Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)
Part 12
(1076) Enrico IV irritato dalla durezza di Gregorio VII tentò di deporlo nella dieta di Worms, mentre Gregorio deponeva Enrico nel concilio di Roma: ma questi, abbandonato da suoi vassalli di Germania, che volevano dare la sua corona a Rodolfo di Svevia, e che gli facevano un'arrabbiata guerra[212], fu costretto di venire in Italia a chiedere perdono a quello stesso orgoglioso pontefice che aveva di fresco offeso. La sentenza di scomunica restava sospesa sul di lui capo fino alla seconda festa di quaresima del 1077, prima della quale eragli ingiunto di recarsi a Roma. Nel cuore dell'inverno traversò Enrico le pericolose foci delle Alpi le meno praticate, perchè le strade più agevoli erano occupate dai suoi nemici; e giunto in Italia, era costretto d'implorare presso il pontefice il favore di Matilde. Trovavasi allora Gregorio con questa principessa nel forte castello di Canossa, posto in vicinanza di Reggio, di dove preparavasi a passare in Germania. Oltre quello della principessa Matilde, erasi l'imperatore procurato l'appoggio del marchese d'Este, dell'abbate di Clugnì, e de' più principali signori e prelati d'Italia. «Il papa resistette lungo tempo, dice Lamberto d'Aschaffemburgo storico contemporaneo, ma vinto alfine dalle importunità e dal rango di coloro che gliene facevano istanza: _E bene, diss'egli, se veramente è pentito di quanto ha fatto, deponga nelle mie mani la sua corona, e le insegne della dignità reale, onde darmi così una prova del suo vero pentimento; e dichiari poi, che in conseguenza della contumacia di cui si è reso colpevole, si conosce indegno della dignità e del titolo di re_. I deputati trovando tali condizioni troppo dure, insistevano presso al papa perchè le addolcisse, e non spezzasse la canna. Cedeva a stento Gregorio alle loro istanze, acconsentendo che Enrico s'avvicinasse a lui, e facesse penitenza per riparazione dell'affronto fatto alla santa sede col disubbidire ai suoi decreti. Venne Enrico, secondo gli era dal papa ordinato, e come il castello era circondato da triplici mura, fu ammesso nel secondo recinto, rimanendo tutto il suo seguito fuori del primo. Enrico, deposti gli abiti reali, non aveva più nulla che lo mostrasse principe, verun indizio del consueto fasto: colà rimanevasi coi piedi ignudi, e senza cibo dal mattino fino a sera, aspettando invano la sentenza del pontefice. Così fece il secondo ed il terzo giorno, e finalmente fu introdotto il quarto in presenza di tutti, e dopo lunghe discussioni fu assoluto dalla scomunica a condizione per altro di presentarsi ad ogni richiesta del papa innanzi ad un'assemblea dei principi di Germania per giustificarsi intorno alle accuse fattegli: che il papa sarebbe giudice, per lasciare ad Enrico il regno, ove provasse la sua innocenza, o per ispogliarnelo in caso contrario, e punirlo secondo il rigore delle leggi ecclesiastiche..... Che fino a tale epoca non gli erano vietate l'insegne della reale dignità e l'amministrazione de' pubblici affari[213].»
[212] _Lambertus Schafnaburgensis de rebus gestis a German. p. 403. apud Struvium Scriptorum Germanicorum, t. I._
[213] _Lambertus Schafnab. de Rebus German. p. 420._
Per tal modo con un insigne tradimento, dopo averlo assoggettato ad una durissima penitenza, solo, mezzo ignudo, esposto all'eccessivo freddo sopra un terreno coperto di nevi nel cuore dell'inverno[214]; invece di assolverlo dopo così umiliante sommissione, lo sottoponeva ad un altro tribunale, di cui Enrico non aveva ammessa la competenza, onde venisse rigorosamente giudicato.
[214] Riporterò intorno a questo avvenimento i versi di Donizzone, cappellano di Canossa, il quale fu probabilmente testimonio dell'avvilimento d'Enrico. Sarà questo in pari tempo un saggio della sua barbara poesia. _Vita Com. Mathil. l. II. c. I. p. 366._
_. . . . . . . . . . . . Frigus_ _Per nimium magnum Janus dabat hoc in anno._ _Ante dies septem quam finem Janus haberet,_ _Ante suam faciem concessit papa venire_ _Regem, cum plantis nudis a frigore captis_ _In cruce se jactans, saepissime clamans_ _Parce beate pater, pie parce mihi peto plane._
Tanto Lamberto, che Donizzone erano partigiani del papa, e nemici d'Enrico, onde chiudono tale racconto con invettive contro l'ultimo per avere violate le condizioni che gli erano state imposte.
I popoli lombardi ed i vescovi italiani, quasi tutti in guerra col papa, non dissimularono il concepito sdegno sia per l'inumano proceder di Gregorio, sia per la vile sommissione d'Enrico. Ma questi, uscito appena di Canossa, si disponeva con tutti i mezzi a vendicare l'avvilito onor suo. La sorte delle armi si dichiarò a suo favore. Tornato in Germania attaccò Rodolfo di Svevia, e lo sconfisse più volte. Perdeva questi la vita in una battaglia datagli nel 1080[215], nel giorno medesimo in cui i Lombardi che stavano per Enrico, trionfano della contessa Matilde alla Volta nel Mantovano.
[215] _Sigeberti Gemblacensis Cronog. p. 843._
Gregorio aveva formato il piano del dispotismo ecclesiastico, e ne aveva proclamati i principj. Gli annali ecclesiastici conservarono la raccolta di queste massime intitolata _dictatus papae_. Fa sorpresa il vedere con quale audacia la tirannia teocratica ardisce levarsi la maschera. «Non v'ha al mondo che un solo nome, quello del papa; egli solo può impiegare gli ornamenti imperiali, e tutti i principi devono baciare i suoi piedi; egli solo ha l'autorità di nominare e deporre i vescovi, convocare, presedere, e sciogliere i concilj. Non v'è chi possa giudicarlo; la sola elezione lo costituisce santo. Egli non ha errato mai, ne può errare in avvenire. Egli può a sua voglia deporre i principi, e sciogliere i sudditi del giuramento di fedeltà, ec.[216]»
[216] _Baronius Annal. ad an. 1076. § 24._
Gregorio non visse abbastanza per vedere maturati i suoi ambiziosi progetti. Enrico tornato in Italia del 1081 opponeva a Gregorio l'antipapa Guiberto arcivescovo di Ravenna, che facevasi chiamare Clemente III. Nell'anno 1084, dopo averla più volte assediata, Enrico si rese padrone di Roma, e vi fece consacrare il suo papa, da cui riceveva poscia la corona imperiale. Mentre Gregorio si stava nella mole Adriana, ed i romani eransi collegati con Enrico per assediare il loro papa, Roberto Guiscardo capo di que' Normanni, di cui parleremo nel susseguente capitolo, avanzandosi alla volta di Roma con una considerabile armata, dopo aver costretto l'imperatore a ritirarsi, bruciò la città da s. Giovanni Laterano fino al Coliseo, e fece schiavi un infinito numero di cittadini. Dopo questo saccheggio, l'antica città rimase quasi affatto deserta, essendosi la popolazione concentrata al di là del campidoglio in quella parte che altra volta formava il campo di Marte[217]. Roma fu in preda a tutti i mali che un nemico barbaro suol cagionare ad una città presa d'assalto, e Guiscardo condusse seco, partendo, il papa, il quale morì prigioniero in Salerno in maggio del 1085, dopo avere ripetuti i suoi anatemi, e le sue imprecazioni contro Enrico contro l'antipapa Guiberto e contro i loro principali aderenti[218]; ma dopo avere altresì colla sua alterigia e durezza di carattere disgustati quasi tutti i vescovi d'Italia; obbligati gli stessi romani, che gli erano lungo tempo rimasti fedeli, a prender l'armi contro di lui; e finalmente dopo essere stato principalissima cagione della rovina di quella maravigliosa città, di cui era pastore e quasi sovrano.
[217] _Vita Greg. VII. ex Card. Arrag. p. 313. — Landulphus Senior l. IV. c. 3. p. 120. — Gaufridus Malaterra Hist. Sicula l. III. c. 37. tom. V. Rer. Ital. p. 587._
[218] _Pauli Bernriedens. vit. Greg. VII. c. 110. p. 348._
Vittore III, Urbano, Pasquale e Gelasio II, succeduti nel papato a Gregorio VII, avevano adottate le sue massime. Matilde dal canto suo dispiegava una tal quale grandezza d'animo, ch'era figlia della cieca sua superstizione. Del 1092, Enrico cogli ajuti dell'antipapa rovinava nel Modonese i possedimenti di Matilde, e ne andava indebolendo il partito in modo, che i teologi della duchessa, avviliti da tante disgrazie, la consigliavano nella dieta di Carpineto di prendere consiglio dalle circostanze presenti, e di riconciliarsi coll'imperatore: perchè Matilde ordinando loro di tacere, io morirò, disse, anzi che trattare di pace con un eretico[219].
[219] _Donizzo Vita comitissae Matil. l. II. c. 7. p. 371._
(1093) Nel susseguente anno riuscì ad Urbano II di far ribellare ad Enrico il maggior figliuolo Corrado, e la Chiesa[220] applaudì con feroce piacere alla ribellione ed alle infami calunnie che Corrado, per giustificare la propria condotta, andava pubblicando in pregiudizio della gloria paterna[221]. Corrado fu riconosciuto dal papa re d'Italia; ed in Monza ricevette la corona di Lombardia. Dopo otto anni di guerre civili morì Corrado disprezzato da que' medesimi che lo avevano istigato alla ribellione, ed avevano saputo approfittarne. È però vero che la ribellione di Corrado giovò a stabilire l'equilibrio tra le due nemiche fazioni.
[220] Ciò è detto assai impropriamente, confondendo la Chiesa col papa e colla sua corte. N. d. T.
[221] _Dodechini appendix ad Marianun Scotum apud Struvium Scrip. Germ. t. I. p. 661. — Sigeberti Gembl. Chronog. p. 848._
Nella stessa epoca il fanatismo religioso eccitava un assai più grande incendio. Urbano II (1095), quello stesso pontefice che protesse un figlio ribelle, predicò la crociata nei Concilj di Piacenza e di Clermont; e scosse in modo tutta l'Europa, che le popolazioni occidentali attraversavano a guisa di torrenti l'Italia per recarsi in Oriente[222]. I crocesegnati, risguardandosi come soldati della Chiesa, non potevano soffrire che venisse opposta veruna resistenza al papa; onde ristabilirono sulle rovine della potenza imperiale quella della santa sede. Enrico non si trovò abbastanza forte per resistere a questo torrente, e del 1097 si ritirò in Germania.
[222] L'armata de' crociati che attraversò l'Italia era capitanata da Ugo fratello del re di Francia, da Roberto di Fiandra, da Roberto di Normandia, e da Eustachio di Bologna. Cacciò di Roma l'antipapa Guiberto, togliendogli, ad eccezione di castel s. Angelo, tutte le fortezze.
Dopo tal epoca, ad altro omai non pensò Enrico che a rendere la pace alla Chiesa ed all'impero. Benchè inseguito dalle scomuniche papali, mostrò di non curarsi delle ingiurie de' pontefici; anzi pareva inclinato a spogliarsi della corona in favore del figliuolo Enrico V, sperando che più facilmente potessero trattar d'accordo due antagonisti non ancora esacerbati da lunga discordia[223]. L'inesecuzione di tale progetto offese l'ambizione del giovane principe, il quale riscaldato dagli emissarj di Pasquale II, che, valendosi dell'ardente suo desiderio di regno, seppero rappresentargli la fellonìa che stava per commettere, come un'azione santa e gloriosa, si fece ribelle. Narrando questi tragici avvenimenti mi atterrò all'autorità del Sigonio istorico affezionato alla santa sede[224].
[223] _Annal. Hildeshemens. apud Leibn. p. 733. — Dodech. append. p. 666. — Sigeberti Gemb. Chr. p. 854._
[224] Il Sigonio non è uno scrittore contemporaneo; e perciò la sua penna non è ligia alle passioni di un secolo di guerre civili. Altronde egli si appoggia alla testimonianza di più antichi autori, quali sono _Ottone di Frisinga l. VII. c. 8. 12. p. 113. all'ab. Uspergense nel Cronico p. 243, all'anonimo scrittore della vita di Enrico IV. ec._
(1106) Doveva il giorno di Natale del 1106 riunirsi in Magonza la dieta, la quale, per esservisi condotti tutti i fautori del giovane Enrico, fu più numerosa assai delle precedenti. Il giovane Enrico consigliò il re suo padre a non porsi in balìa di persone di dubbia fede; onde l'imperatore che sinceri credeva i consigli dello sleale figliuolo, si ritirò nel castello d'Ingelheim. Colà gli si presentarono un giorno gli arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Worms, intimandogli, a nome della dieta, di mandare le decorazioni imperiali, la corona, l'anello ed il manto di porpora, onde rivestirne il di lui figliuolo. E perchè l'imperatore chiedeva il motivo della sua deposizione, gli rispondevano aspramente essere ciò accaduto per avere tanti anni travagliata la Chiesa con una odiosa contesa, perchè vendette i vescovadi, le abbazie e tutte le dignità ecclesiastiche; perchè non ubbidì alle leggi nell'elezione de' vescovi. Ecco, soggiungevano, i motivi che determinarono il sommo pontefice ed i principi di Germania non solo a privarvi della comunione dei fedeli, ma ancora del trono.
«Ma voi, replicò l'imperatore, voi arcivescovi di Magonza e di Colonia, che mi accusate d'avere vendute le dignità ecclesiastiche, dite almeno quanto esigessi da voi allorchè vi diedi quelle chiese, le più ricche e potenti del mio impero: e perchè, se forzati siete di confessare ch'io nulla vi chiesi, perchè v'associate ai miei accusatori, quasi non sapeste che in ciò che vi risguarda ho esattamente eseguito il mio dovere? Perchè v'unite voi pure a coloro che hanno mancato alla data fede ed ai giuramenti fatti al loro principe? perchè vi fate loro capi? Pazientate ancora pochi giorni, che l'età ed i sofferti affanni mi mostrano non lontano il naturale termine di mia vita; o se pure volete ad ogni modo togliermi il regno, fissate un giorno in cui mi toglierò di mia mano la corona di capo per porla su quello di mio figliuolo.»
Gli arcivescovi gli fecero comprendere di essere disposti a dare anche colla forza esecuzione agli ordini della dieta, onde Enrico ritirossi; e consigliatosi coi pochi amici che gli rimanevano ancora, vedendosi circondato da gente armata cui non avrebbe potuto resistere, si fece recare le insegne reali ed il manto; indi, salito sul trono, fece chiamare gli arcivescovi.
«Eccole, disse loro, quelle insegne della real dignità, che la bontà del re dei secoli, ed i pieni suffragi dei principi dello stato mi accordarono. Non farò uso della forza per difenderle, che non previdi un domestico tradimento, nè pensai a prevenirlo. Il cielo mi diede grazia di non supporre tanto furore ne' miei amici, nè tanta scelleratezza nei miei figliuoli. Pure, con l'ajuto di Dio, il vostro pudore difenderà forse la mia corona, o se pure non vi tocca il timore di quel Dio che difende i re, ne vi cale della perdita dell'onor vostro, soffrirò dalle vostre mani una violenza da cui non posso difendermi.»
Ai deputati, resi incerti da tale discorso, perchè mai esitate, gridò il vescovo di Magonza, non è di nostra spettanza il consacrare i re e vestirli della porpora? Perchè non sarà da noi spogliato quello che per una «pessima scelta fu da noi vestito?» A tali parole, avventandosi contro Enrico, i deputati gli tolsero la corona di capo, e forzandolo a scendere dal trono, lo spogliarono della porpora, e degli ornamenti reali. Intanto Enrico gridò ad alta voce: «Sia Iddio testimonio del vostro procedere. Egli mi castiga per i peccati della mia gioventù, facendomi soffrire un'ignominia che altro re non sofferse giammai. Ma voi che osaste portar le mani sul vostro sovrano, voi che violaste il giuramento che vi voleva a me fedeli, voi pure non isfuggirete alla sua collera: Iddio vi punirà come ha punito l'Apostolo che tradì il suo maestro.»
Ma gli arcivescovi, disprezzando le sue minacce, si recarono presso il giovine Enrico per consacrarlo; mentre l'imperatore chiudevasi in Lovanio, ove s'affollavano intorno a lui gli antichi amici, promettendogli il loro soccorso. Formarono infatti una potente armata, e ben tosto si trovarono a fronte in aperta campagna il padre ed il figlio, e nel primo fatto rimase questi perdente, e costretto a fuggire. Non tardò per altro a riunire le sue truppe e condurle a nuova battaglia, nella quale il padre compiutamente battuto, rimase prigioniero de' suoi nemici che lo caricarono d'oltraggi[225].
[225] Appartiene senza dubbio a quest'epoca l'abboccamento tra il padre ed il figlio, di cui il vecchio Enrico informò Filippo I re di Francia con una lettera del 1106. «Appena lo vidi, gli scrive, commosso nel più intimo del mio cuore da dolore e da paterno affetto, mi gettai a' suoi piedi supplicandolo, scongiurandolo in nome di Dio, della sua fede, dell'anima sua, a non macchiare in questa occasione, quand'anche co' miei peccati mi sia meritati i divini castighi, la sua coscienza ed il suo onore; imperciocchè veruna legge umana o divina costituisce il figliuolo vindice dei delitti del padre.......» Nella medesima lettera gli parla della sofferta prigionia. «Lasciando da un canto gli obbrobrj, le ingiurie, le minacce, le scuri pronte a cadermi sul capo, se non facevo quanto mi era comandato, la fame e la sete ch'io soffersi per opera di tali ch'erami ingiurioso di vedere e d'ascoltare; per non dire ciò che ancora più doloroso riesce, che altra volta fui felice ec. .....» Questa commovente lettera ci fu conservata da Sigeberto Gemblacense presso Struvio _t. I. p. 856_.
Fu l'infelice monarca in così misero stato ridotto, che venne a Spira nel tempio da lui eretto alla Vergine, chiedendo al vescovo di quella città gli alimenti, soggiungendo ch'era ancora capace delle funzioni di chierico, sapendo leggere e scrivere: e perchè gli venne rifiutata così umile inchiesta, si volse alle persone presenti, dicendo loro: «Voi almeno, o miei amici, abbiate pietà di me; vedete la mano di Dio che mi castiga.» Di là a poco tempo dovette il giorno 7 degl'Idi d'agosto succumbere alla profonda afflizione che lacerava il suo cuore. Il suo cadavere rimase cinque anni insepolto nella chiesa di Liegi, perchè il papa aveva vietato di seppellirlo in luogo sacro[226].
[226] _Sigon. De Reg. Ital. l. IX._
Sentiamo una specie di compiacenza nel vedere il vecchio ed infelice Enrico vendicato da' suoi medesimi nemici. Il feroce Pasquale fu tradito e perseguitato dal medesimo principe ch'egli aveva stimolato a ribellarsi al padre; e questo figlio snaturato d'un padre che lo amava, umiliato da quella Chiesa per la quale aveva combattuto contro suo padre.
(1110) Enrico V non potè avanti il 1110 venire in Italia a ricevervi dalle mani del papa la corona imperiale. Soddisfatta la brama di occupare prima del tempo la paterna eredità, non era soddisfatta la sua ambizione se non la possedeva tutta intera. Il diritto delle investiture veniva con ragione risguardato siccome una delle principali prerogative della corona, ed Enrico non era disposto di rinunciarvi a verun patto.
Avvicinandosi a Roma, stipulò ai confini della Toscana con Pietro Leone, uno de' più potenti signori di Roma, una convenzione, che poi rinnovò a Sutri, tendente ad assicurare la pace tra la Chiesa e l'impero. Convien dire che considerabili fossero le forze d'Enrico, e che Pasquale benchè collegato coi Normanni si trovasse ancor assai debole, poichè serviva di base al trattato una larga concessione del papa a favor dell'imperatore[227]. Lo stesso Enrico ne dava parte con sua lettera ai fedeli in tale maniera:
«Il signor Pasquale voleva, senza ascoltarci, privare il regno delle investiture dei vescovi che noi possediamo, e che nel corso di quattro secoli possedettero i nostri predecessori, fino dai tempi di Carlo Magno, sotto sessantatre diversi pontefici, in virtù e coll'autorità dei privilegi. E perchè noi gli chiedevamo per mezzo dei nostri deputati qual cosa allora rimarrebbe al re, avendo i nostri predecessori donate alle chiese quasi tutte le nostre proprietà, rispondeva che gli ecclesiastici sarebbero contenti delle decime e delle offerte, e che potrebbe ripigliarsi e conservare per se e suoi successori le terre e diritti signorili donati alle chiese da Carlo, da Luigi, da Ottone, da Enrico. A ciò facevamo rispondere che non volevamo renderci colpevoli di tanta violenza e di tale sacrilegio verso le chiese; ma il papa assicurò e promise con giuramento che riprenderebbe di propria autorità tutti i beni alle chiese per rimetterceli legalmente in forza della sua piena autorità. Allora i nostri deputati dichiararono che s'egli dava esecuzione alle sue promesse, che pure non ignorava egli medesimo di non poter mantenere, noi gli avremmo accordate le investiture delle chiese.... Frattanto per dare a conoscere che di nostra spontanea volontà non arrechiamo alcun danno alle chiese del Signore, facciamo sotto gli occhi, ed all'udito di tutti, pubblicare a comune intelligenza il presente decreto.» Il giorno 12 febbrajo del 1111 il papa e l'imperatore recaronsi nella basilica Vaticana per eseguirvi l'incoronazione in presenza di tutto il popolo. «Noi, per la grazia di Dio, Enrico imperatore augusto de' Romani, doniamo a s. Pietro, a tutti i vescovi ed abbati, ed a tutte le chiese, quanto i nostri predecessori, re o imperatori concedettero, diedero, offrirono sperando un eterno premio. Quantunque peccatore mi guarderò bene, per timore del terribile giudizio, di sottrarre tali doni alle chiese.» — «Dopo aver letto e sottoscritto questo decreto invitai il signore papa a dar esecuzione, a quanto aveva promesso colla carta delle nostre convenzioni, ma mentre persistevo in tale domanda, tutti i figliuoli della Chiesa, vescovi ed abbati, tanto suoi che nostri, gli si opposero tutti con fermezza in faccia, dicendo ad alta voce, che il decreto dal papa promesso (ci si permetta di dirlo senza offesa della Chiesa) era eretico; ond'egli non osò proferirlo.»
[227] Le prime convenzioni fatte con Pietro Leone vengono riportate dal Baronio all'anno 1110. § 2, e quelle di Sutri all'anno 1111. § 2; ma per ben intenderle convien leggere _Petrus Diacon. Contin. Chronici Cassin. l. IV. c. 35. p. 513._ e le lettere d'Enrico V. presso Dodechin. _Ap. p. 668._, ed abbreviate in _Sigibertus Gemlac. Chronog. p. 861._
E per tal modo, mentre Pasquale intimava ad Enrico di rinunciare al diritto d'investitura, faceva che il suo clero non gli permettesse di rilasciargli i diritti signorili posseduti dalla Chiesa. Tale contesa diede luogo ad un violento tumulto che impediva la cerimonia dell'incoronazione; perlochè Enrico adirato fece sostenere il papa e la maggior parte degli ecclesiastici che lo accompagnavano, dandogli in guardia al patriarca d'Aquilea[228]. Ma al cardinale di Tuscolo ed al vescovo d'Ostia riuscì di fuggire inosservati in mezzo al tumulto, e rientrarono travestiti in Roma, eccitando i cittadini a prendere le armi per liberare il capo della Chiesa. La mattina susseguente, appena fatto giorno, le milizie romane uscirono impetuosamente dalla città, ed assalirono i Tedeschi che occupavano la città Leonina, ossia il quartiere del Vaticano in Transtevere. Lo stesso Enrico trovossi in grave pericolo di perdere la vita, e la sua armata sarebbe stata interamente disfatta, se i Romani non avessero lasciata imperfetta la vittoria per ispogliare i fuggiaschi. Enrico approfittando di tanto errore, riunito un corpo di Tedeschi e di Lombardi, caricò le milizie romane, e le spinse parte nel Tevere, parte sforzò a salvarsi in estremo disordine entro le mura della città. Ad ogni modo non credette di cimentarsi, con un'armata troppo debole, a nuovi insulti, rimanendo in una città nemica; e si ritirò sollecitamente nell'alta Sabina, seco conducendo il papa prigioniere[229], il quale rimase due mesi rinchiuso con sei cardinali nella fortezza di Tribucco. Altri cardinali furono rinserrati in altro castello, e tutti duramente trattati, onde disporli ad accettare una convenzione che ponesse fine alla lite.
[228] _Chron. Monast. Cassin. l. IV. c. 38. p. 517. — Pandulp. Pisani vita Paschalis II. p. 357. — Vita Pascalis II ex Cardin. Arragonio p. 361._
[229] _Chron. Cassin. l. IV. c. 39. p. 517._