Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3

Part 9

Chapter 93,859 wordsPublic domain

Essendo morto Carlo d’Angiò primo re di Puglia, ed il successore di lui Carlo II caduto per grande battaglia navale in prigionia degli Aragonesi di Sicilia nel 1287, i Ghibellini avevano rialzato gli animi a speranze nuove e fatto capo in Arezzo. Quivi si era prima formato sotto parte guelfa un governo popolare, il quale odioso del pari ai grandi guelfi e ghibellini, da loro insieme fu abbattuto con sanguinoso rivolgimento; ed il governo venuto in mano dei grandi, bentosto divenne cosiffattamente ghibellino, che Rodolfo imperatore potè mandare in Arezzo con poche genti un suo Vicario. Capo di quella parte in Toscana e nella Romagna e nella Marca era Guglielmo degli Ubertini vescovo d’Arezzo: ma essendo nata di queste cose grande paura e gelosia nei Fiorentini,[77] questi chiamarono bentosto a sè le altre città guelfe, ed assembrarono loro sforzo; in tutto due mila seicento cavalieri e dodici mila pedoni. Dei cavalieri, ottocento erano di Firenze grandi e popolani, e trecento pigliati a soldo, e cinquecento della taglia o lega guelfa; Lucca ne mandò trecento, Siena quattrocento, Pistoia centocinquanta, Prato, Volterra, San Miniato e San Gimignano cinquanta ciascuna, Colle trenta: quelli tra’ conti Guidi che erano Guelfi, i marchesi Malespini, il Giudice di Gallura, i conti Alberti di Mangona, Maghinardo da Susinana ed altri signori, il rimanente: questo fu il maggiore esercito che i Fiorentini adunassero dopo il ritorno di parte guelfa. Si formava in questo modo, secondo abbiamo dalle provvigioni di quegli anni stessi, ed era modo quale si conveniva a una milizia di cui le cerne si facevano per le botteghe; com’ivi è detto:[78] descrivevano per cinquantine gli uomini ch’erano in età dai 15 ai 70 anni, e tra essi cavavano fuori quelli che andassero con l’esercito; gli altri restavano come esenti alla custodia della città, pagando le spese ed il soldo di coloro i quali erano andati in campo. I Ghibellini a quelle guerre non andavano, ma i cavalli loro doveano imprestare ai Guelfi. Vi erano poi le cavallate che s’imponevano ai sudditi guelfi e ghibellini, e si distinguevano dalla cavalleria degli ausiliari e mercenari.[79] Dipoi Carlo re di Napoli già liberato di prigionia, traversando la Toscana per andare in Puglia, e soffermatosi in Firenze qualche tempo, diede alla Repubblica cento de’ suoi cavalieri e un gentiluomo francese che gli comandasse, col rinnovare ad essa il privilegio di portare in oste la insegna reale.

Ma prima che tutte si radunassero queste forze, aveva la guerra continuato già tutto l’anno 1288 con vari successi di correrie; nelle quali una volta gli Aretini si erano mostrati giù per la valle dell’Arno fino a San Donato in Collina, tanto che si vedevano da Firenze i fumi delle case e delle arsioni. Un’altra volta cercando i Senesi occupare o guastare Lucignano, castello che era disputato tra essi e gli Aretini, questi incontratigli alla Pieve al Toppo non lungi da Arezzo, gli misero in fuga con grave disastro. Buonconte da Montefeltro e Guglielmino de’ Pazzi usciti d’Arezzo furono autori della sconfitta nella quale periva Rinuccio Farnese capitano di molta fama in quella età. Dipoi, l’anno susseguente, con maggiore sforzo e più maturo disegno, la prima mossa dell’esercito fiorentino accennava contro Arezzo; ma poi ad un tratto, come era convenuto, a’ 2 di giugno, suonando le campane a martello, s’indirizzò verso Casentino con buona mano d’ausiliari, andando a porsi sul Monte al Pruno, per ivi attendere di Bologna altre genti collegate e fare campo grosso: di lì scesero tosto nel piano di Casentino per guastare le terre del conte Guido Novello ch’era potestà d’Arezzo.

Il Vescovo e gli altri capitani ghibellini accorsero con tutta l’oste loro a Bibbiena per impedire il guasto: erano 800 cavalieri e 8 mila fanti, molto bella milizia ed il fiore dei Ghibellini di Toscana, della Marca, del ducato di Spoleto e della Romagna; i quali pigliando i Fiorentini in dileggio, gli proverbiavano dicendo che si lisciavano come donne e pettinavano le zazzere. Era un sabato mattina, 11 giugno 1289, e già i due eserciti l’uno a fronte dell’altro appiè del monte di Poppi presso Certomondo nel piano di Campaldino si ordinavano più maestrevolmente che non fosse mai stato fatto sino allora in Italia. Amerigo di Narbona, siniscalco del re Carlo, e i capitani dei Fiorentini disponevano le schiere: scelsero 150 armati alla leggera da stare in fronte di tutto l’esercito col nome allora di feditori; tra’ quali erano venti cavalieri novelli decorati del cingolo militare in quella occorrenza: messer Vieri de’ Cerchi uno dei capitani, ancorchè malato di una gamba, non si ristette perciò dal voler essere di quel numero, e quando eleggere gli convenne per lo suo sesto, non volendo alcuno di ciò gravare, elesse con sè i suoi figli e i nipoti. Del che si ebbe grande onore; e pel suo buono esempio e per vergogna molti altri nobili cittadini si misero tra’ feditori: uno dei quali era Dante Alighieri, giovane allora di ventiquattro anni. Veniva poi la schiera grossa fasciata di pedoni, e dietro tutta la salmeria radunata, che la munisse e tenesse ferma. Di costa erano due ale di palvesari, di balestrieri e di pedoni con le lance lunghe; ed i palvesi col campo bianco e giglio vermiglio attelati dinanzi: allora il Vescovo aretino, che avea corta vista, vedendo biancheggiare qualcosa, domandò: «quelle che mura sono?» fugli risposto: «i palvesi dei nemici.» Più indietro, ai fianchi dell’oste fiorentina, dugento cavalieri e pedoni Lucchesi e Pistoiesi sotto il comando di Corso Donati, allora potestà di Pistoia. Messer Barone de’ Mangiadori di San Miniato, franco ed esperto cavaliere, raunati gli uomini d’arme, disse loro: «Signori, le guerre di Toscana solevansi vincere per bene assalire e non duravano, e pochi uomini vi moriano; chè non era in uso l’ucciderli: ora è mutato modo e vinconsi per istare ben fermi; il perchè io vi consiglio che voi stiate forti, e lasciateli assalire.[80]»

Gli Aretini dalla loro parte, avendo buoni capitani di guerra, ordinarono saviamente loro schiere; e anch’essi posero innanzi tutti i feditori in numero di trecento, fra i quali dodici dei maggiorenti della terra, che si faceano chiamare i dodici paladini: e dato il nome ciascuna parte alla sua oste, i Fiorentini _Nerbona Cavaliere_ e gli Aretini _San Donato Cavaliere_, i feditori degli Aretini si mossero con grande baldanza a sproni battuti a ferire sopra l’oste de’ Fiorentini. Gli seguitava tutto l’esercito, salvo il conte Guido Novello, il quale rimase, quale se ne fosse la cagione, senza mettersi alla battaglia e poi fuggì alle sue castella. Gli Aretini veniano innanzi con grande animo e sicurtà; e fu così forte la percossa, che i più dei feditori de’ Fiorentini furono scavallati, e la schiera grossa rinculava buon pezzo del campo: ma però non si smagarono nè ruppono, anzi costanti e forti ricevettero i nemici; e avendo le ali in ordinanza da ciascuna parte, gli rinchiusono tra quelle e combatterono aspramente. Corso Donati, che era da banda coi Lucchesi e Pistoiesi, ed avea comandamento di stare fermo e di non ferire sotto pena della testa, quando vidde cominciata la battaglia, disse come valente uomo: «se noi perdiamo, io voglio morire nella battaglia co’ miei cittadini; e se noi vinciamo, chi vuole venga a noi a Pistoia per la condannagione:[81]» e francamente mosse sua schiera, e col ferire i nemici di costa fu grande cagione che fossero rotti. La battaglia fu molto aspra e dura, le quadrella piovevano, gli Aretini ne avevano poche ed erano feriti per costa; l’aria coverta di nuvoli, la polvere grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli con le coltella in mano e gli sbudellavano; alcuni dei loro feditori trascorsero tanto, che nel mezzo della schiera furono uccisi molti di ciascuna parte.

Quel giorno fu grande paragone di valore: molti che erano stimati di grande prodezza si diportarono vilmente, e molti di cui non si parlava vennero in fama. Dei popolani fiorentini che avevano cavallate, molti stettero fermi, molti niente seppero se non quando i nemici furono rotti. Furono rotti gli Aretini non per poca valentia loro, ma per lo soperchio de’ nemici; i soldati fiorentini gli ammazzavano, i villani non avevano pietà. I vincitori non corsero ad Arezzo perchè al Capitano e ai giovani cavalieri bisognosi di riposo parve avere assai fatto. Più insegne ebbero di loro nemici e molti prigioni, e molti ne uccisero, che ne fu danno per tutta Toscana. Degli Aretini furono morti più di millesettecento a cavallo e a piedi e presi più di duemila, sebbene parecchi dei migliori fossero poi trafugati o per amistà o per essersi ricomperati con danari. Tra i morti rimasero Guglielmo degli Ubertini vescovo di Arezzo, grande guerriero, e messer Guglielmino de’ Pazzi di Valdarno co’ suoi nipoti; questi era tenuto il più avvisato capitano che fosse in Italia: moriva Buonconte[82] figlio del conte Guido da Montefeltro, e tre degli Uberti e uno degli Abati e più altri fuorusciti fiorentini. Dei vincitori mancarono tre soli cavalieri; ma feriti molti più, sì cittadini che stranieri. Narra il Villani che la novella di questa vittoria giunse in Firenze il giorno medesimo, a quella medesima ora ch’ella fu, essendone ai Priori venuto il grido, nè mai si seppe da chi uscisse. Egli medesimo giovinetto era in Palagio e l’udì, e vidde come all’annunzio tutta la città stesse in sentore: ma quando giunse chi era stato nella battaglia, fu grande allegrezza; e poteasi fare con ragione, avendo quella sconfitta fiaccato l’orgoglio della parte ghibellina in tutta Toscana.[83]

I Fiorentini dopo la vittoria di Campaldino, avuta Bibbiena ed altri castelli, andarono contro Arezzo; ma era troppo tardi, chè gli scampati dalla battaglia vi erano dentro; e il governo dell’esercito fiorentino era venuto alle mani di due Priori delle Arti, male capaci di quell’ufficio. Diedero il guasto alla contrada, e per la festa di san Giovanni fecero correre il palio sotto le mura d’Arezzo: atto di scherno o di possesso in quella età molto consueto, com’era altresì gettare dentro alle città assediate per dileggio cose vili; ed allora bruttamente vi manganarono dentro gli asini mitrati, dispetto e rimproccio all’ucciso vescovo guerriero. Stettero ivi da venti dì; ed alla fine, dopo assalti male condotti ed infruttuosi, si partirono per lo migliore, lasciando fornite le tolte castella; ed i Priori ebbero accusa di essersi ritratti per baratteria. Ad ogni modo però grandi effetti ebbe quella vittoria, beneficio della città di Firenze; laonde l’esercito fu ivi accolto a grande festa e trionfo. Tutta la spesa di questa guerra fu fatta col tesoro del Comune ed ascese a più di trentasei mila fiorini d’oro; il che fa fede del buono ordinamento della città e delle molte ricchezze; massimamente chi guardi a tanti nobili edifizi costrutti in quelli anni più che in altro tempo mai.

Tornato l’esercito, i popolani sospettando che i grandi innalzati dalla vittoria non gli opprimessero, di nuovo ordinarono più strettamente le milizie delle Arti: ma queste, intese a guardia della libertà, poco eran’atte alle imprese grandi, siccome quelle che mal soffrivano d’allontanarsi dalla città, laddove era la forza loro. Cosicchè, tranne piccoli fatti contro ad Arezzo e contro Pisa,[84] ebbe Firenze più anni di pace ogni dì montando, chè ognuno guadagnava d’ogni mercatanzia, arte o mestiere: avea da trecento cavalieri di corredo, e molte brigate di cavalieri e donzelli che sera e mattina imbandivano conviti. Di Lombardia e di tutta Italia traevano quivi buffoni ed uomini di corte; e non passava per Firenze alcun forestiere che avesse grado e nome onorato, il quale non fosse da quelle brigate a gara convitato e da esse accompagnato a cavallo per la città e fuori, come avesse bisogno. Nel mese di maggio si facevano brigate e compagnie di gentili giovani; innalzando nelle vie larghe e nelle piazze certi come padiglioni, che appellavano corti, chiuse di legname, coperte di drappi e zendadi, per convegno di sollazzi: e per la festa di san Giovanni si fece sulla contrada di Santa Felicita oltrarno una compagnia di mille uomini, o più, tutti vestiti di nuovo di robe bianche, guidata da uno chiamato il Signore dell’amore. Brigate e compagnie di donne e donzelle con musicali strumenti andavano per la terra ballando con ordine, inghirlandate di fiori: dandosi tutto il popolo ai giochi, ai lieti desinari ed alle cene, con giocondo conversare e allegre feste e graziosi canti.[85]

CAPITOLO III.

GIANO DELLA BELLA. — ORDINI DELLA GIUSTIZIA CONTRO I GRANDI. ISTITUZIONE DEL GONFALONIERATO. [AN. 1293-1295.]

Lieti giorni erano quelli che il nostro maggiore Cronista si aveva goduti nell’età sua prima; e quindi credo in lui venisse quella serenità di giudizi per cui ne sembra non di rado Giovanni Villani andare più in là di altri storici più solenni. Non fu questo popolo temprato giammai a’ forti propositi, che sempre hanno in sè qualcosa di malinconico e di cheto; era una vita che si espandeva seguendo l’ingegno, più ch’ella non fosse raccolta in sè stessa sotto al dominio del volere. Firenze aveva poco sofferto al paragone d’altre città; e lo stato popolare si era qui formato naturalmente, agevolmente, perchè in sè aveva la propria sua necessità, e perchè insomma il popolo era qui da più che altrove ed i nobili da meno. Quindi anche troviamo nelle cose dello Stato valere il consenso più della forza e più della riposta sapienza dei pochi: guardando ai civili ordinamenti di esso, parrebbe che fosse come un vivere alla spensierata; ma la Repubblica si reggeva ed anzi lasciava un’orma profonda, perchè il numero dei _buoni uomini_ qui era grandissimo, svegliati gli ingegni, gli animi per quella età temperati, allegri gli umori e vôlti al piacere, ma in popolo artista cercati i piaceri più eletti e gentili; era la giovinezza di Dante, era l’adolescenza di Giotto. Firenze aveva uomini affaccendati nei lavori, esperti nei traffici, ammaestrati dal conversare libero e continuo con gli altri cittadini, esercitati per la frequenza di viaggi lontani, e ampliata la mente dal molto vedere gli altri uomini e le cose. Imperocchè avevano allora i commerci pigliato rapidissimo incremento: Giovanni Villani dimorò assai tempo in Bruggia di Fiandra, dove i mercanti fiorentini avevano emporio; andavano molti negli scali di Levante.[86] E allora sorgevano a un tratto quei nobili edifizi nei quali ha Firenze la sua grandezza; ed allora questo popolo, avendo formata la nuova sua lingua, godeva l’incanto della giovane parola la quale usciva a lui dalle labbra, rivelatrice di un’armonia che stava nell’anima, strumento lucido al pensiero. Non avea Firenze per anche abusato nè le ricchezze a corruttela, nè la libertà in licenza; le passioni pubbliche non erano scese a private cupidigie; gustava tuttora in molta opulenza le care letizie dei semplici costumi, le città e i popoli fatti liberi a lei guardavano con amore.

Il nome guelfo, come era inteso nella Toscana più che in altra provincia d’Italia, questo avea fatto, che da principio nobiltà e popolo nella comunanza d’un affetto nazionale si fossero molto l’uno all’altro avvicinati e in qualche parte insieme confusi. Non pochi signori degli abbattuti castelli e cattani spossessati o dalle guerre civili ruinati, aveano cercato compenso nelle arti per le quali vedeano montare tante famiglie popolane; molti rimasti ancora in grado, e andando insieme con la parte vincitrice, s’erano calati alle ambizioni cittadine, cercandosi un modo prima insolito di potenza. Tra’ due ordini non pareva la compagnia guasta finchè la guerra continuava contro a’ Ghibellini; ma questa era vinta, e in quel mezzo l’onda popolare vie più saliva: quando il governo venne alle mani dei Priori delle Arti, non parve ai nobili che ne fosse loro lasciata parte da contentarsene, benchè nel priorato entrassero pure «dei buoni uomini mercatanti, sebbene fossero dei potenti.» Ma erano guardati con occhio geloso, ed ogni cosa voltava contro a loro nella città, dove la prevalente massa dei minori faceva gran siepe attorno ad essi. Certo che abolire i vassallaggi feudali e fare le leggi usbergo ai deboli anzi che flagello in mano dei forti, erano cause se altre mai giustissime e sante: ma gli uomini sogliono fare male anche le buone cose; per il che i signori turbati o minacciati nelle possessioni loro del contado, ed oggi angariati dove solevano angariare; e come quelli ch’avevano l’arme in mano, ed un seguito di loro fedeli e contadini dei quali aveano forse vantaggiato studiosamente le condizioni; i signori, dico, anzichè potessero alla lunga fare col popolo buona compagnia, venivano spesso alle ferite ed agli oltraggi ed agli omicidi, massimamente nel contado inverso ai piccoli cittadini; ed allegando quelli che prima erano diritti ed ora violenze, facevano forza nei beni altrui. Viveano tuttora de’ magnati che aveano veduto il ceto loro essere ogni cosa avanti al 1250, ed erano sempre in condizioni da soverchiare quella civile egualità sopra la quale si voleva ora fondare lo Stato: vi erano Comuni, dei quali il governo era in mano di militi o nobili.[87] Quindi è che parve cosa giusta fare contr’essi leggi disuguali e per sè ingiuste, dove le ire servivano di fonte al diritto. Al che si offriva molto buona l’occasione, perchè i grandi aveano tra loro brighe e discordie che le maggiori non ebbero mai dopo il ritorno della parte guelfa. Guerra tra gli Adimari e i Tosinghi, tra i Rossi e i Tornaquinci, tra i Bardi e i Mozzi, tra i Gherardini e i Manieri, tra i Cavalcanti e i Buondelmonti, tra Frescobaldi e Frescobaldi, tra Donati e Donati, ed in molte altre casate: prima le sêtte dei violenti sè stessi offendono con le proprie mani, e indi periscono per le altrui.

Correndo l’anno 1293 alcuni uomini dabbene, artigiani e mercatanti di Firenze, si posero insieme cercando rimedi a quel disordine; e capo di essi fu un valentuomo, antico e nobile cittadino ricco e possente, di grande autorità presso i Guelfi, nominato Giano della Bella. Si trovò egli dei Signori i quali entrarono in ufficio ai 15 di febbraio,[88] e cogliendo l’opportunità dell’arbitrato ch’era consueto fare per la correzione delle leggi, formarono quelli statuti contro a’ nobili che furono chiamati Ordinamenti della giustizia. Per questi erano decretati gastighi ai grandi che oltraggiassero i popolani, raddoppiando contro loro le pene comuni; prescrivendo che l’un congiunto fosse tenuto per l’altro, e che i maleficii si potessero provare per due testimoni di pubblica fama; pena barbara e dettata dai feroci odii cittadineschi era il disfare le case.

Gli Ordinamenti della giustizia furono in seguito ampliati, e ne abbiamo assai redazioni. Lo Statuto Fiorentino comprende tutto intero l’arsenale delle leggi e ordini contro ai grandi, e noi da esso abbiamo tolti alcuni punti qui sotto notati, i quali sieno schiarimento a questa materia.[89] Non potevano i magnati accusare nè testimoniare, nè stare in giudizio contro a’ popolani senza il consenso dei Priori (_Statut., Rub._ 43 _et alibi_); ma per contrario non si ammettevano eccezioni a favor loro contro ai testimoni popolani: non abitare dove commisero malefizi, nè presso ai ponti centocinquanta braccia (_Rub._ 49, 50): non uscire di casa in tempo di rumore, nè altri andare alle loro case; non assistere accompagnati da masnadieri in arme ai funerali, monacazioni o nozze fuori della famiglia loro (_Rub._ 46, 47, 48): quando il Gonfaloniere andasse per la città in ufizio, alcun grande non poteva mostrarsi in quel luogo (_Rub._ 44). La Rubrica 24, sotto il titolo _de causis faciendi magnates_, contiene la forma del processo e del giudizio spettante ai Priori e ai Collegi delle Arti, pel quale un uomo o una famiglia popolana erano fatti grandi; il che faceva cadere sopra essi tutti i divieti dagli ufizi e tutte le pene di chi fosse nato dentro a quell’ordine. Bastava un solo testimonio _de visu_ e due di pubblica fama, o solamente quattro di questi ultimi (_Rub._ 23): un tamburo o cassetta murata era posta innanzi la casa dell’Esecutore per le denunzie segrete (_Rub._ 96). Dovevano i grandi dare sicurtà per le offese e pel pagamento delle multe a cui venissero condannati (_Rub._ 33): ma era proibito ad essi fare accatto od imprestito per il detto pagamento, con pena anche ai prestatori (_Rub._ 9 degli _Ordinamenti di giustizia_): i popolani non denunzianti l’ingiuria sofferta dai grandi pagavano multa (_Statut., Rub._ 68); ma era permesso anche ai grandi battere in casa impunemente i servi loro, e in ciò si stava al gius comune (_Rub._ 69). Minutamente si provvedeva contro agli acquisti ed occupazioni di beni fatte dai magnati a pregiudizio dei popolani o delle chiese e dei conventi. In certi casi erano i grandi fatti sopraggrandi; il che importava, oltre alla perdita di ogni beneficio o attenuazione ad essi concessa, anche il divieto di abitare ulteriormente in quel luogo della città o del contado dove solevano e dove erano per l’addietro le case loro (_Rub._ 31). I popolani consorti dei magnati non potevano abitare nello stesso quartiere in Firenze o nella stessa pievania in contado che i magnati consorti loro, nè tenerli come tali, nè immischiarsi nelle loro brighe (_Rub._ 23). I magnati che per favore divenivano popolani, avevano obbligo di mutare le armi delle famiglie loro (_Rub._ 41).

A ciò queste leggi avessero certa e permanente esecuzione, ordinarono contemporaneamente che al novero dei sei Priori fosse aggiunto un Gonfaloniere di giustizia, da rinnovarsi ogni due mesi (cosicchè ogni anno uno ne avesse ciaschedun sesto della città); a lui consegnando il Gonfalone del popolo col campo bianco e la croce rossa, con mille eletti pedoni, pronti a muovere ad ogni suo ordine e richiesta contro ai grandi: e perchè la prima cosa a lui commessa era disfare le case, troviamo oltre a’ fanti essere centocinquanta maestri di pietre e di legname, e cinquanta picconieri armati di buoni picconi e di scuri e di altri arnesi cosiffatti. Baldo Ruffoli fu il primo in quell’ufficio di Gonfaloniere, che poi rimase e fu il supremo tra i magistrati della Repubblica per tutto il tempo ch’essa ebbe vita: i vecchi Signori con certi aggiunti o _arroti_ elessero i nuovi. Le Arti maggiori e le minori rappresentate dai loro consoli ebbero Balía, per la quale procedettero a cosiffatti ordinamenti. I mille pedoni del Gonfaloniere furono in seguito aumentati fino al doppio, poi a quattromila; cinquecento erano somministrati dai pivieri suburbani.

Riordinarono a questo effetto nel contado quelle che appellavano Leghe del popolo, secondo abbiamo più sopra descritto. Si componevano esse di comunelli e di parrocchie unite tra loro come in piccole federazioni che s’amministravano da sè, ma governate da un vicario o capitano della Repubblica, per mezzo del quale imponeva essa all’occorrenza le taglie in uomini e in danaro.[90] Le aggregazioni erano mutabili, ma ogni popolo doveva appartenere a una di esse leghe. Le quali avean obbligo di stare a difesa di parte guelfa cacciando i ribelli e gli sbanditi, o conducendoli nelle forze del Comune; opporsi a qualunque violenza e incendi e rapine, facendo osservare contro a’ grandi gli Ordinamenti della giustizia; venire al soccorso della città e del popolo di Firenze armati e presti ad ogni chiamata. La Repubblica aveva le gabelle dei mulini, gualchiere, mercati e pedaggi; insomma, quasi una signoria feudale sopra le leghe, le quali da sè provvedevano alle interne spese per via di tasse o penalità liberamente imposte ed amministrate: eleggevano a questo fine i loro propri Gonfalonieri e Pennonieri ed un Consiglio pel governo della lega; ma sopra questi era l’alta vigilanza dei magistrati della Repubblica, la quale obbligava gli eletti ad accettare gli ufizi e ad amministrarli sinceramente e virilmente.