Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)
Part 15
Ecco quanto fra le tenebre della storia ci fu dato di raccogliere intorno all'origine ed ai progressi delle repubbliche greche dell'Italia meridionale. Tre secoli più tardi le vedremo invase dai Normanni, e cancellate dal numero delle nazioni; di modo che con poche cose che ci rimangono a dire intorno a questa seconda epoca, sarà compiuta la storia della loro lunga esistenza. Della loro popolazione, delle ricchezze, dell'estensione del commercio non abbiamo che poche ed incerte memorie. I sepolcri che racchiudono le ceneri de' generosi cittadini d'Amalfi, di Napoli, di Gaeta, avvolgono nelle loro tenebre ancora la rimembranza delle loro imprese e delle loro virtù. E quel nobile amore di libertà che gl'infiammava, e quella patria cui tutto sacrificavano, e quelle leggi dettate dalla sapienza, i duchi, i magistrati di cui ne temevano le usurpazioni, i nemici che li circondavano, e contro i quali combattevano con tanta gloria, tutto è perito. Tante generose imprese loro ispirate dall'amor della gloria, tanti richiami alla posterità imparziale, le avversità sostenute con eroico coraggio, sperando che le future generazioni vendicherebbero le ingiurie de' contemporanei; tante belle speranze tornarono vane, e la razza degli eroi si spense, senza che l'ingrata posterità abbia mai soddisfatto a ciò che loro doveva.
Gl'infelici Lombardi crudelmente maltrattati dai Saraceni chiamarono l'anno 866 a Benevento Luigi II imperatore e re d'Italia. Gli ultimi possedevano in tutte le parti d'Italia diverse montagne di cui avevano afforzati i passaggi, castella ed anche città di dove facevano frequenti sortite per saccheggiare i paesi cristiani. Luigi II attaccò successivamente le fortezze degli Arabi, s'impadronì di Matera, di Venosa, di Canossa, ed intraprese l'assedio di Bari, la miglior piazza che i Saraceni possedessero sul golfo Adriatico; ma conoscendo di non poterla occupare senza l'ajuto d'una flotta, si alleò coll'imperator greco Basilio, il quale aveva allora liberata Ragusi e le altre città dell'Illirico dalla incursione de' Saraceni medesimi[276]. Bari dovette succumbere alle forze riunite dei due imperatori: per la qual cosa i Greci riacquistarono ancora qualche influenza sull'Italia meridionale, la quale si rese maggiore poichè Lodovico disgustò i Lombardi che l'avevano chiamato in loro soccorso. Il principe di Salerno arrestò per sorpresa l'imperatore d'Occidente, e lo tenne alcun tempo prigioniero nel suo palazzo; per la qual mortale ingiuria, dovendo il principe di Salerno temere i risentimenti di Luigi II, quand'anche un trattato di pace gliene assicurasse il perdono, si gettò fra le braccia di Basilio, e gli giurò fedeltà per assicurarsi della sua protezione.
[276] _Const. Porphirog. de Basil. Maced. t. XVI. p. 132._
La rovina della famiglia di Carlo Magno, ed i burrascosi regni di Berengario, di Ugo, di Berengario II, nell'Italia settentrionale, pel corso quasi d'un secolo, agevolarono ai Greci le conquiste che fecero nella provincia ch'essi chiamavano Lombardia, perchè rimasta assai più tempo delle altre in potere de' Lombardi. L'impero d'Oriente riparò talvolta le sue perdite, non perchè acquistasse maggior vigore, ma perchè sopravvisse al decadimento dei popoli nemici[277]. I Lombardi, i Franchi, i Saraceni, che tutti ebbero impero in queste province, erano affatto tralignati. Resi orgogliosi dalle passate prosperità, si abbandonarono al lusso ed alla mollezza; oltre che i loro dominj, trovandosi divisi in piccoli principati, non potevano resistere nè meno ad un debole nemico, quali erano i Greci. Questi s'impadronirono di quasi tutte le città e fortezze che i Saraceni avevano nella Puglia, ed in tal modo formarono il loro nuovo _Thême_ di Lombardia[278]. I principi lombardi trovandosi alle frontiere dei due imperi d'Oriente e d'Occidente, attaccavansi a vicenda or all'uno, or all'altro; e secondo che lo richiedevano le private loro viste, trasferivano il loro vassallaggio ed il giuramento dal successore di Carlo Magno al successore di Costantino.
[277] È appunto in questo modo che i sudditi ribelli della Porta ed i suoi nemici ricadono sotto il giogo della medesima, aspettando essa pazientemente che le loro forze si diminuiscano. Di là ebbe origine il proverbio turco, _che con un carro tirato dai buoi il gran signore piglia le lepri alla corsa_.
[278] Questo è il nome che nella nuova divisione dell'impero d'Oriente diedero i Greci alle province. Eranvene diciassette in Asia, e dodici in Europa. _Const. Porph. de Themat. ap. Banduri Imp. Orient. t. I._
Ma poichè le corone d'Italia e dell'impero passarono nella casa di Sassonia, gli Ottoni si posero in dovere di difendere o di ricuperare le antiche province dell'impero d'Occidente; di fare che i principi lombardi riconoscessero la loro signoria, e di scacciare dall'Italia i Greci ed i Saraceni. Lunga fu la guerra che Ottone I sostenne in Italia contro Niceforo Foca, terminata soltanto del 970, quando Niceforo fu assassinato. Il suo successore Giovanni Zimisco ambì l'alleanza d'Ottone, ed un matrimonio unì le due famiglie imperiali[279].
[279] Ottone II sposò Teofania figlia dell'imperatore romano Lecapeno, predecessore di Foca, e sorella di Costantino e Basilio, che succedettero a Zimisco.
Ottone II mise in campo le pretensioni paterne sulla sovranità dell'Italia meridionale, cui gli dava un nuovo diritto il suo matrimonio con Teofania: chiedeva agl'imperatori d'Oriente per dote della consorte le province della Lucania e della Calabria, e l'alta signoria sopra le repubbliche di Venezia[280], di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi, che nascondevano la loro indipendenza sotto il velo d'una pretesa fedeltà verso l'impero d'Oriente.
[280] Non è a dubitarsi che in sul finire del decimo secolo non si fosse Venezia totalmente emancipata dall'impero greco; tanto più che aveva gente e ricchezze per difendersi da sè medesima contro le potenze settentrionali, non esclusi gl'imperiali. N. d. T.
Gl'imperatori Costantino e Basilio, dopo avere inutilmente cercato di allontanare il turbine che minacciava i loro dominj d'Italia, chiesero ajuto ai Saraceni di Sicilia e d'Affrica. Intanto Ottone entrava in Italia (980) con una potente armata, resa più forte dall'alleanza di Pandolfo testa di ferro, che possedeva quasi tutto il ducato di Benevento qual era anticamente. Occupata dell'892 la città di Taranto, Ottone avanzavasi nella Calabria ulteriore fino alla borgata di Basentello posta in riva al mare. Era colà aspettato dall'armata combinata greca e saracena. Al primo vigoroso attacco de' Tedeschi, gli Orientali si disordinarono; ma una colonna di Saraceni, che formava la riserva, piombò sui vincitori nell'istante che questi, inseguendo il nemico, avevan rotte le loro linee, e ne fece un miserabile massacro. Pandolfo testa di ferro, e parecchi altri conti e prelati guerrieri, perdettero la vita in quest'incontro.
Già l'armata d'Ottone era interamente distrutta, nè v'era più alcun corpo che sostenesse l'impeto de' nemici; e l'imperatore medesimo fuggiva lungo la spiaggia temendo d'essere preso dai Saraceni e massacrato. Una galera greca erasi ancorata su quella riva, onde l'imperatore preferì di darsi nelle mani di nemici inciviliti, piuttosto che rimanere vittima d'un'orda di barbari. Si fece conoscere al capitano della galera, ed a lui s'arrendette, cercando asilo a bordo della nave. Non tardò Ottone ad avvedersi che quest'ufficiale subalterno, sorpreso da tanta fortuna, sagrificherebbe i vantaggi del suo paese al proprio; perchè gli offerse immense somme d'oro qualora volesse condurlo a Rossano, ov'era chiusa l'imperatrice Adelaide sua madre. La galera fece tosto vela verso Rossano, essendosi conchiuso un segreto trattato tra il capitano, Ottone, e l'imperatrice; per cui quando giunsero in faccia a quella città, varj muli assai carichi furono condotti verso la riva. Alcune guardie imperiali comandate da Teodoro, vescovo di Metz, s'avvicinarono in una barca alla galera per accertarsi se il personaggio coperto di porpora, che loro mostravasi sul banco era veramente Ottone; e mentre i Greci distratti dalle trattative, ed avvezzi a non veder camminare i loro imperatori senza appoggiarsi agli eunuchi, non si prendevan cura del prigioniere, Ottone slanciossi in mare, e guadagnata a nuoto la barca delle sue guardie, fece voltar bordo, e prendendo anch'egli un remo, giunse in porto avanti che la galera potesse raggiungerlo. Il Greco stordito vide ritornare in città dietro all'imperatore i muli ch'eransi fatti sortire per ingannarlo, e dovette allontanarsi dalla rada di Rossano senza poter vendicarsi dell'inganno[281].
[281] _Ditmar. Restit. apud Leibn. t. I. l. III. p. 346. — Herm. Cont. Chron. p. 267. Scrip. Germ. apud Struv. t. I. — Arnulph, Hist. med. l. I. c. 9. t. IV. Rer. Ital. p. 10._
Benchè i Greci si lasciassero uscir di mano così importante preda, non perdettero però i frutti di tanta vittoria. Durante il regno d'Ottone II, e la minorità di suo figliuolo, dilatarono in Italia i confini del loro impero[282], e stabilirono in Bari un governatore col titolo di Catapane[283]. In pari tempo fabbricarono in Puglia la città di Troja, e molti castelli, onde rimaner coperti da nuovi attacchi. Non perchè tranquillamente abbiano potuto intraprendere e condurre a termine tali opere, doveva credersi che Ottone fosse disposto a lasciar loro il pacifico possesso de' paesi conquistati. Egli aveva convocata a Verona una dieta degli stati di Lombardia e d'Allemagna, fatte passare molte truppe nell'Italia meridionale, ed egli stesso erasi portato a Roma per terminare i preparativi dell'impresa che meditava, non solo contro la Calabria, ma ancora contro la Sicilia; quando sorpreso da una infermità cagionatagli dall'avvilimento e dal dispetto, lo condusse al sepolcro nel fior dell'età. Le repubbliche di Venezia, di Napoli, d'Amalfi, di Gaeta, comprese nel progetto di vendetta, che Ottone andava maturando contro gl'imperatori d'Oriente, furono da quest'immatura morte liberate da una disastrosa guerra.
[282] _Lupus Protopasta Chron. Barense t. V. p. 40._
[283] Dal nome di questo governatore ricevette il suo la provincia di Capitanata. Fu prima chiamata _Catapanata_, poi accostossi per abitudine al vocabolo italiano _Capitano_. _Leo Ostien. Chron. Cassin. l. II. c. 50. p. 371._
Alla battaglia di Basentello, ed alla morte di Pandolfo testa di ferro tenne dietro la divisione del ducato di Benevento, ripartito in piccoli principati, ch'egli aveva avuto la destrezza di unire in un solo. Durante la minorità d'Ottone III, i Greci continuarono le loro conquiste, ed i Saraceni i loro saccheggi. Quantunque questi ultimi avessero molto perduto di quello spirito di attività che li rendeva valorosi ed intraprendenti, non lasciavano ancora d'essere superiori ai popoli effeminati da cui erano circondati; ed i loro saccheggi avevan gettate tutte le province poste al mezzogiorno del Tevere in quello stato di debolezza e di spossamento, che solo può spiegare la strana rivoluzione che doveva ben tosto eseguirsi. Vent'anni dopo la disfatta d'Ottone a Basentello, alcuni avventurieri settentrionali, approfittando della debolezza di queste province, posero al confine dei due imperi i fondamenti di una potenza, che in meno d'un secolo assorbì tutta l'Italia meridionale, soggiogò le antiche repubbliche, e fece dagl'Italiani chiamare regno quella Magna Grecia, che due volte era stata la patria primogenita della libertà[284].
[284] Il _Regno_ per eccellenza intendesi presso gli scrittori italiani il regno di Napoli.
I Normanni o Danesi, dopo avere lungo tempo saccheggiate le coste della Francia, del 900 ottennero uno stabilimento nella Neustria, che dal loro nome fu poi chiamata Normandia. La lunga permanenza d'un secolo in questa provincia non iscemò nel cuor loro l'antica passione per le strane e difficili intraprese. Avevano abbracciata la religione cristiana, ma come i Greci avevano introdotte nella religione le sottigliezze scolastiche, gli Egizj e gli Assirj il carattere contemplativo e la loro morale ascetica; così i popoli settentrionali la resero cupa e sanguinaria com'era quella del loro Odino; insegnando il disprezzo della morte, eccitando il valore, e promettendo alle azioni gloriose una compensa nell'altro mondo.
Popoli coraggiosi ed intraprendenti essendosi fatti cristiani credettero, o si compiacquero di credere, che non potevano salvarsi senza visitare i sacri luoghi illustrati dalla presenza dei fondatori e dei martiri della religione. Una lodevole curiosità, una sensibilità virtuosa, e quell'amore, per così dire, innato dell'uomo per tutto ciò che gli richiama simbolicamente l'antichità, erano sufficienti motivi per condurre molti Cristiani in terra santa, quand'anche la Chiesa non avesse risguardate quelle fatiche come un mezzo di eterna salute; ma il numero de' divoti viaggiatori crebbe all'infinito quando in compenso di questo pellegrinaggio, pericoloso è vero, ma interessante, variato e sempre nuovo, promise la remissione di tutti i peccati e l'ingresso del cielo.
I Normanni furono di tutti i popoli settentrionali i più caldi pellegrini. Per portarsi in terra santa non vollero esporsi alla troppo lunga monotonia d'un viaggio marittimo, tanto più che non incontravano nel mediterraneo quelle impetuose borrasche che sconvolgono i mari del Nord, le triste e cupe nebbie, i galleggianti scogli di ghiaccio, e tutti i pericoli ch'eransi avvezzati a disprezzare nella loro patria. Attraversavano perciò la Francia e l'Italia, lasciando alla loro spada la cura di provederli del danaro necessario alle spese del viaggio, ove non bastassero le elemosine de' fedeli. Floridissimo era il commercio che Napoli, Amalfi, Gaeta e Bari mantenevano sulle coste della Siria: onde i pellegrini vi trovavano facilmente imbarco. Di più, su la strada delle prime città eravi Monte Cassino; il monte Gargano o degli Angeli su la strada dell'ultima: ambedue resi illustri, dicevasi, da frequenti miracoli. Per queste ragioni i devoti pellegrini visitavano passando i monasteri fabbricati su quelle montagne, e quasi tutti, andando o ritornando di terra santa, prendevano la strada della Magna Grecia.
In sul cominciare dell'undecimo secolo, circa quaranta religiosi viaggiatori, tornati da Terra santa sopra navi amalfitane, trovaronsi in Salerno nell'istante in cui una piccola flotta di Saraceni si presentò innanzi a questa città, chiedendo una contribuzione militare. Gli abitanti del mezzogiorno d'Italia, snervati dalle delizie di quel clima incantato, avviliti dall'esempio de' Greci, e fors'anco riputandosi stranieri agl'interessi ed alle contese de' loro principi, avevano perduto l'antico coraggio militare. L'insulto fatto dai Saraceni a Salerno offese i quaranta cavalieri normanni, i quali, avendo da Guaimaro III, allora principe di quello stato, ottenuto armi e cavalli, si fecero aprire le porte, e caricarono que' pirati così valorosamente, che ne ruppero tosto le file. I Salernitani, colpiti dalla bravura de' guerrieri normanni, ne imitarono l'esempio, ed in breve la campagna si vide coperta dei cadaveri de' Musulmani, salvandosi gli altri a precipizio sulle loro navi[285].
[285] _Leo Ost. Cron. Mont. Cassin. l. II. c. 37. t. IV. p. 362. — Anon. Mon. Cassin. t. V. p. 55._
Guaimaro ricompensò largamente i valorosi stranieri che lo avevano difeso e condotti i suoi sudditi alla vittoria; e desiderando di approfittare della loro bravura, nulla trascurò di quanto poteva allettarli a rimanere alla sua corte. Ma vedendo che volevano ad ogni modo ripatriare, li pregò a voler almeno mandare in loro vece altri guerrieri della loro nazione a cogliere sugl'infedeli i frutti del proprio valore.
Le offerte del principe di Salerno accompagnate dalla vaghezza degli aranci e degli altri ricchi frutti di quel clima beato[286], il racconto di quanto era accaduto ai quaranta guerrieri, e la facilità della vittoria, riscaldarono la fantasia della gioventù normanna. Un cavaliere, per nome Drengot, trovandosi, a cagione d'una lite con un suo rivale, disgustato del soggiorno della sua patria, risolvette di trasferirsi con tutta la sua famiglia in questa terra così favorita dal cielo. Gli si associarono quattro suoi fratelli coi loro figli e nipoti, e pochi altri concittadini; di modo che quando giunsero questi pellegrini al monte Gargano, termine apparente del loro viaggio, trovaronsi in numero di cento. Furono colà incontrati da certo Melo, cittadino di Bari, poc'anzi uno de' più ricchi e potenti signori della Puglia, il quale dopo avere inutilmente tentato di liberare i suoi concittadini dal giogo de' Greci e dall'autorità vessatoria de' catapani, era stato costretto ad abbandonare la patria. Melo aveva saputo guadagnarsi il favore de' principi lombardi, e specialmente di Guaimaro di Salerno; dai quali avendo ottenuti alcuni soccorsi, potè offrire un grosso stipendio ai Normanni che volessero abbracciar la sua causa, oltre le larghe promesse di magnifica ricompensa quando fossero vittoriosi[287].
[286] I frutti del mezzogiorno eccitavano i caldi desiderj de' settentrionali. Allettati dal racconto dello squisito loro sapore, i Varangiani andavano dal fondo della Scandinavia a Costantinopoli per formar la guardia imperiale; e nell'idioma islandese, altra volta comune a tutti gli Scandinavi, dicesi anche al presente _figiahasta_, desiderar i fichi, per desiderare alcuna cosa appassionatamente. _Bonstetten._
[287] _Leo Ost. l. II. c. 87. p. 363. — Guilelmi App. de rebus Norm. Poema l. I. t. V. p. 253._
La guerra che Drengot co' suoi Normanni intraprese contro i Greci, ebbe incominciamento l'anno 1016, ma le sue armi non furono costantemente felici; e Melo dopo tre consecutive vittorie fu battuto a Canne l'anno 1019[288], ove rimasero sul campo la maggior parte de' Normanni. Melo andò in Germania per impegnare nella sua causa l'imperatore Enrico II, facendogli sentire la necessità di metter freno alle usurpazioni dei Greci; ma terminò colà i suoi giorni avanti che potesse veder l'esito delle sue pratiche, che non furono senza effetto. I pochi Normanni, salvatisi dalla rotta di Canne, abbandonarono la Puglia, e si posero ai servigi dei principi di Salerno e di Capoa; e la perdita fatta a Canne, quantunque grandissima, rispetto al loro piccolo numero, fu ben tosto riparata coll'arrolamento di nuovi avventurieri che ogni giorno pellegrinando giungevano a Capoa e Salerno.
[288] _Georg. Cedr. Hist. Compend. p. 553. — Guil. Appul. l. I. p. 254._
Finalmente Enrico II del 1021 entrò nella Puglia con un'armata. Le trattative di Melo erano state continuate da papa Benedetto VIII; ma l'impresa d'Enrico si terminò coll'acquisto di Troja nella Puglia[289]; perchè una malattia epidemica che faceva strage della gente tedesca, l'obbligò a ritirarsi. Intanto questa spedizione riuscì utilissima ai Normanni, i quali, militando tutti sotto gli stendardi d'Enrico, trovaronsi, allorchè ritirossi l'armata tedesca, riuniti tutti assieme sotto Rainolfo sopravvissuto al fratello Drengot. Dietro i consigli di Rainolfo essi abbandonarono per la seconda volta la Puglia, e s'impadronirono d'Aversa, in allora piccolo castello del ducato di Napoli sulla strada di Capoa, e vi si stabilirono e fortificarono, volendone formare una seconda patria. Eransi da poco tempo stabiliti in questo castello, quando Pandolfo IV, principe di Capoa, sorprese Napoli, che fino a tal epoca aveva resi inutili gli attacchi de' Lombardi. Sergio, maestro de' soldati e capo di quella repubblica, mal soffrendo di rimanere in una città caduta in potere d'uno straniero, sortì coi principali cittadini, e si riparò in Aversa: di dove, poi ch'ebbe coi soccorsi de' Greci e de' cittadini rimasti fedeli alla patria, accumulato quanto danaro bastava per saziare la cupidigia normanna, venne alla loro testa ad attaccare la guarnigione del principe di Capoa, e battutala, rientrò in Napoli. Allora confermò ai Normanni il possesso di Aversa e del suo territorio, erigendolo in contea, di cui investì Rainolfo: di modo che i primi Normanni ch'ebbero stabile dimora in Italia, furono feudatarj della repubblica di Napoli[290].
[289] _Leo Ostiens. l. II. c. 39. p. 364._
[290] _Leo Ost. l. II. c. 58. p. 378. — Guilel. App. lib. I. p. 255. — Giannone Istoria Civile l. IX. c. I. t. II. p. 17._
Pure nè la famiglia di Rainolfo, nè la colonia d'Aversa erano destinate a fondare il regno di Napoli, ma bensì una delle principali famiglie di Normandia, quella di Tancredi d'Auteville. Aveva questo signore dodici figli, i più attempati de' quali, udendo i prosperi successi de' loro compatriotti, s'invogliarono di correre la stessa sorte, e giunsero in Italia l'anno 1035, accompagnati da molti guerrieri vestiti da pellegrino[291].
[291] _Gauf. Malaterrae Hist. Sic. l. I. c. 5 et 6. t. V._
Il giovane Guaimaro, principe di Salerno[292], non si mostrò meno pronto ad accogliere questa seconda colonia, di quel che lo fosse stato suo padre verso la prima; ed approfittando delle loro braccia per dilatare i suoi dominj, assediò subito Sorrento, indi Amalfi, ch'espugnò l'una appresso l'altra[293]. Amalfi per altro non s'arrese che in virtù d'una capitolazione che assicurava ai cittadini la libertà loro ed i privilegi; onde quella piccola repubblica non fu incorporata al principato di Salerno, ma soltanto ne fu dai suffragi del popolo dichiarato duca Guaimaro in aprile del 1039. La moderazione di Guaimaro non ebbe lunga durata; ma tosto che gli Amalfitani videro violati i loro privilegi, congiurarono contro il principe di Salerno, che, ferito da trentasei colpi di pugnale, perì su la spiaggia che divide Salerno da Amalfi[294].
[292] Se deve credersi a Camillo Pellegrini, era Guaimaro IV: ed il principe di Capoa, di cui si parlò poc'anzi, era Pandolfo IV. Antonio Caraccioli _Propilea_ chiama il primo Guaimaro III, l'altro Pandolfo II _t. 5. p. 8._, ma credo che prenda abbaglio.
[293] _Leo Ost. l. II. c. 65. p. 385._
[294] _Henr. Brencmannus de Rep. Amalfit. Diss. I. ad Calc. Hist. Pandect. p. 8. — Leo Ost. lib. II. c. 85. p. 401._