Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848
Part 7
«Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse loro di provvedere alla sicurezza dei loro compatrioti. Il governo di S. M. l'Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate all'improvviso, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza che queste avessero fatta alcuna provocazione.
«Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in suo potere di firmare e che non appartengono che al Sovrano.
«Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d'onore e da soldato, non potrò mai compromettere nè l'uno nè l'altro, come obbliga il mio dovere verso l'Imperatore.
«Sta in Voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile; perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che loro inspira il modo con cui furono assaliti, e a me il sentimento dell'odiosa sorpresa di cui si sono serviti verso di loro.
«Ad ogni effetto, per rispetto al Governo di cui siete l'organo, sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere contro Milano sino all'indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità abbia a cessare dalla parte avversa.
«Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma.
«Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane
«Conte RADETZKY.»
«Ai signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera
MILANO.
Intanto si pubblicava il seguente manifesto da chi dirigeva la rivoluzione, onde mantenere vivo l'ardimento nel popolo ed eccitarlo a persistere nella lotta incominciata:
«CITTADINI
«Il Generale austriaco persiste; ma il suo esercito è in piena dissoluzione. Le bombe ch'egli avventa sulle nostre case sono l'ultimo saluto delle tirannide che fugge.--I nostri bamboli non cresceranno nell'orrore della schiavitù.
«Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi avanti al tricolore italiano. Alcuni, trattenuti dall'onor militare, domandano un istante a deliberare, supplicandoci frattanto di sospendere il vittorioso nostro fuoco.
«Cittadini, perseverate sulla via che correte.--Essa è quella che guida alla gloria ed alla libertà.
«Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla cresta delle Alpi. Colà soltanto noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a combattere. Cittadini, fra poco avremo vinto. La patria deciderà de' suoi destini. Ella non appartiene a sè.--I feriti sono raccomandati alle vostre cure.--Per le famiglie povere provvederà la patria.
«Lunedì, 20 marzo».
Venne pure pubblicato dal Consiglio di Guerra questo altro avviso onde mantener vivo il sentimento della generosità nel popolo, e prevenire luttuosi casi di sangue, in que' momenti di grande esasperazione, contro i prigionieri, le famiglie degli impiegati e militari dell'Austria, gli ammalati ed i feriti.
«PRODI CITTADINI.
«Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel sangue di que' miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò nelle nostre mani.
«Basta per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent'anni furono il flagello delle nostre famiglie e l'abbominazione del paese. Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo, fatene un'offerta a Pio IX.
«VIVA PIO IX! VIVA L'ITALIA!»
In egual modo erasi già sin dal mattino espresso Carlo Cattaneo, allorchè si venne a chiedergli da alcuni popolani se, trovando Bolza, gli si doveva niegar quartiere. Cattaneo aveva risposto: _Se lo ammazzate fate una cosa giusta; se non lo ammazzate fate una cosa santa._
Dopo mezzogiorno Casati pubblicava il seguente avviso, con cui notiziava l'associazione di altre persone nell'amministrazione della città; pubblicazione ritardata, e che meglio di ogni altro documento vale a rilevare lo stato di perplessità, di gravi dubbiezze in cui lottava lo spirito e la mente del Casati:
«LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE DELLA CITTÀ DI MILANO
«Milano 20 marzo, ore una pomerid.
«Le terribili circostanze di fatto per le quali la vostra città è abbondonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione municipale debba assumere, in via interinale, la direzione di ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa un dovere di far noto a' cittadini, che sino a nuovo avviso essa concentrerà momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le cose a fine desiderato dell'ordine e della tranquillità. Ai membri ordinarii della Congregazione vengono aggiunti in via provvisoria i seguenti:
Vitaliano Borromeo. Francesco Borgia. Alessandro Porro. Teodoro Lecchi. Giuseppe Durini. Avv. Anselmo Guerrieri. Avv. Enrico Guicciardi. Gaetano Strigelli.
CASATI, _Podestà_. BERETTA. _Assessore_.»
Questa determinazione postuma della Congregazione municipale non aveva forse qualche secondario fine, quale quello per esempio d'infirmare l'autorità del Consiglio di guerra, composto di persone che non simpatizzavano troppo con Casati e colle sue idee? Non vogliamo affermare il dubbio: facciam solo presente che Casati e Beretta dicevano con quell'avviso, in altri termini, al popolo: _Ogni potere è concentrato nella Congregazione municipale:--si avvertono di ciò i cittadini per loro norma: questa Congregazione assorbente tutti i poteri sarà composta di quelli indicati nell'avviso;--cioè esclusi Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi, Clerici._ Da ciò grave si eleva il dubbio di un sinistro intendimento in Casati e Beretta con quell'avviso.
Ma passiamo oltre.
Il bisogno di far conoscere la condizione de' Milanesi agli abitanti delle terre circostanti, e l'impossibilità di potervi soddisfare con mezzi diretti, inquantochè una barriera di corpi umani circondava, stringeva Milano tutta, suggerì al Consiglio di Guerra di far uso di palloni che svolazzavano per l'aria portando il seguente proclama:
«A TUTTE LE CITTÀ E A TUTTI I COMUNI DEL LOMBARDO-VENETO.
«Milano, vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre formidabili. Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le città e tutti i comuni ad armarsi immediatamente in Guardia civica, facendo capo alle parrochie, come si fa in Milano, e ordinandosi in compagnie di 50 uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante e un provveditore, per accorrer ovunque la necessità della difesa impone.--Ajuto e vittoria.»
_Il Consiglio di guerra_ CATTANEO--CERNUSCHI--TERZAGHI--CLERICI
Il popolo gioiva di aver riveduti i suoi fratelli che languivano nelle prigioni politiche, e li colmava di onoranza. Abbiam citati i nomi di coloro che ritrovaronsi al Tribunale criminale: fra quelli che gemeano nelle prigioni di S. Margherita (ove vi era la Direzione di Polizia) annoveravasi il marchese Filippo Villani, Ravizza, Marcora, Ferrabini, ecc.
Il Ferrabini ritrovavasi propriamente all'infermeria, perchè era stato ferito nel 18 marzo, e ritrovavasi ancora colla camicia e coi pantaloni intrisi di sangue, zoppicante, e con bendata la testa e la mano. Sapendo d'aver riguadagnata la libertà, credette esser guarito: ma le sue ferite eran troppo gravi; talchè sorretto da due amici si diresse verso la propria casa onde riveder la propria famiglia. Giunto però nel vicolo di S. Fedele, il sacerdote don Giuseppe Lattuada non permise che il Ferrabini continuasse il cammino, temendo avesse a soccombere per via in causa delle ferite, e lo ospitò quindi in propria casa.
Ma quali furono le cause e gli autori di quelle ferite?
Gaetano Ferrabini nel 18 marzo, dopo avere preso parte alla costruzione di parecchie barricate ed eccitato in più luoghi a suonare a stormo le campane nella fiduccia di guadagnare alla rivoluzione il presidio del Circondario IIº di polizia in via Andegari, verso le 4 pom., brandendo con una mano una bandiera e coll'altra una vecchia spada, mettevasi per quella via gridando==_Viva l'Italia_. Ma giunto sull'angolo della via detta dei Tre Monasteri, ora Romagnosi, veniva d'improvviso affrontato dal figlio di Garimberti, che gli gl'intimò l'arresto. Il Ferrabini si rifiutò di seguirlo ed oppose gagliarda resistenza; circondato però dalle guardie di Polizia, sopraffatto dal numero, ferito replicatamente alla testa, nella schiena ed alla mano destra di cui ebbe mutilato un dito, veniva sospinto dalle punte delle bajonette entro l'ufficio del Circondario.
Perquisito sulla persona, gli si rinvennero proclami rivoluzionarii. Ciò bastò perchè lo si abbandonasse giacente a terra, perdendo sangue dalla testa, e gli si niegasse persino la somministrazione invocata di un po' d'acqua. Nella notte venne trasportato nella infermeria delle carceri di S. Margherita, ove vi rimase sino al 20 marzo in cui fu liberato dalla rivoluzione vittoriosa.
I Tedeschi, vedendo che gli avvenimenti prendevano ogni giorno una piega peggiore per loro, pensarono di trattare un armistizio cogli insorti onde guadagnar tempo, potersi fornir di viveri, rimarginare i danni sofferti nelle lor file, procurarsi nuovi rinforzi e preparare nuovi mezzi di offesa e di difesa. Fu incaricato di questo negozio un maggiore dei Croati Ottochan; credesi fosse quello stesso Sigismondo Ettingshausen che trattò qualche mese dopo per la resa di Peschiera.
Il maggiore, presentatosi verso il mezzodì del 20 marzo ad una barricata, dichiarando esser parlamentario, cogli occhi bendati fu scortato dai cittadini al Consiglio di Guerra. Il Consiglio lo indirizzò nella sala della Municipalità onde trattasse direttamente coll'autorità comunale. Casati propose allora un armistizio di 15 giorni, ma prima d'obbligarvisi pretendeva di conoscere dal Consiglio di guerra se si sarebbe incaricato di far desistere i cittadini dal combattimento. Cattaneo, invitato cogli altri suoi colleghi ad esporre il suo parere, rispose esser difficile lo staccare i combattenti dalle barricate: diffidare egli molto delle conseguenze dell'armistizio: tenere compromessa la condizione degli Italiani.
Durante questo diverbio entrò nella sala un prete della chiesa di S. Bartolomeo, portando la nuova che gli Austriaci avevano allor allora trucidato il predicatore quaresimale e commesse altre enormità; il predicatore era don Marino Lazzarini: penetrati gli Austriaci per la porta dalla canonica, fecero inginocchiare i preti che incontravano; quindi gridando: _Pei preti niente perdono!_ ne trassero cinque in arresto: altri soldati frattanto, saliti nell'abitazione del Lazzarini, lo stesero al suolo con una fucilata, e poscia, non contenti di quanto avevano fatto, inveirono su quel misero corpo colle punte delle bajonette. Il maggiore de' croati che si trovò presente alla narrazione di quel luttuoso fatto, ne rimase commosso. Invitati poi gli estranei alla Municipalità ed al Consiglio di Guerra a ritirarsi, il Maggiore si ritirò pure.
Calorosa fu la discussione fra i membri del Consiglio di Guerra e Casati; talchè prevalendo le ragioni del Consiglio, il quale aveva per sè le simpatie e la fiducia di tutta la popolazione, dopo un quarto d'ora di discussione Casati fece rientrare il parlamentario di Radetzky e gli parlò nel seguente modo: _Signore, non abbiamo potuto metterci d'accordo. Vogliate dunque rappresentare a sua Eccellenza, da una parte i sentimenti della municipalità, e dall'altra quelli dei combattenti, affinchè possa prendere in conseguenza le sue risoluzioni._ Grave fu l'impressione prodotta da quelle parole sugli astanti, ben comprendendosi che Casati in tal modo pareva separare la sua causa da quella della città. «Tale dichiarazione, nota uno storico, con la quale Casati separava la sua causa personale da quella dei sollevati, avrebbe posta in pericolo la sua vita, se Cattaneo non l'avesse fatta ignorare al popolo[17]».
Il maggiore fu allora congedato, ed aspettò in corte che gli si bendassero gli occhi per esser ricondotto fuori delle fortificazioni cittadine; ma non gli si volle porre alcuna benda. Visibilmente commosso dal modo con cui era stato trattato, il maggiore, stringendo la mano ad uno dei cittadini che lo aveva accompagnato, sclamò col suo straniero accento: _Addio, brava e valorosa gente!_
Altri tentativi d'armistizio vennero fatti anche al Genio, al Comando militare ed al Ponte Vetro; ma non approdarono ad alcuna conclusione, inquantochè il popolo pretendeva che i soldati deponessero le armi.
Il 20 fu giornata di combattimenti; e noi li riepilogheremo in brevi cenni.
A porta Romana alcuni Croati, che si trovavano nella polveriera di S. Apollinare, essendo stati posti in fuga da un drappello di cittadini, riuscirono sul far della notte a fuggirsi nelle ortaglie di Quadronno. Ma inseguiti pur là, il popolo arrestossi alla casa di un ortolano, dalla quale uscivano grida strazianti e invocazioni di pietà: entrativi i cittadini, vi arrestarono cinque Croati, e vi rinvennero orribilmente mutilati una donna e tre suoi adolescenti figli.
A porta Tosa il numero dei combattenti aumentò, e vi compirono atti di grande valore e gravi sacrifizii; rimanendo intrepidi in faccia all'artiglieria che continuamente vomitava palle enormi e mitraglia, stringendo il nemico da tutti i lati, facendo avanzare le barricate mobili. Fuori della porta i contadini fecero altrettanto, tagliando le strade e molestando la truppa. Si combatteva nell'interno lungo il corso, pel borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade circostanti al Conservatorio. I Croati e la cavalleria percorrevano e facevano fuoco dai bastioni, stretti anche là da vivo fuoco di fucileria degli insorti. Due volte il nemico cercò di rinforzare la porta con due altri cannoni che tentava condurre da porta Orientale, ma due volte fu respinto dal continuato fuoco del valoroso cittadino Vernay. L'ingegnere Cardani col conte Archinto figlio, coi fratelli Modorati e con altri perseguitò e danneggiò fortemente la truppa. Finalmente Vernay secondato da una mano di intrepidi popolani tentò l'assalto alla porta Tosa.
A porta Nuova si aumentarono le fortificazioni rivoluzionarie; specialmente in capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, ove alle ore 8 ant. fu costrutta una barricata per impedir la ritirata alla guardia del Genio e precludere al presidio del Comando militare ogni via di soccorrerla. In seguito i tiratori milanesi, fra le acclamazioni dei cittadini che dalle finestre eccitavanli a combattere, avanzaronsi intrepidi verso il palazzo del comando militare, presidiato da una compagnia di granatieri ungheresi e da un'altra del reggimento Reisinger; e, continuando un vivo fuoco, tentarono l'assalto del palazzo.
L'intrepidezza, l'audacia, la fermezza spesso atterriscon più che il numero: questo fu l'effetto morale prodotto sul presidio del Comando militare, il quale tentò con perfida arte trarre i giovani guerrieri in agguato. Sulla porta del palazzo militare comparve un ufficiale con bandiera bianca, chiedendo pace; ma essendosi uno degli insorgenti presentato a parlamentare, conobbe tosto l'insidia ordita, e gridò al _tradimento_. E quel grido diffondendosi pella contrada, echeggiando per cento labbra, pose gl'insorgenti in guardia. Nè si sbagliaron essi, poichè ben tosto sbucava truppa dalla contrada dei Fiori, aprendo vivo fuoco di fucileria; ma senza frutto.--Nello stesso dì, verso le ore 3.30, un drappello di soldati sfondò le porte dell'antica osteria di Brera, situata sull'angolo che quella contrada fa con quella del Monte di Pietà, ed entrativi, misero tutto a sacco e ruina sotto il comando del proprio colonnello.
A porta Comasina (ora porta Garibaldi) un maggiore degli ungheresi tentò sorprendere la buona fede del popolo colla solita menzogna di sospensione d'armi, ed agitando in aria un fazzoletto bianco nel mentre si avanzava al Ponte Vetro, assicurò aver ordinato anche altrove a' suoi di sospendere il fuoco, e propose di recarsi alcuno con lui in Castello per un accomodamento. Il sacerdote don Pietro Mauri, della parrochia di S. Tommaso, si presentò al maggiore e si offerse a parlamentario di pace; ma più non ritornando, si arrestò una guardia di polizia e si notiziò la truppa che la si sarebbe scannata se non ritornava il prete; e la minaccia valse, giacchè poco dopo ricomparve don Pietro Mauro, dichiarando ch'erasi ordito tradimento. Tradimento che si tradusse ben presto in atto con un ben nudrito fuoco di moschetteria da parte della truppa e con frequenti colpi lanciati di spingarda.
Atroce fatto, narra Tettoni, successe nella casa di certo signor Torelli, verso S. Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci sforzarono la porta, ed, entrati, uccisero il cuoco ed altre tre persone dopo averle martirizzate in ogni modo; poi, arrostiti vivi due bambini e cacciata nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la bajonetta, diedero fuoco alla casa, ritirandosi quindi nel palazzo del Generale Comando[18]. Non facciamo commenti: riproduciamo la notizia e basta!
A S. Bernardino alle Monache (ora via Lanzone) la caserma omonima che acquartierava le guardie di polizia cedette al valor degli insorgenti, i quali, esposti ad un grandinar continuo delle palle nemiche, riuscirono a dar fuoco alla porta del quartiere. Le guardie però che ritrovavansi al Circondario di polizia di S. Simone, vedendosi a mal partito, spiegarono bandiera bianca e, simulando di fraternizzar col popolo, scaricaron poscia i loro fucili verso il popolo ingannato.
Il cannone non cessava mai di tuonare dal dazio di porta Ticinese tanto verso il ponte, come dal bastione verso Viarenna. Però le palle non arrivavano sino all'ortaglia delle monache; fu per ciò che il lattivendolo G. Meschia con pochi suoi compagni potettero appostarsi nella contrada delle Vetere; dalla quale con carabine di precisione fulminarono i cannonieri che stavano al dazio; e furon sì aggiustati i colpi, che non uno andò fallito, in modo che mano mano che gli artiglieri avvicinavansi al cannone per darvi fuoco, essi cadevano colpiti dai tiri di quegli animosi.
Altri soldati penetrarono nel borgo di Viarenna (oggidì Via Arena) e di là nella stretta Calusca, ove abbandonarono al saccheggio quelle case e vi commisero ogni sorta di orrori. Là vi trucidarono pure tre cittadini che furono: Giuseppe Gambaroni, d'anni 58 circa, venditor di rotelle di corteccia, (in milanese _robioeul_); Antonio Piotti, d'anni 28, fabbro ferrajo; e Giuseppe Belloni, cuojajo; i quali, tratti in una vicina ortaglia, dopo averli straziati in ogni modo, moribondi li copersero di paglia a cui appiccaron fuoco; semivivi abbruciandoli, e respingendo nelle fiamme chi tentava sottrarvisi.
Nella caserma di S. Eustorgio si trovò una panca su cui eravi sangue raggrumato, e sotto la panca vi si osservò un paja di scarpe civili. Ciò tutto induceva a ritenere l'esistenza di un assassinio.
Nel vicolo del Sambuco vi si rappresentarono nuove scene di orrore. I soldati che passavano sul vicino bastione si vedevano ridotti a bersaglio di un fuciliere nascosto in una casa esistente nel vicolo del Sambuco; e i colpi non erravano in quell'umano bersaglio, ma tutti miravano giusto! I soldati allora precipitaron dal bastione nella casa ove ritenevano partire i colpi, e, penetrati nell'osteria della Palazzetta, vi pretesero da mangiare e da bere, vi ferirono l'oste e sua moglie; quindi gli abbruciarono.
In tutta la giornata però non vacillò il coraggio de' cittadini, ma nelle prove s'assodò, si rinforzò, dilatossi. Siccome però il popolo doveva invadere pubblici edificii per scacciarne il nemico; e doveva poi anche custodire le proprietà devolute alla patria, così venne pubblicato il seguente proclama
CITTADINI
Si pregano istantemente tutte le Guardie Civiche di prendere sotto la loro immediata protezione tutti i pubblici stabilimenti e tutti gli oggetti che vi si tengono, e sopratutto le carte che possono essere preziose per le famiglie.
D'ora in poi tutte le cose che erano del Governo son nostre. Dunque conserviamole.
ORDINE E CONCORDIA.
Nel chiudere la storia di questo giorno non possiamo sottacere che durante la giornata la Congregazione aveva cominciato a presentarsi sotto forma di Governo Provvisorio, Uno de' suoi proclami fu il seguente:
CITTADINI
Uomini coraggiosi hanno superate le mura della città e ci hanno recate notizie delle campagne, e lettere scritte alle porte. Pavia è insorta e chiuse il nemico nel castello. Anche a Bergamo il presidio si è arreso col generale, figlio dell'ex-Vicerè. Evviva ai nostri fratelli di Pavia e di Bergamo! Tutte le popolazioni sulle vie di Gallarate e Busto Arsizio a Milano si sono levate in armi e hanno disarmate le truppe, presi sei pezzi di cannone, impedito che il ponte di Boffalora fosse tagliato. Evviva ai nostri fratelli di contado! Abbracciamoci tutti in un amplesso! Ringraziamo Dio. Gridiamo:
Viva l'Italia--Viva Pio IX.
_Il Governo Provvisorio_
CASATI--GIULINI--GREPPI--BERETTA
In quel giorno si pensò poi anche ad organizzare i varii Comitati che dovessero coadjuvare l'opera del Governo provvisorio; essi furono i seguenti.
1. Comitato di difesa e di guerra; 2. Comitato di pubblica sicurezza; 3. Comitato di finanza; 4. Comitato di sanità; 5. Comitato di sussistenza.
Nella casa del conte Carlo Taverna in contrada de' Bigli stabilirono loro sede il Governo Provvisorio e il Comitato della Pubblica sicurezza, e vi si custodirono alcuni personaggi ed ufficiali prigionieri. Nella casa di Carlo Vidiserti fu collocato il Comitato di pubblico armamento e di guerra.
IL 21 MARZO
Alle 5 ore del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava che le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata.
Alla mattina le truppe cominciarono le fucilate e le cannonate dai bastioni della città: le barricate erano state da parte del popolo spinte molto avanti nella precedente notte.
L'alba era nuvolosa, e piovigginava: le campane della città continuavano a suonare a stormo:--i gridi di rabbia da parte dei Tedeschi e quelli di gioja da parte degli insorgenti echeggiavano dovunque:--a porta Tosa si lavorò indefessamente dalle 7 alle 10 a rinforzare le barricate e vi si collocarono i più audaci combattenti, mentre i più esperti fucilieri vennero disposti sulle diverse case dei dintorni e pegli orti onde potessero meglio molestare il nemico su tutti i punti, uccidere gli artiglieri allorchè s'avvicinavano al cannone per apprendervi fuoco, dando campo in tal modo agli altri popolani d'avvicinarsi per di dentro e per di fuori alla porta Tosa.
Nella città frattanto provvedevasi dal popolo ingegnoso ed entusiasta a far fronte in mille modi alle grandi forze del nemico. Si costrussero cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo numero di colpi; s'aumentò la fabbricazione della polvere e del cotone fulminante e la fusione delle palle; si pose in ogni opera un'attività immensa, un entusiamo indicibile.
I consoli residenti in Milano, che si erano interposti sin dal principio del combattimento per comporre le quistioni fra le due parti ed evitare un bombardamento, eransi rivolti alla Municipalità onde communicarle la lettera di Radetzky, chiedendo da essa una risposta in proposito.
Ora, lasciò scritto Cattaneo, mentre dopo il mezzodì del quarto giorno stavamo concertando con Borgazzi per l'assalto al bastione, la Municipalità ci invitò a convenir seco lei intorno alla risposta da darsi ai Consoli che sarebbero venuti a riceverla verso le ore tre.