Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3

Part 29

Chapter 293,703 wordsPublic domain

Quanto alle lettere, il decadimento scopertosi a un tratto continuava finchè Galileo non ebbe destato gli ingegni a studi più seri; la Scuola sua diede anche in seconda e in terza generazione uomini di vaglia in fatto di scienze. Le case private dei Medici erano state sede all’Accademia platonica, ed ora la reggia di quella famiglia fortunata trovò modo in tempi più duri, nè senza una qualche sorta di ardimento, d’accogliere in sè dopo gli studi delle idee quello ancora delle materiali cose, che è a dire i due capi del pensiero umano. Si radunava l’Accademia del Cimento nel Palazzo de’ Pitti, come fondata da un Principe di Casa Medici. Essendo al tempo di Galileo meno spiccata che oggi non sia la separazione tra le varie scienze, la fisica era tenuta un ramo della filosofia, nè i suoi cultori mai tanto avrebbono potuto chiudersi nell’esperimento, che non si trovassero involti in un mondo più vasto, e dove a farsi la via non era bastante un filo solo della intelligenza e sempre lo stesso. Quindi erano essi condotti ad imbattersi in altri studi; e siccome tutti si danno la mano, nello scienziato era anche spesso il pensatore e lo scrittore, e l’uomo più intiero. Galileo mi sembra per molti rispetti tenere il sommo nella nostra lingua, avendo egli insegnata l’arte di fare i periodi con maggiore ordine e pienezza, il ch’è un comporre insieme più idee e tutte rendere evidenti. La forma che egli diede al pensiero lasciò un’impronta per bene un secolo dopo lui ne’ letterati e fin tra i poeti; nè qui allignarono, o meno che altrove, i falsi concetti, nè vi ebbe l’Arcadia impero assoluto.

Sotto i due ultimi Granduchi di stirpe medicea, decaddero le sorti della Toscana. Un piccolo Stato dopo lunghi anni di pace stagnante ridotto a vivere di tradizioni, sente ogni cosa addormentarsi e si compiace del sonno stesso. Ma peggio avvenne alla Toscana: dal principiare del settecento prevedendosi l’estinzione di Casa Medici, i ministri de’ grandi Stati gelosi di quello che appellavano equilibrio d’Europa, si studiavano regolare tra loro per via di negoziati e di Congressi a chi anderebbe la possessione di un terreno vacante e d’un popolo senza padrone. Mutò più volte la designazione dell’erede, secondo i casi i quali nascevano in quel frattempo, senza che fossero interrogati nè ascoltati quei due Principi delle cui spoglie si disponeva. Ma benchè in tanto e inaudito abbassamento, vero è che non mai fallirono essi al decoro del loro nome, nè ai doveri verso il paese da cui ebbero il Principato e a cui dicevano essere in obbligo di restituirlo. Si volsero per aiuto all’Olanda e all’Inghilterra, come ai soli due Stati liberi che allora fossero in Europa; ma infine costretti accettare i patti iniqui, l’ultimo di loro Giovanni Gastone protestava contro alla violenza, sebbene in segreto, ma pure con molta solennità e cura per la custodia di quell’Atto nel quale, inerendo a quelle massime di diritto che sempre anche il padre avea professate; dichiarava lo Stato essere oggi libero di sè stesso e padrone di regolare le proprie sorti col mezzo del Senato che n’era in quel tempo il solo rappresentante e presso cui rimase quella protesta: nè molto dopo moriva Giovanni Gastone, in lui spegnendosi la dinastia Medicea nell’anno 1737.

Dipoi fino al 1765 la Toscana fu governata da una Reggenza in nome del nuovo Granduca Francesco di Lorena, marito a quella che fu poi l’imperatrice Maria Teresa. Firenze si empieva di Lorenesi bisognosi e male graditi agli uomini del paese che tuttavia desideravano i loro principi cittadini: ma vero è poi che alla Toscana giovò il commercio di nuovi uomini e d’idee nuove, che buone leggi fondamentali furono a quel tempo almeno iniziate, che dai Lorenesi si apprese qui a meglio tenere i conti pubblici e a ordinare alcune pratiche del Governo. Dei nostri non pochi vissuti infino allora disanimati e solitari, sentirono a quella scossa il principio di una vita nuova, si fecero innanzi, e prepararono le riforme dipoi condotte con più ardire. Sallustio Bandini senese, mostrando le cause prime del male stato in cui giaceva tenuta in ceppi l’economia, metteva innanzi praticamente principii nuovi, che poi divennero solenni canoni alla scienza. È chiaro il nome di Pompeo Neri pei nuovi ordini amministrativi dei quali fu autore in Lombardia; nè vorrebbe essere obliato quello del padre suo, che lasciò scritto, che il Principe deve essere il primo galantuomo del suo Stato. Negli altri studi fu decadenza, sebbene in quanto alla cultura che appariva nelle conversazioni, Firenze avesse lode a quel tempo da insigni stranieri.

Fino a qui null’altro volemmo noi se non cercare se una qualche traccia della Repubblica rimanesse o nei popoli o nei Principi usciti da quella. Col regno di Pietro Leopoldo la Toscana entrò in un nuovo corso di tempi che ai nostri furono almeno preparazione, donde è che riesca intorno ad essi più disputato il giudizio. Il nuovo Granduca, venuto in età di diciotto anni dalla Germania, trovò nelle campagne miseria grande, l’agricoltura oppressa o prostrata, l’attività spenta. Un nuovo principio fu professato ed applicato con pari coraggio quando alla carestia si oppose il libero scambio: delle altre riforme lo rese capace la vocazione ch’era in lui somma per il governo e l’amministrazione d’un piccolo Stato, guardando le cose da sè a minuto e ordinandole per via di pratici regolamenti. In egual modo l’esperienza d’un popolo mite, tranquillo e informato a gentilezza, gli permise con l’abolire la pena di morte e la tortura e le confische, di giungere a quella dolcezza e umanità di leggi di cui Leopoldo lasciò unico esempio.

Andava il pensiero di lui fino a porre in cima allo Stato un’Assemblea di rappresentanti le varie Provincie, i quali dovessero votare le leggi. Pel quale effetto si confidava nell’avere qui posto freno da un lato ai soprusi, dall’altro alle invidie, essendo per quello che spetta alla terra diffusi tra molti godimenti del possedere e bene accertato il premio al lavoro; le altre industrie scarse, poca la ricchezza, ma quanto è possibile bene abbastanza distribuita; e quindi prospere le campagne, le città tranquille e fatta comune la scienza del contentarsi, che è madre al benessere, e da cui deriva l’unione degli animi; donde era in Toscana come una sorta d’egualità, e Leopoldo potè dire di non avere nel suo Stato altro che due ceti, uomini e donne.

Ma pure, a malgrado i molti vantaggi recati da lui, non fu egli mentre visse amato in Toscana. Qui erano inclinazioni tutte casalinghe, una gran voglia d’essere lasciati stare, allegro il vivere in campo angusto ma lumeggiato d’antichi splendori, scarso lo stimolo del bisogno, il genio incredulo a nuove promesse. Le buone leggi erano imposte con atti dispotici; quanto più andavano sin giù al fondo e alla pratica delle cose per ivi produrre effetti sicuri, tanto più avveniva che offendessero le vecchie abitudini. Pochi erano i consiglieri di Leopoldo, e i più tra essi, forte imbevuti delle idee nuove, andavano in queste più là che al popolo non piacesse. I Nobili furono da lui negletti e a lui avversi; quei Principi austriaci avevano inclinazioni democratiche: negli avanzamenti che ebbe da lui l’economia dei campi, la miglior parte fu dei coloni. Leopoldo, come uomo tutto di faccende, badava poco alla sua Corte; cessarono affatto per la nobiltà le occasioni di militare o di viaggiare nei grandi Stati; non si andò più nemmeno a Vienna, e la Toscana si chiuse in sè stessa. Meno d’ogni altro poteva il Clero amare Leopoldo, il quale intendeva che il Principe avesse e praticasse una censura in cose che attengono alle ecclesiastiche istituzioni; nel che sebbene procedesse egli sinceramente, era sempre un capovolgere il diritto col dare ai Principi nella Chiesa stessa la cura e il governo di quello che spetta all’ordine materiale. Di qui molto vivo e lungo il contrasto, a cui prese parte in molti luoghi della Toscana il popolo quando si volle por mano perfino alle esteriorità del culto. Vi ebbero sulla fine di quel regno moti popolari contro alle Riforme: questi erano moti per la libertà, secondo che allora in Toscana il maggior numero la intendeva; dal che fu condotto il successore di Leopoldo, giovane principe a cui piaceva di stare co’ molti a seguitare nei primi giorni pedate opposte a quelle del Padre.

Si era nel colmo della Rivoluzione francese. Nè molto però se ne commossero i Toscani che già possedevano, senza delitti e senza sangue, anche più in là dei materiali benefizi sperati da essa; nè molto all’incontro potevano le passioni, qui sempre deboli, dei privilegiati. Guardando all’indole che tra noi ebbe il Principato, noi lo trovammo più liberale (come oggi dicono) o più civile d’ogni altro in Italia; di tratto in tratto lo vedemmo anche precorrere ai tempi. Questo allora fece osando primo in Europa, stringere amichevoli relazioni con la Repubblica Francese, contro alla quale aveva guerra tutto il vecchio mondo: un Inviato del Granduca fu accolto dalla Convenzione Nazionale con le cerimonie di fratellanza usate a quel tempo; ne usciva un Trattato di neutralità, la quale era in Toscana già una regola e quasi come una legge politica dello Stato. Ciò non ostante la Toscana poco dipoi venuta in mano dei Francesi mutò più governi, ma tutti egualmente stranieri al genio ed agli affetti di questo popolo; a cui nel 1814 il tornare dei suoi Principi fu come una festa di famiglia ed un’allegrezza senza contradittori.

Seguitò un corso di trent’anni quieto e facile ai governanti. Da parte di questi nessuna guerra contro alle opinioni, e quasi può dirsi nessuna esclusione d’idee nè d’uomini nè di libri: la Toscana era come una terra a tutti d’asilo, Firenze un albergo comodo e lieto ai forestieri di tutti i colori. Da questa sorta di neutralità cercò il Governo ed ottenne lode presso le altre genti; lasciare entrare e lasciar fare gli uomini e le cose, che fu anche il perno della economia toscana, fruttò al paese una mediocrità contenta. Sotto Leopoldo Primo si era il livello del sapere alquanto abbassato, nè dopo lui crebbe ardire agli ingegni: per ogni rispetto male potevano allignare le idee superlative in questo popolo che tra gli abusi di molte cose e i disinganni, aveva percorso l’orbita sua, e quindi era atto più a conoscere che a fare. Si tenne fermo quando l’Italia s’agitava per moti inconsulti sebbene presaghi; ma non appena vidde alzata una bandiera che si poteva seguire con fede, accorse al segno anche la Toscana e dava un sangue nè scarso nè inutile. Caddero a terra i primi sforzi, ma già del riscatto non era dubbio altro che il tempo: fuori d’una cerchia ognora più angusta, nessuno avrebbe osato dire che non lo bramava; sperarlo non era più sogno di pochi, i fatti andavano a quel fine per una interiore necessità. E un nuovo fatto si maturava nella opinione d’un grande numero d’Italiani: nè antichi titoli, nè benemerenze, nè la bontà istessa dei Principi erano bastanti più a togliere ad essi di fronte quasi una macchia di usurpatori, in quanto facevano impedimento ad un avvenire di vita più ampia che agli Italiani era una giustizia. Questo apparve più assai che altrove nella Toscana, dov’era benessere e tradizioni di buon governo e amministrazione migliorata negli ultimi anni; ma dove un principio vitale stava contro all’essenza stessa d’una signoria che avea perduto il suo fondamento e che non poteva più altro essere che una negazione. La vita chiusa d’una provincia che ornò l’Italia, o aveva consumato la virtù sua, o più non bastava; la parte giovane e valente odiava già i troppo angusti confini. Si era veduto gli antichi governi per vivere farsi stranieri al paese; la Toscana quando riconobbe col resto d’Italia d’avere in sè un suo diritto più antico e maggiore, compiè un dovere volonterosamente, nè giunse ultima, nè a formare la Nazione si può dire che nulla facesse. Nè mai a’ suoi obblighi sarà per fallire; noi solamente facciamo voti perchè adagiandosi nelle sue molte felicità con troppo inerte compiacimento, non manchi a sè stessa.

APPENDICE DI DOCUMENTI

Nº I.

(Vedi pag. 8.)

_Oratoribus apud Regem Francorum d. Guidantonio Vespuccio et Petro Capponio, vii mai 1494_.

(Dal Registro di _Lettere dei Dieci_, ad an., nell’Archivio di Firenze.)

Poi che, a dì XXVI del passato, vi scrivemo ultimamente quello ci occorreva, et vi mandamo copia della legha habbiamo con il Re di Napoli, come ci richiedesti, habbiamo ricevute due vostre, de’ dì XXVIII et XXIX del passato; per le quali particularmente restiamo advisati di quanto per insino allhora havessi ritracto del successo delle cose di costà: in che restiamo satisfacti assai della diligentia vostra. Aspectiamo adviso da voi habbiate havuto di poi audientia dalla Cristianissima Maestà et a quella exposto le commissioni iniunctevi li nostri Signori, et di tucto ci harete dato particularmente notitia.

Da Roma, a dì passati, fumo advisati come il Cardinale di San Piero ad Vincula, _clandestine et noctis tempore_, si era partito da Hostia, in su uno brighantino armato, la persona sua con uno suo solo scudiere, con argenti assai, et per quanto si dicessi, con buona somma di danari. Della qual cosa il Papa et tucta la Corte ha preso admiratione et dispiacere assai; _et presertim_ essendosi per conclusa in buona forma la causa sua con il Papa, et nel modo che lui medesimo havea saputo domandare. Donde il Papa havea determinato expugnare Hostia, et a questo effecto vi havea mandato buon numero di provigionati et di cavalli leggieri socto il ghoverno del Conte di Pitigliano; il quale di già havea havuto la terra, et ordinava piantare le bombarde che vi havevono condocte alla rocha: et aspectavono ad ogni hora lo aiuto che ’l Re Alphonso havea promesso molto liberamente mandarli per mare et per terra, di navili, di gente et d’artiglierie; il quale venuto speravamo in brevi di havere Hostia nelle mani.

Domenica passata, entrorono li ambasciadori del Christianissimo Re di Francia et furono Monsignore Dubignì, il Generale di Francia, Presidente di Provenza, et Peron di Baccé, con circa cento chavalli in loro compagnia. Furono et nello entrare et nello alloggiare honorati convenientemente, secondo la consuetudine della città. Lunedì appresso, accompagnati da buon numero de’ principali de’ nostri cittadini, vennono in Palazo ad visitare li nostri Signori, et exposono la loro commissione latina, et fu lo expositore il Presidente di Provenza; et fu quasi nella infrascripta sententia. _In primis_, che quella Christianissima Maestà molto amorevolmente mandava salutando questa Signoria et universalmente tucta la Comunità, come suoi antichissimi amici et collegati; offerendo appresso, molto liberamente et ampiamente, le facultà sua et di gente d’arme et di qualunche altra cosa oportuna, per aiuto et defensione di questa Signoria et della nostra libertà da qualunche la volessi offendere et molestare, _quocunque modo_. Sobgiugnendo come, per esser pervenuto il Regno di Napoli, _iure hereditario_, nella Maestà di quello Christianissimo Re (come era suto declarato et deciso da molti de’ loro doctori et altre persone pratiche, le quali havevono tritamente intese et examinate le sua ragioni); per questo la Sua Maestà havea al tucto deliberato voler recuperare nelle man sue quel Regno di Napoli, come cosa che legitimamente se li aspectava et apparteneva. Et volendo a questo effecto fare la impresa conveniente, et mandare li exerciti delle sua genti d’arme per mare et per terra, havendo di già dalla parte sua et in suo favore alchune delle potentie di Italia; desiderava la Sua Maestà d’intendere da noi da qual parte volessimo essere et declararci, dalla parte sua (come quella certamente si persuadeva, respecto all’amicitia et observantia etc, per molti benifici havuti questa città dalla Casa loro), o veramente dalla parte del Re Alphonso. Et appresso, che disponendo del tutto la Sua Maestà prosequire la impresa, ci richiedeva di consiglio, favore et aiuto; et oltre acciò, di passo, commeato et vettovaglia per lo exercito suo, con li loro danari. Pregando che a questi capi et effecti principali dovessimo bene declarare l’animo nostro et darne loro aperta et resoluta risposta. Parse a’ nostri Signori, per allora, rispondere generalmente secondo le cerimonie et termini consueti, et pigliar tempo ad rispondere; significhando a epsi oratori che, per essere la expositione loro di momento assai et importantissima, questa Signoria la volea comunichare et consultare secondo la consuetudine della città, servata sempre _in rebus gravissimis_, con buon numero de’ primi cittadini della città, con consiglio de’ quali sarebbe loro facta conveniente risposta. Et così la Signoria, convocati hieri in Palagio il Consiglio de’ LXX et oltre acciò tucti li veduti et seduti Gonfalonieri di iustitia, da XXXIIII anni in su, che fu copiosissimo numero, a’ quali proposta la sententia della expositione et requisitione de’ prefati oratori di Francia; la Signoria richiese parere et consiglio, da’ convenienti cittadini, di quello che fussi da rispondere a epsi oratori, circa le requisitioni facte. I quali cittadini, dopo matura examine et consultatione fra loro, tucti _unanimiter et concorditer, nemine discrepante_, concorsono et si conformorono, dover far tale risposta in scriptis, in questa formale sententia, come vedrete per l’alligata copia vi se ne manda. La quale consultatione et resolutione, la Signoria, mandati buon numero di cittadini per epsi oratori, i quali, condocti in Palagio, alla presentia di tucti li sopranominati cittadini; la Signoria, dopo alchune brevi et accomodate parole, rimettendosi alla risposta _in scriptis_, la fece loro leggere per il Cancelliere; et dipoi, soscripta et suggellata l’assegnorono a’ decti oratori. I quali, dopo lo essersi alquanto ristrecti insieme, dimostrando non restare satisfacti di tale risposta, per non corrispondere a quello che il loro Christianissimo Re si persuadeva di questa città, per molti rispecti etc.; dixono che ne adviserebbono la Sua Maestà, mandandoli la decta risposta, della quale loro erano certissimi che epsa non rimarrebbe punto nè bene contenta nè satisfacta. Et così, presa buona licentia, se ne tornorono al loro alloggiamento; et hoggi dopo mangiare disegnono partirsi per verso Roma. Sonsi partiti li oratori et ne vanno stasera ad San Casciano.

Scrivendo, habbiamo le vostre del primo dì, per le quali intendiamo come non havevi havuto ancora audientia dalla Christianissima Maestà et le cagioni perchè. Così habbiamo inteso quello scrivete del successo di costà, et come non affermate nulla di certo, per non ne potere fare alchuno vero iudicio con buon fondamento.

Per questa cagione et non havere voi havuto audientia, a noi non occorre significarvi altro; et la copia della risposta facta vi mandiamo. Non s’è mandata perchè la comunichiate altrimenti, ma solamente per vostra informatione, et ad fine che (essendone domandati o essendo interpretata a diverso senso) possiate, come bene informati della intention nostra, rispondere et iustifichare secondo occorressi; perchè, come vedrete, la risposta non è punto difforme alle Commissioni vostre.

Nº II.

(Vedi pag. 12.)

_Littere Credititiæ et Mandata quinque Oratorum, fratris Hieronymi de Savonarola predicatoris, Tanai Neroli, Pandolfi Rucellarii, Petri Caponii et Ioannis Cavalcantis, deliberata die_ V _novembris_ MCCCCLXXXXIIII.

(Dal Registro di _Legazioni e Commissioni_ ec., ad an., nell’Archivio di Firenze.)

_Carolo Regi Gallorum._

Serenissime etc. Etiam hos quinque legatos mittimus ad te, fratrem Hieronymum Savonarolam predicatorem insignem, Tanai Nerolum, Pandolfum Rucellarium, Petrum Caponium et Ioannem Cavalcantem, nobiles cives nostros. Ex his mandata quæ a nobis ad te habeant melius coram intelliges quam nos scriberemus. Commendamus tibi urbem et populum nostrum tui observantissimum virtutisque et fælicitatis admiratorem. Ex Palatio nostro etc.

_Mandata quinque suprascriptorum Oratorum ad Carolum Regem Francorum._

Anderete a ritrovare la Maestà del Christianissimo Re di Francia con ogni possibile celerità; et giunti, intenderete dagli altri nostri ambasciadori, che si trovano appresso alla Sua Maestà, in che termine sieno le cose nostre colla Maestà sua, maximamente circa le domande facte da lui et delle forteze et della gente d’arme et del danaio che ne ha domandato; et trovandone facta conclusione ferma, non harete in questo adoperarvi altrimenti. Ma giugnendo a tempo che ancora non fussene facta conclusione, sarete colla Maestà del Re, insieme con quelli che si truovano quivi o senza loro, come o a loro o ad voi fusse paruto meglio; et presentato la lettera della credentia harete con questa, et facto le prime convenienti cerimonie et parole che parranno alla prudentia vostra, interrete in questa materia et ingegneretevi fare tucte queste sue petitioni migliori che vi sarà possibile per la città nostra: dandovi in questa parte libera auctorità et absoluta di fare et dire tucto quello che vi occorrerà, per la salute di questa città. Habbiamo in Dio principalmente, da chi viene ogni salute et ogni bene, grandissima speranza, et nella nostra opera; la quale stimiamo che ci habbi ad liberare da ogni pericolo et dare tranquillità ad questa città.

Quella parte che diciamo di sopra che, trovato facto ferma conclusione delle petitioni della Maestà del Re, non intendiamo per quello che è sopradecto diminuire in alcuna parte la vostra auctorità: ma potendo anchora in tal caso opera alcuna colla Sua Maestà, come habbiamo fede nella prudentia et bontà vostra; ne farete ogni opera. Et in questo ancora saranno maggiori e vostri meriti inverso la vostra patria.

Et harete ad mente, come cosa molto importante che, se le offese non fussino levate in ogni luogo et ancora in Romagna, che per clementia della Maestà Sua et vostra intercessione sieno levate et tolto a questo popolo divotissimo di Sua Maestà questo tumulto dell’arme et renduto alla sua consueta quiete, sotto l’antiquissima protectione di Sua clementissima Maestà, et naturale observantia et culto nostro in verso della Christianissima Maestà Sua.

Harete ad mente alla porta fare rogare la partita vostra etc.

Non sapevano se Piero dei Medici fosse tuttora presso al Re, nè se gli Ambasciatori troverebbero le cose fatte. Quindi erano incerte le Istruzioni, rimettendo alla prudenza degli Ambasciatori stessi tutta la condotta dell’arduo negozio: ma nondimeno usano un linguaggio netto e dignitoso che fa onore alla Cancelleria della Repubblica.

Nº III.

(Vedi pag. 149.)

TRATTATO SEGRETO DI CONFEDERAZIONE TRA PAPA LEONE X E CARLO RE DI SPAGNA, SOTTOSCRITTO IN ROMA A’ DÌ 17 GENNAIO 1519.

(ha la firma di Pietro Ardinghelli, e sono di sua mano anche le parole che Leone X avrebbe aggiunte alla sottoscrizione.)

CAPITOLI SEGRETI FRA LEONE X E FRANCESCO I RE DI FRANCIA, DEI 20 GENNAIO 1519.

(Ciò che è scritto dopo la data è di mano propria del Re.)

Il primo di questi due Trattati fu da noi pubblicato nel primo volume dell’_Archivio Storico Italiano_ (pag. 379); l’altro, ignoto anch’esso agli storici, per quanto noi sappiamo, sta nel proprio originale fra i manoscritti donati al nostro Archivio di Stato dai Marchesi Torrigiani, che gli ebbero dai Del Nero già eredi degli Ardinghelli.