Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848
Part 4
Molta truppa s'incamminava alla volta del Broletto. Un battaglione di Boemi, capitanato dal maggior Lillia, e altre truppe procedevano dal ponte Vetero per la contrada del Broletto; ma giunti i soldati alla chiesa di S. Tomaso, una grandine di tegole, di sassi e di schioppettate li obbligò a ritirarsi, lasciando sul terreno parecchi de' loro.
Altra vittima di quel fatto fu Antonio Boselli, ch'era accorso alla difesa del palazzo civico. In mezzo al trambusto di quegli istanti che precedettero l'assalto dei croati, fu udito gridare: _Alle finestre! Alle finestre!_ Fu quindi osservato affacciarsi egli ad una finestra, mettervi fuori la canna di un fucile, aggiustarne la direzione sul nemico ed esploderlo; ed, esploso, ricaricarlo e per più volte esploderlo sui soldati. Ansioso di combatterli più da vicino, abbandonò la finestra e scese in strada: vi uscì coraggioso coll'arme in pugno, nè lasciò raffreddarsi la canna del fucile; ma non per molto, che un croato gli fu sopra e lo ferì d'un colpo di bajonetta presso all'inguine. Ferito, cercò riparo dietro una barricata; ma poco dopo due colpi di moschetto lo colpirono e lo ferirono nuovamente. Ferito com'era, tentò trascinarsi sino alla sua abitazione, situata nella contrada de' Clerici, e riuscì a condurvisi. Addolorò sino alla mattina di lunedì e spirò confortato dalla moglie e da due sue bambine.
Al Broletto si conobbe allora esser venuto il momento di una resistenza disperata:--e tutti furon pronti a sostenerla.
Riteniamo molto proficuo di dare la descrizione della difesa e dell'assalto del Broletto colle parole stesse di uno che vi si trovava dentro; il bravo medico Luca Cozzi.
«Deliberata la resistenza, senza che il municipio più se ne ingerisse, si attese prestamente a preparare la pugna. Chiuse le porte, ammucchiati davanti ad esse i sacchi delle granaglie che, come in luogo di mercato, ivi si trovavano; barricate le porte stesse, per maggior sicurezza, e chiuso anche lo sportello. Un colpo di cannone del Castello rispondeva a tali procedimenti; ed a quel colpo tutti intrepidamente si fecero innanzi, pronti a sostenere l'assalto.
«Non più che 50 erano i fucili; e molti, che pure avrebbero bene adoperate l'armi, ne erano privi. Più scarse ancora erano le munizioni; avevamo poca polvere, e le poche cartucce trovate nel corpo di guardia dei pompieri. Questi, in piccol numero rimasti in Broletto, ajutarono alla difesa; e principalmente guidarono sui tetti quelli che avevano a gettar le tegole. Le finestre del Broletto, che guardavano verso strada, furono accomodate a feritoje, tranne quelle della famiglia del delegato. Di questa guisa e con tali provvedimenti, si potè combattere per ben due ore. L'inimico non tardò a venire all'assalto.
«Irrompevano gli Austriaci da ogni lato. Il Broletto era investito dalle contrade, bersagliato dai soldati che s'erano impadroniti dei tetti delle case vicine. I colpi di cannone spesseggiavano dalla contrada di S. Marcellino e dall'angolo del Rovello. Alcuni pontonieri mandati innanzi ad atterrare le porte, cadevano percossi dalle tegole. Poco frutto invero faceva anche il cannone; i colpi arrivavano obbliqui. Ma indi a poco, occupate tutte le contrade vicine, il nemico piantava di contro alla porta i due cannoni. Ma l'angustia della via non gli consentiva di adoperarli così da presso. Continuava colla moschetteria, e intanto sfondava due botteghe che erano dirimpetto alla porta, e vi faceva entrare a coperto i due cannoni. Procacciato a questo modo anche maggiore spazio ai cannonieri, dava opera a colpire la porta. Pareva che l'edificio ruinasse dalle fondamenta. La porta cedette a quella furia; una breccia fu aperta; l'inimico poteva agevolmente entrare.
«Il Broletto sonava intanto la sua campana a stormo; inutilmente! era impossibile al popolo, per quelle vie anguste, affollate di nemici, avvicinarsi al luogo del combattimento. Rispondeva il nostro fuoco dalle finestre, ma scarsi erano i tiri, le munizioni mancavano. Ci ajutavamo colle tegole, con ogni oggetto atto a percuotere. Con cinquanta fucili combattemmo, dalle ore 7 alle 9, contro a due o tre mila Austriaci. Nessun disordine avvenne durante la difesa. Tutti obbedivano quasi per istinto e senza bisogno d'indirizzo. A caso ivi si trovava il general Teodoro Lecchi, il quale rimase quasi inoperoso. A dir il vero, qualche consiglio per la difesa aveva dato in principio, ma visto il soverchiante numero degli assalitori, proponeva una capitolazione. Nessuno accettò. Come abbiamo detto, a nulla più servivano le armi, perchè finita la polvere. La resistenza tornava inutile; ma la capitolazione pareva troppa vergogna. Certi di veder entrare il nemico, pensammo a nascondere i fucili per non lasciarci cogliere coll'arma in mano. Alcuni non vollero aspettare gli Austriaci, e, mentre questi irrompevano dall'una banda, si calavano con corde dalle finestre nelle vicine case. Altri volevano con l'armi in mano farsi strada. Ercole Durini era fra questi. Tuttavia prevalse l'opinione dei più, quella cioè di restare immobili, poichè la difesa era impossibile, ma senza scendere a pratica d'accordo.
«Più tardi così avveniva a Roma; e fatta ragione della varia grandezza del caso, osserveremo che il popolo sente allo stesso modo la propria dignità. I pochi Milanesi chiusi in Broletto, come il fiore d'Italia in Roma, si rassegnarono a un fatto; ma non lo suggellarono con ignominiosi accordi.
«Entrava furiosamente la truppa ad occupare i cortili. Erano all'incirca 2000 fra boemi e croati; avevano modi feroci, scaricavano i fucili contro le finestre; menavano colpi all'aria; nelle sale guastavano gli arredi. Gli usci che trovavano chiusi, sfondavano colle scuri dei guastatori. Alcuni percotevano gli inermi; altri strappavano loro di dosso persino le vestimenta. Altri più feroci, andati sui tetti, e trovati quivi alcuni ragazzi, li precipitarono nella via. Il sangue cittadino si versava da una soldatesca ebra di furore, mentre nessuna resistenza più si opponeva. Noi, che assistemmo a quella scena spaventosa, non vi possiamo ripensare senza un fremito di dolore e d'ira; cacciati da stanza a stanza, i più de' nostri s'erano rifugiati nell'appartamento del regio delegato (Bellati); appartamento che venne pure invaso, e sfrenatamente saccheggiato. A raffrenare quelle turbe indisciplinate non valeva la presenza di un maggiore di croati Ottocani, uomo d'indole men bestiale degli altri, e che pure s'ingegnava d'acchetare i più furiosi. Nè meglio valeva la presenza dello stesso delegato, nè quello di sua moglie circondata dai figliuoletti, uno dei quali, ancora infante, le pendeva dal collo. Il maggiore da noi mentovato dichiarava tutti i raccolti nelle sale del delegato esser prigioni di guerra; dimandava l'immediata consegna delle armi; al qual uopo aveva condotti seco due carri per trasportarle. E non è a dirsi la sua meraviglia, allorchè vide co' suoi occhi tutte le armi raccolte non oltrepassare il numero di quaranta fucili.
«Alcuni dei nostri ripararono nella sala di consiglio, tramutata in infermeria. Io mi trovava in quel luogo, e come medico, con altro compagno, attendeva alla cura dei feriti. Questi erano in tutto otto o dieci tra i quali un caporale boemo. Ivi fummo pure raggiunti da altri che fuggivano il primo impeto dei soldati furiosi; udivamo farsi vicine sempre più le loro grida; c'intronavano l'orecchio i colpi furiosi che davano agli usci, i quali cedevano sfondati sotto le scuri. Irruivano finalmente i soldati nella sala, ma in luogo di trovare uomini armati, vedevano alcuni materassi accomodati alla meglio, sui quali agonizzavano i feriti. Il coadjutore di S. Tomaso, con la stola e l'olio santo, andava confortando qualche moribondo. Alle sue preghiere, mormorate tra il terrore d'una morte imminente anche per lui, si mescevano le bestemmie croate e boeme. Tuttavia quella vista valse per qualche istante e frenare l'impeto di que' truci, e a inspirar loro men fieri sensi: ma passato quel primo stupore, gli officiali salirono in nuovo furore, esclamando: «Come? anche ambulanza? dunque tutto qua preparato!» E stavano per inveire con noi, che medicavamo i feriti. Per buona ventura, il caporale ferito potè mitigare la stolta ira di quegli officiali, dicendo come fosse stato umanamente accolto. Dichiarati prigionieri di guerra, ci udimmo annunciar prossima la nostra partenza dal Broletto al Castello. Otto guardie rimasero alla porta della sala per custodirci.
«Intanto s'avanzava la notte; durante la quale, avemmo la visita d'un officiale d'artiglieria. Notava i nostri nomi, la nostra condizione e il nostro domicilio. Quell'ufficiale usò verso di noi modi scortesi e minaccevoli. Indi a poco, altra visita ci veniva d'un commissario di polizia, il quale ripeteva le stesse interrogazioni. Ma ciò che maggiormente ci dava fastidio erano le crudeli villanie dei soldati di guardia, i quali non rispettavano i sani nè i moribondi. Uno dei nostri stava spirando, e nella stretta della morte mandava qualche gemito. Incredibile a dirsi! il rantolo d'un morente era colpa avanti a quei soldati ubbriachi che lo ferirono di bajonetta.
«Come medico, fui richiesto quali fossero i feriti in condizione di essere trasportati all'ospitale. Accennai i meno gravi, cercando di porre in mezzo ad essi anche alcuni di quelli che, giunti in Castello, avrebbero corso pericolo di essere immediatamente moschettati. Intorno a un moribondo rimasi io col prete, non più liberi degli altri, ma solo per compiere il supremo dei doveri. Nè potrò obliar mai la scena dolorosa di cui dovetti essere attore. Coloro che venivano trasportati in Castello, fra i quali erano amici miei o conoscenti, credendomi lasciato libero, mi caricavano di messaggi per le famiglie loro. Erano figli, padri, fratelli, che, ignari del destino che li aspettava in Castello, pregavano andassi a confortare i parenti, a ragguagliarli del loro caso. Era un testamento quasi che affidavano alla mia memoria; nè sapevano che io pure aveva a correre più tardi lo stesso periglio.
«I prigionieri furono condotti in Castello in due stuoli. Primi ad avviarsi furono quelli che eransi côlti nelle sale del delegato e nei cortili: erano da centoventi; furono fatti discendere verso mezzanotte, ed ordinati in fila, a due a due, uscirono, preceduti e seguiti da cannoni e da una triplice siepe di soldati. Dipoi si facevano uscire allo stesso modo quelli côlti nell'infermeria: quaranta circa. Tennero nell'andare in Castello le vie S. Nazaro Pietrasanta, Rovello e Cusani. Durante il tragitto ebbero a patire offese d'ogni maniera; si mandavano innanzi a furia di percosse; si manacciava loro la fucilazione, la forca. I croati, storpiando la nostra favella, andavano gridando: «Subito piccara.» I feriti che mal potevano camminare, quelli che pel selciato smosso o per l'ingombro delle tegole inciampavano, erano mandati innanzi a calciate di fucili, o a pugni sul volto. Ed era tanto quel pazzo furore, che quei soldati i quali, per la lontananza, non giungevano a percuotere i prigionieri, lanciavano loro addosso frammenti di tegole e manate di fango. I più lontani urtavano i compagni, perchè l'urto andasse a cadere sui prigionieri. Insomma la via dal Broletto al Castello fu un cumulo di strazii e vituperii; una nuova via di passione.
«Uscita la maggior parte dei prigionieri, il Broletto venne occupato militarmente. Si appostarono soldati alle porte, alle finestre, nei corridoi, perfino sui tetti. Nei cortili, nelle sale municipali, i soldati si posero a bivacco. Non è a dirsi qual mostra facessero di sè quei ceffi bruni, lordi di sangue, ebri di vino e di furore: guastavano, rompevano armadii e suppellettili, e ciò che non poteva portarsi via si gettava nel fuoco. Bestemmie e vituperii accompagnavano quella scena. L'infermeria era assiduamente vigilata. Il prete era quello che più aveva a patire per i mali trattamenti dei soldati. Per essi egli rappresentava Pio IX; nè valeva che egli si gettasse ai piedi di quei soldati bestiali, onde ammansarli. Nè i feriti erano trattati meglio; le sentinelle li frugavano per ogni canto: li derubavano di quanto ancora veniva loro alle mani. Ma la maggior briga era per le armi nascoste. Alcuni dei nostri, prima d'andare al Castello, avevano celato tra i materassi qualche pistola; e allorchè i soldati le trovavano, vomitavano minaccie di morte contro il prete o il medico. Gli stessi ferri della mia professione non poterono andar salvi dalla rapina. Senza dar retta alle loro minaccie, ancorchè privo de' miei ferri, badava al mio dovere. Vennero poi alcuni officiali a visitare i prigionieri rimasti, e quasi per derisione vantavano umanità. Ma di qual sorte la si fosse, io lo vidi cogli occhi miei nelle camere del delegato.
«Erano tramutate in caserma. Senza badare a sua moglie, ad un vecchio fratello, ai figli, tutti ancora bambini, gli officiali se ne stavano sdrajati sui letti nelle guise più sconcie, senza darsi pensiero alcuno della presenza d'una famiglia. In mezzo allo spavento delle donne, ai sospiri dei moribondi, al rumore delle moschettate, qualche officiale si mise perfino a suonare il cembalo quasi a scherno.
«Dal Broletto uscivano spesso compagnie di soldati per fare provvigioni; giravano nelle vicinanze a disfar barricate e tenere aperta una communicazione col Castello. Il Broletto era divenuto il quartier generale che doveva tenere la città.
«Era la domenica; ignoravamo ciò che seguisse nelle altre parti della città: pioveva a dirotto, ma in mezzo al tempestar del cielo udivasi l'incessante spesseggiar della moschetteria e più lontano il cannone. Il popolo combatteva dunque ancora. Udimmo il suono delle campane di S. Nazaro Pietrasanta e di S. Tomaso, vicinissime. L'insurrezione fremea dunque ben presso ai nostri nemici. Erano spesso portati in Broletto nuovi feriti austriaci. Le fucilate del popolo penetrarono persino nelle nostre sale.
«I soldati, impauriti, erano tutti alle finestre per rispondere al fuoco. Il Broletto era accerchiato da tutte le bande. Le communicazioni, rotte col resto della città, rimanevano aperte solo dal lato del Castello, e anche queste erano minacciate di chiudersi tra le spire delle crescenti barricate. Tennero consiglio, e decisero di riparare in Castello, trascinando seco anche i pochi prigionieri rimasti. Sonava l'ora della partenza: ora trista per noi, perchè non ci lasciava vedere la vittoria del popolo, ed anzi ci metteva in balia della vendetta tedesca. Era verso le sei del mattino del lunedì (terzo giorno). Ci raccolsero tutti in una cucina al terreno, ed ivi, mentendo come al solito, annunciavano che, per occupare essi tutto il palazzo, dovevano condurci cogli altri in Castello!
«Uscimmo preceduti dai cannoni, in mezzo alle file dei soldati, ora dimessi e paurosi. Io mi trovava con un altro medico e il prete, al quale non valsero, per esimerlo da quello strazio, le convulsioni che lo avevano assalito. Io portava meco una bambina di tre anni, che la moglie del delegato, piangendo, mi poneva tra le braccia. Mi seguiva il cognato della signora, vecchio, mal fermo. Passavamo per S. Nazaro, il Rovello e Contrada Cusani.
«Regnava all'intorno un silenzio di morte, rotto soltanto da colpi di fucile e da continua pioggia di tegole e di sassi che i cittadini facevano cadere sopra i soldati, e quindi anche sovra di noi, perchè il bujo non permetteva loro di raffigurarci. La moglie del delegato cadde sfinita a terra. I soldati la fecero rialzare a calciate. Così eravamo tra due pericoli; i colpi dei nostri fratelli, che credevano ferire soltanto i nemici, e quelli dei Tedeschi, che vendicavano sugli inermi le offese degli armati.
«Tuttavia, a consolarci, vedemmo, durante il tragitto, starsi minacciose le barricate nella contrada dell'Orso e de' Cavenaghi. Anche il Castello alla sua volta veniva accerchiato dal popolo. Giunti nella piazza, vedemmo alla porta del Castello dodici e più cannoni, puntati a semicircolo, e li artiglieri colle micce accese.
«Così entrammo prigionieri, con l'unico conforto di aver veduto il popolo occupare di nuovo il suo palazzo; e il pallore e lo sgomento sulle fronti delli austriaci fuggitivi. Io ignorava quale sarebbe stata la mia sorte; ma portava intera fede in quella della mia città. La fuga degli austriaci attestava la vittoria del popolo.»
Alla sera del 18 marzo fu fatto circolare il seguente bando:
«CITTADINI!
«Le prime prove d'oggi dimostrano che in voi è ancora il valore de' Padri vostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppure la notte vi stanchi e v'inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di voi. Difendete le barricate; armatevi, e vittoria e libertà sono con voi.
«ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!»
E il popolo milanese non si fece replicare l'avviso: nessuno defezionò al proprio posto: cittadini d'ogni condizione, d'ogni età, d'ogni sesso,--le donne persino,--vegliarono alle barricate, altri presidiarono i tetti, pieni d'entusiasmo, di ardimento, di gioja. Il breve riposo, che si alternavano gli uni cogli altri, si prendeva al posto del combattente:--alla barricata,--sui tetti:--la refezione si faceva agli stessi posti:--le donne confezionavan le vivande e arditamente le trasportavano al posto di guardia.
Pericolosa era oltremodo la sicurezza del popolo milanese, il quale non contava in totale in quella notte del 18 al 19 marzo che trecento a quattrocento fucili, la maggior parte o tolti ai Tedeschi o da caccia; e pochi anch'essi, poichè molti cittadini, temendo venisse pubblicato ordine di consegnarli all'autorità, avevanli spediti in campagna.
Ma quello che più rendeva pericoloso il successo della rivoluzione si era il pericolo in cui versava il suo quartier generale pella posizione in cui si trovava; cioè in casa Vidiserti nella contrada del Monte Napoleone.
A scongiurare questo pericolo, Carlo Cattaneo sollecitava gli amici durante quella notte a trasferire in luogo più sicuro il quartier generale; per la ragione che quel luogo, essendo posto in mezzo a due strade, correva pericolo d'essere facilmente assalito e facilmente preso insieme a tutti quelli che vi si trovavano.
Gli amici di Cattaneo, che vegliavano avanti la casa Vidiserti, rispondevano che avrebbero combattuto sino all'ultimo istante e avrebbero ceduta a caro prezzo la vita. Ed essi eran uomini capaci di compiere quanto promettevano; ma ciò poteva loro ascriversi a colpa, per la ragione che l'ardimento irriflessivo può compromettere una rivoluzione; talchè la loro audacia assumeva un carattere delittuoso come quella del soldato che, comandato di una mossa, non obbedisce per lanciarsi contro il nemico ad incontrarvi morte, e compromette così coll'imprudente condotta l'esito di una fazione campale. Cattaneo insisteva nelle sue idee, e cercava dimostrare che il loro dovere di cittadini e di patrioti non era quello di sacrificare insanamente la vita, ma di procurare con tutti i mezzi possibili che la vittoria rimanesse agli insorti.
Tutta la notte si discusse, e soltanto presso al mattino il consiglio di Cattaneo prevalse.
Cernuschi si adoperò allora al trasferimento del quartier generale in casa Taverna, situata nella contrada de' Bigli; la qual via si presentava più adatta a difesa perchè stretta, tortuosa, più facile a barrare in qualunque punto, e col giardino confinante con altri, pel quale era più facile operare una ritirata in caso di bisogno, e trasferire altrove il quartier generale prima che fosse accerchiato.
Cernuschi provvide allora a preparare nella nuova sede tutti i mezzi che si presentavano pella difesa e pell'offesa, nonchè pella ritirata; pella quale ultima si procurò la chiave di un cancello che si apriva dietro ai giardini, e che corrispondeva colla contrada del Morone, di faccia alla casa di Alessandro Manzoni. Quindi fece traforare il recinto del giardino Belgioioso.
Trasferito così in casa Taverna il quartier generale, Cernuschi provvide alla sorveglianza esterna onde non venir sorpresi. Pose sentinelle sui muri dei giardini, e provvide alle necessarie barricate.
O' Donell, tradotto m casa Taverna, tentò i propositi audaci de' combattenti col proporre mediazioni di pace, ostentando il paterno affetto dell'imperatore:--i cittadini non lasciaronsi però lusingare dalle seducenti promesse;--francamente le respinsero,--ognuno gridando: «_No! No! la rivoluzione incominciata dover proseguire qualunque fosse per riuscirne l'esito: essere pronti i Milanesi ad incontrare tutti la morte, a ceder non mai alle lusinghe di un governo che per trent'anni aveali oppressi, scherniti, ingannati: confidare in lor santa causa, nel lor coraggio e nella protezione de' popoli amici, i quali sarebbero accorsi in lor ajuto._»
Alla Direzione di Polizia intanto si provvedeva ai possibili casi di una vittoria, che si prevedeva, da parte degli insorti. Era costume della polizia austriaca di provvedere alla sicurezza degli impiegati più devoti ad essa ed a compromettere con artificii satanici gl'impiegati di cui diffidava ed anche i cittadini più influenti. A ciò conseguire, Torresani ordinò che s'abbruciassero tutte le carte che rivelassero i fatti della polizia, e quelle che potessero compromettere i suoi più fidati funzionarii, facendo nello stesso tempo stendere note false di delatori coi nomi di cittadini influenti, commisti ai nomi de' funzionarii che non godevano ancora la sua fiducia: con tale confusione di nomi di impiegati a cui si notavano fatti falsi, ma odiosi verso la popolazione, con nomi di cittadini ritenuti nella società per patrioti, egli sperava giungere allo intento di toglier fede a' proprii impiegati se passavano nelle file degli insorgenti, e di screditare cittadini onesti e liberali che avrebbero potuto influire potentemente nella insurrezione.
In tal modo otteneva un altro intento; quello di gittare la diffidenza, che dissolve, nelle file de' rivoluzionarii. Questo fatto che ci viene attestato dagli storici contemporanei e dallo stesso Cattaneo nel suo Archivio triennale delle cose d'Italia, pur si riprodusse nel 1859, coprendosi di obblio le opere inique di vecchi impiegati di polizia, i quali, essendo state bruciate le carte che li riguardavano, potevano simulare con sfacciata impudenza d'esser stati liberali; comechè l'Austria promovesse facilmente a stipendio in polizia uomini che fossero liberali! Col lasciar false note invece di onesti cittadini, tentava snervar la forza del partito liberale. Il fuoco però che Torresani appiccò alle carte compromettenti, poco mancò che col suo fumo non soffocasse i poveri carcerati della polizia, i quali a squarciagola gridavano che si aprissero le finestre.
Torresani aveva poi impartito ordini iniqui che tristamente lo caratterizzavano; fra i quali vi fu quello dato al cavalier Paladini, direttore della Casa di correzione, di scarcerare i 460 detenuti che vi si trovavano e di armarli al meglio qualora si verificasse il caso di tumulti popolari; ritenendo anche con tal fatto di discreditare la rivoluzione per la natura de' suoi elementi, renderla diffidente e sospettosa, ed obbligarla a distrarre le sue cure dal moto politico onde sorvegliare gli uomini iniqui che, confusi nel popolo, non poteva conoscere; convinto Torresani infine che que' condannati approfittando della libertà, delle armi che tenevano, dello appoggio che loro accordava la polizia, dell'ignoranza che ognuno aveva intorno al loro vero essere, si sarebbero abbandonati agli assassinii, alle depredazioni, agli incendii e ad ogni altro delitto.
Ma il disegno di Torresani mancò di esecuzione in causa di rifiuto da parte del cavalier Paladini di prestarsi all'iniqua determinazione.
Erasi intanto diffuso fra i difensori delle barricate un canto di guerra di Luigi Carrer, e che noi riproduciamo come documento storico.
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