popolazioni asiatiche di cui avevano da principio trionfato. Non è però che qualche avanzo di valore non si conservasse ancora nelle ultime classi del popolo; onde i Normanni che non trovarono resistenza ne' Saraceni d'Italia, assoldarono tra costoro uomini valorosi che servirono Guiscardo utilmente in tutte le guerre; ma i capi de' Saraceni, privi di talenti e di coraggio, si governavano debolmente. La loro monarchia era divisa in principati quasi indipendenti. Ogni città aveva un piccolo principe, o emiro: e la discordia di due di loro _Benhumena_, e _Ben Stammend_, che consigliò l'ultimo a recarsi a Reggio per implorare la protezione di Ruggiero, agevolò ai Cristiani l'ingresso nella Sicilia[305].
[305] Ismaele Alèmujad, più conosciuto sotto il nome d'Abulfida, fa incominciare le turbolenze della Sicilia e la divisione dell'isola in piccioli principati l'anno 426 dell'Egira (1034 — 1035) _Hist. Sarac. Sicula p. 253. t. I. p. II. Rer. Ital._
Ruggiero non aveva che soldati di ventura, i quali lo seguivano spontaneamente per essere a parte delle sue conquiste: ma questi non essendo troppo numerosi, e restando breve tempo sotto le sue bandiere, vedevasi obbligato a ritirarsi dopo pochi mesi dall'isola, senza avervi fatto alcuno stabile acquisto. Per altro le sue imprese eseguite con centocinquanta, e talvolta con trecento cavalieri ebbero un'apparenza ancora più romanzesca, che le prime conquiste de' Normanni nella Puglia[306].
[306] _Gaufr. Malaterra l. II. c. 1 — 15. p. 560._
I Cristiani greci che abitavano nella città di Traina posta nella valle di Dèmone, ne aprirono le porte a Ruggiero, il quale vi si fissò colla giovinetta sua sposa e con trecento cavalieri, infestando i Saraceni del vicinato. Ma gli stessi Cristiani disgustati dell'arbitrario procedere de' loro ospiti, si rivoltarono, ed introdussero in città i Saraceni che ne occuparono una parte. Non avendo allora altro luogo fortificato che li coprisse, trovaronsi i Normanni esposti a continue battaglie contro forze assai superiori, e nell'impossibilità di procurarsi i viveri con lontane scorrerie. In così trista situazione soffersero ogni maniera di disagi, e talvolta la fame. La contessa, e due o tre donne del suo seguito dovevano preparare il vitto per Ruggiero, e per i suoi compagni d'armi, avendo ascritti alla milizia tutti i domestici: ed erano a tale carestia d'abiti ridotti, che il conte e la contessa non avendo che un solo manto, valevanse alternamente quando l'uno o l'altro doveva uscire in pubblico. Al conte, in un combattimento rimasto solo in mezzo ai nemici, fu ucciso il cavallo; ma egli si fece largo colla spada, e prendendo sulle spalle la sella, perchè non rimanesse in mano de' nemici testimonio della sua disfatta, ritornò, attraversando lentamente le file nemiche, al proprio alloggiamento. In tali miserie seppero i Normanni sostenersi quattro mesi, occupando la metà d'una città di cui il restante trovavasi in potere de' loro nemici. Il rigore dell'inverno fu la loro salvezza. La città di Traina, posta a' piedi dell'Etna in un suolo assai elevato, fu coperta di neve; onde i Saraceni ed i Greci, non avvezzi a così acuti freddi, rallentarono i loro attacchi, ed i Normanni giunsero una notte a sorprenderli, ed a scacciarli dall'altra parte della città. Padroni allora delle nuove fortificazioni, si risguardarono come in luogo d'intera sicurezza, quantunque in mezzo ad un'isola nemica[307].
[307] _Gaufr. Malaterra l. II. c. 29 et 30. p. 556._
Malgrado la cavalleresca bravura de' guerrieri normanni, le loro conquiste furono assai lente, o perchè le armate erano troppo piccole, o perchè i soldati erano poco subordinati ai loro capi. Quando i primi avevano fatta una ragguardevole preda separavansi dai loro stendardi per andare a godersela tranquillamente, raggiungendo poi i loro compagni quando erano di nuovo ridotti in povertà. A Ruggiero abbisognarono trent'anni per conquistare la Sicilia, e poco meno a Roberto Guiscardo per occupare tutta la Puglia. Soltanto nel 1080 riuscì a quest'ultimo di scacciare per l'ultima volta dall'Italia i Greci, e di riunire ai suoi stati Taranto, Castaneto, Bari e Trani[308]. Ma poc'anni prima avevano i Normanni rivolte le loro armi contro i principi lombardi, che si dividevano il restante del gran ducato di Benevento, e gli avevano spogliati senza incontrar resistenza. Riccardo, conte d'Aversa, e discendente di Drengot, del 1062 impadronissi del principato di Capoa, di cui aveva preso il titolo[309]. Il principato di Benevento si estinse l'anno 1077 per la morte di Landolfo IV, e fu smembrato da Viscardo, il quale, tenendo per sè il territorio, ne cedette la città alla santa sede, la quale pretendeva di averne il supremo dominio in forza di una concessione dell'imperatore Enrico III. Finalmente Guiscardo attaccò Salerno, la capitale dell'altro principato lombardo, ov'erasi rinchiuso l'ultimo de' suoi principi Gisulfo. Per obbligarla più presto ad arrendersi, Guiscardo si alleò cogli Amalfitani, i quali si felicitarono dell'alleanza de' Normanni, e nominarono Guiscardo loro duca, obbligandosi ad assisterlo nell'impresa di Salerno colle loro flotte: ma non solamente si riservarono l'antica loro costituzione e la libertà, ma inoltre fu convenuto che le truppe di Guiscardo non entrerebbero giammai nella loro città e territorio, riservandosi esclusivamente la custodia di tutte le loro fortezze. Sussidiato dagli Amalfitani, Guiscardo chiuse Salerno dalla banda del mare, mentre colle sue truppe l'andava vigorosamente stringendo per terra; di modo che fu costretta di capitolare l'anno 1077. Gisulfo si ritirò nello stato di Roma, e Salerno accrebbe il territorio del duca normanno[310].
[308] _Chron. Breve Normannicum t. V. p. 278._
[309] _Leo Ostiens. l. III. c 16. p. 423._
[310] _Gaufr. Malater. l. III. c. 3. p. 576._
Così fu spenta l'ultima dinastia de' regnanti lombardi cinquecentonove anni dopo la prima loro discesa in Italia sotto il comando di Alboino, e trecentotre dopo la disfatta di Desiderio ultimo loro re. A tale epoca soltanto questa nazione, altra volta così potente, perdette il diritto d'avere i suoi proprj sovrani. Presso agli Occidentali il nome di Lombardia rimase a quella più settentrionale parte d'Italia ch'era immediatamente soggetta ai re di Pavia; ma i Greci, forse con più ragione, chiamarono Lombardia il regno di Napoli, di cui i Lombardi beneventani conservarono il pieno ed indipendente dominio più di cinque secoli.
Cacciati i Greci dalla Puglia e dalla Calabria, ed i principi lombardi da Salerno e da Benevento, e conquistata la Sicilia che Ruggiero governava come un feudo del ducato di Puglia col titolo di gran conte, Roberto Viscardo si trovò capo d'un vasto stato acquistato colle forze d'un semplice gentiluomo, il quale aveva egli stesso formata di avventurieri e di pellegrini l'armata che combatteva sotto i suoi ordini. La sua ambizione non era per altro ancora soddisfatta, essendosi proposto di conquistare l'impero d'Oriente; per colorire il quale ardito progetto, del 1081 attraversò il mare Adriatico, s'impadronì di Corfù e di Botronto, ed assediò Durazzo. Non terremo dietro a Roberto in questa spedizione estranea al nostro soggetto, e ci limiteremo ad osservare che nello spazio di tre anni questo principe ebbe la gloria di veder fuggitivi innanzi a lui i due imperatori d'Oriente e d'Occidente. In ottobre del 1081 disfece l'esercito dell'imperatore Alessio Comneno, venuto in persona per fargli levar l'assedio di Durazzo[311]. Chiamato in Italia da una ribellione scoppiata ne' suoi stati, accorse del 1084 a liberare Gregorio VII di cui erasi dichiarato protettore, quantunque lo avesse poco prima scomunicato. Allora fu ch'Enrico IV, levato l'assedio da Castel sant'Angelo ove trovavasi chiuso il papa, avanti che arrivassero i Normanni, ritirossi da Roma, di cui Guiscardo ne abbruciò la metà, abbandonandola al saccheggio de' Saraceni che formavano parte della sua armata. Furono queste probabilmente l'estreme imprese di Roberto Viscardo, che morì in Cefalonia il 17 luglio del 1085 mentre rinnovava i suoi tentativi contro il greco impero[312].
[311] _Alexias Annae Comnensis l. IV. t. XI. p. 83._
[312] _Guilel. Appulus l. V. p. 276. ad fin._
La storia degl'immediati suoi successori non merita d'essere così attentamente considerata. Suo figlio e suo nipote conservarono a stento una monarchia ch'egli solo aveva fondata. Le guerre civili resero inquieto il regno di Ruggiero I duca di Puglia. Ebbe costui un fratello maggiore, chiamato Boemondo, famoso nella storia delle Crociate, che fu poi principe d'Antiochia. Questo principe era stato spogliato de' suoi diritti ereditarj dal testamento paterno e da un giudizio della Chiesa. Guiscardo, volendo passare a seconde nozze, aveva fatto divorzio colla prima moglie, sotto pretesto di lontana parentela, e Boemondo suo figliuolo era stato ridotto al rango di figliuolo bastardo. Egli riclamò contro l'ingiustizia del testamento paterno, e cercò di far valere colle armi i suoi diritti, finchè la predicazione della crociata, aprendo una nuova carriera alla sua ambizione, lo strascinò in Asia colle armate cristiane. Partì del 1096 con suo cugino Tancredi, ed i Normanni spiegarono nell'Asia la stessa bravura, la stessa politica, la stessa avidità, la stessa ambizione che gli aveva già resi potenti e temuti nella Neustria, in Inghilterra, in Italia ed in Grecia[313].