Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)
Part 13
Non isperando altronde soccorso, ed oppresso dai patimenti proprj e da quelli de' compagni della sua disgrazia, Pasquale, cui veniva fatto credere che l'imperatore procederebbe tosto alle ultime estremità, e lo farebbe morire con tutti i suoi cardinali, se non s'arrendeva alle sue domande, acconsentì finalmente di fare all'imperatore espressa e formale cessione, con atto firmato da lui e da sedici fra cardinali e vescovi, dell'investitura dei vescovadi e delle abbazie del suo regno, purchè l'accordasse gratuitamente e senza simonia[230]; promettendo inoltre di non prender veruna parte in quest'oggetto. Assolse poi tutti i partigiani d'Enrico dalle scomuniche che potessero aver incorse; promise di non scomunicare in avvenire Enrico, ed accordò che le ossa d'Enrico IV fossero finalmente collocate in luogo sacro. Questo trattato solenne, munito di tutte le formalità, fu riconfermato con giuramento sull'ostia sacra divisa tra le parti che ricevevano l'eucaristia. Dopo di ciò il pontefice pose di propria mano la corona imperiale sul capo d'Enrico, ed ebbe da Enrico la libertà. Durante questa cerimonia rimasero chiuse le porte di Roma, onde impedire che i cittadini irritati non la turbassero con improvviso assalto[231].
[230] Veggasi quest'atto presso _Sigeb. Gembl. Chron. p. 863._
[231] _Chron. Monast. Cassin. l. IV. c. 40, p. 518._
Se il trionfo d'Enrico fu intero, non fu però di lunga durata. Il collegio dei cardinali, tosto che vide liberato Pasquale, manifestò il suo malcontento perchè il capo della Chiesa avesse ceduti i suoi più cari privilegi, per i quali Gregorio VII, ed i suoi successori eransi esposti a tanti pericoli, avevano fatto versare tanto sangue, e dannate al fuoco eterno le anime di tanti fedeli fulminati dalle scomuniche generali, o morti durante l'interdetto. Questi clamori andarono crescendo allorchè, ritiratosi Enrico colla sua armata in Allemagna, il clero si vide liberato da ogni timore. I cardinali prigionieri con Pasquale, che avevano ricevuta la libertà quando il papa col loro assenso aveva firmato l'atto delle investiture, invece d'appoggiare il di lui operato, credettero giustificarsi da ogni rimprovero con un'equivoca dichiarazione. «Noi approviamo quanto abbiamo precedentemente approvato, e condanniamo ciò che sempre abbiamo condannato[232].»
[232] _Baron. Annal. Eccl. ad ann. 1111. § 25._
Volevano i più zelanti cattolici, che il papa annullasse il giuramento da lui emesso ed il trattato, e scomunicasse l'imperatore; ed intanto i legati della santa sede, prevenendo il giudizio della Chiesa, avevano promulgata tale sentenza ne' concilj provinciali; onde in principio del susseguente anno, Pasquale fu costretto di convocare un concilio generale nel palazzo di Laterano per decidere tale quistione. (1112) Questo concilio abolì il privilegio estorto al papa, e fulminò la scomunica contro Enrico. Pasquale nè s'oppose, nè ratificò tale sentenza. Quantunque spiegasse nella persecuzione d'Enrico IV un eccessivo fanatismo, non lasciava di essere religioso e di buona fede; avendone già dato prova quando propose ad Enrico V di cedergli le regalie, come ne diede un'altra col resistere alle importune istanze del suo clero per annullare un giuramento estorto colla violenza. (1116) Tornò Enrico in Italia del 1116, per prendere possesso dell'immensa eredità della contessa Matilde, morta il 24 luglio del precedente anno. Vero è che questa principessa aveva con testamento del 1102 lasciati tutti i suoi beni presenti e futuri alla Chiesa romana per la salvezza della propria e delle anime de' suoi parenti; ma questo testamento in cui non trattasi che delle proprietà, e non dei feudi, o de' beni signorili, non si ebbe per valido[233]. Si pretese che una donna non potesse disporre delle proprie terre, e l'eredità di Matilde fu in tutto il secolo dodicesimo un soggetto di contestazione tra gl'imperatori ed i papi.
[233] Siccome i pretesi diritti de' papi alla sovranità di una parte dell'Italia non avevano altro fondamento che la donazione della contessa Matilde, è cosa veramente notabile, che in quell'atto di donazione non s'incontri un solo vocabolo indicante sovranità, diritti signorili, dominj di paesi e città, giustizie, omaggio di vassalli; nulla in somma fuorchè la semplice trasmissione dei dominj rurali. _Pro remedio animae meae et parentum meorum, dedi et obtuli Ecclesiae sancti Petri, per interventum Domini Gregorii Papae VII, omnia bona mea jure proprietario, tam quae tum habueram, quam ea quae in antea aequisitura eram, sive jure successionis, sive alio quocumque jure, ad me pertinent, et tam ea quae ex hac parte montium habebam, quam illa quae in ultramontanis partibus ad me pertinere videbantur_. La contessa aveva già fatta tale donazione sotto il papato di Gregorio VII, ma perdutasi la carta, la rinnovò in favore di Pasquale II. Questa carta è stampata in calce al poema di Donizzone. _Script. Rer. Ital. t. V. p. 384._
Poichè fu riconosciuto possessore dell'eredità della contessa, Enrico s'avanzò verso Roma, chiamatovi dai principali nobili contro papa Pasquale, che loro aveva dato varj motivi di malcontento. Enrico veniva ricevuto in Roma quasi in trionfo, mentre il papa fuggiva a monte Cassino, indi a Benevento[234].
[234] _Chron. Monas. Cassin. l IV. c. 60. e 61. p. 528._
Morì Pasquale nel susseguente anno in età assai avanzata senza che potesse tornare a Roma. Mentre la maggior parte de' cardinali, uniti ai vescovi ed ai senatori di Roma, elessero a succedergli Gelasio II, la fazione imperiale gli sostituì Bordino arcivescovo di Braganza, che la Chiesa risguarda come antipapa. Gelasio che trovavasi sciolto da qualunque giuramento, nell'atto di ricevere la tiara, scomunicò l'imperatore, indi riparossi in Francia per non rimanere esposto alle vendette d'Enrico. A Gelasio, morto dopo due anni, successe Calisto II, con cui l'imperatore, stanco di trovarsi in una guerra di così incerto fine, trattò di componimento. Il suo antipapa era caduto in potere de' cattolici, e tutti i grandi di Germania lo scongiuravano a dar pace alla Chiesa ed all'impero.
(1122) L'accomodamento si fece a Worms l'anno 1122, ove Enrico aveva aperta la dieta. L'imperatore concedette alla Chiesa il diritto di dare le investiture coll'anello e col pastorale, promettendo in pari tempo di restituirle tutte le possessioni ed i beni signorili di s. Pietro, appresi da lui o da suo padre. Dall'altra parte il papa accordava ad Enrico il privilegio, che tutte l'elezioni de' vescovi e degli abbati si dovessero ne' suoi stati d'Allemagna eseguire alla sua presenza, ma senza simonia o violenza. Il candidato era obbligato a ricevere dall'imperatore l'investitura de' beni signorili spettanti alla sua chiesa per mezzo della consegna dello scettro. Furono quindi levate tutte le scomuniche, e la contesa che aveva divisa tutta la cristianità, fu terminata con un così semplice espediente, che reca a prima vista sorpresa come non siasi avvertito assai prima, poichè almeno in apparenza contentava le due parti. I diritti feudali venivano in tal modo separati da quelli della Chiesa, e le due potenze conservavano le prerogative più convenienti alla propria natura[235]. Fatto è però che le due parti avevano avvertitamente fino a tal epoca allontanato simile accordo. L'imperatore non meno che il papa cercavano di confondere i diritti spirituali e temporali; e non si deve che alla spossatezza d'una lunga guerra, ed al raffreddamento del fanatismo de' loro partigiani, l'essersi convenuti a condizioni di giustizia e di equità.
[235] _Card. Arag. in vita Calix. II. p. 420. — Baronius Annal. Eccl. an. 1122. § 11. ec. p. 149. t. XII._
CAPITOLO IV.
_I Greci, i Lombardi, i Normanni dal VII secolo fino al XII nell'Italia meridionale. — Repubbliche di Napoli, di Gaeta e d'Amalfi._
Le repubbliche che formeranno l'argomento del rimanente di quest'opera, appartengono tutte alla parte settentrionale, o all'interno dell'Italia; le quali tutte s'andarono lentamente e sordamente staccando dall'impero d'occidente, sotto il di cui favore erano nate; e tutte riconobbero i principj della loro libertà dagl'imperatori Tedeschi, che in appresso cercarono di annientare l'opera delle loro mani. Ma durante la prima metà de' mezzi tempi, benchè più ignorati, ebbero pur luogo gli stessi avvenimenti in quella parte dell'Italia meridionale che forma al presente il regno di Napoli. Le città di questa contrada, in allora soggette ai sovrani di Bisanzio, avevano senza rivoluzione e senza violenza scosso il giogo di quegl'imperatori, ed avevano ugualmente trovato nella libertà un nuovo principio di forza, e mezzi per resistere alle straniere invasioni; siccome nel reggime repubblicano quello spirito intraprendente e commerciale che le rese tanto ricche e potenti. Le scarse memorie che ci rimangono di quelle repubbliche, non permettono di darne perfetta conoscenza. Appena si vedono qua e là sorgere debolmente indicate in alcune cronache greche e latine, e le dense tenebre che le circondano, non ci permettono d'avvicinarle, di ben distinguerne le forme, d'illustrarne le azioni. Non pertanto importa assaissimo di conoscere il meglio che si possa le loro istituzioni, i loro prosperi ed infelici avvenimenti; da che l'esempio da queste repubbliche dato all'Italia, non andò perduto per le città settentrionali; da che i mercadanti di Pisa e di Genova, che vedremo ne' susseguenti capitoli istituire i primi governi liberi nella Toscana e nella Liguria, attinsero probabilmente a Napoli o in Amalfi quegli elevati sentimenti, quella repubblicana fierezza che comunicarono poi ai Milanesi, ai Fiorentini ed alle altre città del centro dell'Italia.
Lo stabilimento, la possanza, la divisione e la rovina del gran ducato lombardo di Benevento meritano altresì d'essere attentamente considerati. Questo ducato si conservò glorioso anche dopo la disfatta e la prigionia di Desiderio, re di Pavia: mantenendo ai Lombardi dopo spenta la loro monarchia pel corso di tre secoli i diritti di nazione sovrana; contribuendo colle relazioni che teneva coi Greci e cogli Arabi, ad introdurre in Occidente il commercio, le arti, le scienze: e per ultimo i suoi stretti rapporti con Napoli, Gaeta, ed Amalfi legano strettamente la sua alla storia di queste repubbliche.
Le romanzesche avventure, e le quasi incredibili conquiste dei Normanni nelle stesse province formano pure una parte assai interessante della storia de' mezzi tempi: tali avvenimenti appartengono per più ragioni al soggetto che noi trattiamo, e perchè operarono la distruzione delle repubbliche della Magna Grecia, e perchè fondarono la monarchia delle due Sicilie, la di cui sorte fu sempre legata a quella delle repubbliche lombarde e toscane. Procurerò adunque di far alla meglio conoscere in questo capitolo la storia dell'Italia meridionale nel corso di que' cinque secoli in cui le repubbliche Greche, i Greci di Bizanzo, i Saraceni, i Lombardi, i Normanni se ne disputavano il possedimento.
Quando del 568 i Lombardi conquistarono l'Italia sopra Giustino II, le province rimaste in potere de' Greci, a stento difese dagl'imperatori, separate le une dalle altre, deboli, scoraggiate, trovaronsi abbandonate a sè medesime. Autari terzo re de' Lombardi, dopo Arduino, conquistò Benevento, ed attraversando tutta l'Italia meridionale fino a Reggio, spinse entro l'onde il suo cavallo, e percotendo colla lancia una colonna innalzata in mare, gridò, essere quello il solo confine ch'egli dava alla monarchia lombarda[236]. Lasciò poi a Benevento Zottone uno dei suoi generali per governare la recente conquista. Questa spedizione eseguitasi del 589 è l'epoca probabile della fondazione del ducato di Benevento[237]; il quale trovandosi posto nel centro dell'attuale regno di Napoli, interrompeva la comunicazione tra le province possedute ancora dagl'imperatori. Un ufficial greco, nominato da questi, risiedeva in Ravenna col titolo di esarca, e faceva centro a tutti i governatori delle altre città d'Italia. Le città della Pentapoli e della Marca d'Ancona gli erano immediatamente subordinate; egli nominava i duchi di Roma, i maestri de' soldati di Napoli, ed i governatori della Calabria e della Lucania. Ma il ducato di Spoleti che pei Lombardi serviva alla comunicazione, talvolta interrotta, tra l'Italia settentrionale ed il ducato di Benevento, teneva separata Roma da Ravenna. Nello stesso modo il ducato di Benevento separava Roma e Ravenna dalla Campania, dalla Puglia, dalla Calabria e da tutti i possedimenti marittimi dei Greci. Questi ultimi erano sparsi sulle coste, affatto divisi gli uni dagli altri.
[236] _Pauli Diac. de Gest. Longob. l. III. c. 31. p. 451._
[237] Questo punto di Cronologia viene assai contrastato. Alcuni scrittori riferiscono la nomina di Zottone sotto l'anno 568, ed ancora ad un'epoca anteriore alla invasione d'Alboino, mentre altri Lombardi erano ausiliarj di Narsete. Veggasi _Camilli Pellegrini Dissertatio I de ducatu Beneventano. Murat. Scrip. Rer. Ital. t. V. p. 165_.
Il mare era signoreggiato dai Greci, ed i Lombardi non avevano marina; ma i Greci erano timidi e deboli; bellicosi ed intraprendenti i Lombardi. Stavano i primi sulle difese, e cercavano di fortificare le loro terre. Rispetto all'Esarcato, credevanlo difeso dalle maremme di Ravenna, come affidavano la salvezza di Roma al credito dei papi ed all'antica gloria del nome romano: finalmente speravano che le mura e l'amore di libertà dei popoli chiamati a difenderle, salverebbero le città della Calabria[238]; imperocchè i sovrani di Costantinopoli, senza conoscere la libertà, la protessero presso i loro sudditi occidentali per risparmiarsi la pena di regnare sopra di loro.
[238] Quando Belisario assediò Napoli, non solo questa città era già fortificata, ma inoltre governata e difesa dai suoi cittadini, che temevano sopra tutto di avere guarnigione nella loro città. _Procop. de Bello Gothico l. I. c. 8. 9. et 10. p. 14._
Belisario aveva con debolissime armate conquistata l'Italia e l'Affrica. I tralignati figliuoli de' Romani e de' Greci fuggivano atterriti dalla milizia, e gl'imperatori non potendo assoldare le loro legioni, perdettero ben tosto le conquiste di Giustiniano perchè non avevano soldati che le difendessero. Fino all'istante in cui perdettero i loro possedimenti d'Italia, i Greci non mandaronvi mai sufficienti forze. Le poche truppe disponibili formavano la guarnigione di Ravenna, e si accantonavano dietro le paludi che la circondavano. Felicemente scelta era la loro posizione; perchè i re Lombardi non potevano senza pericolo avanzarsi verso il mezzogiorno d'Italia, lasciandosela alle spalle, tanto più che una nuova armata poteva dalle coste dell'Illirico sbarcare nel porto di Ravenna, e tagliare ogni comunicazione tra l'armata e gli stati lombardi. Le città della Campania e della Calabria non rimanevano dunque esposte che agli attacchi meno vigorosi dei duchi di Benevento.
O sia che il dolce clima e le delizie della Magna Grecia snervassero il vigore de' Lombardi Beneventani; o pure che i Campani, i Pugliesi, i Calabresi avessero con una vita laboriosa, e forzati a mettersi in salvo dalle frequenti aggressioni, ricuperato in parte il valore de' loro antenati; dopo due o tre generazioni non v'ebbe più una sensibile diversità tra il valor militare delle due nazioni. Per assicurare ai Greci le città marittime bastava interessare gli abitanti a difenderle, rendendo loro una patria: ciò avrebbe dovuto farsi dalla politica, e non fu che la conseguenza della debolezza dell'impero greco, e dell'azzardo. L'imperatore rinunciò a parte de' suoi diritti, e tanto bastò perchè le istituzioni municipali che non eransi mai abolite, e che tutte erano repubblicane, riprendessero l'antica loro forza.
La repubblica romana aveva formato i governi municipali e quelli delle colonie sul suo proprio modello, e soltanto in alcune città aveva conservate alcune istituzioni ancora più antiche, ma ugualmente repubblicane; nè gl'imperatori eransi adombrati di questo spirito e di queste impotenti forme che oscuramente sussistevano nelle piccole città. Due secoli dopo l'intera schiavitù della Grecia, sussistevano ancora nell'isola d'Eubea le assemblee del popolo, che giudicavano ed emanavano leggi, i demagoghi, gli agitatori, e tutte le apparenze d'un'assoluta democrazia[239]. Le costituzioni municipali, modellate su quella di Roma, conservaronsi ancora lungo tempo, perchè più consentanee alle leggi generali. Anzi è probabile che sopravvivessero all'impero d'occidente, poichè l'imperatore Majoriano, negli ultimi periodi di quest'impero, aveva ristabilita e rassodata l'amministrazione repubblicana delle città e dei municipj[240].
[239] Dall'anno 30 fino al 60 dell'era volgare. _Dion. Grisos. Discorso intorno alla vita campestre presso Cousin Despreaux, Storia della Grecia l. 66. t. XV._
[240] Dall'an. 457 al 461. Novella di Majoriano _Cod. Teod._ verso il fine _t. V. p. 34_. — _Gibbon c. 36. t. VI._
In sul finire del sesto secolo i Greci possedevano tuttavia alcune città nella Lucania, o Basilicata, l'antica Calabria, o terra d'Otranto, e il Bruzio, o la nuova Calabria ulteriore[241]. Riconquistarono più tardi sui Lombardi le terre di Bari, e la Capitanata, di cui le più forti città erano Otranto, Gallipoli, Rossano[242], Reggio, Girace, Santaseverina e Crotone[243]. Avevano inoltre conservate nella Campania, o Terra di Lavoro, due piccole province marittime, chiuse tra una catena di montagne ed il mare, e fortificate dalla natura, le quali formavano i ducati di Gaeta e di Napoli. Il primo ducato, posto tra il Cecubo ed il Massico, montagne rese famose da Orazio, stendevasi lungo una spiaggia privilegiata, ove il viaggiatore partendo da Roma vede i primi aranci, gli aloè, i cacti pendenti dalle rupi, e tutti i prodotti del mezzodì[244]. La città di Gaeta fabbricata sopra sterile e scoscesa montagna che sorge di mezzo alle acque, ed è unita al continente da una striscia di terra assai bassa, era stata facilmente fortificata in modo da renderla presso che inespugnabile. A questa fortezza appoggiati i Greci, difendevano le gole d'Itri e di Fondi, e la fertile pianura del Garigliano. Il ducato di Napoli propriamente detto, lontano un giorno da Gaeta, non comprendeva che la spiaggia infestata dai fuochi sotterranei da Cuma fino a Pompea, e separata dal rimanente della Terra di Lavoro dallo spento vulcano della Solfatara e dal nuovo del Vesuvio. Ma pel corso d'alcuni secoli si riguardò come parte del ducato di Napoli tutto il promontorio di Sorrento, il quale è una penisola che divide i golfi di Salerno e di Napoli, o piuttosto un mucchio di montagne affatto impraticabili. Veggonsi come sospesi sopra il mare sul pendio di queste montagne molti ricchi villaggi, e le città di Sorrento e di Amalfi occupano una a ponente e l'altra a levante, il fondo de' due angusti seni, talmente chiusi da scoscese montagne, che non vi si può quasi giugnere che dalla banda del mare[245]. Questi due ducati, siccome i più separati dall'impero e dai suoi ufficiali, han più agevolmente potuto darsi un governo repubblicano. Ogni città aveva un municipio, o formato in sull'esempio della costituzione romana, o conservato fino dai tempi delle repubbliche della Magna Grecia. I magistrati venivano eletti dai cittadini in un'assemblea annuale, ed il popolo suppliva colle tasse, ch'egli medesimo s'imponeva, alle spese che non avevano altro scopo che il proprio vantaggio; mentre quasi tutto il prodotto delle pubbliche imposte veniva trasportato a Costantinopoli.
[241] _Camil. Pelleg. de ducatu Beneven. Disser. V. VI. et VII. Rer. Ital. t. V. p. 173.-187._
[242] _Const. Porphirog. de Admin. Imp. p. II. c. 27. p. 68. — Byzant. Ed. Venet. t. XXII._
[243] _Id. de Thematibus l. II t. X. p. 22._
[244] Terracina ov'incontrasi questa ricca vegetazione, era la città più occidentale del ducato di Gaeta. _Camillo Pellegrini Diss. V. p. 173._
[245] Io non trovai in paese persona che volesse guidarmi a traverso quelle montagne; per altro vedremo in questa storia, che alcune armate le attraversarono; tra le altre una di Ruggero I re di Sicilia l'anno 1135.
Le città erano state assai ben fortificate dagl'imperatori; ma perchè i cittadini le difendessero, rendevasi necessario di ordinare la milizia. Eransi già riuniti per gli uffici civili, si assoggettarono ancora alle leggi della milizia, eleggendo i loro capitani, sotto i quali difendere le loro persone e proprietà: ed in tal modo si fecero veramente cittadini.
Nel settimo secolo, ed in principio dell'ottavo, l'esarca di Ravenna nominava il primo magistrato o duca delle principali città marittime[246]. Ma poichè Ravenna cadde in potere de' Lombardi, il governo delle città greche fu diviso fra il duca, o maestro de' soldati di Napoli, ed il patrizio di Sicilia, i quali fino al decimo secolo vennero eletti dall'imperatore[247]. Dopo tal epoca, il maestro dei soldati di Napoli veniva nominato dai suffragi de' suoi concittadini.
[246] _Costan. Porphyr. de Adminis. Imperii, p. II. cap. 27. p. 68._
[247] Camillo Pellegrini _de ducatu Benev. Diss. V. p. 175._
Nel periodo dei cinque secoli che racchiude la durata delle repubbliche della Campania, furono queste frequentemente chiamate a guerreggiare contro i Lombardi padroni del ducato di Benevento. Ma, per il corso di tre secoli, tali guerre ci vengono appena indicate da pochi monumenti storici, ed assai confusamente, non avendo verun istorico antico delle città greche, e non incominciando le cronache degli scrittori lombardi beneventani che col regno di Carlo Magno. Per altro, poco dobbiamo dolerci di non avere di quelle guerre più circostanziati racconti; perciò che la debolezza dei due popoli nemici, e la natura del paese, li forzavano a limitare le loro imprese all'attacco di qualche castello o villaggio posto su le montagne; e quando non accadeva loro d'impadronirsene nel primo impeto, non avendo modo di formarne regolare assedio, i principali guerrieri, approfittavano di qualche opportunità per dar prove del loro valore battendosi in singolar duello, o tentando qualche ardita scorreria nel cuore del paese nemico; poi si ritiravano. I Lombardi s'avanzarono più volte fin sotto le mura di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi, ed allora i Greci, in cambio d'impedire al nemico lo stendersi nelle loro campagne, riparavansi, fossero cittadini o villani, entro le mura dei loro castelli. E perchè avanti che s'inventassero le artiglierie, i mezzi d'attaccar le piazze erano affatto sproporzionati ai mezzi di difesa, non potendosi ridurre che per fame o per viltà, tutti gli attacchi de' Lombardi tornarono vani.