Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3
Part 2
Carlo V fa muovere contro Firenze il Principe d’Orange; come si componesse l’esercito da lui condotto. — Alfonso da Este abbandona i Fiorentini, ai quali Venezia ricusa mandare aiuto di soldati. — Clemente invia contro Perugia il Principe d’Orange. — Malatesta Baglioni soccorso dai Fiorentini, si accorda col Papa di loro consentimento. — L’Orange [14 settembre] assale Cortona che resiste, poi s’arrende. — Castiglione Fiorentino saccheggiato. — I nemici investono Arezzo, di dove il Commissario fiorentino si ritira. — L’Orange pone il campo a Figline, e intanto fa dai suoi occupare il Casentino. — In Firenze si delibera mandare al Papa quattro ambasciatori: andò innanzi agli altri Pier Francesco Portinari a fare istanza perchè il Papa fermasse l’esercito: parole del Papa che invia l’Arcivescovo di Capua. — Questi giunto in Firenze, non vi è ascoltato. Mandano all’Orange ambasciatori. I tre che raggiungono in Roma il Portinari trovano il Papa sulla partenza: sono ascoltati da lui in Cesena, ed hanno risposte che in Firenze non sono accolte. — Il Gonfaloniere aveva chiamato una Pratica generale dove da tutti i Gonfaloni, eccetto uno solo, viene deliberata la resistenza. — Fautori dei Medici fuggiti e banditi o ritenuti o condannati. Arsioni delle loro ville. — Arsioni e guastamenti per decreto pubblico degli edifizi e giardini a un miglio dalla città. — Fortificazioni alla città. Fanti assoldati e milizie cittadine; Malatesta Baglioni e Stefano Colonna. Balzelli, vendita di beni. — Fuga e poi ritorno di Michelangelo Buonarroti che dirigeva le fortificazioni. — Stato degli animi in Firenze. — Devastazione del Val d’Arno. Lucrezia Mazzanti. L’Orange si conduce fino ad un miglio dalla città [14 settembre]. — Descrizione del campo dei Fiorentini. — Descrizione del campo degli assedianti, Italiani, Tedeschi e Spagnoli. — Malatesta disfida i nemici: questi la notte degli 11 novembre danno l’assalto alla città, che si difende popolarmente. — Gli assediati assalgono il campo nemico, da cui si ritraggono onoratamente. — Morte di Mario Orsini e di Giorgio Santa Croce. — Un nuovo esercito scende di Lombardia: la città chiusa da ogni parte; perdita di Signa, di Pistoia e d’altri luoghi. — Francesco Ferrucci Commissario d’Empoli, ripiglia Castel Fiorentino, assale ed espugna San Miniato; distrugge una banda di Spagnoli presso Palaia. — Francesco Carducci esce di Gonfaloniere, a cui succede Raffaello Girolami [1º gennaio 1530]. — Il Gonfaloniere, convocato un grande Consiglio, lo interroga circa al mandare ambasciatori al Papa; il che fu approvato, ma poi annullano il voto e mettono condizioni che sono respinte duramente. — Leggi spietate per fare danari sopra i beni dei ribelli; ori e argenti dei luoghi sacri mandati alla Zecca. — Predicatori popolari che promettevano liberazione: Fra Benedetto da Foiano. — Caterina dei Medici: disegni attribuiti al Principe d’Orange. — Malatesta Baglioni fatto Capitano generale. Suo concetto sopra i pericoli dell’impresa; di qual sorta fosse il suo intendersi con Clemente. Propositi forti delle milizie cittadine. Scaramuccie continue, disfide. — Combattimento particolare con la morte di Lodovico Martelli. — Carlo Capello ambasciatore veneziano. — Valore di Lorenzo Carnesecchi nella difesa della Romagna. — Proposte vane di Francia; pensieri del Vescovo di Tarbes Oratore francese a Roma: parole di Clemente e suo infelice stato dell’animo.
_Capitolo_ X. — IMPRESA DI FRANCESCO FERRUCCI E SUA MORTE. — LA CITTÀ SI RENDE A PATTI. [Dall’aprile all’agosto 1530.] 277
Il territorio della Repubblica per grandissima parte occupato dai nemici. Francesco Ferrucci da Empoli sostiene la guerra nelle provincie circostanti. — Ribellione di Volterra. — Il Ferrucci, rinforzato di genti, assale Volterra, che dopo fiera battaglia nelle strade si dà a discrezione. — Fabbrizio Maramaldo, entrato nei borghi di Volterra, vi fortifica. Il Marchese del Vasto, venuto dal campo sotto Firenze, assalta Volterra, dalla quale è cacciato indietro dopo replicati combattimenti. — Perdita d’Empoli per assalti e tradimenti. — Malatesta in persona fa una mossa contro al campo Imperiale. — Assalto notturno e sanguinoso di Stefano Colonna contro al quartiere degli Imperiali a Sant’Iacopo in Polverosa. Penuria di viveri e di danaro. — Milizie accresciute, disegni temerari, male intelligenze con Malatesta. — Il Ferrucci muove da Volterra. S’ammala in Pisa, indi procede fino a Pescia d’onde per la via dei monti aveva disegno scendere al soccorso di Firenze. — Pratiche di Malatesta con l’Orange. — Deliberazione del Grande Consiglio di dare l’assalto; al che Malatesta e il Colonna si oppongono. — Intelligenze del Malatesta con l’Orange: la Signoria invia sul campo Bernardo da Castiglione, che torna avendo rotta ogni pratica. — In città i soldati in arme, la gioventù in arme. — Grande mossa dell’Orange contro al Ferrucci: si scontrano in Gavinana. [3 agosto]; battaglia lunga e diversa, morte del Principe. Sopraggiunge il Maramaldo, dal quale è preso e ucciso il Ferrucci. — In Firenze altri chiedono armi, altri s’accostano a Malatesta. Egli e il Colonna mandano a fare accordo col Gonzaga. Zanobi Bartolini. Baccio Valori. Bozza di Capitoli. — Malatesta propone si accettino; la Signoria manda invece licenza a lui ed al Colonna. Malatesta ferisce un Niccolini che gliela aveva recata, e minaccia di fare entrare i nemici. — Quattrocento giovani e ricchi e uomini di più sorte si radunano nella piazza di Santo Spirito, facendo dire alla Signoria che non riconoscono più altri che Malatesta. — La Signoria manda al campo quattro ambasciatori per capitolare. Pochi in arme si raccolgono intorno al Palazzo. — Articoli della Capitolazione [12 agosto].
_Capitolo_ XI. — FINE DELLA REPUBBLICA. [AN. 1530-1532.] FIRENZE DOPO LA REPUBBLICA 301
Entrano i soldati: Malatesta padrone della città: balzelli, carestia e morti per tutto lo Stato. — Parlamento in Piazza, guardata dai soldati; Baccio Valori fa eleggere una Balía, per cui rimangono con nuovi uomini le antiche forme. — Avarizia dei Capitani dell’esercito, che non lasciano entrare i viveri; fame, timori e nuovi carichi sulla parte vinta. — Grande zuffa degli Italiani del campo contro agli Spagnoli ed ai Tedeschi: partenza di tutto l’esercito. — Malatesta, dopo qualche difficoltà col Papa, torna a Perugia e indi muore. — Ritorno degli usciti. Condanne a morte, e in grandissimo numero a confine. I beni dati al Fisco; restituiti ai proprietari i già tolti e le vendite annullate; riduzione dei frutti del Monte. — Colonie d’esuli a Venezia e sul fiume Rodano. — Stato miserabile della Toscana: le città e le minori terre bene inclinate verso i Medici. — Baccio Valori Governatore in Firenze. — Non bene contenti i grandi amici e i parenti di Casa Medici. — Il Cardinale Ippolito. — Ambasceria e discorso di Palla Rucellai a Carlo V. La Balía conferisce al Duca Alessandro un alto grado in Firenze. — Lodo pronunziato dall’Imperatore, che istituisce capo della Repubblica di Firenze il Duca Alessandro, al quale aveva sposata Margherita sua figlia naturale. Questi al suo giungere riceve l’investitura solenne per mano di Antonio Muscettola, e riceve il giuramento dei Magistrati [6 luglio 1531]. — Pareri presentati al Papa circa il governo di Firenze. — Ricerca delle armi per tutte le case. — Condanne ad arbitrio; terrore; sevizie d’un Bargello. — Filippo Strozzi promotore presso Clemente di un governo assoluto e del fabbricare in Firenze una fortezza. Clemente risoluto fare da sè, manda Filippo dei Nerli in Firenze: parole del Papa. — Comandi del Papa comunicati in Firenze all’Arcivescovo di Capua ed ai principali cittadini. — Nuova forma dello Stato, dove il principe era tutto. — [1º maggio 1532]. L’ultimo Gonfaloniere esce di Palazzo: Alessandro dei Medici ne piglia il possesso come Duca della Repubblica fiorentina: cominciò allora il Principato. — Firenze dopo la Repubblica.
APPENDICE DI DOCUMENTI.
I. Lettera dei Dieci di Balìa a Guidantonio Vespucci e Pier Capponi oratori presso il Re di Francia, dei 7 maggio 1494. 343 II. _Litteræ Credititiæ et Mandata quinque Oratorum, fratris Hieronymi de Savonarola predicatoris, Tanai Neroli, Pandolfi Rucellarii, Petri Caponii et Ioannis Cavalcantis, deliberata die_ V _novembris_ MCCCCLXXXXIIII. — _Carolo Regi Gallorum. Mandata quinque Oratorum ad Carolum Regem Francorum_ 346 III. Trattato segreto di Confederazione tra Leone X e Carlo V, de’ 17 gennaio 1519. Capitoli segreti tra Leone X e Francesco I, de’ 20 gennaio 1519 348 IV. Quindici lettere di Rosso Buondelmonti e compagni, oratori presso al Principe d’Orange; dal 13 al 30 settembre 1529 361 V. Cinque lettere di Ferrante Gonzaga al Marchese di Mantova suo fratello, date dal Campo Cesareo sotto Firenze; dal dì 16 luglio al 4 agosto 1530 377 VI. Orazione di Palla Rucellaio recitata nel cospetto di Carlo V imperatore per nome dell’Eccelsa Repubblica Fiorentina 385
TAVOLA DEI NOMI E DELLE MATERIE 389
STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.
LIBRO SESTO.
CAPITOLO I.
IMPRESA DI CARLO VIII IN ITALIA. — RIBELLIONE DI PISA, CACCIATA DE’ MEDICI. [AN. 1492-1495.]
Se vi ebbe mai tempo in cui si veggano ad un tratto mutare aspetto le umane cose come per iscena di teatro, e nuovi uomini atteggiarsi diversamente da quei di prima, e un altro ordine prodursi di fatti e d’idee; tale fu quello al quale è giunta l’Istoria nostra, talchè gli scrittori sogliono quivi fermare il punto dove si chiude l’età di mezzo, e ha suo principio la moderna. Composte allora le grandi nazioni nella unità di monarchie possenti, cominciarono a mescolarsi tra loro per grandi imprese, cui dava il segno quella di Carlo VIII per la conquista del Regno di Napoli; i grossi eserciti permanenti e l’armi da fuoco in mano ai soldati mutavano gli ordini e le condizioni della guerra; intantochè l’uso già universale della stampa rendeva più agevoli a tutti gli uomini, e continui tra gente e gente i commerci del pensiero. In questo anno 1492 del quale scriviamo, Cristoforo Colombo scuopriva l’America; e poco dopo Vasco di Gama portoghese, girando l’Affrica, navigò alle Indie: l’Italia ebbe doppia cagione d’abbassamento dall’essersi ai traffici aperte altre vie da quelle di prima. In quello stesso 1492, il conquisto di Granata compieva l’unificazione della Spagna sgombrata dai Mori; ed era compiuta già quella di Francia. Nell’anno medesimo il pontificato di Alessandro VI inaugurava quei tristi tempi, di mezzo ai quali uscì la Riforma protestante che scisse l’Europa, e fu vendetta delle nazioni consumata col Sacco di Roma e con l’avvilire non che la potenza, ma il genio stesso e le tradizioni del nome latino.
Le guerre d’Italia diedero cagione allo incontrarsi la prima volta insieme Francesi, Spagnuoli, Tedeschi; e l’antica terra fu il campo di quelle battaglie dalle quali usciva l’Europa moderna. Fino alla prova di quelle guerre l’Italia tenevasi (nè senza ragione) in più alto grado delle altre genti: discesero queste, e ritrovandola disarmata, divisa, impotente; allora pigliarono maggiore fiducia di sè medesime, e si rallegrarono: ma nell’Italia cessò ad un tratto la vita esultante degli ultimi anni; falliva il pensiero nutrito più secoli, le arti politiche si vedeano fatte ludibrio a sè stesse. Fra queste ruine Firenze rinvenne la popolare libertà sua e fiorì per uomini rimasti famosi; felice a confronto delle altre Provincie, finchè tutto il peso delle armi straniere non cadde sovr’essa per quivi estinguere la vita d’Italia.
In quella sorta di potenza che per sessant’anni i Medici tennero nella Repubblica di Firenze, questo era di debole, che nulla avendo in sè di legale, dipendeva tutta dalle qualità dell’uomo cui era duopo mantenersela ogni giorno con arti minute: per il difetto di queste cose il figlio di Cosimo era stato a grande repentaglio di vedersi tôrre di mano lo Stato; e come il figlio di Lorenzo lo perdesse, bentosto vedremo. Piero dei Medici, valente del corpo, aveva dura la fibra, l’animo leggero, scarso l’ingegno e presontuoso, il consiglio subitaneo e temerario: toccava appena ventidue anni quando suo padre moriva. Ebbe a maestro il Poliziano e da lui buona coltura di lettere; ciò non ostante alla madre sua, specchiata donna, non piaceva tenersi per casa quest’uomo d’animo poco buono e di costumi non pari all’ingegno.[1] Gaj e fastosi erano quegli anni, e al giovane Piero sopra ogni cosa piaceva mostrarsi eccellente negli esercizi del corpo: era vissuto fino allora come figlio di principe, e quando i più qualificati cittadini vennero ad offrirgli, com’era consueto, il grado del padre, si tenne egli subito naturalmente Principe, non pensando nè quali fatiche avesse a Lorenzo costato fermare io direi quasi uomo per uomo i cittadini nell’ubbidienza sua, nè come i tempi ora volgessero a Casa Medici più difficili e a tutta Italia pericolosi. Le ragioni commerciali di quella famiglia erano si può dire in fallimento, e tutto l’ingegno e le seduzioni di Lorenzo appena bastavano ad abbagliare siffattamente gli occhi dei più spensierati che non vedessero divorate per lui solo, non che molta parte del pubblico erario, le stesse private ricchezze e le doti fidate nei Monti di credito alla università dei cittadini, finchè la Repubblica fu libera di sè stessa. Molti che avevano temuto Lorenzo o che erano da lui tenuti a bada con gli onori e con gli adescamenti dei quali era maestro, disprezzavano la inesperienza, o erano offesi dalla superbia di Piero. Questi volentieri si ristringeva coi più servili che l’odio pubblico non temessero. Primo tra questi era un ser Piero Dovizzi, fratello maggiore di più anni a quel Bernardo da Bibbiena, che poi fu Cardinale e chiaro per franco ingegno. Quegli era stato sotto a Lorenzo grande strumento al fare danari; ma Piero gli messe in mano ogni cosa, e tirò alla Cancelleria di casa sua tutte le faccende che prima solevano stare negli Otto della Pratica.[2] Erano in Firenze due molto ricchi e gentili giovani di Casa Medici, Lorenzo e Giovanni, del ramo che discendeva dal fratello del vecchio Cosimo. Giovanni una sera a un ballo di donne essendo venuto con Piero a contesa per giovanili rivalità e forse per altri sospetti, ebbe da lui una ceffata; del che risentitosi, fu egli insieme col fratello suo messo in custodia, e forse avrebbe corso pericolo della vita: ma infine Piero si contentava di una sentenza che gli mandava a confine nelle loro ville, contenuto dal favore che ad essi mostrava il popolo di Firenze.[3] Tale fu Piero, secondo i fatti mostrarono e tutti concordemente giudicarono gli scrittori. Non erano spente in lui però le tradizioni della famiglia, per le quali aveano fermo i Medici d’essere in fatto principi, ma con le apparenze di uomini privati; sapeano gli umori della città, e aborrivano sopra ogni cosa dall’ingerirsi di signorie baronali. Quando una volta il re Alfonso offriva donare a Piero alcuni Stati nel Reame, il che era farlo suo feudatario; questi rendeva umili grazie, ma rifiutava d’accettare il dono perchè non voleva _essere Barone_; usando parole che hanno del risentito, e in lui mostrerebbero nobiltà d’animo degna forse d’accoppiarsi a mente più salda, o a meno avversa fortuna.[4]
Al di fuori l’equilibrio tra’ potentati d’Italia riusciva ogni giorno più difficile a mantenere. Svolgeasi il disegno che di lunga mano aveva covato Lodovico Sforza detto il Moro d’usurpare il Ducato di Milano, del quale era egli reggente in nome dell’infelice suo nipote Giovanni Galeazzo; ma questo essendo marito a una figlia di Alfonso duca di Calabria, tutti si aspettavano che ne uscirebbe una guerra tra’ due potentati, massime che il vecchio re Ferrando di Napoli male poteva opporsi con la prudenza agli ardimenti del figlio. Al che si aggiunse più grave caso, che tre mesi dopo la morte di Lorenzo, al papa Innocenzio VIII, che soleva molto a lui essere deferente, era succeduto col nome di Alessandro VI Roderigo Borgia spagnuolo e nipote di Callisto III; per il che avendo egli vissuto nel Cardinalato trentacinque anni, aveva potuto con l’ingegno, ch’era in lui molto, studiare le vie, oltre all’avere acquistate ricchezze grandissime. Divenne il papato d’Alessandro VI come una leggenda di delitti e di nefandezze, nè crediamo noi che i fatti spacciati sul conto di lui e della famiglia Borgia siano tutti veri, ma tutti parvero cosa naturale in chi mostrava non essere frenato nè dalla coscienza nè dalla vergogna dove il suo utile apparisse. Il vecchio Ferrando di Napoli, udita la creazione d’Alessandro, disse; quel Papa sarebbe ruina d’Italia.[5] Lodovico il Moro, anch’egli tenendo pericolosa l’elevazione di un uomo tale, ebbe un bel pensiero: voleva che tutti gli Ambasciatori dei Principi italiani andassero insieme a fare omaggio, com’era usanza, al nuovo Pontefice, e che uno facesse l’orazione in nome di tutti: ma il disegno fu sventato per l’opera (dissero) di Piero de’ Medici, da un lato istigato dai principi Aragonesi di Napoli cui molto aderiva, dall’altro bramoso di non confondersi egli, ch’era tra gli Ambasciatori di Firenze, con gli altri d’Italia, e fare spiccare meglio da sè solo la magnificenza delle sue livree. Un altro fatto, sebbene anch’esso di poco momento, servì ad accrescere i sospetti. Si era da principio molto accostato Alessandro VI ai principi Aragonesi, cercando inalzare uno dei figli suoi col matrimonio di una bastarda di Alfonso; ma perchè la pratica allora si ruppe e il Papa mostrava altri disegni, si pensò il Re porgli sul collo come una briglia col fare che Virginio Orsini, a lui devoto, comprasse da Franceschetto Cibo alcune piccole castella che Innocenzio VIII gli aveva donate vicine a Roma; il re Ferrando sborsò i denari, ed il contratto si fece per l’intromessa di Piero dei Medici, parente stretto e grande amico dell’Orsini. I quali indizi, comunque piccoli, bastarono alla sagacità di Lodovico perchè egli scorgesse come all’occorrenza Toscana e Napoli si volgerebbero contro a lui: nè si fidava in certa lega stretta da lui col Papa e co’ Veneziani; ma era di quelle che tra’ Principi d’Italia un giorno faceva ed un altro disfaceva, e i tempi frattanto divenivano più grossi.[6]
Lodovico allora, che aveva l’ingegno sottile e pronto alle cupidità vicine quanto era l’animo troppo angusto ai vasti pensieri che in sè comprendono l’avvenire, si volse a chiamare in Italia Carlo VIII re di Francia. Aveva questi ereditato le ragioni sul regno di Napoli dei Duchi d’Angiò; ma insieme aveva sotto alla corona sua non più quella Francia debole e divisa che per gran tempo era stata, ma intera dentro a quei confini che essa ha da natura, così già essendo il più possente tra gli Stati che avesse l’Europa. Lorenzo de’ Medici, veduta ch’egli ebbe con l’annessione della Brettagna compita essere quella unione, aveva predetto i mali che verrebbero all’Italia dai Re francesi. Ma Carlo esultava in quella grandezza giovanilmente, e con lui molti di quella nazione fra tutte guerriera, ma poco considerata: lo Stato nuovo per anche non aveva bene composte le forze sue, mancava il danaro; e Carlo, smanioso d’acquistare gloria, non era capace a condurre sè medesimo, non che un reame di quella mole e una tale impresa. Facea Lodovico prima tentare segretamente l’animo suo e de’ suoi ministri, uomini nuovi e molto cedevoli a private cupidigie. Mandava dipoi con ambasciata solenne Carlo da Barbiano conte di Belgioioso che offrisse al Re per la riconquista del reame di Napoli tutte le forze di Lombardia: già erano ai fianchi del giovane Carlo eccitatori all’impresa i Principi di Salerno e di Bisignano, ambo di Casa Sanseverina, fiera nemica degli Aragonesi. Ma in Francia gli uomini di maggior prudenza, nè al Re si fidavano nè a’ suoi consiglieri nè alle forze stesse del reame per anche immature: facile il vincere, dicevano, pericoloso il rimanere nei luoghi occupati; degli Italiani le armi disprezzavano, le arti temevano. Carlo stesso vacillava, com’era proprio della natura sua; ma sempre poi la temerità vincendo in lui la prudenza, si era pacificato con tutti i Principi a lui vicini, a quello di Spagna cedendo la provincia del Rossiglione, perchè da niuno dei grandi potentati fosse impedito quel suo disegno che vaneggiando si allargava da Napoli fino alla cacciata dei Turchi e alla corona del greco Impero. Da tali stimoli agitato, ordinava s’accogliessero da tutta la Francia le armi in Lione, dove il Re stesso poneva stanza nei primi mesi del fatale anno 1494.[7]
All’appressarsi di tali eventi, che ciascuno in sè presentiva dovere essere formidabili, grande fu in Italia il moto degli animi, nei Principi incerto ed instabile il consiglio. Piero dei Medici agli oratori venuti in nome del Re di Francia perchè la Repubblica si dichiarasse per lui, rispose ambiguo tra le inclinazioni dei Fiorentini amici antichi di quella Casa, e le sue proprie che s’era legato con tutto l’animo agli Aragonesi. Questa città, che i suoi commerci e i capitali avea in gran parte fuori di casa, era costretta in ogni guerra temere per sè; in Francia avevano banchi fiorentissimi, ne avevano a Napoli: i due Re minacciavano rappresaglie; ed infine Piero avendo mostrato apertamente l’inclinazione sua verso la parte degli Aragonesi, Carlo scacciò di Lione i soli ministri del Banco dei Medici, così mostrando di riconoscere l’ingiuria da lui e porlo in odio ai Fiorentini.[8] Già erano appresso al Re ambasciatori di questa Repubblica; uno dei quali Piero Capponi, bramoso in segreto della caduta di Piero dei Medici, aggravava le commissioni perchè il Re più s’inasprisse contro a lui, secondo parve a Filippo de Comines scrittore insigne di questi fatti.[9] Degli altri Principi, Venezia se ne stava chiusa nella fiducia della potenza sua; l’inerzia piaceva a una Repubblica d’ottimati, molti dei quali non voleano credere alla discesa di Carlo VIII.[10] Papa Alessandro, seguendo le sue private passioni, aveva più volte nel corso di pochi mesi mutato amicizie; stringevasi infine con Alfonso che era succeduto nella corona al vecchio Ferdinando, e che mandava buon numero di soldati a cacciare dalla rôcca d’Ostia il fiero ed al Papa nemicissimo Giuliano della Rovere cardinale di San Pietro in Vincula; il quale fuggitosi per mare una notte, si recò a Vienna nel Delfinato, dov’era già il Re con tutto l’esercito.