Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)
Part 14
Erano omai cento cinquant'anni passati da che i ducati di Napoli e di Gaeta. mantenevansi indipendenti in mezzo ai Lombardi Beneventani, allorchè Leone l'Isaurico, coll'abolire ne' suoi stati il culto delle imagini, disgustò i suoi sudditi d'Italia, e perdette parte delle province che possedeva in questa contrada. Esilarato, duca di Napoli, volendo obbligare quegli abitanti, fortemente attaccati al culto delle imagini, all'osservanza delle ordinanze imperiali, li rese ribelli. In pari tempo papa Gregorio II, avendo accusato il loro duca d'aver preso parte in una trama per assassinarlo, essi massacrarono il duca e suo figlio; rimandarono il duca Pietro destinato suo successore a Costantinopoli; forzarono il patrizio Eutichio a giurare di nulla intraprendere contro il papa, e convennero coi Romani e col re Lombardo di difendere contro chiunque si fosse il successore di s. Pietro[248]. Non perciò lasciarono di riconoscere la supremazia degl'imperatori orientali; e perchè questi, per lo stesso motivo delle imagini, avevano già perduto l'Esarcato di Ravenna, trovarono conveniente di non s'opporre apertamente al culto delle imagini: onde i Napoletani accolsero il nuovo duca loro mandato da Costantinopoli. Intanto questo scisma indebolì sempre più i legami che univano le città Campane all'impero, e lo spirito d'indipendenza vi fece rapidissimi progressi.
[248] _Anastas. Bibl. de vit. Greg. II p. 156. t. III. p. I._
Quando del 774 fu da Carlo Magno distrutta la monarchia lombarda, era duca di Benevento Arichis, genero dell'ultimo re Desiderio; il quale non volendo riconoscere il nuovo sovrano d'Italia, fu il primo de' principi beneventani a dichiararsi indipendente, facendosi coronare ed ungere dai vescovi del suo principato. In pari tempo si pacificava coi Napoletani, ond'essere in istato di difendersi contro Pipino, figliuolo di Carlo Magno, allora re d'Italia, il quale si disponeva ad inseguire i Lombardi nel ducato di Benevento. Ad ogni modo, dopo una guerra disgraziata, vedevasi costretto di cedere, riconoscendosi tributario dell'impero d'Occidente, e dando il figliuolo Grimoaldo in ostaggio a Carlo Magno[249]. Da che i Lombardi furono oppressi, l'imperatore d'Oriente prese a proteggerli, ed accolse in corte Adelgiso figliuolo dell'ultimo re. Onde il duca di Benevento per facilitarsi i soccorsi di Costantinopoli fortificò Salerno, il solo porto di mare ch'egli avesse ne' suoi stati, e vi fissò stabilmente la sua residenza[250].
[249] _Erchempertus Monacus Cassin. Hist. Longob. Beneventi c. 2. et 3. p. 237. t. II. Rer. Ital._
[250] _Erchemp. c. 4. p. 238. — Anon. Saler. ap. Camil. Pell. p. 287. t. II. p. I._ — Il porto di Salerno trovasi propriamente a Vietri, due miglia a ponente dalla città, poichè la medesima rada di Salerno è assai cattiva.
(787) Al duca di Benevento, suo padre, succedeva Grimoaldo, cui Carlo Magno permetteva di regnare in Benevento a condizione però che i Lombardi suoi sudditi si raderebbero la barba, che in testa agli atti, e sulle monete del ducato s'iscriverebbe il nome di Carlo Magno, e finalmente che sarebbero distrutte le fortificazioni di Salerno, d'Acerenza e di Consa[251]. Ma questo trattato ebbe breve durata. Grimoaldo e Pipino, figlio di Carlo Magno, erano pari d'età, egualmente avidi di gloria, e perciò rivali. Grimoaldo seppe affezionarsi il suo popolo, e, quantunque privo d'ogni forza straniera, seppe con tanta destrezza approfittare dell'asprezza del paese che doveva difendere, delle fortificazioni delle città, del clima meridionale nocivo alle armate francesi, che respinse sempre le armate dell'imperatore d'Occidente, e non fu sottomesso[252].
[251] _Erchemp. Monac. c. 4. p. 238._
[252] _Id. c. 5. p. 238_. — Grimoaldo mandò in risposta a Pipino che gl'intimava d'arrendersi il seguente distico latino:
_Liber et ingenuus sum natus utroque parente,_ _Semper ero liber, credo, tuente Deo._
Un secondo Grimoaldo mantenne l'indipendenza di Benevento fino alla morte di Carlo Magno[253]. Ma allorchè, mancato questo principe, i duchi di Benevento avrebber potuto approfittare della debolezza de' suoi successori per dilatare lo stato con nuove conquiste, comportandosi tirannicamente, perdettero l'affetto del popolo, e con questo le loro forze. Grimoaldo II fu ucciso da' suoi sudditi ammutinati, che dell'817 gli sostituirono un rifugiato di Spoleti, chiamato Sicone, il quale a' tempi della conquista di Carlo Magno aveva chiesto asilo al duca di Benevento, e da Grimoaldo II fatto poi conte d'Acerenza[254].
[253] Questo secondo Grimoaldo aveva un soprannome tedesco, o piuttosto danese. _Store Seitz_, la grande costa; e questo nome popolare è una testimonianza che tra i Lombardi Beneventani del nono secolo parlavasi ancora l'idioma tedesco. _Anon. Salern. Paralipom. c. 29. t. II. p. II p. 195._
[254] _Ib. c. 33. p. 198._
Questo nuovo principe, alleato di Teodoro, in allora duca di Napoli, erasi giovato de' suoi ajuti per conseguire il principato. Ma il popolo di Napoli, scontento del suo primo magistrato, lo scacciò dalla città, sostituendogli uno de' suoi compatriotti chiamato Stefano[255]. Teodoro rifuggiatosi presso Sicone, lo persuase ad assediare Napoli, con tutte le sue forze. I Napoletani, non avendo che le milizie del ducato contro nemici infinitamente più numerosi, non potevano sperar salvezza che dal proprio coraggio e dalle mura: ma queste furono ben tosto scosse dal montone in modo, che una larga breccia apriva la città agli assedianti; per cui i Napoletani disperati conobbero la difficoltà di difendersi più a lungo. Avvicinavasi la notte apportatrice del massacro, del saccheggio e di tutti gli orrori cui si danno in preda le città occupate d'assalto. Il loro duca Stefano aveva una madre e due figli degni di più felice repubblica: questi si presentano a lui pregandolo, come capo della famiglia e dello stato, a mostrarsi il padre de' loro concittadini, anzi che il loro, sacrificandoli al ben pubblico. Una deputazione, mandata al duca di Benevento, gli espone che la città trovatasi ormai in sua balìa; che s'egli la risparmia, sarà la miglior gemma della sua corona; che se per l'opposto le dà un nuovo assalto in sul cadere del giorno, egli non potrà nè contenere i suoi soldati, ne salvar Napoli dal massacro, dal saccheggio e dall'incendio che gli assediati provocheranno con una disperata difesa: gli rappresenta la sua gloria medesima interessata ad aspettare che il sole rischiari il suo trionfo; lo prega di risparmiare tanti infelici che non domandano per arrendersi che il brevissimo spazio d'una notte; e come pegno della vicina loro sommissione, gli viene presentato tutto quanto il duca Stefano aveva di più caro, la madre ed i due figli. Sicone riceve gli ostaggi, e fa suonare la ritirata, aspettando d'entrare in città allo spuntare del giorno[256].
[255] _Johan. Diaconi Chron. Epis. Neapol. Ecclesiae, t. I. p. II. p. 313._
[256] _Erchemp. Mon. Cassin. Hist. Longob. Ben. c. 10. p. 239. — Giannone Istoria civile del Regno di Napoli, l. VI. c. 6. p. 517._
Frattanto Stefano riunisce a parlamento i suoi soldati e concittadini. «Io non sono più maestro dei soldati, dice loro; ho perduto questo glorioso titolo nell'istante in cui ho acconsentito di sottomettere la vostra patria al giogo de' Beneventani. Voi siete liberi, sceglietevi un capo il quale più di me fortunato rialzi le mura e vi conduca alla vittoria.» Stefano dopo questo discorso sortì da Napoli, offrendo il suo capo alla vendetta del nemico. Egli fu ucciso dai soldati di Sicone innanzi alla chiesa di santa Stefania[257].
[257] _Johan. Diac. Chr. Episc. Neap. p. 313._
I Napoletani, attenendosi ai suoi consigli, avevano dato il titolo di maestro dei soldati ad un loro capitano, chiamato Bon, il quale ordinò subito che le donne, i fanciulli ed i vecchi, unendosi ai soldati travagliassero con ardore tutta notte a rialzare le mura, ed a cuoprirle di larga fossa. Fu ubbidito, ed allorchè, fatto giorno, Sicone presentossi alla testa dello sue truppe, conobbe l'impossibilità d'occupare la breccia d'assalto.
I Napoletani, abbandonati dai Greci, avevano in tanto pericolo chiesto soccorso a Luigi il buono, imperatore d'Occidente, che loro spediva alcuni rinforzi, che arrivarono opportunamente per sostenere ancora un lungo assedio; e quando Sicone incominciava a scoraggiarsi, chiesero di entrare in trattati di pace, che da lui ottennero a condizione di pagargli un tributo, e cedergli il corpo di s. Gennaro, il quale fu levato dalla basilica di Napoli, e con solenne pompa trasferito a Benevento[258].
[258] _Anon. Salern. Frag. apud Camil. Pelleg. p. 290. — Leo Ost. Chron. Cassin. Lib. c. 20. p. 294._
Poc'anni dopo, anche Sorrento, una delle principali città del ducato di Napoli, fu, per quanto assicura una leggenda, liberato per l'intercessione del santo suo patrono da formidabile assedio. Ma, convien confessarlo, l'espediente adoperato dal celeste patrono fu assai meno nobile e generoso di quello del duca cittadino. A suo padre Sicone era succeduto nel principato di Benevento Sicardo, il quale, o perchè i Napoletani si rifiutassero dal pagare il pattuito tributo, o che il suo umore inquieto lo determinasse alla guerra, fatto è che invase e devastò le terre del ducato di Napoli, riunendo infine le sue truppe avanti Sorrento, che ridusse alle ultime estremità. Una notte, mentre pensava al modo di occupare l'assediata città, gli apparì l'ombra di s. Antonino, un tempo abbate di Sorrento. Il sant'uomo teneva la mano un nodoso bastone, con cui percosse cinque o sei volte le larghe spalle del duca, soggiungendo con terribile voce: «Soffri il debito castigo de' tormenti che tu procuri al mio gregge, e ti sottometti, incredulo, al poter del cielo e de' suoi santi.» Allora rialzava di nuovo il bastone, disposto a ricominciare; ma Sicardo, prostrandosi ai piedi dell'ombra veramente rispettabile, giurò di non molestar più oltre i suoi fedeli. Nè mancò alla promessa, perchè in sul far del giorno si affrettò di ritirarsi colla sua armata[259]. Qualunque siasi la credenza che si vuol accordare a tale leggenda, certo è intanto che nell'836 Sicardo stipulò un trattato di pace col vescovo, col maestro de' soldati e collo stato di Napoli, che vien chiamato in quell'atto repubblica, all'opposto dei paesi di dominio lombardo intitolati stati del principe[260].
[259] _Acta Sanct. apud Bollandistas in vita sancti Antonini abbatis Surrentini ad diem 14 febbr. — Muratori Annali d'Italia an. 837._
[260] Veggasi presso il Pellegrini questo trattato sotto il titolo: _Capitulare Principis Sicardi. t. II. p. 256._
Per ridurre Sicardo a trattar di pace, Andrea, maestro dei soldati di Napoli, s'appigliò ad un partito assai pericoloso, il di cui esempio riuscì funesto a tutta l'Italia meridionale. Privo dell'appoggio degl'imperatori d'Oriente, si rivolse ai barbari, chiamando in suo soccorso i Saraceni di Sicilia[261], che da pochi anni avevano in quell'isola fondata una colonia militare. Un Greco, chiamato Eufemio, perseguitato dal patrizio di Sicilia per aver rapita una religiosa, di cui erasi perdutamente innamorato, si rifugiò in Affrica, ove indicò ai Saraceni i mezzi d'impadronirsi della Sicilia. Di fatti era ritornato in Sicilia dell'828 con un'armata di Saraceni, che ne aveva intrapresa la conquista[262]. E per coraggio e per talenti militari erano a quest'epoca i Saraceni di lunga mano superiori ai Greci, ai quali avevano già tolta quasi tutta l'Asia, l'Egitto e l'Affrica, ed alcun tempo dopo l'isola di Creta, ed altre isole dell'Arcipelago. Avevano in oltre conquistata la Spagna sui Visigoti; e quello spirito religioso e militare che incominciava a raffreddarsi nell'Arabia e nella Siria, infiammava sempre i Musulmani alle frontiere del loro impero, e li spingeva a nuove imprese. Da che i Saraceni ebbero posto piede in Sicilia, acquistarono un'assoluta preponderanza sulle truppe dell'imperatore Michele che allora regnava a Costantinopoli, e su quella di Teofilo, suo figlio e successore. Dell'831 fu ucciso in battaglia il patrizio Teodoto, e presa dagli Arabi Messina, i quali nel susseguente anno, impadronitisi di Palermo, incominciarono ad infestare colle loro piraterie le coste d'Italia: pure, finchè visse Sicardo, non venne lor fatto di occupare veruna terra nelle sue province.
[261] _Johan. diac. Chron. Epis. Neapol. p. 314._
[262] _Georgii Cedreni Hist. Comp. t. VIII. Byz. Ven. p. 403. — Anon. Salern. Paralipom. c. 45. p. 208._
Sicardo ci viene rappresentato qual uomo che a molta bravura accoppiò moltissimi vizj che lo resero odioso a' suoi sudditi. Egli fu il primo de' principi lombardi, che obbligò la città d'Amalfi a riconoscerlo suo signore. Solo motivo della guerra tra i Lombardi e gli Amalfitani furono le reliquie di santa Trifomene, patrona d'Amalfi. Benchè le dissolutezze, la crudeltà, i sacrilegi di Sicardo potessero difficilmente associarsi a tanto zelo religioso, egli cercava ad ogni modo di radunar reliquie per ornare la cattedrale di Benevento, e come aveva già costretti i Napoletani a cedergli quelle di s. Gennaro, e rubate quelle di s. Bartolomeo alle isole di Lipari, così mosse guerra agli Amalfitani per quelle di s. Trifomene. La piccola repubblica d'Amalfi, ancora dipendente da Napoli, era allora divisa da fazioni che l'avevano in modo snervata, da non poter opporsi vigorosamente alle armi di Sicardo; il quale, essendosene impadronito, dopo avere spogliato il santuario delle casse che formavano l'argomento de' suoi ambiziosi desiderj, forzò tutti gli abitanti a seguirlo a Salerno, dove volendoli stabilmente unire al suo popolo, fece che contraessero matrimonio co' suoi sudditi, e gli ammise a partecipare di tutti i diritti de' Lombardi[263].
[263] _Anon. Salern. Paralip. c. 58. — 60. p. 217. — Chron. Amalph. Frag. ap. Murat. Antiqu. Ital Med. Aevi. t. I. c. 2. et 4. p. 208._
Intanto Sicardo erasi reso co' suoi sacrilegj odioso al clero; alla nobiltà, da prima colla galanteria, poscia coll'insopportabile alterigia della moglie; a tutto il popolo, colle sanguinose esecuzioni. Ingelositosi di Siconolfo suo fratello (839), lo aveva chiuso in una prigione a Taranto: onde ridotto a non avere presso di sè che segreti nemici, fu ucciso alla caccia presso di Benevento; e quegli abitanti destinarongli successore Redalchiso suo tesoriere[264].
[264] _Anon. Salern. Paralip. c. 62. p. 219. — Erchempertus Monac. c. 13. p. 240._
Quando la notizia della morte di Sicardo giunse a Salerno, gli abitanti d'Amalfi, che trovavansi quasi soli in città, perchè i Salernitani facevano allora il raccolto, corsero al porto, e caricando i vascelli delle spoglie delle chiese e delle case, per compensarsi del saccheggio sofferto poc'anni prima, tornarono trionfanti all'antica loro patria, e ne rialzarono all'istante le mura. Da quest'epoca gli Amalfitani si emanciparono affatto dalla supremazia del maestro de' soldati di Napoli, ed incominciarono a governarsi come repubblica indipendente[265].
[265] _Anon. Saler. Paralip. c. 63. et 64. p. 221._
Dal canto loro i Salernitani rifiutaronsi di riconoscere per loro principe Radelchiso eletto dai Beneventani; e riconciliatisi cogli abitanti d'Amalfi, condonarono loro la fresca ingiuria, a condizione che gli aiutassero colle loro navi a liberare il legittimo erede del principato, Siconolfo fratello dell'estinto Sicardo, che sapevano custodito in prigione a Taranto.
Alcuni vascelli mercantili equipaggiati dai cittadini di Salerno e d'Amalfi fecero vela alla volta di Taranto. I mercanti si sparsero la sera per le strade di questa città, chiedendo ad alta voce, come costumavasi a que' tempi, ospitalità; ed alcuni di loro, siccome avevanlo sperato, furono ricevuti dai carcerieri di Siconolfo. «Noi abbiamo una camera ben disposta, dissero costoro; alloggiate presso di noi, e se domani vorrete donarci alcuna cosa, ve ne saremo grati.» Questa è press'a poco l'usanza con cui in quelle province s'alloggiano anche ai dì nostri i viaggiatori. I Salernitani incaricarono i loro ospiti di provveder vino ed altre cose; e gl'incoraggiarono poi a darsi buon tempo; ma quando li videro ubbriachi e in preda ad un profondo sonno, liberato subito Siconolfo, lo condussero a Salerno sulla loro flotta[266].
[266] _Anon. Salern. Paralip. c. 63. et 64. p. 221._
La simultanea elezione di due principi, Radelchiso a Benevento, e Siconolfo a Salerno, diede origine a lunghe guerre civili, a divisione, a debolezza, e finalmente, dopo due secoli, alla total rovina della nazione lombarda nel mezzogiorno d'Italia. I Saraceni, venuti di Sicilia in soccorso di Radelchisio, incominciarono dall'occupare, a danno del loro alleato, la città di Bari. Siconolfo, autorizzato dall'esempio del suo nemico, chiamò di Spagna altri Saraceni della setta degli Aglabiti e nemici de' Saraceni affricani; i quali, secondo la più probabile opinione, s'impadronirono di Taranto e saccheggiarono le Calabrie[267].
[267] _Erchemperti Chron. c. 17. p. 241._
Questi sconsigliati principi si fecero una guerra tanto più crudele, in quanto che le loro armate composte essendo di Lombardi e di Musulmani, questi rovinavano le campagne e saccheggiavano le città, senza che i sovrani che gli avevano assoldati osassero di metter freno alla feroce loro barbarie; come non ottennero verun vantaggio dal loro ajuto nell'andamento della guerra. Era in allora duca di Spoleti il vecchio Guido, d'origine francese, e secondo le costumanze della sua nazione chiamato Erchemperto, il quale ajutando prima Siconolfo, poi Radelchiso, s'arricchì a danno de' due principi, cui vendette la sterile sua protezione[268]. Finalmente l'anno 851 colla mediazione di Guido, e sotto la protezione dell'imperatore Luigi II fu diviso tra i due competitori il ducato di Benevento. Taranto, Cosenza, Capoa, Sora coi loro territorj, e la metà del contado d'Acerenza; ossia tutte le province dell'attuale regno di Napoli poste sul mediterraneo, tranne i ducati di Napoli e di Gaeta, furono ceduti al principe di Salerno: ebbe quello di Benevento l'altra metà del principato, cioè il rimanente del regno di Napoli verso l'Adriatico. Il confine dei due stati venne fissato ad ugual distanza tra Benevento e Salerno, e Benevento e Capoa. In conseguenza di questo trattato s'obbligarono i due principi a scacciare di concerto i Saraceni dai loro stati[269].
[268] _Erchemper. Mon. Cassin. c. 17. p. 241. — Anon. Salern. Paralip. c. 67. p. 223._
[269] _Capitulare Radelchisi Princ. Benev. de divisione Princip. apud Camil. Pelleg. t. II. p. 260._
Ma così poco sopravvissero ambedue a questo trattato, che non ebbero tempo di riparare i danni cagionati ai popoli dalla guerra civile. I Lombardi che, nel ducato di Benevento, eransi, come in Pavia, riservato il diritto di eleggere i loro sovrani, non permisero che la sovranità si perpetuasse nelle famiglie di Radelchisio e di Siconolfo, ed i principati s'andarono indebolendo con nuove divisioni. Landolfo, conte di Capoa, si rese indipendente, ed il suo esempio fu imitato da molti altri conti; di modo che i principi lombardi, ridotti al dominio d'una sola città, ed indeboliti dalle piccole guerre e dai piccoli intrighi, si ridussero a così oscura condizione, da cui difficilmente e con pochissimo vantaggio si richiamerebbero in vita.
Nè le repubbliche greche sfuggirono alle calamità che la discordia de' principi lombardi procurò all'Italia meridionale. Una colonia militare di Saraceni si stabilì presso alla foce del Garigliano in una fertile pianura, che ancora a' nostri giorni par che conservi le impronte della barbarie musulmana; mentre altri Saraceni si resero padroni di Cuma, colonia Greca fondata dagli Eubei, e la più occidentale città del ducato di Napoli. Il soggiorno de' Saraceni in così illustre città la ridusse in pessimo stato, e due secoli dopo venne interamente distrutta quando ne furono scacciati. I Saraceni eransi pur resi padroni di Acropoli, o capo della Licosa e di Misene. Dell'846 assediarono ancora Gaeta; ma i cittadini di Napoli, d'Amalfi e di Sorrento riunitisi sotto Andrea, maestro de' soldati, o console di Napoli, e di Cesario suo figliuolo, costrinsero gli Affricani a levar l'assedio[270]. La flotta di Gaeta rinforzò allora quelle delle altre repubbliche greche, e si presentò innanzi ad Ostia per soccorrere contro gli stessi nemici papa Leone IV[271].
[270] _Johan. diac. Chron. Epis. Neap. p. 315._
[271] _Vita Leon. p. IV. apud Anast. bibl. p. 237._
Le repubbliche greche della Campania erano i soli stati cristiani che avessero una marina sul mediterraneo. Le loro flotte da guerra e mercantili difendevano ugualmente il territorio ed accrescevano ogni anno le ricchezze di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi. Quest'ultima, dopo ricuperata la libertà sotto il regno di Siconolfo, andava crescendo in popolazione ed in ricchezze, impadronendosi a poco a poco del commercio d'Oriente. Gli Amalfitani credevansi discesi da una colonia romana; dicevano che i loro antenati, mandati dal gran Costantino a Bisanzio, erano naufragati a Ragusi, e rimasti lungo tempo nell'Illirico; che in appresso attraversato l'Adriatico, e stabilitisi a Melfi nella Puglia, vi soggiornarono parecchi anni; che finalmente, abbandonata questa provincia, per cercar un paese in cui, avessero intera libertà, fabbricarono una città sul Golfo di Salerno, cui diedero il nome dell'ultima loro stazione[272]. Era il loro piccolo stato formato di quindici in sedici villaggi e castelli posti intorno alla capitale sul pendio delle montagne che chiudono dalla banda d'Occidente il golfo di Salerno. Alcuni, trovandosi rinserrati tra il mare e le rupi, danno opportunità agli abitanti di occuparsi della pesca e del commercio; ma altri vedonsi come sospesi a metà della china del monte che signoreggia il mare, quasi nascosti dagli oliveti che coprono tutto questo distretto. I dorati rami degli aranci che fanno corona alle bianche abitazioni, richiamano i lontani sguardi dei passeggieri, che ammirano le case de' ricchi ed industri proprietarj; mentre dall'altro lato di questo magnifico golfo i maestosi avanzi de' templi di Pesto s'innalzano solitarj in mezzo ad un deserto e desolato piano, che da oltre due mila anni non fu più visitato dalla libertà.
[272] _Anon. Saler. Paralip. p. 73 — 75. p. 228. — Chron. Amalph. Frag. c. 1. p. 207. Antiqu. Ital. tom. I._
Prima della conquista di Sicardo, gli Amalfitani ricevevano il loro governatore dal duca, console o maestro dei soldati di Napoli: ma poichè nell'839 si posero in libertà, si sottomisero ad un magistrato annuale eletto dai suffragj del popolo, che chiamarono prima prefetto, poi conte, maestro de' soldati, o duca[273]. Sotto questi capi la repubblica d'Amalfi coprì il mare di navi, sparse in tutto l'Oriente le sue monete conosciute col nome di _tari_[274], acquistò fama di saviezza, di coraggio, di virtù; e diede all'Europa tre leggi ben degne di perpetuarne la memoria. Flavio Gisia o Gioja, cittadino d'Amalfi, inventò la bussola; in Amalfi si trovò l'esemplare delle Pandette, che fece rinascere in tutto l'Occidente lo studio e la pratica della giurisprudenza di Giustiniano; finalmente le leggi d'Amalfi intorno al commercio servirono di commentario al diritto delle genti, e furono la base della giurisprudenza commerciale e marittima. Le leggi d'Amalfi ottennero nel mediterraneo quell'opinione, che negli antichi tempi eransi acquistata ne' mari medesimi quelle di Rodi, e che due secoli dopo fu accordata nell'Oceano a quelle d'Oleron[275].
[273] _Anon. Salern. Paralip. c. 76. p. 130. — Chron. Amalph. c. 8. p. 209._
[274] Il tari che vale due grani, o un _quinto_ più del _carlino_, trovasi ancora, almeno come moneta di conto, usato nel regno di Napoli dopo i tempi della repubblica Amalfitana.
[275] _Freccia de Subfeudatione. Presso Giannone storia civile del Regno di Napoli, l. VII. c. 3._