Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848
Part 3
Terribile fu la lotta:--le scariche dei fucili s'alternavano rapidamente al grandinar delle tegole:--la polvere prodotta dalle materie gettate dall'alto, il fumo che s'elevava dalla strada per l'esplosione dell'armi da fuoco; il rombo delle materie cadenti, e il fischio delle palle che s'incrociavano nel fulminar la casa, le grida furiose dell'una e dell'altra parte, produceva un concento diabolico, e presentava un quadro spaventoso, cui è sol capace di ridurre in atto l'odio feroce degli uomini che si scannano o si schiacciano vicendevolmente e senza pietà:--e che si scannano spesso perchè, ragionevoli come pretendon essere, più irragionevoli si dimostran de' bruti col trucidarsi a vicenda con furore insano e per causa il più spesso che non li riguarda davvicino; qual era in fatta la lotta impegnatasi tra Milanesi e soldati, nella quale le parti più non si capivano, non comprendendo alcuno che, pugnandosi per la libertà e la indipendenza da forastiero governo, i soldati inferocivano per causa non propria nella lotta, anzi in causa di chi li teneva aggiogati sotto ferrea disciplina;--e i cittadini da lor parte non comprendevano nel furor della lotta che que' soldati ch'erano contro a loro non eran altro che giovani strappati colla violenza dal seno di lor famiglie per tramutarli col più fiero dispotismo d'inumana disciplina in altrettanti strumenti de' capricci di un uomo.
E la lotta fu accanita da entrambi le parti, e durò molto. Il generale stesso fu colpito da un vaso di terra sulla testa, e fu così malconcio dalla ferita da dover esser trasportato da quattro soldati in Piazza Mercanti.
De' militari non si conobbero i dettagli sulle perdite e sui danni, poichè si ebbe cura di trasportare i feriti in Castello.
Il vicinato, atterrito da quella lotta, molto si lagnò coll'albergatore pell'imprudente attacco che poneva in pericolo tutti gl'inquilini delle circostanti case; ma la lotta terminata poco prima delle quattro ore colla vittoria cittadina rianimò anche i pusillanimi, rinfrancò i dubbiosi, assicurò i protestanti contro il Beretta. La folla che aveva tentato di impossessarsi delle armi dell'armajuolo Sassi, e che si era ritratta all'apparir della truppa, essa fuggente riacquistò animo e ritornò all'impresa contro la bottega del Sassi; questa volta con miglior fortuna; poichè, riuscita ad atterrarne la porta, essa vi penetrò, requisì tutte le armi e le distribuì secondo il bisogno.
Dalla parte del Genio militare, ch'era situato nella via del Monte di Pietà, e propriamente ove ora sorge il palazzo della Cassa di risparmio, due compagnie di linea avevano fatta una sortita ed eransi dirette pella contrada del Monte Napoleone. La via era deserta, cupa, chiuse le botteghe e le griglie; allorchè, giunta quasi alla casa Melzi, un colpo di fucile partito da una finestra stese cadavere un soldato e un altro lo ferì. Il mistero che circondava le fucilate del popolo, non vedendosi da dove partissero, intimorì la truppa, paventando di cadere in qualche agguato se procedeva; talchè risolvette di retrocedere, come retrocedette infatti, seco trasportando il soldato ferito.
Alla ritirata della truppa temendo i cittadini non ritornasse essa alla riscossa con rinforzi, barricarono la via con quanto fu a lor dato. Dalla chiesa di S. Francesco da Paola levarono tutti gli attrezzi e le canne dell'organo che era in costruzione, adoperandoli per barricare il corso di Porta Nuova, appoggiando la barricata alla casa Merini. Lo sbocco del Monte Napoleone venne chiuso con un carro da botti e col carretto del vicino lattivendolo. Per assicurare que' paraggi, barricaron pure gli sbocchi della Croce Rossa e della corsia del Giardino. Dalla parte poi della contrada dell'Annunciata costrussero barriera colle tavole e colle travi che servivano alla fabbrica della casa D'Adda. Finalmente asserragliarono i portoni di Porta Nuova con una carrozza capovolta.
Verso le quattro ore uscì dalla Direzione di Polizia una pattuglia di 20 ussari a cavallo; ma un drappello di operai-tipografi, diretto da Luigi Camnasio, che sino dalla mattina era stato incaricato di sorvegliare la Direzione di polizia, salito sul tetto della casa esistente di contro a quella, perseguitò la pattuglia di cavalleria con sassi e con tegole che dall'alto lanciava nella sottoposta via. Due ussari essendo stati feriti, gli altri soldati scaricarono le armi da fuoco contro le finestre, e quindi spronarono i cavalli verso il teatro della Scala. In capo però alla contrada di S. Margherita, dal lato della piazza del teatro, trovarono chiusa la via dalla catena che a' quei tempi usavasi porre attraverso di sera onde impedire il passaggio delle carrozze per quel punto, e che in quel giorno era stata stesa dai cittadini onde servir di barriera contro la cavalleria. Tentò la pattuglia di superar l'ostacolo, ma altri cittadini, appostati nell'atrio del teatro, la bersagliarono coi fucili da caccia; talchè la pattuglia dovette retrocedere in disordine onde ripararsi nel locale della Direzione di polizia. Ma giunta ivi, trovovvi chiusa la porta; e, mentre dal tetto della casa prospiciente lanciavansi tegole, gli ussari inferociti dal pericolo si posero a percuoter la porta colle sciabole e ad urtarla con forza coi cavalli che vi spingevano indietreggiando. Gli sforzi, commisti alle bestemmie, non valsero a sfondare nè a farsi aprir la porta; anzi una scarica di fucili fatta dal locale di polizia rovesciò di sella un ussaro. Era una scarica fatta dai poliziotti che, temendo per sè nello aprire, vollero allontanare i proprii fratelli d'armi col ferirli. Ma gli ussari, circondati dai projettili lanciati d'ogni parte, raddoppiarono gli sforzi, sinchè riuscirono a sfondar finalmente la porta della polizia e ricovrarvisi.
Dal locale di polizia si aperse fuoco allora in ogni direzione: i soldati accortisi che una mano di cittadini stava dai tetti gettando sassi e tegole, salirono pur essi sui tetti del locale di polizia e diressero il fuoco a quei punti culminanti. Bersagliati dalle fucilate, dovettero i popolani ritirarsi da' quei tetti e scendere a combatter per le strade.
Nello stesso giorno e alla medesima ora veniva affisso ai muri della città e diffuso anche a mano il seguente bando:
«POPOLO DI MILANO!
«L'Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura. Le provincie aspettano da noi la parola d'ordine. Il destino d'Italia è nelle nostre mani; un giorno può decidere la sorte di un secolo.
«ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!»
Al dopo pranzo alcuni giovani avevano tentato di costruire barricate a Porta Ticinese; ma il loro eccitamento non era stato secondato, perchè, rotte com'erano le communicazioni coll'interno della città, nessuno voleva credere alla notizia dello scoppio della rivoluzione nelle altre parti di Milano. Le svariate, esagerate, contradditorie notizie che i novellieri cialtroni usano nei momenti di lotte cittadine inventare od esagerare per farsi credere conoscitori degli avvenimenti, avevano infiltrata quella diffidenza che scoraggia e paralizza i forti propositi.
La Congregazione municipale continuava intanto le sue sedute in Broletto, ove accorrevano in folla i cittadini ad inscriversi nella Guardia civica. Presiedeva a quest'operazione il generale Teodoro Lecchi e l'impiegato municipale Luigi Manzoni. Le inscrizioni procedevano più regolarmente ch'era possibile, ma al momento della distribuzione delle armi si diffuse la notizia che esse mancavano perchè Torresani non aveva voluto ottemperare agli ordini di O'Donell, ritenendo invalida ogni determinazione da lui emessa sotto la coazione della prigionia. E invero Torresani rifiutò recisamente la consegna dei fucili delle guardie di polizia. Non restavan quindi per armare il popolo che le poche armi prese nelle officine di Sassi e di Calabresi, state poi pagate dal Municipio, ma che non bastavan del certo alle esigenze del bisogno. Essendo stato nominato Bellati a reggere la nuova polizia, in seguito al decreto di O'Donell, col quale scioglieva la polizia antica, ogni trattativa non approdò a qualsiasi favorevole risultato.
Radetzky pure aveva dichiarato di ritenere come nullo ogni ordine di O'Donell, valutandolo come estorto dalla pressione esercitata nella sua cattività per parte dei rivoluzionarii. Anzi il maresciallo, convenendo pienamente nell'operato di Torresani, invece di armi spedì armati. Un forte drappello di granatieri fu da lui mandato al Broletto, ove giuntovi, entrò dalla parte di S. Nazaro Pietrasanta (ora via Giulini), irruppe per le scale che conducevano agli ufficii della Delegazione, arrestò quanti incontrò e fece per tradurli seco in Castello. Se non che i granatieri trovarono opposizione in una mano di giovani armati di fucili e di qualche vecchia alabarda. Scesi in corte i soldati, si trovarono da un drappello di altri popolani minacciati alle spalle; talchè, senza poter condurre gente arrestata con sè, studiaron modo di ordinatamente ritirarsi.
Appena partiti, il popolo conobbe il pericolo di venir di nuovo invaso quel luogo e ne chiuse le porte, lasciando aperto il solo sportello dalla parte di S. Nazaro.
Infatti Radetzky, indignato dalla forzata ritirata de' granatieri, pensò al modo di riprender più tardi quel luogo stesso.
Passando ad altro punto della città, abbiam veduto che O'Donell era stato condotto in ostaggio in casa Vidiserti al Monte Napoleone, dove pose sede il quartier generale dell'insurrezione. Si potrà censurare la disposizione delle due sedi, municipale e quartier generale rivoluzionario, così distanti l'una dall'altra: ciò non può essere obbietto di censura quando si conosca la ragione che obbligò a trovarsi così distanti quei due ufficii dirigenti della rivoluzione. Abbiamo noi ommesso di dire che allorquando il conte O'Donell veniva scortato come ostaggio in potere del popolo insorto, egli veniva diretto al palazzo municipale; ma, giunta la comitiva nella via del Monte, si scontrò con un centinajo di soldati che fece una scarica contro di essa. Il podestà col prigioniero rifugiossi allora nella casa Vidiserti, e fu per questo fortuito caso che l'autorità municipale, ricapito dei cittadini e quartier generale dei combattenti, si trovò in luogo così remoto dalla sua sede. Ed è per questo che Radetzky, ignorando tal fatto, e ritenendo O'Donell prigioniero in Broletto, diede tanta importanza all'occupazione militare del Broletto.
Terribile era intanto l'aspetto di Milano!... Barrate le strade, scoverti i tetti, un grandinar continuo di tegole dall'alto, uno scagliarsi violento di sassi dalle finestre, il sibilo delle palle della moschetteria, il rombo del cannone, le grida di gioja furente del popolo insorgente, gli urli e le bestemmie di una soldatesca inferocita nella lotta, un cupo cielo coperto di nubi, e che di quando in quando mandava acqua,--tutto ciò rendeva terribile l'aspetto della città ... Ma ciò che infondeva un cupo sentimento di malinconia era il monotono squillo delle trombe del popolo che cupamente echeggiava per l'aere già cupo:--erano desse le campane suonate a stormo! Era il suono terribile a' despoti, e che fece lor sempre rintronare all'orecchio che anche il popolo ha la sua forza; anch'esso i suoi colpi di Stato: talchè quando Carlo VIII, re di Francia, usufruttando delle italiane debolezze scese per l'Alpi e passò a Firenze, dove accolto come amico nel 1494 volle di poi dettar patti da conquistatore, Pier Capponi mentre il segretario del re leggeva il tenor degli oltraggiosi patti dell'assemblea dei cittadini stupiti ed angosciati, Pier Capponi sorse, strappò di mano al segretario la carta, la fece in pezzi, sclamando al re con fiero accento: _Ebbene! voi suonate le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane;_--e bastò la tremenda minaccia per fiaccare l'orgoglio del re e fargli mutare i patti.
E a Milano la voce di un popolo irato si fece udire negli squilli a stormo di sue campane: un popolano era salito sul campanile di S. Pietro Celestino, aveva afferrato il battaglio della maggior campana, e cominciò a martellare. Risposero tosto allo stormo la chiesa di S. Carlo e quella di S. Babila; e quindi, a brevi intervalli, quelle degli sgombri quartieri. E questo suono che sempre più si propagò e non cessò che col cessare delle offese nemiche, mentr'esso infondeva terrore nel nemico, nello stesso tempo incorava gl'insorgenti, dando certezza ai lontani che quella chiesa, quel rione erano sgombri.
Sull'Angelo di S. Paolo quindici giovani armati di fucili da caccia guardavano quel punto e fecero retrocedere le truppe accorrenti per impadronirsi della corsia, e ricacciarono la guardia che si trovava al tribunale criminale, la quale aveva pur tentato di farsi strada pella corsia. Vittima in quell'eroica difesa fu Tomaso Barzanò, giovane di 23 anni, ricco, patentato ragioniere da poco tempo, da una palla tedesca fatto cadavere al posto ove il bisogno della patria lo aveva collocato.
Un amico di Barzanò gli tenne compagnia in altra vita. Fu questi Ferranti Cadolini, ventenne appena, studente universitario, orfano di padre e conforto alla vedova madre, che armata la mano di carabina, ove fuvvi pericolo accorse, timor non conoscendo si battette da forte, finchè, collocato a difesa dello sbocco della contrada di S. Raffaele, fu da uno de' Tirolesi, appiattato fra le aguglie del Duomo, ucciso con una fucilata in una gamba.
Intanto scorrevano le ore pomeridiane fra eroici fatti di gente quasi inerme che si scontrava contro agguerrite schiere: e mentre
_Lo giorno se n'andava e l'aer bruno Toglieva gli animai che sono in terra Dalle fatiche loro[6]...._
non ristavano i prodi dalle incominciate imprese e non si curavan di riposo; ma d'altra parte le truppe inferocite dalla resistenza e dai disagi, e dall'odio che lo straniero idioma sollevava, non ozieggiavano in brutali atti. Anzi narran le storie contemporanee che sul far della sera una pattuglia di croati scortando prigioniero in castello un giovane milanese, perchè questi protestava di innocenza e s'opponeva conseguentemente alla traduzione e resisteva co' pugni, i soldati lo strangolarono e l'appiccarono ad una lampada. Nè i superiori, conosciuto il fatto, lo riprovarono, ma risero sanguinosamente all'inumano dramma ed eccitaron le truppe a riprodurlo in altri. Aggiungon poi quelle storie che otto detenuti politici che si trovavano degenti nella Rocchetta del castello vennero fucilati per ordine del supremo comandante, e che alcuni cadaveri di quegl'infelici vennero barbaramente gittati nella fossa che trovasi nella terza corte del castello.
Parziali scaramuccie eransi verificate nel vespero di quel giorno; le più sostenute da parte del popolo colle sole armi dei sassi o con qualche fucile da caccia.
Nei _Martiri della rivoluzione lombarda_[7] rileviamo che una forte compagnia del reggimento fanti Baumgartten, venendo dal ponte di Porta Romana, fu di contro alla chiesa di S. Nazzaro accolta con una tempesta di sassi. I soldati vi risposero colle schioppettate; ed il popolo centuplicò la sua mitraglia. L'ira traboccava da ogni animo, ed ogni soldato che cadeva era accompagnato dal grido di: _Viva l'Italia_, e da un batter di mani. Gioia invero feroce quella di gioire sulla morte di un uomo, a qualunque nazione appartenga od a qualunque opinione, ma è un necessario effetto di quella terribile concitazione che vien generata in una lotta di sangue. La lotta non fu allora tanto breve: perduti un ufficiale e quattro soldati, il capitano riordinò la compagnia e le comandò di avanzare verso la contrada Larga. Giunta la compagnia nella contrada Velasca, dopo aver lasciati due altri soldati morti all'angolo del teatro Lentasio, essa dovette soggiacere a nuove perdite; imperocchè dalla casa Borgazzi all'angolo di Poslaghetto i fratelli Longhi, con tutti gli amici che si trovavano in casa, apersero un vivo fuoco co' loro fucili da caccia contro la truppa, la quale tenne fermo per quasi mezz'ora, rispondendo alle fucilate con ben nutrite scariche di fila; finchè, decimata, sgominata, si aperse un varco per la contrada di Pantano, ad ogni rumore sostando incerta e paurosa, giungendo finalmente senza molestia sulla piazza di S. Ulderico. Quivi una barricata interruppe il suo cammino: barricata assai estesa, che dall'angolo della via degli Osti si appoggiava all'altro lato della piazza. Un colpo di fucile scaricato dalla casa Biumi da un certo Cesana, praticante in legge, e un vaso di fiori lanciato in pari tempo dalla casa di contro, ferirono due soldati, uno de' quali mortalmente, e furono il segnale di un nuovo attacco. Ma non rispose troppo energicamente la truppa, la quale consacrò ogni studio ad aprirsi un varco attraverso la barriera, e con soverchia pena potette ripararsi sotto il _Cascinotto_, or più non esistente, formato allora da un'ampia tettoja, d'onde poi si partirono. E molestati ad ogni passo, decimati, di numero, stremati di forze, scoraggiati da quella lotta misteriosa e di nuovo genere, raggiunsero il palazzo di Corte e vi si ripararono.
Partiti appena i soldati dal _cascinotto_, irruppero dalle case molti ardimentosi cittadini, corsero a quel punto, e con attività prodigiosa si posero ad abbattere quella tettoja onde non avesse più a servir di riparo a nuove truppe sopravvenienti.
In contrada del Bocchetto pur si combattette: fu lotta di un'ora, ma lotta di leoni: de' soldati molti furon feriti e quattro morti: de' Milanesi si lamentò la perdita di Giovanni Tazzini, giovane di 23 anni circa, bene educato, impiegato nella cavallerizza vicereale. Spazzata la via per un istante, il popolo l'asserragliò di poi, adoperando in gran parte i libri bolletarii presi nell'ufficio del Bollo, ove trovavansi in grande quantità.
Pachta che durante la lotta interna erasi rintanato in un nascondiglio del proprio appartamento, verso le sei ore pomeridiane erasi affacciato alla finestra del secondo piano al rumore di truppa pattugliante, chiamò il comandante di essa, e, tenendo per mano la contessa di Spaur, si fece da' soldati scortare al bastione e quindi in castello, approfittando dell'oscurità, inquantochè le dense nubi che ingombravano il cielo avevano anticipata la sera.
Trenta furono le vittime cittadine--furon trenta martiri pella patria,--perchè tutti caddero per essa e col nome d'Italia sulle labbra.
Le figure più salienti in quel giorno furon Cattaneo, Cernuschi e Casati.
Di Casati e di Cattaneo ecco come ne parla uno storico: «Due personaggi d'indole diversa si distinsero nei cinque giorni della memorabile lotta che i Milanesi sostennero. Il conte Casati, uom timido, misurato, spinto a mescolarsi nei pubblici affari dalla sua qualità di primo magistrato del Municipio, piuttosto nemico della dominazione austriaca che partigiano di libertà, e non curante meno di sè che della patria, aveva, in tempi varii e secondo i casi, ricevuto onori dall'imperatore d'Austria e dal re sardo; perocchè, prevedendo la nimistà che doveva bentosto dividerli, non sapeva da quale parte tenersi, ed attendeva con ansia gli eventi per gettarsi dal lato del padrone che vedesse dalla fortuna favorito. Era altr'uomo Cattaneo. Profondo filosofo, abituato a vita meditativa, capo del partito nazionale, metteva il dispregio forse troppo assoluto di ogni interesse di casta o di corte fra i doveri del suo amor per la patria. La sua energia era grande, immensa l'influenza del suo nome sul popolo, ma non agguagliava Manin, mancandogli il talento pratico di costui, la temerità, il genio vero delle rivoluzioni. Egli dava alle idee un'importanza che non hanno, credendo che dispongano del mondo; però, là dove Manin agiva e trascinava dietro di sè le masse ignare, Cattaneo dava consigli e temeva esser solo a volere[8]».
Cernuschi era giovane ardito, intelligente, energico, amante di Cattaneo: vestiva sempre abito nero, talchè gli si diede sopranome di abate milanese, con cui, e non altrimenti, fu dal popolo chiamato nei primi giorni. Quando egli appariva in pubblico, ognuno salutava festosamente l'abate, ritenendolo foriero di vittoria: facile oratore, pronto ad espedienti, premuroso ne' consigli, freddo nei pericoli, audace nella pugna, egli inspirava fiducia a tutti:--il suo sguardo di fuoco poi elettrizzava, magnetizzava.
Epigrammi e versi non pur mancavano all'occasione: alla piazza Mercanti furon trovati affissi i seguenti versi:
_Se tu senti alcun che è spia Di': È un raggir di polizia Per distrugger l'influenza Di fraterna confidenza._
Questi versi alludevano ai raggiri della polizia austriaca di far credere come suoi confidenti gli eccellenti patrioti onde screditarli presso le masse popolari. Per dare un esempio di ciò, citeremo le notizie diffamatorie diffuse su molti profughi, tra i quali il dottor Belcredi, onesto padre e marito e medico assai studioso; nonchè sul conto del conte Vittaliano Crivelli, decoro e tutela operosissima di Milano. A queste cabale della polizia alludevano poi anche i seguenti versi che giravano manoscritti in quei giorni:
_Era bella testè la confidenza Che i figli avean tra lor di Lombardia; Formava quell'universal credenza Il massimo terror di polizia. Che fece? ella gittò la diffidenza, I più caldi spacciando oggi per spia; Ma noi, squarciando i tradimenti suoi, Tornar sapremo in union fra noi._
All'invasione avvenuta del Broletto, la Congregazione municipale ne aveva fatto chiedere a Radetzky per lettera la ragione, inquantochè ritenevasi il municipio nelle vie legali dopo i decreti di O'Donell.
Ma il maresciallo non dava valore alcuno a decreti firmati in uno stato di prigionia; anzi ritenendo per certo che nel Broletto vi si trovasse il podestà, il quartier generale dell'insurrezione ed O'Donell prigioniero, voleva ad ogni costo impossessarsi di quel luogo. Egli rispose quindi alla Congregazione municipale colla seguente nota, che spedì accompagnata da una mezza divisione (una compagnia) di granatieri:
«Il Maresciallo Radetzky alla Congregazione Municipale della regia città di Milano.
«Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848.
«Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire e per armare una Guardia civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre all'obbedienza una città ribelle. Ciò che mi riuscirà facile, avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.
«RADETZKY, Maresciallo.»
Quella lettera spedita alle ore 8 di sera, fu poco dopo ricevuta dall'assessore Greppi, che vi rispose come doveva un rappresentante di un popolo risorto che aveva tutta la dignità della personalità conculcata ed oltraggiata.
Ma, portata al maresciallo la risposta, un colpo di cannone partito dal Castello rese avvertiti i difensori del Broletto che altra determinazione non vi era a prendersi che cedere o combattere disperatamente.
Tutti conchiusero per la pugna:--tutti gridarono esser pronti a morire per la patria!... Pochi erano i difensori ch'entro vi si trovavano, ma tutti risoluti a vender cara la vita ed a non capitolare col nemico. Eranvi fra i difensori molti ragazzi, i quali mostrarono come per la libertà anche l'adolescenza sappia morire.
Nel cortile del palazzo civico sopraggiungeva in quel mentre, portato a braccia, un ferito: era un prode popolano il quale, assalito al ponte Vetero da più Croati, si era difeso con una pistola, e, ferito da colpo mortale alla testa, era caduto. Ma il popolo era accorso a risollevarlo da terra e lo aveva trasportato nel Broletto, ove rendette lo spirito al Creatore, confortato da' suoi fratelli.