Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 01 (of 16)

Part 11

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1039 Enrico III re Benedetto IX papa (dopo il 1033) 1044 . . . . . . . Gregorio VI Benedetto IX e Giovanni antipapi. 1046 . . . . imper. Clemente II Prima spediz. d'Enrico III in Italia. 1048 . . . . . . . Damaso II 1049 . . . . . . . Leone IX 1055 . . . . . . . Vittore II II. sped. d'Enrico III d'anni 39 il 5 ott. 1056 Enrico IV re . . . . . 1067 . . . . . . . Stefano IX 1059 . . . . . . . Nicolò II 1061 . . . . . . . Alessandro II Cadolao, o Onorio II antipapa. 1073 . . . . . . . Gregorio VII 1077 . . . . . . . . . . . . . I. spediz. d'Enrico IV in Italia. 1084 . . . . imper. . . . . . . Guiberto, o Clemente III antipapa. 1086 . . . . . . . Vittore III 1088 . . . . . . . Urbano II 1093 . . . . . . . . . . . . . Corrado re d'Italia figlio ribelle d'Enrico. 1099 . . . . . . . Pasquale II 1101 . . . . . . . . . . . . . Morte di Corrado 1105 . . . . . . . . . . . . . ribellione d'Enrico V figlio d'Enrico IV. 1106 Enrico V re . . . . . . Enrico IV muore il 7 agosto. 1111 . . . imper. . . . . . . 1118 . . . . . . . Gelasio II Burdino, o Gregorio VII, antipapa. 1119 . . . . . . . Calisto II 1122 . . . . . . . . . . . . . Pace di Worms.

Non ho indicato che la prima spedizione d'Enrico IV in Italia; principe guerriero, che ripassò le alpi quasi ogni campagna.

[190] _Sigeberti Gemblac. Chronog. p. 833._

La famiglia de' conti di Tuscolo, che discendeva da Marozia e da Alberico, avea dato alla Chiesa tre papi l'uno dopo l'altro, Benedetto VIII l'anno 1012, Giovanni XIX, fratello di Benedetto, l'anno 1024, e Benedetto IX, nipote dei precedenti, l'anno 1033; gli ultimi due si erano fatti eleggere acquistando i suffragi del popolo con manifesta simonìa, ed avevano renduta la dignità papale quasi ereditaria nella loro famiglia[191]. Uno storico assicurava che Benedetto IX non aveva più di dieci anni quando, profondendo l'oro, gli si acquistarono i voti del popolo[192]. Questa estrema giovinezza non è altrimenti avverata; ma ciò che non è controverso, è la scandalosa condotta di questo pontefice nel corso di dodici anni, i furti, i massacri, le impudicizie che lordarono la santa sede. «Inorridisco nel ripeterlo (scriveva papa Vittore III, allora suo soggetto, e quarant'anni più tardi suo successore), quale fu la vita di Benedetto poichè fu consacrato, quanto vergognosa, corrotta, esecrabile; perciò non incomincerò il mio racconto che dai tempi in cui il Signore si rivolse di nuovo alla sua chiesa. Poichè Benedetto IX afflisse molto tempo colle sue rapine, assassinj, abbominazioni il popolo romano, più non potendo i cittadini soffrire tanta scelleratezza, riunironsi scacciandolo dalla città e dalla sede pontificia. Innalzarono in sua vece, ma a prezzo d'oro ed a dispetto de' sacri canoni, Giovanni, vescovo di Sabina, che, preso il nome di Silvestro III, occupò tre soli mesi la sede della chiesa romana. Benedetto nato dai consoli di Roma, e che veniva sostenuto da tutte le loro forze, travagliava la città co' suoi soldati; ed alla fine obbligò il vescovo di Sabina a tornare vergognosamente al suo vescovado. Allora Benedetto riprese la perduta tiara, senza mutar punto gli antichi costumi.... Ma vedendo che il clero ed il popolo sprezzavano le sue sregolatezze, e tutti erano scandalizzati dalla fama de' suoi delitti; siccome inclinato ch'egli era alle voluttà, e più desideroso di vivere da epicureo che da pontefice, trovò l'espediente di rendere, per una grossa somma di danaro, il sommo pontificato a certo Giovanni arciprete, che aveva in città opinione d'essere uno de' più costumati e religiosi chierici. Benedetto ritirossi ne' suoi castelli; e Giovanni, che si fece chiamare Gregorio VI, amministrò la Chiesa due anni ed otto mesi, finchè giunse a Roma Enrico re di Germania»[193].

[191] _Vitae Pont. roman. ex Amalr. Augerio, Pandulph. Pisan., et Catal. Papar. t. III. p. II. p. 340._ e seguenti.

[192] _Glaber. Hist. lib. IV. c. 5._

[193] Enrico III fu coronato a Roma l'anno 1046. Vittore III, chiamato prima Desiderio, cardinale ed abbate di Monte Cassino, fu l'immediato successore di Gregorio VII ed eletto papa del 1086, essendo molto vecchio. Lo squarcio che abbiamo riportato, è preso dal III libro de' suoi Dialoghi, ed unito come appendice alla Cronaca di Monte Cassino. _Lib. II. t. IV. p. 396._

Assicurano i suoi biografi che questo stesso Gregorio VI si dedicò interamente alle armi per ricuperare colla forza i possedimenti ecclesiastici ch'erano stati tolti alla santa sede; e siccome colui che non sapeva leggere, ed era estremamente ignorante, ricevette dal popolo romano un collega che unitamente a lui esercitasse il papato, occupandosi delle cose del culto mentre Gregorio combatteva[194].

[194] _Amal. Auger. di Vitis Pont. p. 340._ — _Catal. Pap. 342._

Queste cessioni e divisioni fatte prima amichevolmente, non si mantennero; e quando Enrico III giunse in Italia, Benedetto IX risedeva a s. Giovanni di Laterano, Giovanni, l'aggiunto di Gregorio, a s. Maria Maggiore, e Gregorio VI a s. Pietro in Vaticano. Enrico prima d'entrare in Roma riunì a Sutri un concilio per giudicare questi papi; ma il solo Gregorio VI si presentò innanzi a quest'assemblea. Il concilio avendo giudicata illegittima la elezione di lui, siccome quelle degli altri due, fu nominato ad occupare la santa sede, rimasta vacante, Suggero, vescovo di Bamberga, proposto da Enrico III, il quale prese il nome di Clemente II[195].

[195] _Baron, Annal. Eccl. ad ann. 1046. § 3-5. — Pagi Critica ad an. § 1._

L'intervento d'Enrico III all'elezione del sommo pontefice rese all'imperatore l'intero esercizio del diritto ch'ebbero già gl'imperatori greci e carlovingi di concorrere all'elezione dei papi, diritto che non vedesi esercitato da Corrado e da Enrico II. Enrico III acquistò pure a questo riguardo una maggior influenza che veruno de' suoi predecessori. Fino allora il costume della Chiesa era stato quello di lasciare ai suffragi de' Romani la scelta del pontefice, e di aspettare per consacrarlo l'approvazione dell'imperatore: ma Enrico approfittando della riconoscenza del nuovo papa, del pregiudizio che l'ultimo scisma aveva arrecato alle elezioni popolari, e dell'appoggio della sua armata, obbligò il popolo romano a rinunciare al diritto di presentazione, ed a lasciare in sua mano senza riserva l'elezione de' futuri pontefici[196].

[196] _Sancti Petri Damiani opuscula, § 27. 36. apud Murat. ad an 1047._

Enrico III non abusò del potere che riduceva in così ristretti limiti le libertà della Chiesa e del popolo. Clemente II, Damaso II e Leone IX, ch'egli elesse successivamente, erano uomini religiosi, che riformarono i costumi del clero e della Chiesa. L'ultimo, cui procurò la tiara, fu Vittore II, prima vescovo (1054) d'Aichstett, che gli fu indicato dal monaco Ildebrando, in allora sottodiacono della Chiesa romana. Enrico si risolvette con difficoltà ad allontanare dal suo fianco questo prelato, ch'era uno de' suoi principali consiglieri e de' più cari amici[197]; e quando nel susseguente anno fu Enrico sorpreso dalla mortal malattia che lo condusse al sepolcro in età di trentanove anni, confidò a questo papa ed all'imperatrice Agnese l'amministrazione de' suoi stati e la tutela di suo figlio in età di soli cinque anni. Vittore sopravvisse poco tempo ad Enrico, ed i suoi successori non corrisposero alla confidenza che l'imperatore aveva riposta nella santa sede.

[197] _Chron. s. Monas. Cassin. lib. II. c. 89. p. 403._

Fu in fatti dopo la morte d'Enrico III, che i Romani pontefici, benchè sudditi e creature degl'imperatori, si eressero in loro censori e padroni. Il successore di s. Pietro ambì apertamente un dominio universale; ambiziosi prelati si presero cura di destare il fanatismo del popolo, e per lo spazio di settant'anni d'anarchia la potenza ecclesiastica e la secolare si fecero guerra non meno colle armi, che coi delitti. Noi crediamo poterci dispensare dal raccontar di nuovo circostanziatamente la troppe volte descritta contesa del sacerdozio e dell'impero, per cagione dell'investiture; e ci limiteremo ad indicare il carattere dei personaggi che vi rappresentarono le prime parti, e quale fosse lo spirito del secolo che la vide nascere.

Fino alla prima minorità d'Enrico IV, aveva Ildebrando acquistata grandissima influenza nella Chiesa e nell'impero. Il carattere della sua anima lo chiamava a grandi cose; imperciocchè, in onta della società, non è colle virtù amabili, ma spesse volte coi difetti e coi vizj che si governano gli uomini. Nel carattere d'Ildebrando trovavasi quell'energia di volontà che è figlia di smisurata ambizione, tutta la rusticità di un essere ch'erasi reso nel chiostro straniero all'umana natura, e non aveva mai amato un suo simile. Siccome questo monaco aveva imparato a reprimere ogni affetto, le potenze dell'imperiosa sua anima eransi tutte dirette al conseguimento de' suoi desiderj. Ciò che aveva progettato una volta, diventava lo scopo delle mire di tutta la sua vita; egli chiamavalo giusto, vero, ed arrivava a persuader sè medesimo prima di persuaderlo agli altri, che la sua ambizione era un suo dovere. Egli aveva veduta la Chiesa dipendente dall'impero, e sostenne che l'impero era soggetto alla Chiesa; chiamò usurpazioni criminose, ribellioni sediziose, i tentativi dei laici pel mantenimento d'incontrastabili diritti; comunicò al clero il suo entusiasmo e la sua convinzione, dandogli un impulso che si prolungò lungo tempo ancora dopo la sua morte, e che innalzò i pontefici sopra i re dell'Europa[198].

[198] Veggansi intorno al carattere di Gregorio gli scrittori ecclesiastici ed ortodossi. _Baron. an. 1073. — Pagi Critica ibid, — Pandul. Pis. vitae Pont. t. III. p. I. Rer. Ital. p. 304. — Paulus Bernriedens. de gestis Gregorii VII. ib. p. 317._

Prima di montare egli stesso sulla santa sede, Ildebrando diresse per lo spazio di vent'anni le elezioni del papi. Vivente ancora Enrico III, era stato fatto depositario di tutta l'autorità del senato e del popolo romano, e fu allora che fece alla corte imperiale eleggere Vittore: fu l'anima della corte di Roma ne' pontificati di Stefano IX, Nicolò II ed Alessandro II; di modo che può far maraviglia come ad ogni vacanza del trono pontificio, non vi foss'egli elevato prima del 1073, epoca della sua elezione; e convien credere che il suo duro ed imperioso carattere gli alienasse i suffragi del popolo.

Ildebrando per mezzo de' suoi predecessori, de' quali era l'unico consigliere, fece tentare la riforma del clero. Egli sentiva vivamente che per renderlo onnipossente conveniva accrescere per lui il rispetto del popolo, ed attaccarlo più strettamente al suo capo. Molti parrochi, e probabilmente alcuni vescovi erano solennemente ammogliati; i regolamenti ecclesiastici non ne avevano loro assolutamente tolta la facoltà[199]; ma il popolo da molto tempo non accordava la sua ammirazione che alle virtù monacali, e risguardava come degni di maggior rispetto gli ecclesiastici celibi. Questi ultimi, rinunciando agli affetti di famiglia, consacravano tutto intero il loro cuore alla Chiesa; quindi erano più ligi ai papi, più zelanti e più potenti. Ildebrando risolse di non soffrire uomini ammogliati tra i ministri dell'altare, e mosso da' suoi suggerimenti, Stefano IX l'anno 1058 dichiarò il matrimonio incompatibile col sacerdozio, che tutte le mogli dei preti erano concubine, e che tutti coloro che non le abbandonavano, erano sul fatto scomunicati. Una tanto grave ingiuria fatta ad uomini rispettabili, e ch'eransi uniformati alle leggi del loro stato, non fu pazientemente tollerata: il clero di Milano si tenne più offeso degli altri, perchè allegava l'espressa permissione del matrimonio accordata da s. Ambrogio a quella diocesi, e l'esempio di due arcivescovi ammogliati[200]. Riclamò con vigore, resistette, ed oppose a quella del papa la decisione d'un concilio: ma Ildebrando sprezzò la sua resistenza, ed i parrochi refrattarj furono denunciati come infetti d'eresia, quando altro non facevano che difendere le antiche loro costumanze. Questi nuovi eretici furono chiamati Nicolaiti[201].

[199] Tutti gli antichi storici milanesi assicurano che s. Ambrogio aveva lasciato al clero della sua diocesi la libertà d'ammogliarsi una sola volta, e con una vergine. Non pertanto il Pagi _Crit. An. Eccl. an. 1045. § 7-10._, ed il Puricelli nella sua dissertazione, _t. IV. Rer. Ital. p. 121_, sonosi sforzati di confutare quest'asserzione. Stando ad una lettera di papa Zaccaria a Pipino maggiordomo di Francia, § 11, il matrimonio fu vietato ai vescovi, prelati e diaconi dal cap. 37. di un concilio africano, restando le altre classi in libertà di seguire la costumanza delle chiese particolari. _Cod. Carol. t. III. Rer. Ital. p. II. p. 84._

[200] _Corio Storie Milan. p. I. p. 6._ Galvanei Flam. _Maniss. Flor. c. 150. t. XI. Rer. Ital. p. 673._ — _Landulph. Sen. Hist. Med. lib. III. c. IV. t. IV. p. 96._ — Inoltre il quarto volume tutt'intero del conte Giorgio Giulini, _Memorie della città e campagna di Milano_, ove tratta l'argomento con molta estensione.

[201] _Baron. Annal. Eccl. ad an. 1059. § 43._

Un colpo assai più ardito fu scagliato l'anno 1059 da papa Nicolò II nel concilio lateranese contro la podestà secolare. Tutti gli ecclesiastici erano anticamente nominati dal popolo della loro parrochia; ma i signori ed i re, avendo arricchita la Chiesa, eransi quasi tutti riservati il diritto di presentazione ai beneficj, ch'essi o i loro antenati avevano istituiti; vale a dire, il diritto di scegliere il prete che ne sarebbe rivestito. Indipendentemente da un contratto tra il donatore e la parrochia, quando una Chiesa possedeva un feudo, il nuovo prelato, in forza delle leggi dello stato, non poteva prenderne il possesso senza esserne investito dal signore che aveva l'alto dominio del feudo. Questa era la legge feudale, la legge universale, che non ammetteva eccezioni in favore degli ecclesiastici. Con tali diritti di presentazione e d'investitura era stata tolta alla greggia, e data alla corona la facoltà d'eleggere la maggior parte dei pastori; ed è verisimile che alla corte degl'imperatori, come praticavasi prima nelle assemblee della parrochia, e si usò dopo alla corte de' papi, si acquistassero i ricchi benefici a prezzo d'oro. Ildebrando denunciò quest'abuso quale scandalo infame, quale vergognoso mercato dei doni dello Spirito Santo, cui diede il nome di Simonia. I Simoniaci furono dichiarati eretici e scomunicati, e per preservare le Chiese da tale corruzione si proibì ai preti di ricevere alcun beneficio ecclesiastico dalle mani d'un laico, _anche gratis_[202]. La Chiesa si arrogò d'un sol colpo la prerogativa di rinnovare i suoi proprj membri, mentre i re ed i grandi vennero spogliati del diritto di distribuire i beneficj, de' quali i loro antenati avevangli lasciata la libera disposizione; di un diritto, che il primitivo contratto loro riservava come una proprietà ch'essi avevano posseduto molti secoli, e che tutta la cristianità aveva riconosciuto legittimo.

[202] _Baron. Annal. ad ann. 1059. § 32-34._

Il canone che proscriveva le investiture non fu da prima applicato all'elezione dei papi; non avendosi un solo esempio che alcuno imperatore vendesse questa suprema dignità; e le concessioni fatte dalla Chiesa ad Enrico III erano troppo fresche per poterle adesso distruggere; onde il concilio lateranese si limitò a modificarle. Le future elezioni dei papi, invece di lasciarle, secondo l'antica consuetudine, al popolo romano, si attribuirono ai cardinali, i quali non ne avevano per altro l'assoluta esclusiva. Essi dovevano riunirsi prima degli altri, ond'essere, giusta il decreto, le guide _praeduces_ dell'elezione; il rimanente del clero, ed il popolo dovevano accontentarsi di seguirli, e doveva l'operazione aver compimento «salvo l'onore ed il rispetto dovuto al re Enrico futuro imperatore, e coll'intervento del suo nunzio il cancelliere di Lombardia, cui la sede apostolica accordò il privilegio personale di prender parte all'elezione colla propria adesione»[203]. Le vaghe espressioni del canone del concilio lateranese furono poi il fondamento del diritto esclusivo, che i cardinali si appropriarono, di nominare i capi della Chiesa. La riserva, benchè assai più chiara, del diritto monarchico, non impedì che alla prima vacanza accaduta due anni dopo, non si elegesse Alessandro II, senza neppur chiedere l'assenso d'Enrico, o dell'imperatrice reggente[204]. Di modo che la corte irritata nominò in Allemagna un altro papa Cadolao vescovo di Parma, lo che diede motivo a nuovo scisma.

[203] _Decret. Nicolai II Papae in Chron. Monast. Farfensis. t. II. p. II. Rer. Ital. p. 645._

[204] _Leo. Ost. Chron. Monast. Cassin. lib. III. c. 21. p. 431._

Nello stesso concilio di Laterano venne espressamente ammesso come dottrina cattolica il domma della presenza reale nell'Eucaristia. Certo Berengario, diacono d'Augers, aveva scritta un'opera contro i propagatori di tale credenza; sosteneva nel suo libro, che la Chiesa non aveva mai veduto nel Sacramento che una memoria, un simbolo del sacrificio di Gesù Cristo. La sua professione di fede, che fino a que' tempi era stata quella della cristianità, fu condannata come un'eresia, di cui fu forzato a fare l'abjura[205][206].

[205] _Baron. Annal. Ib. § 15 — 23._

[206] L'opinione dell'autore non è quella della chiesa cattolica vittoriosamente difesa da tante egregie opere, e specialmente da quella profondissima d'Antonio Arnaldo intitolata: _Perpetuité de la fois ec._

Durante la minorità d'Enrico IV, i suoi ministri, senza pregiudicarne i diritti, seppero evitare un'aperta rottura colla santa sede. La fazione degl'Italiani, che volevano difendere contro il papa la libertà della Chiesa, formava già un sufficiente contrappeso all'ambizione dei pontefici. Questo partito era quasi sempre dominante a Milano ed in Lombardia; ed era potente anche in Roma, ove un uomo assai ricco ne aveva presa la difesa. Questo capo era Pietro Leone, il quale, quantunque giudeo d'origine, erasi acquistato un immenso credito nella capitale del cristianesimo[207]. Egli ottenne di far entrare in Roma l'antipapa Cadolao, che prese il nome d'Onorio II. Cadolao riportò una vittoria sulle truppe del legittimo papa, e si stabilì nel vaticano; ma ne fu presto scacciato dalle forze del duca di Toscana[208].

[207] Pietro Leone non ottenne per altro nè la confidenza dell'imperatore, nè quella d'Onorio II. Il vescovo scismatico Benzo lo aveva dipinto come un furbo. _Benzoni Episc. Albensis Panegir. Hen. III. Im. lib. II. c. 4. et 8. p. 985. 987 apud Menchen. Scrip. Germ. t. I._

[208] _Benzo Paneg. lib. II. p. 982 ec. — Vita Alexandri II ex Card. Arrag. t. III. p. I. p. 302. — Vita ejusdem pont. ex Amalrico Augerio p. II. p. 356._

Quando Ildebrando, che prese il nome di Gregorio VII, fu l'anno 1073 elevato sulla cattedra di s. Pietro, terminava appunto la minorità d'Enrico. Questo principe, giunto oltre i vent'anni, aveva un'anima troppo altiera, ed era troppo valoroso per piegarsi sotto vergognose condizioni; onde posto da banda ogni riguardo per i pontefici che lo esacerbavano con reiterati insulti e soverchierie, prese fin d'allora la risoluzione di esporsi alle usurpazioni colla forza. Facevano alquanto torto al nobile e generoso suo carattere l'essersi senza alcun ritegno abbandonato alle giovanili passioni, ed il disprezzo per tutte le cose religiose che gli aveva inspirato l'ambiziosa furberia del clero. I papi ed i loro partigiani approfittarono di tali difetti per rappresentarlo come un empio; pure vedremo, non già Enrico, ma papa Gregorio deturpare la propria causa colla più ributtante durezza.

La superstizione suole ingrandire i lontani oggetti. Il cieco attaccamento dei fedeli verso la Chiesa romana era in ragione contraria della loro lontananza da Roma: i fulmini del Vaticano facevano tremare i Tedeschi, ai quali pareva meritevole d'eterna censura qualunque veniva condannato dal papa[209]: ed era precisamente tra la nazione dell'imperatore, ed in seno alla sua famiglia, che i preti ottenevano facilmente di abbatter il potere imperiale. Ma mentre i papi trovavano nella corte imperiale ambiziosi seguaci e creduli fanatici, gl'Italiani, mal sofferendo di vedere il capo dello stato sottoposto a vergognoso giogo, abbracciavano le sue parti con tanto ardore, che lo avrebbero fatto trionfare de' suoi rivali, se fossero loro mancati gli ajuti della contessa Matilde, eroina de' mezzi tempi, che alla cieca superstizione del suo sesso univa il coraggio, il vigore e la costanza del nostro; ed appunto allora aggiungeva all'immensa eredità de' marchesi di Toscana quella della famiglia di Canossa. Goffredo di Lorena marchese di Toscana moriva del 1070, e sei anni dopo lo seguiva la consorte Beatrice, che lasciava questa sola figlia del primo letto signora del più vasto e potente feudo, che fino a tale epoca esistesse in Italia[210].

[209] Al nostro segretario Fiorentino dobbiamo questa verissima osservazione energicamente sviluppata nelle sue storie. Accadeva ai papi ciò che vediamo accadere a chiunque per dignità o per merito trovasi elevato a somma riputazione; i lontani ne conoscono soltanto le virtù, i vicini le virtù ed i vizj. N. d. T.

[210] Il sig. Fiorentini detto Lucchese scrisse con prodigiosa erudizione la vita della contessa Matilde. Abbiamo pure una vita in prosa di un anonimo, ed un'altra in versi di Donizzone suo suddito e cappellano di Canossa, ambedue suoi contemporanei, le quali trovansi nel tomo V. _Scrip. Rer. Ital._, e nel tomo I. _Script. Brunsvic. Leibnitrii._

Unico scopo di tutte le azioni di Matilde fu l'elevazione della santa sede, cui consacrò tutte le sue forze finchè visse, e lasciò morendo tutto quanto possedeva. Ebbe due mariti, il giovane Goffredo di Lorena, e Guelfo di Baviera; ma l'ambizione, o il fanatismo occupando interamente il suo cuore, abbandonò due sposi che non credeva abbastanza attaccati alla santa sede, e si consacrò interamente alla difesa dei papi[211].

[211] Matilde era nata da Bonifacio e Beatrice l'anno 1046 e morì nel 1115.