Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3

Part 21

Chapter 213,367 wordsPublic domain

Ma non avevano però mai cessato fino all’ultimo le grandi promesse da parte del Re ai Collegati, e massimamente ai Fiorentini che stavano peggio di tutti gli altri e che si erano più abbandonatamente in lui confidati. Nel mese di giugno il Re affermava: «non essere mai per fare alcuna composizione senza totale beneficio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua, e voler mettere la vita e abbandonare l’impresa de’ figliuoli per la conservazione e mantenimento degli Stati di ciascuno dei Collegati.» Ed il Gran Mastro: «Se voi trovate mai che questa Maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo d’onore, anzi che io sia un traditore.» Quando il Congresso si riuniva, il Re mandato a interrogare, dichiarava il suo proposito fermissimo di spingere giù tutte le forze a lui possibili, e scriveva a Cambray, «che si faccia conclusione in tre o quattro giorni: parlavano in Corte della qualità dei soldati da mandare e della venuta del Re a Lione.[178]» Ma intanto giungeva a Cambray il tedesco Arcivescovo di Capua, il quale era l’anima del Papa e di Cesare nel tempo medesimo: allora il modo fu trovato dai Cancellieri fiamminghi che maneggiavano quella pace; ed un articolo del Trattato comprendeva i Veneziani e i Fiorentini, purchè dentro quattro mesi avessero data soddisfazione circa ai loro obblighi verso l’Impero. Il che per Firenze importava fare Cesare solo giudice intorno a quei diritti, i quali abbiamo veduto non essere mai stati deposti dalla Curia Imperiale; talchè il modo come Firenze era nominata equivaleva ad una esclusione. Allora si diedero i Francesi a dire che il Re poi nel fatto avrebbe difesa la causa degli amici suoi, che avuti i figlioli non terrebbe conto di quel ch’avea scritto, che almeno avrebbe sovvenuto di danaro i Fiorentini; ma quando poi si venne a chiederli, il Gran Mastro diceva che il Regno troppo aveva da pagare, e che le cose grandi dovevano andare innanzi alle piccole: da ultimo disse, che certi quaranta mila scudi da pagare ad essi occultamente erano in pronto; ma poi si vidde che andavano a Renzo da Ceri perchè sgombrasse da un resto d’armi Francesi la Puglia. A questa serie d’inganni il Re si prestava stando egli lontano da Cambray a caccia con le dame, e per le ville con dietro gli Ambasciatori costretti seguire chi fuggiva la presenza e il commercio loro.[179] Sentiva il Re la sua vergogna, ma era facile a dimenticarla, svagato e leggiero e prono per indole alle seduzioni della Corte, che in Francia erano più che altrove atte a guastare allora e poi sempre l’animo dei Re.

Non è vero che Baldassarre Carducci con le sue lettere fomentasse le speranze le quali in Firenze si mantenevano ostinate; grande politico non era egli nè grande scrittore, ma riferisce le cose udite, spesso aggiugnendo che non vi credeva; da ultimo consiglia con ogni istanza, «procurare qualche buona composizione con Cesare, atteso massime che il Re stesso non vi si opponeva.[180]» Baldassarre moriva in Francia pochi giorni dopo. Scrivevano lettere, secondo il pensare diverso d’ognuno, molti Fiorentini che ivi risiedevano, e tra gli altri Bartolommeo Cavalcanti, quel della Rettorica, che vi era mandato dalla Signoria; promesse, dai più non credute, venivano dal cardinale Giovanni Salviati, legato in Francia, dopo essere stato prima in Spagna pel matrimonio di Carlo V, nel quale avea fatto, come allora dicevano, le parole delle sponsalizie. Ma era in Firenze un solo pensiero, la difesa: non pochi avrebbero di buon grado seguito consigli più quieti e sicuri, ma di questi erano le volontà incerte, divisi i pareri; e gli animi disgregati non si univano a comporre nemmeno una setta. Il nuovo Gonfaloniere Francesco Carducci, portato dal popolo e uomo di parte, amava il popolo e la libertà; come uomo nuovo, si comportava modestamente coi cittadini di maggior grado, e nelle Pratiche gli ascoltava, cercando però di farsi forte nei Collegi, nei quali entravano per la sorte gli uomini più schietti e meno intendenti. Molto si era fatto amico ai Piagnoni, ed a volontà di questi elesse una seconda volta Cristo a Re di Firenze, con altre leggi intorno al costume e alla civile onoratezza: sotto a quello strano nome di Piagnoni si nascondevano allora gli uomini che riuscirono in arme più prodi, nè il Carducci mancò al suo debito in quelli estremi.

Non era peranche sottoscritta ma era sicura, perchè oramai fatta necessaria, la pace in Cambray tra Francia e Spagna, quando l’imperatore Carlo V salpato dal porto di Barcellona sulle navi che Andrea Doria gli aveva condotte, discese in Genova a’ 12 agosto: lo accompagnava un’armata numerosa con nove mila fanti e mille cavalli: di Puglia salivano altri soldati Spagnoli e quattro mila venturieri Calabresi; alcune migliaia di Tedeschi venivano a rinforzo dell’esercito Spagnolo ch’era in Lombardia. Scendeva in Italia non contrastato arbitro e moderatore di nuove sorti: era l’Italia fino allora stata fucina dove gli ingredienti della vita morale dei popoli, prodotti o attratti in copia maggiore, facevano quasi una continua combustione; ma in questa l’Italia si era consunta, e oggi era espediente alle altre nazioni ch’ella si tacesse, che lasciasse fare, che non turbasse e non attraversasse quel moto interiore per cui ciascuno Stato compieva la sua speciale e propria formazione. L’Impero non era più altro oramai che cosa tedesca; ma Carlo V era spagnolo di genio, di educazione, di potenza e parte di sangue, fiammingo nel resto; l’ultima parte della sua vita non fu che una lotta contro alla Germania che lo respingeva. Discese in Italia dopo averla conquistata come re spagnolo, nè avrebbe voluto mai farla essere parte dell’Impero; col gius imperiale avrebbe l’Italia avuto una sorta d’unità servile; divisa com’era, si prestava bene a una spagnola dominazione. Carlo V, già signore in Napoli e nella Sicilia e nella Sardegna, aveva il possesso di quella mezza parte d’Italia che per il sito e per le nature dei popoli e per le comodità che dava l’accesso dal mare, la Spagna poteva tenere più facile e meglio difendere. Aveva Milano in sua balìa non per anco certa, ma sopra vi stavano i suoi soldati e le fortezze e Antonio da Leyva, al quale avea dato Pavia in appannaggio. A lui era Genova legata dai vincoli d’uno scambievole beneficio; Venezia con la restituzione degli acquisti fatti oltre ai confini del Po, abbandonava ogni altro pensiero il quale non fosse della sua propria conservazione. Rimanevano due repubbliche popolari, Siena e Lucca: la prima cadde, ma generosamente, più anni dopo; l’altra col dare al popolo nome di Straccioni, rendeva legittimo un governo di Signori, che a lei fu permesso. Il Papa ritenne, ma più soggetti e più sicuri gli antichi suoi Stati, col restituire al Duca di Ferrara Modena e Reggio; l’Imperatore pigliava in protezione quello d’Urbino, e il marchesato di Mantova promosse a ducato. Faceva egli queste cose per trattati, o, come arbitro, per sentenze o lodi, pubblicati mentre era in Italia o poco più tardi. I Principi e i feudatari dell’Impero ed altri Signori con le donne e le famiglie loro a lui accorrevano in Bologna, dov’era col Papa: vi andò Carlo III duca di Savoia, ridotto allora in bassa fortuna; ma quella Casa dipoi si apriva con le armi il cammino ad altra grandezza. Tale assetto ebbe l’Italia in quell’anno, tale fu la sorte nella quale scese; per ultimo rimaneva da eseguire la condanna che il Papa e Cesare insieme avevano pronunziata contro alla Repubblica di Firenze.

Qui tutti frattanto pareva cercassero di fare inganno a sè medesimi col non credere agli accordi nè alla venuta di Carlo in Italia; poi confidavano che dovesse questi andare a soccorrere Vienna dai Turchi, e che allora il re Francesco, riavuti i figliuoli, cominciasse un’altra guerra pel bene d’Italia. Ma sotto agli inganni facili della mente stava un proposito, che si avvalorava molto in quei giorni anche dal sapersi che il Papa era stato più volte in pericolo di vita per mali di stomaco dai quali non s’era mai bene rimesso; e s’egli venisse a morte, nessuno a Casa Medici più non baderebbe. Ma importava sempre alla Repubblica di acconciarsi con l’Imperatore e averlo propizio comunque volgessero i casi avvenire: per questi motivi fu nella Pratica vinto di mandare a Genova quattro ambasciatori, e il Gonfaloniere fece che nei Consigli fossero scelti a quell’uffizio anche uomini tenuti amici a Clemente, Niccolò Capponi e Matteo Strozzi, a questi mettendo a contrappeso due principali della contraria parte, Raffaello Girolami e Tommaso Soderini: ai quattro vollero che si unisse Luigi Alamanni come sotto ambasciatore. In Genova tosto si appresentarono al Doria, che gli accolse dicendo: «Tardi veniste e in mala ora.» Nè avevano mandato se non di prestare omaggio a Cesare e implorare il suo favore per la conservazione dello Stato e della libertà loro. Del Papa non fecero menzione alcuna in quel discorso solenne; al quale rispose Carlo freddamente, che al Papa solo doveano rivolgersi quanto all’aggiustare le loro faccende. Il Gran Cancelliere parlò dell’antico diritto imperiale nella Toscana, come i curiali di Massimiliano venti anni innanzi; ma ora più che il diritto, il fatto valeva. Nuove istruzioni erano da chiedere, ma impossibile accordarsi tra gli Ambasciatori sul modo e sulle cose da scrivere a Firenze; composero a grande stento una lettera comune, intorno alla quale si disputò molto quando ella fu giunta: se fuori una grande necessità stringeva, una contraria premeva dentro sovra i consigli dei governanti. Sapevano bene essere vano ogni temperamento, dacchè i Medici e la libertà più non potevano stare insieme: qui era la somma di tutto il negozio; ed in quella Commissione, senza nominare il Papa, erano parole contro a chi faceva guerra a Firenze col solo fine di opprimere questa libertà stessa. Non credo che molto queste parole commovessero Carlo V, che prima di uscire di Spagna ebbe cura di mettere a morte gli ultimi difensori di quegli antichi solenni diritti su’ quali aveva base il regno dell’Aragona.[181]

Carlo dipoi si recò a Piacenza, per ivi dettare le condizioni sotto alle quali si adattò a riporre lo Sforza in Milano; lo seguivano gli Ambasciatori fiorentini, ma giunti alle porte di Piacenza, fu ad essi vietato l’entrarvi: stavano appresso all’Imperatore come Legati pontificii il decano del Sacro Collegio Alessandro Farnese che poi fu Paolo III, e il giovane cardinale Ippolito de’ Medici.[182] A quel rifiuto l’Ambasceria fiorentina si disciolse: Tommaso Soderini si recò in Lucca, Matteo Strozzi andò in Venezia ai suoi Banchi; Raffaello Girolami, uomo ambizioso di popolarità, venne solo in Firenze, dove appena giunto e con gli stivali in piede andò in Palazzo a dire novelle che più accendessero le speranze. Niccolò Capponi scriveva in contrario lettere e consigli appassionati perchè s’accordassero; venne fino a Castelnuovo di Garfagnana, dove s’incontrava con Michelangiolo Buonarroti, che tristo e temendo il peggio si era partito da Firenze. Ma Niccolò, trattenuto in quel luogo stesso da febbre, moriva dopo alcuni giorni; e le ultime sue parole furono: «Dove abbiamo noi condotto questa misera patria?[183]»

CAPITOLO IX.

APPARECCHI DI GUERRA E NEGOZIATI. — STATO DELLA CITTÀ. PRIMI SEI MESI DELL’ASSEDIO. [AN. 1529-1530.]

Tanto era l’Imperatore frettoloso di compiacere a papa Clemente, che appena fermato in Barcellona l’accordo aveva dato commissione al Principe d’Orange, vicerè in Napoli, di mettere insieme le genti e condurle dovunque il Pontefice imposto gli avesse. Le quali nel mentre che si congregavano, giungeva l’Orange il giorno ultimo del luglio in Roma con cento cavalli e forse mille archibusieri per conferire col Papa; nè senza difficoltà essendo convenuti, il Vicerè ai 19 d’agosto era in Terni, dove l’esercito si doveva raccogliere. «In questo tempo non si vedeva altro per Roma che spennacchi, altro non si sentiva che tamburi;» ed erano tanto grandi la cupidigia e la certezza di saccheggiare Firenze, e massime negli Spagnoli, che vi ebbero di quelli i quali, dubitando non giungere in tempo, a chi gli aveva trattenuti protestarono danni e interessi sopra il sacco di Firenze. Si fece la massa tra Fuligno e Spello nei confini di Perugia: i Tedeschi non arrivavano a tremila cinquecento, ma tutti erano di quelli i quali condotti in Italia da Giorgio Frundsberg, erano alla peste di Roma e alla fame di Napoli avanzati, e per conseguenza veterani e valentissimi. Cinque mila erano gli Spagnoli rimasti in Puglia un poco indietro col loro capitano marchese Alfonso del Vasto: più tardi Ferrante Gonzaga, giovane ancora, conduceva trecento uomini d’arme e ottocento cavalli leggieri; più tardi ancora, di Lombardia scesero quei famosi Bisogni Spagnoli, terribile nome di gente lacera e affamata. Man mano arrivavano con le genti loro i colonnelli; Pier Luigi Farnese, che fu il primo a comparire, quattro dei Colonnesi, un Savelli, uno dei Rossi conti di San Secondo, e Alessandro Vitelli che menò tremila buonissimi fanti. Altri raggiunsero l’esercito presso a Firenze, altri più tardi. Giovanni da Sassatello scese da Bologna con tremila soldati; Ramazzotto, gran capo di Parte in quelle montagne, avendo occupate Firenzuola e Scarperia, di là predava tutto il Mugello ed impediva le vettovaglie; Fabrizio Maramaldo, con forse tremila de’ suoi Calabresi non pagati e nemmeno essendo condotto, come altri che non tiravano soldo, se ne andò a predare prima in sul Senese e poi in quel di Volterra, senza consentimento del Papa. Nel forte di quella guerra si può dire che sotto alla città di Firenze e nel suo dominio si trovassero più di quaranta mila uomini da guerra, senza i venturieri che disordinati seguitavano il campo in un gran numero sulla speranza del saccheggio e delle prede. Con tale apparecchio Clemente da principio si era fatto a credere che l’impresa di Firenze gli riuscirebbe agevole cosa; tanto che avendogli Carlo profferto di fare sbarcare alla Spezia un certo numero di soldati, non volle, perchè non gli parevano necessari, e perchè fosse almeno salvata dal guasto quella bella parte di Toscana.[184]

Contro alla piena di tanti nemici, quali apparecchi si facessero dai Fiorentini diremo tra poco. Sapevano bene di essere derelitti dai Veneziani e dal Duca di Ferrara, ultimi avanzi di quella Lega la quale non era più che un nome vano. Avevano sulla fine del precedente anno fatto Capitano generale di tutte le genti loro Ercole da Este, figlio primogenito del duca Alfonso, con patti gravosi ma effetto nessuno; finchè alla venuta di Carlo in Italia, il Duca cercando propiziarselo, disdisse ai Fiorentini la condotta del figlio, e indi si pose coi loro nemici. Pei Veneziani stava in Firenze un ambasciatore, che era in quel tempo Carlo Capello, dalle cui lettere si apprende come fino dal mese di giugno nè i Fiorentini mai cessassero dal chiedere aiuti secondo i patti, nè i Veneziani dal rispondere che avevano troppo da fare e da spendere in Lombardia; ivi erano i confini ch’essi volevano mantenere, il Senato avendo fermato nell’animo già l’abbandono di ogni possesso nel resto d’Italia. Più volte da Firenze avevano chiesto facesse almeno la Signoria di Venezia muovere i soldati, i quali stavano in Ravenna e in Cervia, e altri in Urbino: questo consigliava lo stesso Capello, mettendo innanzi che se i Fiorentini per disperazione cedessero, non sarebbe ai Veneziani buona cosa rimanere soli e ultimi quando convenisse loro di fare la pace.[185] Ma intorno a ciò nulla rispondeva quella Signoria, tenendo il cuore già occupato da un solo pensiero, salvare sè stessa; che pure all’Italia fu gran benefizio.

Come principio della guerra, Clemente ordinò al Principe d’Orange di farsi innanzi contro a Perugia. Teneva quello Stato come signore Malatesta Baglioni, capitano di qualche nome, venuto ai soldi della Repubblica fiorentina, com’era stato il fratello Orazio; entrambo figli di Gian Paolo, fatto morire da Leone X. Fu qualche disputa in Firenze circa al soccorrere Malatesta, il ch’era un mettersi apertamente in guerra col Papa: ma vinse il consiglio ch’era più animoso, e tosto mandarono tre mila buoni fanti a difesa di quella città. L’Orange aveva, dopo a una molto viva battaglia, già occupata Spello, ed era fin sotto alle porte di Perugia, quando Malatesta dopo lunghe pratiche, nè senza il consentimento dei Fiorentini, venne seco agli accordi. Le condizioni furono, che Malatesta dovesse lasciare Perugia libera ai ministri del Papa, uscendone egli con le genti pagate dai Fiorentini, e ritenendo tutte le possessioni sue e le castella che aveva nello Stato, senza che vi entrassero altri dei Baglioni, i quali erano suoi nemici. Queste allora parvero condizioni eque anche a Firenze; dove sebbene fosse grande il desiderio di tenere la guerra lontana, pareva non essere consiglio prudente lasciare esposto un tal numero delle loro genti alle armi nemiche, non che alla fede sempre dubbia di un condottiero. Quanto a Malatesta, è verisimile che, oltre all’avere egli tutta la casa e la roba sua come pegno in mano del Papa, sperasse meglio da un accordo che dalla sorte delle armi per sè e per la stessa città di Firenze. Aveva seco in questa opinione allora i politici tutti d’Italia: ai Fiorentini era trista sorte fidare sè stessi in mano d’un uomo a cui non bastava la morte del padre perch’egli potesse mai tutto essere cosa loro.[186]

Usciti di Perugia i soldati fiorentini, vennero fino ad Arezzo per la via de’ monti, sicura da ogni assalto nemico. L’Orange entrato ai 14 settembre nello Stato della Repubblica, pose il campo sotto a Cortona, dentro alla quale essendo alcuni buoni capitani con le loro bande, convenne ai nemici andare all’assalto scalando le mura, che tutto quel giorno fecero gagliarda difesa con la morte di non pochi soldati di conto; guidava l’assalto il Marchese del Vasto, che vi ebbe una leggera ferita. Ma il giorno dopo i terrazzani, temendo il saccheggio, vennero a patti, e con lo sborso di ventimila ducati aprirono le porte, lasciatine uscire liberi i soldati. Proseguì l’Orange più innanzi; e perchè Castiglione Aretino, o Fiorentino che lo chiamassero, avea fatto qualche cenno di difendersi, vi entrò a forza; e la terra fu saccheggiata, e molti uomini e donne fatti prigioni. In Arezzo era commissario Anton Francesco degli Albizzi, uomo di vario ingegno, il quale al primo accostarsi dei nemici d’accordo col Malatesta, e come alcuni dissero col Carducci, lasciata con pochi armati la rôcca, abbandonò Arezzo, condottosi fino a Montevarchi. Era pensiero del Gonfaloniere, che Arezzo male potesse tenersi, massime con quelli ardenti spiriti degli abitanti, e che più savio consiglio fosse difendere il cuore (come dicevano), riducendo tutte le forze intorno alla città di Firenze. Il che si vidde anche alla prova, gli Aretini avendo accolto i nemici, dai quali con vana gioia si credevano avere licenza di governarsi da sè stessi. Intanto si erano i nostri ritirati sino a Figline; di dove, parendo ai Capitani di avere mal fatto, rimandarono verso Arezzo, con Francesco dei marchesi del Monte, mille soldati; i quali trovando la città perduta, tornarono indietro, quando già gli altri alla sfilata, e facendo guasti per tutta la via, si continuavano a ritirare fin sopra a Firenze: cosicchè l’Orange, venuto innanzi, poneva egli stesso il campo in Figline ai 27 di settembre. Si fece intanto padrone del Casentino, dove quei di Bibbiena cedevano tosto al nome dei Medici; e Poppi si arrese dopo avere sostenuto non piccola guerra, patteggiando che uscissero libere le genti che vi erano della Repubblica.[187]

In Firenze da principio le lettere degli Ambasciatori a Carlo V e la guerra immediatamente mossa, avevano prodotto grande travaglio e confusione; in mezzo alla quale si fece una Pratica di settantadue cittadini scelti d’ogni colore, dove erano dei più noti amici dei Medici e molti prudenti consigliatori delle vie di mezzo, per deliberare se quelli Ambasciatori dovessero avere mandato libero. Dopo molto disputare, la Signoria fece andare il partito, il quale fu vinto con tutte le fave nere, eccetto quattro. Di questa risoluzione volle farsi un qualche mistero, ma trapelò in Piazza; onde quei che uscivano dalla Pratica ebbero a patire ingiurie e minaccie da uomini armati: fu tutto quel giorno un andare e venire di cittadini in Palazzo e intorno alla Signoria. Infine il Gonfaloniere licenziò tutti, e dietro al mandato andarono le commissioni, dove era spiegato che la libertà si mantenesse ad ogni modo. Tuttociò rimase inutile dopochè l’Ambascerìa si era disciolta.[188]