Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3

Part 24

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Tradire Firenze con farvi entrare gli assedianti sarebbe poi sempre stato impedito dalla milizia cittadina, la quale faceva con volontà forte la guardia interna della città. Era stata riordinata e ricomposta nella fine dell’anno; discorsi vani erano stati pronunziati in cerimonia dal solito Bartolommeo Cavalcanti. Ma in questa nuova milizia scesero fino ad un maggior numero d’artefici, e in quella descrissero altresì con buoni ordini e cautele gli uomini del contado che in numero di settemila si ritrovavano in Firenze;[211] nè fu da meno della prima, perchè in lei stava quel popolo vero il quale ogni volta si trovasse unito ed armato, voleva difendersi e altro non udiva. Stefano Colonna la comandava con fede di soldato; ma egli diceva essere uomo del Re di Francia al quale ubbidiva, nè di governo s’impacciava. Dalle due parti nei primi quattro mesi di quell’anno quasi ogni giorno si combatteva; non che l’Orange tentasse mai sul serio un assalto contro alla città, ma con le artiglierie cercava buttar giù le torri e le opere di difesa, senza contare le scaramuccie le quali nascevano dall’incontrarsi le squadre nemiche, secondo i disegni che ognuna avesse delle due parti.

Anguillotto da Pisa, capitano di molto valore, passato dal campo nemico sotto alla bandiera di Marzocco, diede occasione forse alla più fiera di queste battaglie, essendo incredibile nel Conte di San Secondo, del quale Anguillotto era fuggitivo, e nello stesso Principe d’Orange la smania d’ucciderlo: il che alla fine venne loro fatto non senza fatica, e con la morte di assai gente, presso a San Gervasio. Tre altri Capitani (che due degli Orsini) aveano all’incontro condotto fuori della città con tradimento trecento soldati perchè si unissero ai nemici: ma questi tornarono la maggior parte, e i traditori, secondo l’usanza, furono dipinti appesi alle forche col capo all’ingiù, dal principe della Scuola toscana, Andrea del Sarto. Un altro Orsino, l’Abate di Farfa, si era messo a favorire gli Imperiali, intanto che un figlio di Renzo da Ceri di quella famiglia pigliava soldo co’ Fiorentini; essendo allora quell’assedio, comune ritrovo ai capitani mercenari, poichè era mancato l’esercizio di quell’arte nel resto d’Italia. Più spesso avveniva che gli assediati uscendo a foraggiare s’incontrassero col nemico: non era in Firenze grande per anche la carestia, sebbene mancasse il companatico e un asino si mangiasse come cosa rara per farne convito il giorno di Pasqua. Ma spesso entravano in città bestiami e altri soccorsi; Francesco Ferrucci mandava da Empoli buoi e salnitro, che in Firenze si cercava con grande paura non venisse meno. La città era piena di allegro coraggio, tanto che nel Carnevale non vollero fosse omesso l’antico gioco del Calcio, del quale diedero un simulacro, com’era usanza, sulla piazza di Santa Croce, che fu salutato, ma senza danno, dalle artiglierie nemiche. Nè mancavano le sfide da un Campo all’altro, da una delle quali uscì con vantaggio contro a un cavaliere tedesco Iacopo Bichi, soldato valorosissimo dei Fiorentini.

Un’altra disfida solenne fra tutte ottenne per l’opera degli scrittori durevole fama sino ai giorni nostri, come avvenne spesso di fatti anche piccoli in questa storia di Firenze. Lodovico Martelli, giovane di gran cuore, mandò un cartello a Giovanni Bandini come a traditore della patria, perchè stava nel campo nemico; e se cercò lui, fu detto essere perchè il Bandini aveva usato parole di spregio contro alla milizia fiorentina: ma era tra loro cagione d’odio più segreto l’amore che entrambi portavano a una gentildonna fiorentina, Manetta de’ Ricci, moglie di Niccolò Benintendi. Giovanni, che a molto valore accoppiava grande accortezza, era più avanti nell’animo della piacente donna. La sfida fu accettata, con che ciascuno dei due avesse seco un compagno; al che il Martelli elesse Dante da Castiglione, la più famosa spada che fosse in Firenze: il Bandini menò seco Bertino Aldobrandi, giovanetto di valore temerario. Doveva il Principe d’Orange tenere il campo e avere la guardia dello steccato, che fu costrutto sul poggio dei Baroncelli. Uscirono al giorno dato i due nostri dalla città con pompa grandissima e con quello sfoggio di prodezza di cui potesse chiamarsi pago l’onor militare, combattendo i quattro campioni in vesti leggiere senz’alcuna arme di difesa. Fu lungo lo scontro come tra valorosi; ma infine Dante, dopo avute più ferite dall’Aldobrandi, gliene diede una per cui dovette il giovane arrendersi e morì nella seguente notte. Contro al Martelli era il Bandini, ottimo schermitore, che senza quasi ferite ne diede molte al Martelli, ed infine lo ridusse in tal condizione che egli dovette darsi per vinto. Ebbe quell’infelice giovane malattia lunga; una visita che gli fece la Manetta, quale tumulto di passioni destasse nell’animo di lui non so dire: dopo molti giorni moriva, per quello che fu creduto, più del dispiacere che delle ferite.[212]

Fino dal gennaio aveva la Repubblica di Venezia fatto pace con l’Imperatore; ma tuttavia Carlo Capello rimase in Firenze come oratore, malgrado che il Papa facesse ogni sforzo perchè fosse richiamato.[213] Ne’ suoi dispacci apparisce sempre grande amico ai Fiorentini, che da lui sono lodati a cielo; nè alla sua Repubblica dispiaceva mostrarsi, com’era sempre, di animo italiano; a lui però nulla rispondeva per non s’impegnare con parole scritte delle quali altri pigliasse offesa. Riebbe la Chiesa per quella pace Ravenna e Cervia; il che lasciava Firenze scoperta dal lato delle Romagne, alle quali era guardia la presenza delle armi veneziane. Ma bastò quella che fece Lorenzo Carnesecchi, Commissario generale della Romagna fiorentina; il quale con poca gente e meno danari, ma pel valore che era in lui molto, gastigò prima la ribellione di Marradi, fugò in più scontri le genti nemiche, teneva infestati i confini della Chiesa, e resistè a un grande assalto che alle mura di Castrocaro diede ripetutamente Leonello da Carpi, presidente della Romagna ecclesiastica, rinforzato allora da Cesare da Napoli che venne dal Campo, e dai propri cavalli della guardia del Papa mandati da Roma: tantochè poi si fece tra le due parti una molto onorata tregua, per cui rimasero da quel lato frenate le armi.[214]

Ai Fiorentini, lasciati soli, nemmeno restava la vieta speranza d’essere una volta soccorsi da Francia; imperocchè un Signore di Clermont, venuto a bella posta in Firenze, portò consiglio alla Signoria di pigliar tosto qualche partito nè di aspettare più gravi mali; offrendosi egli di farsi mediatore tra la Città e il Papa, col quale aveva più volte discorso e che sapeva essere di buon volere. A questo effetto andò in Bologna, dicendo sarebbe tornato subito, ma poi non si ebbe di lui più notizia.[215] Proposte consimili recava più tardi al Papa in Roma il Vescovo di Tarbes, del quale abbiamo una lunga lettera al re Francesco. L’ambasciatore aveva dei suoi occhi veduto le forze dei Fiorentini, che erano città ben fortificata, soldati che bastavano, vettovaglie per più mesi, e il _cuore buono_ e risoluto a mantenere la libertà loro.[216] Forte all’incontro l’esercito nemico da non dissolversi (come a Firenze avevano sperato) dopo alla partenza dell’Imperatore, il quale invece, contro all’usanza sua, mandò più volte danari al Campo. A dare la battaglia non si pensava, e il lento assedio, come era secondo la mente del Papa, così anche pareva che all’Imperatore convenisse; al che i più accorti assegnavano questo motivo. Quell’infelice Francesco Maria Sforza duca di Milano pareva che fosse vicino a morte, e tutti sapevano essere proposito di Carlo V occupare tosto quello Stato: giovava a tal fine mantenersi intanto un esercito pronto e raccolto in vicinanza. Ma un tale indugio perchè a Clemente portava molta difficoltà e pericoli; e al re Francesco, ricevuti i figlioli, era buona ogni occasione a ricondurre la guerra in Italia; l’Ambasciatore mette al Re innanzi un suo disegno, del quale aveva già tenuto discorso col Papa. Fatti persuasi prima i Fiorentini della convenienza d’un onesto accordo sotto all’ombra di Francia, bastava che il Re mandasse inverso questa città due migliaia di fanti, e tosto il Papa, separando le genti sue dalle imperiali, verrebbe ad occupare Firenze in unione col re Francesco, potendo disporre per la spesa dei soldati di tutto lo Stato fiorentino ricongiunto sotto alle sue mani. Per l’avvenire, fino d’allora si pensava al matrimonio della piccola Caterina con un figlio del re Francesco, il quale dovesse avere lo Stato di Milano. A tutto questo maneggio avrebbe dovuto proporsi il conte Alberto Pio di Carpi, ch’era forse l’autore ardito ed ingegnoso di questo alquanto fantastico disegno, come erano in Francia consueti formarne. L’Ambasciatore promette al Re non solamente la conservazione della città di Firenze, «che è cosa sua, ma che in Italia comanderebbe a bacchetta in tutto e per tutto.[217]»

Ma pure da questa lettera non poche cose s’imparano, ed un’altra parte di essa riscatta quel ch’era di vano in tali pensieri. Viveva Clemente in grandi angustie per questo assedio che durava da oltre sei mesi, nè ancora se ne vedeva la fine. Dell’Imperatore si teneva certo quanto al volere egli farla in Italia finita con questo popolo che resisteva quando i Principi ubbidivano; sapeva che il duca Alessandro era tenuto in corte onoratamente come fidanzato alla giovinetta Margherita. Ma Carlo V stava ora in Germania, dove molte novità potevano attraversarsi; e le amicizie co’ Papi essendo fondate sopra a vite brevi, cedevano facilmente al cospetto di vantaggi più sicuri: Clemente aveva per malo indizio quel grande sparlare che si faceva di lui nel Campo. Sentiva essere egli esposto all’odio dei suoi stessi amici, ma non gli poteva capire nell’animo che la Città non si desse a lui spontaneamente, ed aspettava di giorno in giorno una sommossa: contava sul grande numero dei beneficati da Casa Medici e degli avversi a questo governo popolare; non però aveva messo in conto quel fascio antico della cittadinanza, di già logorato, ma che non poteva se non dalla forza lasciarsi disfare. Stringevalo poi l’essere affatto venuto al secco di danari e il non sapersi quanti in seguito ne occorrerebbero; e perchè il credito gli mancava, ed erano esauste le fonti a nutrirlo con altri proventi, gli stavano attorno perchè facesse una creazione di Cardinali, al che aveva egli grande repugnanza; già si diceva che ne avrebbe ad un tratto nominati fino a ventisei, dai quali aveva le offerte in mano per cinque o seicento mila scudi. Contro ad un tale pensiero l’Ambasciatore andò e parlò alto, non come ministro del Re, secondo egli stesso dice, ma come cristiano e prete e vescovo. Causa d’ogni male dichiarò essere questa impresa di Firenze e quella che tutti a voce comune appellavano ostinazione, fino agli stessi suoi soldati, i quali dicevano ogni cosa essere loro lecita, quando il Capo della Chiesa ne dava ad essi autorità; l’onore suo non essere impegnato nè punto nè poco a tale impresa. Dei Cardinali disse, che sarebbe mettere una peste nella Chiesa, di cui le reliquie rimarrebbero per cento anni, e che darebbe troppo bel gioco ai Luterani. Allora dal petto di Clemente usciva una tremenda parola: «Vorrei che Firenze non fosse mai stata;[218]» parola ripiena di disperazione, dove orgogli umiliati e rancori spesso provocati da offese pungenti si mescolavano con altri affetti che nacquero buoni, ma oggi mettevano anch’essi veleno dentro a quell’anima infelice. I Fiorentini erano intanto sulle bocche degli uomini come pregio ed onore di tutta Italia, per avere essi soli voluto e saputo resistere alle genti oltramontane, mostrando esempio di costanza, che a tutti del pari sarebbe riuscita prudenza e via di salute: com’era costume in quella età, versi latini e italiani si facevano in molti luoghi a encomio della città e in biasimo del Pontefice.

CAPITOLO X.

IMPRESA DI FRANCESCO FERRUCCI E SUA MORTE. LA CITTÀ SI RENDE A PATTI. [Dall’aprile all’agosto 1530.]

Ora comincia la guerra in Toscana a farsi grossa, dopo che vi ebbe posto mano Francesco Ferrucci. Tutto quell’inverno bande di soldati mercenari sotto a Capi di varia importanza entrati in Toscana successivamente da più lati, si spargevano per le terre mettendo in alto la parte Medicea, che dappertutto aveva non pochi seguaci, e impiantandovi un governo nel nome del Papa, talchè oramai alla Repubblica di Firenze poco rimaneva del suo territorio. Ma nel Valdarno inferiore e nella Valdelsa e per le Colline di Pisa, dovunque il Ferruccio potesse arrivare con la vigilanza e la prontezza e insieme con quella minuta e sagace previsione d’ogni caso, che è dote essenziale negli uomini di guerra; gli assalti nemici erano impediti da piccoli scontri sempre fortunati, le ribellioni dei castelli contenute; continue prede facevano un largo vivere ai soldati che stavano in Empoli, o erano in Firenze mandate a sollievo degli assediati. Nè temeva egli disseminare le genti sue in piccoli drappelli, perchè di coloro che gli guidavano, il Ferruccio si era bene assicurata l’ubbidienza per via di una rigidissima disciplina, ma che sapeva largheggiare anche nelle ricompense. Quello che è il sommo, dominava egli in tutti gli animi dei soldati, i quali ponevano tanta fiducia nell’ubbidirgli, quanta era la paura se mai facessero il contrario. Francesco Ferrucci ebbe taccia di superbo e di troppo arrisicato e di collerico e crudele; ma era uomo giusto e considerato, che ardiva molto per la necessità di rialzare il nome avvilito delle armi italiane; e se nei gastighi parve aspro e implacabile, ciò era per l’insolenza licenziosa divenuta abito nei soldati, e per essere egli salito a quel grado da semplice pagatore, tenuto da molti in piccola stima. Quell’alto luogo ch’egli prese in tempo sì breve da tanto umili principii, e quel che è di grande nei fatti da lui condotti, pone il nome suo accanto a quelli d’altri più famosi e più di lui fortunati Capitani.

Insino agli ultimi del febbraio si era Volterra mantenuta in fede della Repubblica di Firenze; ma verso quel tempo Alfonso Piccolomini, duca d’Amalfi e Capitano generale dei Senesi,[219] distendendosi pei confini dei Volterrani, questi vietarono a lui di entrarvi; ma fecero poi lo stesso a una mano di soldati fiorentini i quali volevano entrare a guardia della città, dove era intanto venuta come ad annullarsi l’autorità del Commissario che vi stava per la Repubblica. Nelle quali dubbiezze si accostò a Volterra altro più forte capitano, Alessandro Vitelli, il quale disceso in Toscana dalla parte di Borgo San Sepolcro, prese questa e altre terre fino a Montepulciano, da dove per l’amicizia dei Senesi venuto innanzi, andava mutando lo Stato in tutti i luoghi del Volterrano. Talchè diveniva insufficiente il soccorso mandato a Volterra con Bartolo Tedaldi che ebbe grado di Commissario. Si venne a patti, e dopo molte esitazioni un accordo fu conchiuso, pel quale le genti Fiorentine si rinchiusero nella Fortezza, la Città essendosi data al Papa. Era quivi confinato Roberto Acciaioli che ne divenne Commissario, finchè non gli parve uscire di là e andarsene in Roma nei consigli di Clemente, che molto l’udiva; sottentrò a lui Taddeo Guiducci con grande autorità. Tra la Città intanto e la Fortezza era uno offendersi d’ogni giorno: si fece una tregua che non fu tenuta; ed Alessandro Vitelli, ch’era trascorso più oltre, venne egli stesso in Volterra, dove ordinava le difese, rinforzate ancora per l’invio che i Genovesi avevano fatto di artiglierie nella città; per il che parve correre un qualche pericolo la Fortezza che da quelle parti era di grandissimo momento alla Repubblica di Firenze.

Aveva il Ferrucci scritto ai Dieci, che se gli mandassero altri cinquecento fanti, crederebbe fare opera degna verso Volterra; ed aggiungeva: «vi pensino bene, chè adesso è il tempo.» Non indugiarono; e cinque compagnie, uscite dalla porta San Pier Gattolini a mezza la notte dei 25 aprile, poterono senza notabile offesa passare la Greve, e quindi condursi fino alla Pesa, dove incontrarono resistenza che veniva dalla torre dei Frescobaldi e poi cessava pel soccorso dei soldati che aveva loro incontro mandato il Ferrucci. Il quale con mille quattrocento fanti e dugento cavalli uscito subito d’Empoli, pervenne la sera medesima sotto alla Fortezza di Volterra e messe dentro le sue genti. Bene gli fu avere provveduto che ogni soldato si portasse pane per due giorni, perchè in Fortezza non ve n’era che a tanti bastasse: aveva seco anche picconi e scale e marraiuoli e polvere. La mattina fece a un tratto aprire la porta e a bandiere spiegate assaltare da tre luoghi i Volterrani in tutta fretta. Trovato intoppo di trincee, prese le prime e le seconde con molto sangue; perchè i Volterrani, avendo traforate le case, passavano dall’una nell’altra, ed offendevano i nemici senza potere essere offesi, intantochè in faccia stavano sulla piazza di Sant’Agostino due cannoni che spararono due volte ciascuno con assai danno degli assalitori. Allora il Ferruccio fu costretto a fare quello che non sarebbe stato del suo ufficio, ed imbracciata una rotella, dava coltellate a chi tornava indietro. Finalmente egli con una testa di cavalleggieri armati di tutt’arme e alcune sue lancie spezzate, essendo saltati su quel riparo, s’insignorirono di tutta la piazza: poi combatterono casa per casa con molta uccisione, finchè assaliti dalla notte cessarono; chè nessuno di loro poteva stare più in piedi. La mattina i Volterrani accennarono di volere parlamentare; e avuta la fede, il Commissario venuto innanzi domandò al Ferrucci quel ch’egli desiderasse. Rispose questi, che voleva la terra per forza o per amore, e che voleva fosse rimesso nel petto suo quel bene o quel male che facesse ai Volterrani. Chiesero a rispondere due ore; le quali essendo negate e avuto solo un quarto d’ora, tornarono al tempo dato, ed in tutto si rimisero alla discrezione del vincitore. Furono accettati da lui con promessa di salvare la vita al Commissario e a tutti i fanti pagati; ma perchè Taddeo Guiducci gli parve a lasciarlo di troppa importanza, lo ritenne presso di sè, con animo di non fargli dispiacere avendogli data la fede, la quale si aveva ancora guadagnata col fare qualcosa di notabile; in tal modo era piaciuto al Ferruccio. Di questo abbiamo trascritto parole che hanno conferma dagli storici.[220]

Volterra però fu dal Tedaldi e dal Ferrucci trattata come paese nemico; perchè avendo tolte ai Volterrani le armi, e pena la vita a chiunque avesse sulla persona arnesi da offendere, obbligarono infine i cittadini a uscire senza cappa o altra veste di sopra; vietarono suonare la notte nè ore nè campane, ed ogni casa mettesse fuori i lumi accesi: costrinsero i molti benestanti ch’erano assenti a rientrare nella città, per non essere fatti rubelli; i quali tornarono il maggior numero. A tutto questo era principal motivo il trarre danari, perchè il Ferrucci voleva dai Volterrani seimila fiorini per cui potesse pagare i soldati che si erano uditi chiedere il sacco della città di Volterra; forse anche promesso da lui nel caldo della battaglia. Ma stentò molto a raccogliere il numerario che era nascosto, e fece mettere in fondo di torre dodici dei più facoltosi di Volterra finchè non avessero pagato del loro; il che taluni si ostinavano a negare prima che vedessero imminente su’ loro occhi la minaccia del capestro: dipoi radunati i principali cittadini, fece loro confessare a viva voce la ribellione; questa volta pure trovandosi due i quali non vollero, prima di avere certezza che sarebbero impiccati. Della quale confessione fece il Tedaldi stendere un atto per mano di notaro; e ai Volterrani dichiarò, essere eglino caduti da ogni privilegio ed esenzione che prima godessero, preponendo alla città un Magistrato di uomini scelti che a lui ubbidissero.

Era sulle terre dei Senesi Fabbrizio Maramaldo, e seco un forte numero di quei feroci e disperati ai quali era stata mestiere la guerra, e che egli nutriva di estorsioni e di saccheggi, cercando una impresa che più inalzasse il nome suo e la fortuna: con questo pensiero faceva impeto nei Borghi di Volterra ai 17 maggio. Quivi attese a fortificarsi col fare trincee e ripari da piantare le artiglierie che aveva seco, intantochè altre ne aspettava del campo d’intorno a Firenze. Tra le due parti si combatteva quasi ogni giorno, uscendo il Ferrucci spesso a impedire le opere dei nemici; e intorno a una mina scavata da questi sotto alle mura da San Dalmazio perì molta gente, tra’ quali anche uomini di conto. Riusciva però al Maramaldo di espugnare il convento di Sant’Andrea presso alle mura di fuori: aveva mandato al Ferrucci un suo trombetta con l’intimazione di sgombrare la città; ma questi minacciò il trombetta di farlo impiccare, e un’altra volta che gli tornò innanzi, lo fece davvero mettere alla forca, contro alle leggi della guerra; il che dovette egli sentire più tardi. La mattina dei 12 giugno comparve poi sotto Volterra il Marchese del Vasto con quattro mila Spagnoli e dieci cannoni: veniva da Empoli, avuta nel modo che sotto diremo; e subito ai 13 sul fare del giorno si presentò dove il Ferrucci aveva costrutto ripari grandissimi, e dietro alle mura fossi larghi e cupi, ne’ fondi dei quali giacevano tavole confitte di aguti con le punte volte all’insù. Delle quali cose avendo avuto notizia il Marchese, la mattina dei 14 andò a fare la batteria in altro luogo più debole, talchè in pochi colpi gettarono a terra oltre a una torre, quaranta braccia di muro. Sopraggiunse allora col nerbo dei suoi soldati il Ferruccio; e molti cadendo da ambe le parti, egli stesso ebbe due ferite, che una al ginocchio e l’altra alla gamba per la caduta d’un cavallo, sicchè dovette farsi portare sopra una seggiola alla batteria, dove fu lungo e fiero l’assalto, finchè i nemici con la morte di molti di loro non furono costretti a ritrarsi. Allora il Marchese, deliberato di assaltare la città da un’altra banda, tornò a’ 21 la mattina; e durò a batterla fin dopo mezzogiorno, avendo gettate a terra più altre braccia di muro. Il Ferrucci per le ferite e per una febbre sopraggiunta portato sempre in seggiola, comandava le difese. Continuò l’assalto due ore, ma senza che i nemici potessero vincere le batterie; dove alcuni di loro essendo saliti, furono ributtati; quei di dentro, oltre all’usare le armi, gettando addosso a loro sassi e olio bollente, molti ne uccidevano, dimodochè il Marchese del Vasto e Fabrizio, vedendo i loro soldati essere malmenati e nulla potere pel disavvantaggio del sito e per la gagliarda resistenza, si ritirarono ai loro alloggiamenti, e la notte si partirono da Volterra disperati di più acquistarla.[221]

La perdita d’Empoli avvenne in tal modo. Avendo il Principe d’Orange saputo che il Ferruccio per la difesa di Volterra contro al Maramaldo era stato costretto lasciare Empoli con minori forze, mandò a questa volta don Diego Sarmiento capitano dei Bisogni, e vi chiamò Alessandro Vitelli e altri Capitani, ai quali soprastava il Marchese del Vasto. Assalirono da due lati le mura fortissime e bene guardate; si combattè molto dove il Sarmiento comandava, cadendo le mura a pezzi con molta strage, infinchè la notte avendo fermati gli assalti, parte degli Empolesi mandarono offrendo ai nemici un accordo: e fu detto che nel tempo stesso Andrea Giugni, nuovo Commissario con Piero Orlandini Capitano di milizie, vendessero Empoli perfidamente agli Spagnoli. Fatto è che poi nella mattina questi vi entrarono, nè fu la terra interamente salvata dal sacco. Rimasero infami i nomi del Giugni e dell’Orlandini, che furono anche dipinti in Firenze come traditori, secondo l’usanza. Giovanni Bandini, maestro di corruttele, avrebbe condotto la pratica essendo lì presso al Marchese del Vasto e da lui tenuto in gran conto: lo stesso Andrea Giugni per la vita licenziosa non poteva essere alla patria sicuro amico al pari d’altri che avevano costumi dei suoi più severi.[222]