Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848

Part 2

Chapter 23,558 wordsPublic domain

Imponente fu il procedere per le vie di quella immensa moltitudine acclamante, festante, sventolante in alto moccichini e berretti!... Non erano uomini che camminavano;--era un'onda che si riversava per le strade, l'un l'altro premendo, spingendo, più portati che camminando, tant'era stipata la folla. Il petto loro portava una coccarda; era quella bianca, rossa e verde.

Giunto il popolo sul ponte di S. Damiano, la guardia del palazzo di Governo, schieratasi nella via, scaricò i fucili contro il popolo:--questi, inasprito all'atto ostile, precipitò furioso verso il palazzo di governo; in un attimo i due granatieri ungheresi di sentinella furon massacrati, gli altri soldati disarmati, il palazzo preso, invaso, rispettandosi scrupolosamente la proprietà. I consiglieri di governo eran fuggiti: alcuni fraternizzarono col popolo: il solo O'Donell, che reggeva il governo in assenza del conte Spaur, erasi barrato nel suo gabinetto e sdegnava scendere a patteggiar col popolo.

In questo frattempo era sopraggiunto l'arcivescovo e l'arciprete Opizzoni, fregiati essi pure di coccarda tricolore, i quali, acclamati dal popolo, si posero intermediarii fra questo e O'Donell; recatisi da quest'ultimo, assicuraronlo che rispondevano di sua vita e l'indussero a presentarsi sul balcone del palazzo, dal quale, pallido e tremante, spiegando una bianca pezzuola, sclamò al popolo: _Farò quello che volete! Tutto quello che volete!_ E il popolo rispondeva: _Abbasso la Polizia! Vogliam Guardia Civica!_ O'Donell replicava allora: _Sì, abbasso la Polizia! Accordata la Guardia Civica!_ Ma il popolo diffidando delle parole gridò: _Lo vogliamo in iscritto._ A ciò annuì O'Donell, e, accompagnato in contrada del Monte in casa Vidiserti, egli sottoscrisse i seguenti editti che vennero immediatamente stampati, e pubblicati poche ore dopo dalla Congregazione municipale:

«Milano, 18 marzo 1848

«Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere l'ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.

«_Firmato_ CONTE O'DONELL.»

«La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio immediatamente.

«_Firmato_ CONTE O'DONELL.»

«La direzione di Polizia è destituita; e la sicurezza della città è affidata al Municipio.

«_Firmato_ CONTE O'DONELL.»

LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE DELLA CITTÀ DI MILANO.

«In conseguenza di ciò sono invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.

«Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor Dottor Bellati, Delegato Provinciale.

«I Cittadini che hano le armi dovranno portarle con sè.»

CASATI, podestà BERETTA, assessore GREPPI, assessore SILVA, segretario

Chi aveva suggerito al podestà di condurre altrove O'Donell, era stato Cernuschi, il quale costituiva, direm così, la testa di quella prima dimostrazione insieme a Clerici, a Bellati, a Mazzuchelli, a Correnti, a Guerrieri, a Greppi, a Berretta, ad Oldofredi, a Borromeo ed a Busi. Cernuschi aveva suggerita quella determinazione onde procurarsi nella persona di O'Donell un ostaggio alla rivoluzione popolare.

Il corso di porta Orientale era pavesato a festa: le bandiere tricolori, preparate nel segreto delle famiglie, vi apparvero e sventolarono pubblicamente: gremite eran le finestre di vecchi, ragazzi, donne sventolanti le lor pezzuole in atto di gioja. La concitazione era grande, indescrivibile l'entusiasmo: qua e là vedevansi capannelli di uomini e donne che chiedevansi ansiosamente notizie, e le più strane ed esagerate novelle si diffondevano intorno agli avvenimenti della giornata; l'immaginazione ardente creava fatti insussistenti, svisava gli esistenti, tutti tratteggiati di quelle tinte che l'entusiasmo e le aspirazioni somministravano.

Il popolo erasi tutto riversato al Governo ed al Broletto: tutti chiedevano inscriversi nella Guardia Civica, tutti erano animati da eguale ardore. Qualche sbocco di contrada cominciava già a venir abbarrata con tavole e con travi; ma deboli erano ancora le difese. Una ventina di ardimentosi giovani, volendo che il loro ardire fosse più proficuo se armati, portossi all'Oficina Colombo, dove, atterrata la porta, s'impadronì delle armi che vi si tenevano in vendita; cioè sciabole, pistole e pochi fucili.

Il palazzo reale era ancora presidiato dalla truppa austriaca, la quale mantenevasi in relazione colla direzione di polizia, senza poter però trovarsi in communicazione col castello, perchè avendo spedito un ussero onde recar la nuova di quanto avveniva, questo era stato fermato dal popolo e fatto prigioniero.

Non esisteva quindi unità di azione, non conoscendosi da Radetzky quanto avveniva nell'interno della città, e ritenendo d'altronde le autorità e le truppe dell'interno che tutto si conoscesse in Castello.

Fatt'è che Radetzky, uscendo verso un'ora pomeridiana dalla casa Cagnola (ch'era situata in via Cusani e nella quale vi esisteva la Cancelleria militare) in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi ufficiali, vide chiudersi le porte delle case, le imposte delle botteghe, le persiane, ed osservò un confuso correr di gente, attrupparsi alcuni, altri fuggire come sovrastasse gran pericolo; talchè, avendo chiesta la ragione di quanto stranamente gli si presentava allo sguardo, gli fu risposto che era scoppiato serio tumulto popolare, e che forti masse eransi recate minacciose al governo, senza conoscerne i particolari e l'esito.

Riparatosi allor ben tosto in castello, vi s'incontrò col professor Menini e col commissario De Betta che, al primo sfavillar della sommossa, eransi colà rifugiati.

Alle confuse, ma appassionate notizie recate da quei due, Radetzky presumette troppo di vincere col terrore l'entusiasmo popolare, ed ideò allora di soffocare nel sangue ogni tentativo di rivoluzione, facendo marciare contro il popolo otto mila uomini, divisi in centosessanta compagnie di cinquant'uomini ciascuna, coll'ordine di spazzar colle armi le vie della città, portarsi a saccheggiare duecento case di signori, indicati dal De Betta come animati da sentimenti ostili al governo, mentre altri seimila uomini avrebbero avuto l'incarico di continuare l'opera dell'_ordine_ col mezzo del sangue e del terrore, assicurando le comunicazioni delle varie strade interne ed esterne col castello.

Ma mentre si spedivano staffette militari da un punto all'altro per procurarsi notizie sul vero stato delle cose, impartire istruzioni, mantenere le communicazioni fra i diversi punti occupati dal militare, questi corrieri militari non giungevano poi mai alla loro destinazione, perchè venivano fermati ed arrestati dal popolo. In quell'occasione vennero intercettate due lettere che due figli del Vicerè si scambiavano, e nelle quali esternavasi il desiderio e la convinzione che Radetzky avrebbe bombardata Milano e domata la rivoluzione colle armi e coi patiboli.

Fortunatamente non solo le _pietose_ intenzioni degli arciduchi non potettero aver realizzazione, ma nemmeno i disegni di Radetzky, ritenendosi da molti ch'egli venisse osteggiato da forti proteste de' suoi generali Walmoden e Woyna. Si limitò quindi il feld-maresciallo a spiegare innanzi al castello tutte le forze che aveva presso di sè, spingendone una parte lungo i bastioni e tenendo in pronto le artiglierie sugli spalti dei torrioni del castello. Spinse anche forti pattuglie nella città, le quali però trovarono precluso in varie parti il proseguimento di lor marcia.

Ciò avveniva per parte delle truppe del castello: prima di proseguire nel racconto di quanto avveniva nell'interno della città, riteniamo necessità storica di presentare un prospetto delle forze militari che in quel giorno si ritrovavano in Milano, a quali corpi appartenessero ed in quali caserme distribuite.

_In Castello_

6 comp. di granat. ungh. a 180 uomini 1,080 4 " croati 210 " 840 6 " regg. Alberto 190 " 1,140 2 squadroni di cavalleria a 150 " 300 2 batterie leggere 180 " 360 3 " a piedi 80 " 240 1 " racchette 60 " 60

_Nella Caserma S. Francesco._

12 comp. regg. Paumgartten a 190 uomini 2,080 2 " cacciat. tirolesi 200 " 400 1 " regg. Reisinger 190 " 190

_Nella caserma S. Gerolamo._

2 comp. croati 210 uomini 420 2 " regg. Reisinger 190 " 380

_Nella caserma S. Vittore._

4 comp. regg. Reisinger a 190 uomini 760 1 squadrone di cavalleria 150 " 150

_Nella caserma delle Grazie._

1 squadrone di cavalleria a 150 uomini 150

_Nella caserma di S. Eustorgio._

6 comp. regg. Reisinger a 190 uomini 1,140

_Nella caserma di S. Angelo._

6 comp. regg. Kaiser a 190 uomini 1,140

_Nella caserma dell'Incoronata._

4 com. del regg. Kaiser a 190 uomini 760

_Nella caserma di S. Simpliciano._

2 comp. regg. Kaiser a 190 uomini 380 2 squadroni di cavalleria 150 " 300 La riserva del treno 120

_Collegio di S. Luca._

Compagnia dei cadetti 150 Gendarmeria (alle Grazie) 250 Guardia di polizia (a S. Bernardino) 800 ------ Totale uomini 13,790

In questo stato di forze non si trovano comprese le armi morte, cioè quelle non combattenti (chiamate dei Tedeschi planisti), le quali sommavano a un migliaio. Nei giorni successivi però al 18 marzo, avendo Radetzky chiamato a Milano altri corpi, l'ammontare della forza militare tedesca aumentò sino a ventimila.

Tutte queste truppe però trovavansi nel 18 e 19 marzo disseminati in 52 posti, i quali erano: la gran Guardia in angolo alla piazza Mercanti, ove erano 2 cannoni;--le undici porte della città;--il Castello;--le altre undici caserme;--l'Arena;--il General Comando;--il Genio;--la Cancelleria militare in casa Cagnola;--la casa Arconati in via di Brisa (alloggio di Radetzky);--i forni militari;--l'Ospitale militare a S. Ambrogio; i granai militari a Porta Tosa;--le case sul vicino baluardo presso la Polveriera;--il baluardo del monte Tabor a Porta Romana;--il magazzino a S. Apollinare;--la Polizia generale e gli altri suoi uffici di Piazza Mercanti, Andegari, S. Simone e S. Antonio;--la Casa di correzione;--il Tribunal criminale;--il Tribunal civile;--il Duomo;--l'Arcivescovado;--la Corte, provveduta anche di artiglieria;--il Broletto in cui eranvi pure cannoni;--il Demanio; il Palazzo del Tesoro (Marino);--la regia Villa al giardino pubblico;--il palazzo di governo;--la Zecca.

La giornata del 18 marzo era piovosa:--sembrava che la natura, prevedendo le crudeltà che avrebbe commesse una soldatesca straniera, avversa agli Italiani per la ragion stessa ch'era straniera, indispettita e resa feroce per l'odio che conosceva esser nutrito contro di essa non per le nazioni a cui appartenevano i diversi militari, ma per l'uso a cui eran diretti, cioè a servir di strumento alla tirannide ultramontana,--sembrava che la natura s'attristisse nella previsione delle crudeli lotte che si preparavano pei Milanesi, e pel sangue che si sarebbe versato.--Era giornata piovosa, melanconica, triste come il cielo sotto cui eran nati que' soldati:--ma in mezzo alla tristezza della giornata splendeva il raggio dell'entusiasmo popolare, e i cittadini ricordando i crudeli destini a cui avea anticamente ridotta la città un tedesco imperatore, dal color della barba chiamato _Barbarossa_, rammentaronsi ben anco Legnano e la vittoria ottenuta sull'alemanno oppressore,--e giurarono vincere o morire, rammemorando l'ingiunzione delle madri spartane ai lor figli in partenza per la guerra, allorchè, additando lo scudo di cui eran muniti: _Ritornerai_, dicevano, _o con questo o su questo_: ossia o vittorioso o morto.

Nell'interno intanto della città gli avvenimenti prendevano una piega di una gravita straordinaria. Ad un'ora circa pomeridiana, narra una storia contemporanea[5], comparvero dieci gendarmi di cavalleria, comandati dal Commesso di polizia Zamara. Entrarono dalla Piazza Mercanti e si presentarono di fianco alla piazza del Duomo. Il cavallo del commesso cadde, ed allora un uomo del popolo arditamente s'interpose fra la squadra ed il suo comandante, togliendo di mano ad un gendarme la carabina; indi, rifugiandosi dietro una bara caricata di vino, con cui si fece barriera, scaricò il fucile, spargendo il terrore e la confusione nei militari, i quali chiesero soccorso ad un corpo di ussari alla Piazza Mercanti. Quel momento fu il segnale della lotta, poichè lasciò campo al distaccamento dei granatieri di guardia alla corte di fare una sortita.

A questo cenno storico però della storia suaccennata, noi dobbiamo per omaggio alla verità aggiungere che il signor Antonio Zamara in un suo opuscolo intitolato: _Giustificazione del cittadino Antonio Zamara sul di lui operato nelle cinque giornate_, ecc. (pubblicato dalla Tipografia Valentini e C.) volle negare il fatto d'esser stato lui quello che capeggiava quella pattuglia, cercò giustificare il proprio servizio nella polizia, asserendo ch'egli era stato soltanto incaricato per la direzione del corso delle carrozze ed al teatro della Scala sul palco scenico, e finalmente ritenne giustificare il suo passato col far professione di fede liberale. Sebbene possa essere avvenuto benissimo un errore di persona in quello che dirigeva la pattuglia di cavalleria, dobbiamo però notare sulle altre giustificazioni che un impiegato di polizia che immediatamente dopo il trionfo di una rivoluzione soglia proclamare di esser sempre stato di sentimenti liberali, egli è lo stesso che rendere molto sospetto quell'uomo, a meno che fosse un praticante soltanto; giacchè l'Austria allorchè poneva a soldo un impiegato politico, voleva esser ben garantita che avrebbe potuto far calcolo del suo zelo e della sua fedeltà. Ma di questi casi di bugiarde professioni ne abbiam vedute molte; avendo persino veduti commissarii superiori di polizia far da liberale appena partito il governo austriaco. A questi impostori diremo di gettar la maschera con cui hanno illuso il popolo e colla quale se ne sono approfittati per sedere a posti elevati negli ufficii costituitisi subito dopo la rivoluzione nel 1848, come dopo la partenza dei Tedeschi nel 1859: gettino la maschera giacchè l'Austria non promoveva al grado di commissario superiore uomini de' quali non avesse avute guarentigie sulla loro sincera adesione al dispotismo. In nuovo governo potevano servire gli antichi impiegati: sta bene! sarebbesi con ciò compiuta un'opera di conciliazione, avrebbe il nuovo governo usufruttato delle cognizioni che da una lunga pratica d'ufficio acquistatasi, avrebbe mostrato doversi ammettere la riabilitazione dell'uomo: ma io sprezzo coloro che dopo aver servito fedelmente l'Austria, fecero il cerretano col proclamare di averla tradita: questi son quelli capaci di disertare bandiere ad ogni volger di casi. La giustificazione quindi anche del Zamara non può essere rifiutata in tutto, ma accolta soltanto col beneficio dell'inventario.

Procedendo quindi nella narrazione dei fatti avvenuti nel 18 di marzo, diremo che, dopo il fatto da noi narrato, circa ad un'ora e tre quarti nella contrada di Pescheria Vecchia (ora più non esistente, e la quale era situata nell'area attuale di Piazza del Duomo che da Piazza Mercanti procede verso la galleria Vittorio Emanuele), comparvero nove ussari a cavallo, i quali uscivano dalla porta di Piazza Mercanti, che ora più non esiste, e roteando le sciabole intorno quasi a sfida ai cittadini, procedevano baldanzosi.

Quel guanto insultante di sfida fu raccolto dal popolo; imperocchè alcune persone civili e pochi facchini, che videro l'atto provocante, corsero furibondi contro il picchetto, gridando, imprecando e lanciando pietre. Il caporale, a briglia sciolta, cominciò a scorazzare per la via e, roteando la spada, ferì in una spalla un cittadino. Gli altri soldati, come se non avessero inteso il comando, a lento trotto seguirono il caporale sino a Campo Santo, che allor chiamavasi la strada esistente dietro al Duomo, oggidì chiamata pur essa Piazza del Duomo; colà giunti, nè colla lor baldanza scoraggiando punto i cittadini, due dei soldati furon rovesciati di sella ed uccisi da due colpi di fucile, usciti dalle circostanti finestre, e cinque altri ussari rimasero feriti, e i loro cavalli pure; ma malconci e coi cavalli zoppicanti potettero ritirarsi.

La lotta era quindi impegnata seriamente, ed era quistion di vita al governo il tentativo d'ogni sforzo delle armi per reprimere quei moti; com'era quistion di vita pel popolo il sostenere arditamente la lotta, poichè ben conosceva dover cercarsi salute nella vittoria, chè nella sconfitta avrebbe trovato morte sul patibolo chi non l'aveva trovata nel combattimento.

Gli ussari avevano rapportato l'avvenuto, e nuovi drappelli di soldati furon spediti per le strade. Mezz'ora circa dopo la ritirata degli ussari, sopravvennero nella stessa via, uscenti pure dalla Piazza Mercanti, dodici gendarmi a cavallo, i quali furon da prima accolti dai cittadini con un nembo di pietre lanciate contro di loro; ma poscia un prete da un balcone cominciò a gridare ai cittadini mentre batteva le mani: _No! No! essi sono Italiani. Evviva la gendarmeria italiana!_ A quel grido cessò immediatamente la pioggia di sassi, ed un gendarme in atto di riconoscenza fece colla spada un segno di gratitudine al sacerdote. E il popolo rispettandoli perchè italiani, li lasciò passare incolumi; ed essi senza provocazione alcuna procedettero oltre e ritiraronsi nella corte reale. Ciò prova quanta generosità s'annidasse ne' petti milanesi in momenti che l'odio per lo straniero e la concitazione della pugna lo avevano esaltato nelle sue idee, ne' suoi affetti, ne' suoi eroici propositi.

In Cordusio si usò un particolare stratagemma. I cittadini deliberarono di rimanersene più ch'era possibile celati, di lasciar entrare nella piazza le pattuglie, ma, appena giuntevi, il popolo unanime li asserragliava con una ben nutrita scarica di sassi da ogni finestra, ed una compagnia di dieci cittadini armati di pistole dirigeva incessantemente fuoco sulla truppa.

Circa le due ore e mezza, un drappello di truppa, guidato da un capitano dei granatieri, portatosi verso Campo Santo, trovò impossibile procedere oltre, giacchè dai tetti lanciavansi tegole e dalle finestre sassi in quantità sulla sottoposta strada; dimodochè il drappello dovette indietreggiare sino agli scalini del Duomo, ove giunto si pose a far scariche verso il corso e verso i tetti presidiati dai cittadini armati di tegole. In quel punto il signor Francesco Maglia, dalla propria casa in contrada dei Borsinari (or più non esistente, e che era propriamente un piccolo tratto di via tra la Pescheria Vecchia e la porta di entrata nella piazza Mercanti; porta or pure demolita), e propriamente dalla casa che allora portava il N. 1029, munito di un fucile a due colpi, caricato di quadrettoni, fece una scarica sul capitano, il quale, colto nel petto, premette colla mano la ferita e ordinò immediatamente la ritirata.

Dalle parte dell'arcivescovado si erano presentati poi i cacciatori tirolesi, e col mezzo dei loro zappatori sfondarono a colpi di scure il portello del palazzo arcivescovile nel cortile dei Monsignori. Quindi a colpi di scure atterrata la porta che dal cortile mette alla via sotterranea conducente in Duomo, e di porta in porta tutte sforzandole, potettero penetrare nel Duomo stesso, e di là con facilità salire sullo spianato superiore, da cui apersero un fuoco ben nutrito sopra i tetti onde scacciarne i cittadini che vi si erano posti per offendere colle tegole le truppe pattuglianti nelle sottoposte strade; da quelle alture mantennero anche vivo il fuoco in direzione della Piazza del Duomo, del Corso e della via che dal palazzo di corte conduce a Piazza Fontana.

Dopo il ritorno dall'irruzione al governo di quell'immensa moltitudine, come abbiam già narrato, parte di essa erasi portata di nuovo al palazzo municipale, ed altra parte, guidata dai lampionai della città in uniforme, andava dagli armajuoli a sequestrar le armi onde armarsi.

Infatti verso le tre ore buon numero di cittadini portossi alla rinfusa dall'armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Segreta, chiedendo invanamente armi, allorchè un caso fortuito li obbligò a desistere. Ciò avvenne in causa dell'uscita dal Castello a quella stessa ora di tutti i granatieri che vi si trovavano, aventi un generale alla testa; questa truppa, diretta nell'interno della città, si incamminò per la contrada di san Vicenzino, avente lo sbocco in piazza Castello; colà, trovandosi ad un balcone molti signori e parecchie signore, sbigottiti alla vista di quella truppa e temendo che essa vi si portasse per intraprendere atti di violenza in causa della lotta che si era impegnata altrove nella città, quella comitiva signorile fece atto di rientrare spaventata: ma il generale a cavallo ne li dissuase coi gesti, quindi colle parole, facendo lor coraggio ed assicurando che non aveva alcuna cattiva missione da compiere a lor riguardo. Ciò attestiamo in omaggio della verità, onde dimostrare che non ci suggeriamo alla passione nello stendere queste pagine, ben riconoscendo che nell'ufficialità austriaca eranvi pure ottimi elementi, e che quando trascesero ad atti brutali, in maggior parte devesi far risalire ogni responsabilità al governo di Vienna che aveva aperto un abisso di odii fra esso e gl'Italiani; odii che si esplicavano poi contro l'esercito ch'era ritenuto strumento del despotismo, senza considerare che l'esercito in mano de' tiranni viene esso pure retto da tale tirannica disciplina da renderlo macchina e nulla più, e non corpo morale intelligente e volente. La truppa però che da S. Vicenzino erasi condotta pella contrada de' Maravigli, e quindi per quella di S. Maria Segreta, sconcertò i disegni de' popolani ch'eransi colà concentrati onde forzare l'armajuolo Sassi ad armarli. Alla vista della truppa la folla che ritrovavasi aggruppata e minacciosa avanti la bottega d'armi, sorpresa dalla subitanea apparizione si abbandonò alla fuga, non potendo del resto concepir proposito di opposizione dal momento che ritrovavasi completamente inerme.

Rimase così libero il passo alla truppa; ma ben altri avean divisato di disputarle il passaggio, e il conduttore dell'albergo di S. Carlino ne doveva esserne capo.

Era questi un tal Beretta Costantino il quale accortosi dell'agitazione ch'erasi diffusa per tutta la città, aveva sin dal mattino tenuta la casa semichiusa; aveva fatta forte provvisione di mattoni, di sassi e di quant'altro valesse a recar offesa, ponendosi co' suoi all'erta di quanto potesse succedere. Allorchè poi la truppa era entrata in quella contrada ed aveva veduta la fuga dell'assembrato popolo avanti la bottega del Sassi, essa si era convinta di potere invadere la città senza il menomo ostacolo e potersi recare ad occupar le posizioni interne più opportune. Ma allorchè l'albergatore vide spuntar la truppa in contrada, mandò tre suoi inservienti sul tetto, e altri otto collocò alle finestre; la moglie stessa del Beretta non volle esser di meno del marito in coraggio e s'adoperò attivamente al successo della lotta. Giunta la truppa in prossimità dell'albergo, il Beretta diede l'ordine a' suoi d'incominciar l'offesa. Spaventoso fu lo spettacolo di quella contrada! una grandine continua di tegole, di mattoni, di sassi cadeva addosso ai soldati; e tale fu il fiero ed accanito tempestar di dure materie dall'alto, che il generale fece ritrarre alquanto i suoi soldati ed ordinò che aprissero il fuoco contro i rivoltosi.